Astenia e alterazioni della sfera sessuale

Pubblicato il aprile 30, 2014

L’omeopatia osserva un iter diagnostico molto articolato per definire la causa (eziologia) e la cura dell’astenia.
In linea generale l’astenia è un sintomo che il paziente ri- ferisce nella maniera più varia.
“Mi sento stanco… mi sento senza forze… vorrei dormire tutto il giorno… etc.”

La mancanza di forza, di “potere” nel fare qualcosa e la stanchezza sono il comune denominatore di tutte le forme di astenia.
Spesso, però, è solo un sintomo punta di un iceberg il cui vero volto è per esempio una sindrome depressiva: “Non ho voglia di far nulla, non ho motivazioni e piaceri di vita per cui sono stanco di tutto…” 
Vi è la stanchezza reattiva in tutti quei soggetti che devono e vogliono essere sempre performanti sul lavoro, con gli amici, a scuola o all’università.
 A volte l’astenia può essere l’espressione di patologie gravi.

 

Omeopatia

 

 

In omeopatia è necessario comprendere esatta- mente l’origine di tale sintomo, coglierne le sfu- mature e i ritmi rispetto alle attività quotidiane nell’ottica di trovare il rimedio più adatto per la prescrizione finale.
Non sarebbe sufficiente un intero magazine per ad-
dentrarci nelle costituzioni e nelle diatesi omeopatiche ma è importante accennare al fatto che la conformazione fisica e la storia fisiologica e patologica di ognuno di
 noi sono alla base della tipizzazione dei diversi tipi di astenia.
Alla stanchezza in generale è sempre più collegato il problema della astenia sessuale intesa come mancanza di potere sessuale che in un contesto maschile è più da interpretare non solo come una difficoltà a trovare il vigore fisico durante l’atto ma anche come la mancanza di libido; in un contesto più femminile (con tutte le eccezioni del caso che non sono riconducibili a una regola generale) il concetto di potere sessuale è più legato alla libido intesa come l’interesse e/o il desiderio di avere una rapporto.
 Non sono oggetto di questa breve trattazione tutti i casi di dispareunia (difficoltà nell’avere un rapporto sessuale) in cui i problemi di base sono infezioni genitali (specialmente per la donna).

 

Phosporicum Acidum:
Marcata astenia e stanchezza fin dal mattino, soggetti in genere magri, longilinei, molto sensibili e fantasiosi. Tendenti all’ipotensione. In ge- nere alterazione nella durata dei rapporti sessuali.Si stancano subito. Libido variabile. Donne molto sensibili ed emotive spesso con fervida immaginazione anche in ambito erotico.
Kalium Phoshoricum:
Esaurimento e stanchezza dopo sforzi mentali (eccessivo studio, abusi in genere)
Nux Vomica:
Nelle persone iper competitive, attive, spesso alcolisti o fumatori, collerici, in genere manager o soggetti che devono per forza riuscire nella vita, che danno molto importanza al denaro come affermazione economica.
 Periodi di mancanza di vigore sessuale con alterazioni che si presentano durante un rapporto che in genere inizia in maniera normale.
Conium Maculatum:

Impotenza o mancanza di libido dopo lunga astinenza sessuale.
Vertigini e sintomi gastroenterici. Stanchezza
Natrum Carbonicum:
Spossatezza dopo una insolazione
Thuya:
Stanchezza e disinteresse verso tutto su base spesso depressiva.
Un ultimo messaggio mi è d’obbligo.
A volte il miglior rimedio per problemi di libido e per l’astenia sessuale è cercare di incontrare un partner che ci faccia veramente sentire bene!

Fumo

Pubblicato il aprile 30, 2014

Cerchi di fumo emetto, avvolgo,  evaporo;  ormai privati del sano e velenoso tramite contenuto nella loro assenza.
Quanta radice di vita vera ebbe a cornice quegli impalpabili dipinti
descritti da invisibile mano.
Che se potessi averne antologia mi ciberei di essa oltre il dolore.
Librato e arcano con sottile bilancia da speziale ne peserei ogni ansa, ogni respiro.
E con acuta lente da regista
ne renderei immortale la strabiliante genesi.
Libidine di piatti speziati e forti e di robusti nettari e di afrori
ne generò, stuprando il seme, l’imprevedibile arte fatua.
E noi tesi a carpire o ad ignorare ostentando sottane, ovvero
lucido acciaio e palle di fuoco, rubavamo ai giorni,
tributavamo alle notti e con un ghigno acceso,
pisciando in terra,urlavamo al domani
come se il tempo altro non fosse,
null’altro chiedesse
che cerchi di fumo.

Editoriale – FUCK THE POWER

Pubblicato il aprile 30, 2014

 

 

 

Il potere logora chi non ce l’ha!


È la frase che per antonomasia definisce i disequilibri sociali ai quali la specie umana è sottoposta dalla notte dei tempi.
 Esistono vari tipi di potere che, come nella magia, potremmo suddividere in bianco e nero.
 Il primo, un potere innocuo, composto da particelle energetiche, talento, intelletto, capacità cognitive… vedi gli sciamani o i grandi pensatori, piuttosto che gli artisti e i creatori di energie Altre; e nel secondo caso, invece, un potere nocivo, quel tipo di potere che mira all’accrescimento di un singolo o di un collettivo e che inevitabilmente calpesta il diritto altrui pur di arrivare più o meno machiavellicamente al fine preposto.
 Il potere logora chi non ce l’ha… in entrambi i casi.
 Logora per mezzo dell’esasperazione che in molti può causare quel senso di impotenza straziante – citando un vecchio brano rap: gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili – oppure, in taluni casi, il senso di ammirazione nei confronti del potere può suscitare una metamorfosi emotiva che da vita all’invidia più spietata e distruttiva.

Il potere dunque, sia esso bianco o nero, logora. È un dato di fatto.

Quanto però accade in questa nostra folle epoca 2.0, tende a rivoluzionare drasticamente tale affermazione, donando al senso di logorio un aspetto più peculiare e surreale: capita sempre più spesso infatti che il potente di turno venga logorato dal suo stesso potere… come una sorta di implosione generata da una specie di autocombustione che porta all’inevitabile azzeramento del potere acquisito o conquistato.
 Ogni giorno, un potente dopo l’altro, cade… e ben venga, vittima della medesima vanità, della medesima dipendenza, del medesimo “peccato originale”… un peccato che pare sia quasi divenuto impossibile da gestire e dominare.
 Implodono Presidenti, Papi, dirigenti d’azienda, parvenu d’ultim’ora, pseudo-imprenditori e fighette o giullari asserviti alla Corte di questo o quell’imperatore.
 È un autofottersi, un delitto e castigo autogenerato.
 Il bersaglio ormai è reso sempre più nudo dall’assenza di quell’alone di mistero che un tempo, chissà, proteggeva le stanze dei bottoni e che oggi invece non può più fare a meno di mettersi in mostra… a miracol mostrare. Un potere take-away che si genera e si sgretola in un clik, in un baccanale, in un’intercettazione, in una dichiarazione dei redditi, in un nonnulla incontrollabile… e la gente, inizia a non credere più.
 Non è un caso che il flusso di elettori sia a sempre più in calo. La gente non beve più la storia del potere al popolo. La gente assiste allo spettacolo della caduta degli imperatori e ne accoglie benevolmente lo scempio in pubblica piazza.
 Non tocca altro che aspettare, e vedere chi sostituirà chi – inevitabile condizione – e conseguentemente, dunque, combatterlo – inevitabile condizione.

Perché il potere, inteso nella sua accezione decisionale, gerarchica, istituzionale, religiosa, non genera mai null’altro se non un logorio.
 Dunque, aspetteremo di sapere chi sarà il prossimo ad implodere per autocombustione o per volere popolare.

E nonostante l’Europa pare tenda a destra… io continuo comunque a vederci sempre più qualcosa di sinistro.

FUCK THE POWER!
Cheers!

 

 

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                                                                                        Foto by Karen Natasja Wikstrand

KLOGR: Il Potere dell’Equilibrio

Pubblicato il aprile 30, 2014

I KLOGR è un progetto Alt-Rock di respiro internazionale che porta avanti con molta serietà un discorso musicale di tutto rispetto: ottime recensioni sugli album “Till You Decay” del 2011, l’EP “Till You Turn” e il nuovo “Black Snow”; numerosi videoclip, una partecipazione allo Sweden Rock Festival e vari tour USA ed Europei.  Le canzoni dei KLOGR sono impegnate da un punto di vista filosofico prima ancora che “politico”: gli album sinora pubblicati affrontano, infatti, uno dopo l’altro il rapporto fra uomo e società, uomo e responsabilità nei confronti di sè stesso, uomo e ambiente. Non mancano, nei testi dei KLOGR, le riflessioni sul potere moderno, quello inquinato e inquinante, quello dell’uomo egoista che si incarna in compagnie SpA o nelle decisioni superficiali dei singoli cittadini del pianeta. Abbiamo contattato via email Rusty, frontman e fondatore dei KLOGR, mentre stava attraversando l’Europa in Tourbus con i Prong per scoprire chi vince, secondo lui nello scontro sasso, carta, forbice fra amore, morte e denaro.

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Cosa significa KLOGR?
Il nome KLOGR deriva da una formula matematica.
La prima formula che spiega la relazione tra l’individuo e le sue sensazioni o stimoli.
S = K log R
Se mettiamo in relazione l’individuo (K) all’ambiente esterno che lo circonda ( R) ci rendiamo conto che non siamo davvero liberi ma soggetti a tutti gli input della società in cui viviamo.
Essere realmente liberi prevede una rilettura della società e non un condizionamento massivo da parte di essa.

In questo momento vi trovate in tour con i Prong e al vostro ritorno inizierete a promuovere il nuovo album “Black Snow” negli Stati Uniti.
Quante cose sono successe dal debutto del progetto, nel 2011 e oggi?
In che modo è evoluto il progetto?
Il tutto è andato ad una velocità inaspettata.
Abbiamo iniziato la nostra “carriera” con 10 concerti negli Stati Uniti perché il nostro primo bassista era di San Diego, in California.
Poi la necessità di condividere la nostra musica con più gente possibile ci ha dato la possibilità di suonare un po’ in tutta Europa.
Dopo il primo anno di promozione, il progetto ha subito un cambio di formazione e la causa è stata sposata dal trio Timecut: con loro ho pubblicato un Ep dove all’interno ci sono diverse collaborazioni, 2 brani mixati da Logan Mader (ex chitarrista dei Machine Head), un brano suonato da Maki dei Lacuna Coil, 2 brani prodotti da Olly dei The Fire.
Poi è arrivata la proposta del tour in Europa con i Prong.
Da lì la necessità di scrivere un nuovo disco. Con il nuovo disco è entrato a far parte del progetto anche il nuovo chitarrista Eugenio Cattini.
Ora siamo in attesa degli States, speriamo di poter fare dei tour anche in quella parte del globo.

Dove state andando? Quali sono, al di là del suonare dal vivo e arrivare con la vostra musica a più persone possibili, le aspirazioni del progetto Klogr?
Le aspirazioni del progetto si stanno concretizzando giorno dopo giorno. Io non suono per il puro piacere di suonare. Suono per catturare l’energia del pubblico e restituirla indietro a più persone possibili, trasformata.
Suono per condividere un pensiero, per condividere emozioni. So che alla gran parte del pubblico interessa solo la musica, ma per me la musica può far riflettere, può far pensare e può dare gli stimoli per fare del proprio meglio. Viviamo in un mondo dove alcune cose sono ancora “inaccettabili”, denunciarle con la propria musica è un privilegio e un modo per sperare di essere utile alla società.

Nei vostri album la componente testuale e concettuale è sempre molto importante. Sembra quasi che album dopo album ci sia un’evoluzione cosciente del KLOGR-pensiero. Si può dire che KLOGR, oltre che un progetto musicale è anche una ricerca filosofica?
Assolutamente. Ogni progetto richiede il 100% delle proprie energie e personalmente non ne investirei così tante solo per un piacere personale, sarebbe “egoistico”.
La filosofia che stiamo cercando è un modus operandi da vivere e attuare ogni giorno, nella nostra quotidianità. Non amo molto chi predica bene e razzola male, quindi cerco sempre di vivere con coerenza rispetto a ciò in cui credo.

Quali sono le coordinate imprescindibili per KLOGR?
Istinto. Rock. Emozioni. Coerenza.

Il tema centrale di questo numero di C MAGAZINE è il Potere. Cosa è il potere?
Il potere è per me l’illusione dell’uomo di vincere la morte attraverso l’autocompiacimento delle proprie azioni.
L’uomo vorrebbe essere Dio, e vede un Dio potente, per questo cerca il potere.

Potere e schiavitù sono concetti legati indissolubilmente? Cosa potrebbe rendere l’uomo libero (o, almeno, più libero)?
L’accettazione che l’unico vero potere al mondo è quello della natura. Lì saremmo davvero liberi.
La terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra.
La natura ha il più grande potere in assoluto, eppure ci lascia liberi di vivere, creare cose che ci rendono la vita “più confortevole”. Siamo “schiavi” della natura: se piove non ci puoi fare nulla (se non coprirti).
Siamo schiavi della natura e siamo gli esseri più liberi della terra.
Il potere e la schiavitù umana sono solo frutto dell’uomo e della società per controllare altri simili e trarne profitto.

Nel vostro nuovo album soprattutto, emerge un lato bellissimo dell’essere umano: la coscienza e l’auto-responsabilizzazione nei confronti della sopravvivenza del nostro pianeta e di altre forme di vita presenti su esso.
Pensi che questo tipo di risveglio sia possibile per tutti? Anche per le persone in cui il buio interiore è più profondo?
Se l’uomo desse alla vita lo stesso valore che da alla morte si.
Tutti hanno paura di morire, di lasciare quello che conoscono.
Se la vita e la morte avessero lo stesso valore nella nostra società (come dovrebbe essere per natura), ci verrebbe spontaneo auto-responsabilizzarci per preservare il nostro pianeta.
La massa purtroppo è controllabile ed è controllata da gente che pensa al profitto di oggi e non alla bellezza di domani.
Siamo animali stupidi.
Abbiamo il dono di essere gli animali più intelligenti (o con una coscienza elevata) e ci comportiamo come gli animali più stupidi.
Siamo l’unico animale che distrugge così pesantemente il proprio habitat.

La musica può cambiare gli stati d’animo?
Sì. Se l’anima sta cercando qualcosa per cui cambiare.

Sasso, carta, forbice. Ha più potere il denaro, la morte o l’amore?
L’uomo pensa di comprare la morte con il denaro.
L’amore è l’unica cosa che ti può far accettare la morte.
La morte è la cosa più naturale tra queste.
Quindi la morte ha più potere di tutti.

Che sensazioni dà il potere? E’ vero che rende pazzi? Esiste distinzione fra potere positivo e potere negativo?
Il potere della terra è positivo.
Il potere creato dall’uomo spesso è dedito al profitto quindi è negativo.
Trovare gente con un animo puro è la cosa più rara ad oggi

Se il potere è egoismo e schiavitù, allora la libertà viene dalla generosità e dalla rinuncia?
La libertà è in natura. L’uomo è egoista perché pensa di non essere accettato dagli altri.
Se l’uomo seguisse le leggi della natura sarebbe davvero libero, senza rinunce ma con tanta gratitudine.

Se tu fossi un dittatore con potere assoluto a livello globale, quali sono le prime 3 cose che cambieresti a livello legislativo?
Se fossi un dittatore chiederei alla natura di darmi un segno per guidare la gente nella direzione giusta.
Le leggi sono state fatte dall’uomo a scopo di controllo.
Comunque le tre leggi che inserirei sarebbero
1) Il benessere della persona deve rispettare l’ambiente in cui vive
2) La natura è l’unica legge da seguire realmente e deve essere rispettata al 100%
3) Non è la natura ad aver bisogno di “riserve naturali” ma l’uomo.

Qual è l’animale più potente della terra (uomo escluso, perché bara)?
La terra ha il suo equilibrio, non esistono animali più potenti di altri.
Un leone in Antartico morirebbe.
Un orso bianco in Africa morirebbe.
Ogni cosa è stata messa al suo posto in modo perfetto, questo si chiama equilibrio.

Se tu potessi avere poteri magici illimitati, cosa cambieresti immediatamente con la famosa “bacchetta magica”?
Cercherei di fare entrare nella testa della gente che la terra è una sola ed è esauribile, come la vita dell’uomo.

Cosa è il rock per te?
Un battito cardiaco, non potrei farne a meno

KLOGR sostengono attivamente, dal 2013, l’organizzazione internazionale Sea Shepherd, supportata da numerosi artisti del mondo della musica e dello spettacolo: Billy Corgan, Moby, Aerosmith, Shannen Doherty (la Brenda della serie tv Beverly Hills) per citarne alcuni.
Cosa fanno quelli di Sea Shepherd?
Cosa fanno di diverso rispetto ad altre organizzazioni che proclamano gli stessi scopi?
Cercano di informare il mondo su come non vengono rispettati gli eco sistemi.
Vanno sul campo, rischiano la propria pelle e cercano di fermare chi non rispetta la natura e le leggi internazionali.
Fanno da megafono a tutto quello che viene nascosto perché scomodo.
Cercano di ridare la dignità che la natura dovrebbe avere.
Cercano di difendere specie che hanno perso il loro potere perché sopraffatte dal potere dell’uomo.

Nelle recensioni al vostro nuovo album “Black Snow” viene spesso citato il bellissimo brano “Ambergris”. Di cosa parla?
È un dialogo tra un uomo e una balena.
Lo stesso uomo che, impotente, si scusa con lei per quello che sta accadendo.
Si scusa per quello che noi chiamiamo uomo e si fa portatore di un messaggio di pace, sperando di poter condividerlo con altri.

Con Black Snow avete pubblicato già due videoclip: “Draw Closer” e “Zero Tolerance”. Avremo modo di vederne altri?
Sì, il video oggi è uno dei migliori mezzi di comunicazione.
Purtroppo la gente oggi deve associare alla musica delle immagini e oggi non si può fare a meno dei video.
Pubblicheremo diversi video live del tour…e molto altro.

Ora Zulu – “…io cambierei pusher, fossi in te!”

Pubblicato il aprile 30, 2014

– (l’ora Zulu è il riferimento all’ora di Greenwich nel gergo della marina, e indica un riferimento preciso nel tempo) –

 

 

 

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0

 

 

 
99 posse, la colonna sonora dei miei 20 anni, quando in generale ero incazzato nero.
Dopo il liceo, nel 1990 mi “perdo” la pantera e le sue occupazioni perché finisco militare (in Marina). Noia, inutilità, pazzia.
In camerata avevo un nonno siciliano che ci faceva ascoltare solo Pantera e Sepultura. Ironia.
I miei ’90 ricordati da adesso sono buio e luci colorate. Avevo paura a sentire “Curre curre guaglio’ 2.0”.
Perché c’ero, e avevo da correre, e arrivavo sempre dopo. Con gli “amici” si andava a fare la TAZ, ci si faceva chiamare in 30 Luther Blissett. E in genere non c’ero, arrivavo dopo, arrivavo tardi. Eppure correvo, guaglione, non integrabile, parte di nessuna tribù. Correvo, o meglio ci provavo, finendo a passo d’uomo sul GRA insieme ai troppi individualisti da plotone.
O’ Zulu era per me uno strano uomo immenso e immensamente incazzato che sapevo enorme, tatuato e primitivo, capace di incagnare il collo e andare avanti a treno, tagliando una folla. Uomo di fronte e lato, con la sua fragilità, capace di strappare parole dalla carta e spingerle su in gola a una macchina da suono e da energia incredibile. Sempre incazzata. Lui e Zack de la Rocha (RATM)… O Zulu, non un individuo incazzato come me, lui sembrava essere la tribù, incarnarla e incatenarla al suo naso forato. E nei suoi testi ci sono tutti i fili emozionali della generazione che mi sono perso e che ricordo. La mia.

Poi
Poi non guardo più MTV; poi gli anni ’90 finiscono; poi c’è Genova e io non ci vado.
Spezia-Roma su un treno quel venerdì, con un’atmosfera strana e cupa. Il potere ci aveva fottuti di nuovo, e compievo trent’anni.

Poi un concerto, poco dopo, i 99, a Roma, non ricordo dove. Si salta, ma non volevo ballare, non c’era un cazzo da ballare. Intorno le facce sono cambiate, suona strano: i ’90 sono finiti (male) e il suono non sembra più il mio, ma quello di uno show. Non per colpa loro, siamo noi, noi che siamo cambiati.
Emigro. Perdo di vista i ’90. Continuo a correre.
Negli anni 2k ci sono riunioni, dischi belli, un sacco di storia che non vedo. Cerco Zulu (e Zack) ogni tanto e lo trovo dalla rete, con un gruppo che ha un nome da riserva indiana. Non mi sembra che stia bene. Canta le stesse cose. Poi qualcuno gli fa il necrologio e lui si incazza con un pezzo di prosa bellissimo. Ah, sta ancora bene!
Poi, poi…

Ora questa intervista. C’è un nuovo disco, Curre curre guaglió 2.0 e il 2.0 mi mette paura.
Lo ascolto con uno strano dubbio, traccia dopo traccia. La musica, ovvio, mi piace, ma non voglio che mi piaccia. Ho paura di trovare qualcosa che odio, un revival, un’operazione pseudo – commerciale. Non mi fido, magari è una maschera, e non le voglio più le maschere, come non le volevo venti anni fa, ma oggi in modo ancor più integralista.

E allora spingo. Mi dico “A Zulu lo piglio di petto”. Non voglio fare l’amarcord, non voglio pensare che persino i 99 siano solo ricordi, perché chi si ferma, sia pure solo per riprendere fiato, è perduto, spezzato, spazzato via. Cazzo, con questa idea di movimento ci ho scommesso tutta una gioventù, che e’ passata.

O’Zulu mi risponde ovviamente per le rime, e non potevo chiedere di meglio.
E adesso torno al disco, bello e commovente, e me lo risento traccia su traccia, sollevato.

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0

Ripetutamente. Avete detto cose importanti. È qualcosa di generazionale. Ho l’età tua. La mia colonna sonora degli anni ’90 ha le tue rime. Ha senso ripetere ripetutamente lo stesso gioco? Quale ripetizione ne crea il senso?
Non mi pare di aver ripetuto ripetutamente lo stesso gioco; 2 volte in venti anni non è ripetere ripetutamente ma, più semplicemente, approfittare di una data significativa per ribadire un concetto e ridare visibilità ed attualità ad un disco che, a quanto pare, non solo ha significato, ma continua a significare molto per molti giovani e meno giovani.

STRANO E STRANIERO SONO DUE DELLE MIE PAROLE PREFERITE. SI INTRECCIANO CON RUOLO E SITUAZIONE. IL RUOLO è QUELLO CHE LO STRANIERO RICOPRE, LA SITUAZIONE è QUELLA COSTRUITA AD ARTE PER FAR Sì CHE LE TUE CONSIDERAZIONI SIANO QUELLE PREVISTE. 99 NASCONO DA UNA SITUAZIONE OCCUPATA, UNA TRAIETTORIA IMPREVISTA CHE ESCE DAL RUOLO. QUAL è LA TRAIETTORIA OGGI? QUAL è LA SITUAZIONE?
Strano e straniero per me sono molto di più che delle parole… Descrivono abbastanza bene ciò che sono e ciò che alla fine sono sempre stato…. La traiettoria imprevista è stata quella di uscire dal nostro mondo, portando il messaggio molto al di là degli obiettivi previsti e quindi direi che oggi la traiettoria resta quella di sempre : autorappresentarsi, rendersi protagonisti del proprio destino, correre sempre e tenersi pronti all’imprevisto.

IL POTERE LO HAI ANNUSATO? LO ODII ANCORA?
Il potere non credo di averlo annusato più di chiunque altro, nel senso che c’è e che si fa annusare da tutti per “mestiere”… Ho annusato il successo, questo sì, e ne sono rifuggito con tutte le mie forze…. Ci siamo sciolti nel momento di massima popolarità e “potere contrattuale” e siamo ritornati solo quando li avevamo persi entrambi quasi completamente…….

CURRE CURRE GUAGLIò: 2.0 è GERGO DA CORPORATE.
IL WEB 2.0, LA SECONDA VERSIONE DI UN PRODOTTO.
LL DISCO NUOVO è INTARSIATO DI REMIX, DI PARTECIPAZIONI, DI PEZZI GIà ASCOLTATI, COmE SE AVESTE VOLUTO METTERE ASSIEME LE FORZE PER FARE UN SALTO DA QUALCHE ALTRA PARTE. “ARMATI DI IDEE E PARTI”. ABBIAMO SMESSO DI CORRERE?
Non so che disco hai sentito tu….. Nel mio diciamo Armati di idee , difendi la tua scelta e corri fino a quando le tue gambe correranno….. Noi non smettiamo mai di correre, è il tempo che ce lo impone.

LO SPAZIO AUTOGESTITO è UNO SPAZIO CHE TAGLIA UNA NARRATIVA DIFFERENTE ALL’INTERNO DEL TESSUTO. DICE AL POTERE « DI TE NON ME NE FOTTE UN CAZZO ».
BUONO, MA OGGI CHE FARESTI SE AVESSI 20 ANNI? DAI UNA IDEA POSITIVA A UN RAGAZZO O, COME ACCENNI IN SOGGETTI ATTIVI, DEVE FARE DA SOLO?
Continuo a non capire…. Soggetti attivi è un vero e proprio inno ai movimenti, all’agire collettivo, al difendere e mantenere integra la propria “differenza”…. Dove lo trovi l’accenno al dover fare da solo? Il senso generale della canzone è l’esatto opposto. mah……

POTERE E LIBERTà. IL POTERE SU COSA? E LA LIBERTà DA CHE?
Signor Marzullo, che dirle? Il potere di alcuni di determinare il futuro di altri e la libertà degli altri di lottare per autodeterminarlo?

MENTRE ERO STUDENTE, SARà STATO IL 1994, USCENDO DA UNA SALA DOVE AVEVO FATTO L’ANIMAZIONe A UNA FESTA DI PARGOLI DELLA “MEJO BORGHESIA ROMANA” MI TROVAI A UN PASSO DA GIULIO ANDREOTTI. NIENTE SCORTA ERA SOLO, PARLAVA CON UNO ALTO, FORSE SBARDELLA.
EBBI UN ATTIMO D’ESITAZIONE. POTEVO PROVARE A SPEZZARGLI IL COLLO, MA ERO VESTITO DA POWER RANGER, SAI QUEI DEFICENTI DA FILMETTO PSEUDOGIAPPONESE TIPO GOZILLA… NON AVREI POUTO EMULARE BRESCI VESTITO IN QUEL MODO. E PERSI L’OCCASIONE.
è PER QUESTO ECCESSO DI BUONA EDUCAZIONE O DI SENSO DEL RIDICOLO CHE SONO PARTE DI UNA GENERAZIONE DI SCONFITTI?
Non lo so fratellì…. Dovresti chiederlo ad un analista. Io non mi sento uno sconfitto e la mia generazione non mi ha mai eletto suo portavoce.

GENOVA? DOPO DI QUELLO IO SONO PARTITO, TU? COSA ABBIAMO IMPARATO?
Noi ci siamo sciolti ma non abbiamo imparato niente…. Lo sapevamo già.

 

 

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0

 

 

 

AVETE MESSO TUTTO IL DISCO ONLINE. POSSO CHIAMARVI, DICE IL SITO, E ORGANIZZARVI UN CONCERTO, IL TOUR è PER CENTRI SOCIALI. FUNZIONA?
Pare di sì, e funziona da 23 anni…. Un’altra strada è sempre possibile, basta praticarla.

NEL 2011 UNA GENERAZIONE DIVERSA DALLA TUA E DALLA MIA HA COMINCIATO A OCCUPARE I TEATRI, E LI TIENE BENE, LI ORGANIZZA, FA LE MOINE, CERCA DI FARE ALMENO FINTA CHE SIAMO UNA NAZIONE CIVILE, ANCHE SE HA OCCUPATO. MANCA DEL TUTTO L’ICONOCLASTIA DEL TEPPISTA. DOVE SONO I MAJAKOVSKI? SONO ANCHE LORO FINITI VITTIMA DI UNA RIVOLUZIONE?
Noi col Valle abbiamo fatto un video, all’Angelo mai abbiamo suonato e sosteniamo la Balena a Napoli… Non possiamo e non dobbiamo essere tutti uguali, le nostre differenze sono la nostra unica ricchezza e la capacità di farle convivere è la nostra unica via d’uscita.

ALDOVRANDI, E TUTTE LE ALTRE VITTIME DI RAPPRESAGLIA. AVETE MESSO IN UNA TRACCIA LA VOCE DI SUA MADRE CHE RACCONTA DI COME HANNO RIDOTTO IL RAGAZZINO. NON MI FA ARRABBIARE, MI SPINGE A PREMERE IL TASTO AVANTI SUL LETTORE. CHE NE PENSI?
Sinceramente inizio a pensare che hai assunto qualcosa che ti è iniziato a salire da metà intervista, e che ti sta prendendo male… Io cambierei pusher e riproverei, fossi in te ;-)
A parte le cazzate, penso che il tasto in avanti sia stato pensato per situazioni come la tua. Io piango ogni singola volta che lo risento, ma mi fa bene, dopo mi sento più forte di prima…. Se devi stare male, skippa, per carità.

IL POTERE DISTRUGGE L’UOMO. E NE FA A MENO. VISTA L’IMPORTANZA DELL’APPARTENENZA CHE SCORRE VIA DALLE CANZONI DEI 99, E LE TUE ESPERIENZE DI UOMO E MUSICISTA, TI VA DI DIRMI TE DI COSA FARESTI A MENO PUR DI DISTRUGGERE IL POTERE?
Non siamo certo noi a dover fare a meno di qualcosa per distruggere il potere…. Rigiro la domanda al famoso 1%. noi siamo i 99! La domanda corretta era cosa non faresti per distruggere il potere? e la risposta sarebbe stata :”con ogni mezzo necessario”

La musica per cambiare la percezione dell’esistente – intervista a Claudio Lolli

Pubblicato il aprile 30, 2014

CANTAUTORE E POETA, ARTISTA CHE HA INTERPRETATO 40 ANNI DELLA NOSTRA STORIA, CLAUDIO LOLLI RIFUGGE QUESTE DEFINIZIONI CON L’UMILTÀ DI CHI SA CHE LA STRADA DA PERCORRERE È ANCORA LUNGA E CHE CON IMMUTATA PASSIONE, DOPO 40 ANNI DI CARRIERA, CONTINUA A CALCARE LE SCENE DI TEATRI, PIAZZE E AUDITORIUM PER PORTARE LA SUA MUSICA SEMPRE IN PRIMA LINEA. CON LUI ABBIAMO AVUTO IL
PIACERE DI QUESTA INTERVISTA TELEFONICA.

 

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Trento, Roma, Bologna: cosa vuol dire tornare in tournée oggi per te?

Intanto vorrei saperlo anche io. Comunque non è proprio una tournée, ci stanno chiamando spesso e l’altra piccola precisazione è che io non ho mai smesso. Forse queste date sono state un po’ più pubblicizzate, ma concerti ne ho sempre fatti, alcuni anni di più, alcuni anni di meno, non ho praticamente smesso mai se non nei passati anni ‘80.

Quindi sempre in giro, sempre attivo…
Sì abbastanza, nei limiti che l’oggi consente ad uno come me, però sì, una trentina l’anno li faccio sempre.

Cantautore e poeta, conosci il valore delle parola…
Non esageriamo.

Dove un tempo il soggetto politico era la collettività, oggi si parla di “gente”. Secondo te cosa indica questo cambiamento lessicale?

Se posso permettermi “gente”, come “popolo”, è una parola che mi piace non troppo. Nel senso che è molto molto indistinta e si presta a qualunque utilizzo da parte di chiunque, mentre “collettività”, come mi pare che intendessi tu, ha una sua connotazione molto più precisa. Parlare di “gente”, parlare di “popolo”, vuol dire parlare di nulla insomma. La differenza mi sembra evidente e anche la causa di questa differenza. Le collettività in questo senso mi pare che esistano sempre meno e c’è tutto un rimescolamento abbastanza confuso di persone che si chiamano “gente”.

La canzone “Borghesia” nel 2000 dal vivo si trasformò. Tra “Il vento” e “Ti spazzerà via” aggiungesti la parola “forse”?

Sì, ci abbiamo messo un “forse” (ride).
Questo indica che quelle gioiose e furenti certezze degli anni ‘70 sono svanite?

Sì, direi di sì. Io la rappresento in modo molto ironico, la facciamo quasi sempre come bis, ultimo pezzo, perché insomma fa anche ridere. L’ho scritta quando avevo 17 anni e la conclusione era questa: “Un giorno il vento ti spazzerà via”. Ero convinto, ingenuamente convinto nel mio apprendistato politico e filosofico, che sarebbe stato inevitabile un cambiamento. Adesso naturalmente non lo sono più, quindi devo dirlo ai miei poveri spettatori.
Ma questa borghesia… se poi è sempre la stessa di allora…


Posso dire una cosa? Secondo me è pure peggio… Mi ricordo uno slogan “Agnelli e Pirelli, ladri gemelli.” Erano grandi famiglie, grandi borghesi anche abbastanza colti. Quelli che ci sono oggi francamente non mi sembrano dello stesso livello, mi sembrano molto, molto più piccolini, da tutti i punti di vista.

Chi o cosa avrebbe il potere oggi di spazzare via questa borghesia?
Una domanda di riserva?

Non la ho purtroppo, è quello che vorrei sapere anche io.
Non ho la risposta. Non lo so. A parte gli scherzi, è molto, molto difficile capire che direzione sta prendendo la società italiana, non mi sembra nemmeno che ci siano dei movimenti antagonisti credibili, ma ti dirò di più, nemmeno riformisti quasi credibili. Mi trovi veramente impreparato…
Nel 1976 “Ho visto anche gli zingari felici” decolla anche grazie al suo circolare nelle radio libere. Il potere allora per un magico istante fu davvero nelle mani della collettività. Senti di essere un figlio di quel particolare momento storico e politico? O come artista lo hai solo attraversato?

Guarda, un po’ tutt’e due. Adesso tu mi fai troppi complimenti, poeta, artista, son parole grosse. Un artista, se ha la sua voce, va avanti comunque, però certamente quei momenti collettivi seri ed importanti mi hanno aiutato molto e mi hanno, in un certo senso, portato alla luce con maggior facilità, ecco, hanno reso il parto più semplice. Allora si chiamavano Radio Libere, oggi si chiamano Radio Private, effettivamente c’è una bella differenza.

Dal 2010 hai preso parte a diverse attività antimafia. In cosa si concretizza secondo te la battaglia per togliere il potere alla mafia?

Anche qui non sono assolutamente preparato. La mafia è una specie di Stato nello Stato, di controstato quindi una volta che ci fosse eventualmente uno Stato serio, che funziona, credibile, vicino ai cittadini, penso che le potenzialità di questi controStati sarebbero molto minori. Questo è un parere da cittadino, che magari qualche esperto potrà trovare ridicolo.

 

Il tuo ultimo album, Lovesongs, del 2009, è una raccolta di sole canzoni d’amore. Come mai questa scelta? Ha ancora senso la canzone politica oggi o la consapevolezza sociale passa per altre vie?
Mi sembri abbastanza acuta. Sì, l’amore è un’esperienza profonda, un’esperienza vera e può avere un valore eversivo oggi, come tutte le esperienze vere in questo mondo, in questa società un po’ finta. Più tecnicamente, avevo l’impressione che nella mia lunga, ormai lunghissima, forse troppo lunga, carriera ci fossero state delle canzoni d’amore però passate un po’ inosservate di fronte a quelle che hanno avuto maggior ascolto, maggior evidenza, proprio forse perché erano più immediatamente politiche. Ho pensato che fosse giusto rivalutarle, riabilitarle, con arrangiamenti molto diversi, però riprenderle.

 

Cosa può fare la musica per cambiare gli equilibri di potere?

Ci può provare. La musica, nel momento in cui si pone il problema e l’obiettivo di modificare un po’ la percezione dell’esistente negli ascoltatori, in qualche misura contribuisce ad una piccola, lenta, minuscola modificazione culturale che ha ovviamente una valenza politica. Poi che cosa possa fare così nell’immediato, con un risultato immediato, questo è un’altra cosa. Una canzone non è un decreto legge.

 

Hai lavorato nelle scuole per molti anni a contatto con i ragazzi e in un’intervista hai detto che non ti permetti di educarli ad “andare contro”. Cosa bisognerebbe insegnare ai ragazzi oggi? E soprattutto in che modo?
Intendevo dire questo, cito così a memoria, quindi sicuramente sbagliata, una poesia di Erich Fried: “Chi dice ai suoi studenti di essere di destra è di destra. Chi insegna ai suoi studenti ad essere di sinistra è di destra, chi dice solamente quello che è, e che forse potrebbe anche eventualmente sba- gliare, potrebbe anche darsi che sia di sinistra.

Se fossi un dittatore!

Pubblicato il aprile 30, 2014

Catapultato nello star system del mondo dell’arte da un giorno all’altro grazie al clamore mediatico sollevato da una sua opera gigante affissa sulla facciata di un palazzo nel centro di Poznan in Polonia; Max Papeschi ha realizzato più di un centinaio di mostre in giro per il mondo in soli cinque anni. Nato come autore e regista televisivo, il creativo milanese ha recentemente pubblicato per Sperling & Kupfler il suo primo libro “Vendere svastiche e vivere felici. Ovvero: come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell’arte contemporanea”. Noi di C MAGAZINE l’abbiamo incontrato per parlare insieme a lui di questa novità editoriale e per chiedergli che cosa ne pensa del potere.

 

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È uscito con Sperling & Kupfler il tuo primo libro “Vendere Svastiche e vivere felici – Ovvero: come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell’arte contemporanea” si tratta di un manuale, di un romanzo o di una biografia?
Si tratta di un’autobiografia semi-seria che poi diventa quasi un romanzo nella seconda parte. L’ho diviso in due tempi, come se fosse un film perché il mio immaginario è stato influenzato tantissimo da quello dal cinematografico.

Quindi non insegna a vendere opere d’arte come suggerirebbe il titolo del libro?
Non è un manuale, nel senso tecnico del termine. Quando lo è, lo è fra le righe. Poi sta al lettore capire quando sto scherzando e quando sto parlando seriamente.

Èla storia di Max Papeschi con delle parti romanzate…
È la storia di Max Papeschi.

Come mai Sperling&Kupfler ti ha chiesto di scrivere una autobiografia romanzata?
Più che altro è andata così: stavamo facendo una riunione con Alessandra Torre e Francesca Micardi perché inizialmente l’idea era quella di girare un documentario sulla mia storia, ma la produzione era ancora ferma. Fra le altre cose, durante la riunione, avevo tirato fuori questa finta copertina.
Dopo la storia di Poznan avevo costruito per provocazione questa finta copertina con il titolo (che poi è rimasto) “Vendere svastiche e vivere felici – ovvero come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell’arte contemporanea”. L’idea era un libro sotto vetro come opera autoironica. Sono decine le idee che butto lì, disfo, preparo e poi lascio in una cartella “idee” che magari non tocco più. Alcune invece mi tornano in mente. Ricordo che durante la riunione e ho tirato fuori questa copertina, non so se per farla vedere come titolo o cosa e parlando abbiamo detto “beh effettivamente anche come libro sarebbe interessante.” A quel punto l’abbiamo proposta a Sperling che ha accettato.

È un tema ricorrente, nella tua storia, quello delle idee che si trasformano..
Sì! Spesso le idee che funzionano sono quelle che arrivano per caso, almeno per quanto mi riguarda. Le operazioni che ho fatto per caso sono quelle che sono andate meglio. Se invece mi metto sulla strada di “voglio fare qualcosa”, quella cosa spesso non accade.

…oppure diventa un’altra cosa…
Diciamo che il destino ha influenzato tantissimo la mia carriera, nel bene e nel male.

Nel male?
Tipo fare un film che poi non è uscito in sala.

Ne parlerai anche nel libro?
Assolutamente si: questo libro racconta anche di sconfitte, non solo delle cose belle che mi sono capitate recentemente. Racconta anche tutta la prima parte della mia vita in cui ho avuto una serie di esperienze negative o “formative”…tante volte quando si sbaglia si dice che sono esperienze formative, ma in realtà sono solo esperienze negative. Quando un progetto su cui lavori per un lungo periodo non va in porto, è una sconfitta. Puoi raccontartela come vuoi ma alla fine quello è.

Sei passato dal mondo del teatro a quello del cinema, della televisione e al mondo dell’arte. Quali differenze hai riscontrato?
La differenza più forte che si riscontra nel mondo dell’arte, rispetto ad altri ambienti è che non c’è nessun tipo di censura. Anzi addirittura devi stare attento tu a non cercare la provocazione a tutti i costi. Lo dico proprio io che paradossalmente passo per essere uno degli artisti più provocatori. Metà dei giornali che parlano di me, titolano con: “le provocazioni di Max Papeschi…”..in realtà son cazzate perché serve ai giornalisti metterle così.

Perché un’opera che raffigura un bombardamento sponsorizzato da Coca Cola (riferimento ad un’opera di Papeschi) non ti sembra provocatoria?
Non vedo la provocazione: in quell’opera sto parlando di un fatto reale, sto raccontando come sono fatte le cose, spostando un po’ la realtà, ma non ci vedo niente di provocatorio. C’è gente che ha messo un cesso in mostra in una galleria d’arte nel 1917, poi c’è stata la merda in un barattolo o il Papa schiacciato da un meteorite. A livello di provocazioni, il mondo dell’arte ha già dato abbastanza, secondo me.

 

 

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Non pensi di essere un provocatore di pensieri e riflessioni?
Penso di essere uno che racconta il suo tempo.

Come è stato scrivere il libro?
In passato ho scritto per il cinema, per il teatro e per la televisione. Però è un tipo di scrittura completamente differente, perché sono dialoghi e poi il prodotto finale non è mai lo scritto, quindi sai già che quando giri cambierai molto del testo.
Questa volta è stato diverso: all’inizio non sapevo bene come raccontare in prima persona, mi mancava proprio la cifra stilistica. Lavorandoci con le due co-autrici, Francesca Micardi e Alessandra Torre abbiamo fatto queste interviste lunghissime, che sono diventate una sorta di autoanalisi. Alla fine mi sono accorto che la cosa migliore era raccontare la storia in prima persona, in tono colloquiale, come se lo stessi facendo a voce. Quindi ho iniziato a scrivere in questo modo per rendere più scorrevole la lettura e lo stile molto simile a quello di una conversazione.

 

Il tema di questo numero di C MAGAZINE è il Potere. Che cosa è il potere secondo te?
Ci sono due tipi di potere secondo me: il potere sano, che è quello che permette di fare le cose. E’ molto più importante, anche in una carriera artistica. Il potere di chiamare i migliori collaboratori a lavorare con te o per esempio, di fare questo libro ed essere pubblicato da una casa editrice importante.

Quindi il potere visto come possibilità…
Sì! Il potere visto come possibilità. Il potere visto come numero di contatti che hai, con cui sei in grado di interagire alla pari e quindi con cui puoi creare delle cose belle e sviluppare la tua forma di pensiero senza troppe limitazioni. Anche i soldi stessi, la possibilità data dai soldi… di produrre qualcosa, che sia una mostra, che sia un libro, che sia un film, di distribuire la cosa a livello mondiale..fanno parte del potere inteso in senso sano.
Il potere in senso negativo, invece è quello della prevaricazione sugli altri, l’esercizio del potere per il potere.

Se tu fossi un dittatore con poteri assoluti, quali leggi promulgheresti a livello globale? Le primissime che ti vengono in mente..
No guarda, farei una sola cosa: abolirei la dittatura per legge.

…e come seconda?
Beh, se ho abolito la dittatura…

Le persone che hanno troppo potere poi impazziscono?
Si crea una piramide sotto di loro costituita dalle persone peggiori. Il peggio di solito si muove nella parte medio-alta della piramide più che nel vertice.

Ti sta bene come è il mondo?
No. Non mi sta bene com’è ma credo che le soluzioni non vadano trovate con la bacchetta magica. La vita consiste nel nascere e risolvere problemi finché non si muore. Tu immaginati una vita eterna. La gente non sa cosa fare la domenica, figurati se non esistesse la morte che noia infinita.

Ha più potere il denaro, la morte o l’amore? A livello di grandi numeri, per l’umanità, in questo periodo storico…
Non è una questione di periodo storico. Secondo me è sempre la morte quella che governa le nostre scelte. Noi ci troviamo qua per un periodo limitato di tempo senza neanche sapere bene le regole del gioco. I soldi…l’amore…sono cose che vanno e che vengono, mentre invece il senso della morte è una cosa che conosciamo fin da bambini. Per quello costruiamo imperi, accumuliamo soldi o cerchiamo amore.
La tragedia, la spada di Damocle che abbiamo sulle nostre teste ci rende umani. Non esisterebbe l’amore senza il senso della morte.

Eros e Thanatos?
No, non l’eros, l’amore. Quando ami una persona è perché sai che il periodo di permanenza su questo pianeta è limitato. Quando dici “per tutta la vita” è perché sai che la vita finisce.

Non credi nell’amore eterno…
Non esiste l’amore eterno, perché c’è la morte, grazie a Dio, a salvarci dall’insostenibilità dell’amore eterno.

Se tu potessi scegliere fra mortalità e immortalità?
Sono un cagasotto, quindi ci penserei. Ti direi: mortale, ma potendo decidere io quando finire. Non vorrei essere condannato all’immortalità.
Una volta qualcuno, non ricordo chi, ha detto che la vita è una partita a poker in cui non sai che carte hai e che carte hanno gli altri, sai solo una cosa: che ad un certo punto arriverà qualcuno e sbatterà per terra il tavolo facendo cascare tutto quello che hai vinto.

 

 

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Gli esseri umani giocano, ma nel loro gioco spesso, per vincere, sfruttano altri animali oppure esseri umani. Ci dovrebbe essere un limite, secondo te, in questo gioco oppure è più bello che sia completamente libero?
No, non è bello per niente, ma è nella natura umana che sia così.
E’ chiaro che prima o poi lo sfruttamento degli animali finirà.
Questa cosa è già accaduta negli Stati Uniti, quando è stata abolita la schiavitù.
Il comunismo ha però dimostrato che non si può imporre a tavolino l’uguaglianza.
Questa cosa può succedere soltanto se chi è sfruttato ha coscienza di esserlo (questo vale per gli uomini e non per gli animali, chiaramente) e se chi sfrutta ha coscienza di ciò che sta facendo.

Trovo che la seconda parte sia interessante. In che modo avviene il cambiamento interiore nello sfruttatore?
Deve essere insopportabile il concetto dello sfruttamento per lo sfruttatore stesso.

Ma se lo delega ad altri pur di non vederlo?
È uguale, nel senso che tutti ormai sappiamo cosa succede, viviamo in un mondo di sovrainformazione. Lo sanno tutti cosa succede agli animali, come vengono messi in batteria i polli e tutto il resto è che non ce ne sbatte un cazzo. Sono molto pochi quelli a cui interessa veramente.
Alla collettività ancora non importa abbastanza da rinunciare a delle cose. Secondo me è una mentalità che andrà cambiando…e ti parla uno che mangia carne.

Nelle tue opere accosti figure assolute del male come Adolf Hitler, a icone globali dell’innocenza, come i personaggi della Disney. Cosa vuoi dire con questo accostamento? Esiste il male?
Il male assoluto e il bene assoluto sono rappresentabili, ma non esistono per davvero, secondo me.

I campi di concentramento, per fare un esempio, non erano dei luoghi in cui risiedeva il male?
Erano dei luoghi terribili, ma erano dei luoghi che riflettevano quella che è la natura umana. Nella storia ce ne sono stati tanti: dai Gulag, ai campi della morte dei Khmer Rossi, pensa che ancora adesso esistono posti come Guantanamo.

Pensi che chiunque agirebbe allo stesso modo? Tutti sarebbero aguzzini, se posti nella condizione di farlo o di doverlo fare?
Sembrerebbe di sì, perché in nessuno di questi regimi, neanche di quelli attuali, ci sono molti disertori. Questo fa pensare che perfino la morale sia una cosa che ha a che fare con la morale degli altri, non con la propria.

Quanto di autentico e quanto di ipocrita c’è, in questo senso, nella società di oggi?
C’è una parte autentica. Non importa che sia autentica perché ognuno lo crede fermamente dentro sé stesso o che sia semplicemente una morale comune, l’importante è che ci sia. Facciamo l’esempio delle pellicce, un argomento che a te, animalista sta a cuore. Cosa ha fatto morire veramente il mercato delle pellicce?
La vergogna. Le pellicce non hanno smesso di essere vendute per motivi di coscienza ma perché la gente si vergognava a portarle.

Animali salvi grazie al conformismo, quindi?
Se vuoi è conformismo del bene, ma è sempre molto meglio che il conformismo del male. La prima e la seconda generazione, quando parliamo di cambiamenti e di tendenze morali, magari si adeguando per vergogna e conformismo, quelle successive invece spesso si rendono conto delle ragioni di fondo del cambiamento.
Secondo me c’è un lento meccanismo di miglioramento, non è vero che il mondo va sempre peggio.

Quindi sei ottimista nei confronti dell’essere umano
Sono ottimista sulla lunghissima distanza.

Cosa ti aspetti dal mondo della letteratura?
Non mi aspetto niente dal mondo della letteratura. Spero dal mondo dei lettori che il mio libro piaccia e diverta.

Tu leggi molto?
Io leggevo moltissimo, ora leggo molto meno, devo ammetterlo, per colpa di internet che mi porta via un sacco di tempo e del fatto che comunque ho poco tempo libero.

I tuoi scrittori preferiti?
I primi che mi vengono in mente sono Ballard,Vonnegut, Mc Donald, Mitchell e Palahniuk fino a qualche libro fa.

Cosa cercavi nei libri?
Ho iniziato da ragazzino a leggere, con dei libri impegnativi, come 1984 di Orwell.
Mi è sempre piaciuta la fantapolitica.
Ballard diceva che per capire il presente la cosa migliore è leggere i libri di fantascienza, ti fanno capire a cosa tende il presente, quali sono le paure attuali.

Il lettore ideale del tuo libro che cosa cerca e che cosa troverà?
Ho cercato di non scrivere un libro solo per persone dell’ambiente dell’arte.
Questa è una storia un po’ assoluta, una storia di sconfitte dalle quali possono nascere nuove opportunità.

Un libro che ispirerà altre persone?
Spero di no. Vedo già su internet dei piccoli mostri che fanno lavori come i miei con il digitale sperando di replicare ciò che è successo a me.

Ti dà fastidio?
No, non mi dà fastidio, mi dispiace per loro perché non arriveranno mai a niente finché imitano i modelli degli altri. Devono far qualcosa di loro. E’ sbagliato cercare di copiare un modello. Va bene fare omaggi, va bene perfino rubare delle idee, ma mai cercare di copiare un modello nel suo insieme.
Vale sempre la pena avere una propria visione, altrimenti tanto vale fare un lavoro non creativo.

I tuoi progetti per l’immediato futuro?
Ci saranno una serie di mostre legate alla presentazione del libro. Poi a fine settembre presento in Giappone una serie ancora inedita. Sto pensando anche a progetti che non sono direttamente legati al mondo dell’arte, ma è ancora presto per parlarne.

Occupiamo il Valle!

Pubblicato il aprile 30, 2014

Quanto segue, è frutto di mie opinioni personali che molto probabilmente non incontreranno il consenso di molti. Quanto segue, è apparentemente intollerante e ben poco popolare.
Quanto segue è frutto di considerazioni libere, che non appartengono ad una collettività, bensì all’individuo.
Se lo ritieni opportuno, dunque, cambia pagina adesso. Io ti ho avvisato.

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È meglio un teatro occupato o un teatro libero?
Si sostituisce un potere con un altro potere?

È sulla base di queste considerazioni che la storia del teatro Valle mi puzza. Mi puzza di potere. Di élite!
La puzza è venuta a galla già quella sera che, a pochi giorni dall’avvenuta occupazione, una virgulta, apparentemente calata nel ruolo della manifestante motivata, vietò l’ingresso al teatro a mio fratello, che era andato a vedere cosa stesse succedendo, e che, prima di firmare l’adesione al Valle, avrebbe gradito entrare e capire… La risposta fu: “Se prima non firmi non entri!”.
Mio fratello, saggiamente, non firmò e andammo a sbronzarci, saggiamente, nel luogo più libero della città: il salone di casa!

Ripeto: si sostituisce un potere con un altro potere?
Non stiamo parlando di occupazione delle case. Non siamo di fronte a senzatetto che sfondano le porte di uno stabile dismesso e lo occupano acquisendo il sacrosanto diritto alla casa.
Non stiamo parlando di operai sottopagati e sfruttati che occupano la proprietà del padrone affinché questi ne riconosca i pieni e legittimi diritti. Non stiamo parlando di tanti altri casi in cui l’occupazione rappresenta l’unico mezzo efficace all’acquisizione di un diritto negato o di un valorizzare un bene abbandonato e donato alla comunità tutta.
Qui parliamo di un teatro che, una volta occupato NON può e non deve essere un bene elitista ed esclusivo.
La mia personale visione del teatro contemporaneo, già di base mi porterebbe a dire che il teatro è desueto in quanto tale. Nulla è più vecchio, nella peggiore accezione del termine, del proscenio. Esistono casi di workshop ecosolidali, che permettono l’espressione artistica avvalendosi dell’utilizzo – chiamala “occupazione temporanea” –  di spazi offerti dalla natura.
Un marciapiede, una piazza, un bosco, un qualsivoglia angolo di città, quello dovrebbe essere il palco! E il salario? Il cappello!
Perché prendere possesso di un bene(?) istituzionale, occupandolo per poi automaticamente istituzionalizzarlo mediante fondazioni e/o atti costitutivi e/o commissioni artistiche?
Siete degli artisti? Provate a inviare il vostro progetto al Valle! Chiedete di esibirvi. Tutto ciò che richiede un’accettazione da parte di una commissione, chiamala collettivo se preferisci, include a priori l’esistenza di un’istituzione. E istituzione equivale a potere.
E ribadisco il concetto di base che mi spinge a scrivere questo così impopolare – qualcuno lo definirebbe fascista – articolo: non si combatte il potere sostituendolo con un altro.
Non si sconfigge la mafia con un’altra mafia. Non si delegifera, legiferando.
Una volta occupato, il teatro sarebbe dovuto essere liberato la settimana successiva… consentendo a chicchessia, seguendo le pure logiche del quieto vivere e del reciproco rispetto deontologico, l’esibizione libera sul palco. Senza locandine, manifesti, commissioni, direttori artistici, artisti, o pseudo tali, posti a saggiare la validità di questo o quel progetto e gestendo calendari e disponibilità. (Ci tengo a precisare che non ho mai sottoposto un progetto al Valle, dunque, a te che adesso stai pensando: Scrive così perché non gli hanno concesso di esibirsi e quindi è frustrato! – sei fuori strada, amico/a!).
Persone realmente animate da spirito artistico non necessitano di occupare un bel nulla. L’artista dovrebbe oggi affollare le strade, armato di strumento musicale, macchina fotografica, telecamera, tele, spray, voce, mani, piedi, e occupare gli angoli di città ormai divenute tristi e vuote offrendo, in cambio di spontaneo compenso, il frutto della propria ispirazione.
Questa è una battaglia da combattere. Questo è destrutturare l’istituzione. Questo è contrapporsi al potere senza generarne uno peggiore!
Oppure, in alternativa, se l’ecosostenibilità non dovesse entusiasmarvi, facciamo un’occupazione turnificata!
Vale a dire che ogni 6 mesi cambia la “gestione” del teatro. Magari geograficamente: per i primi sei mesi, un collettivo di occupanti provenienti dalla Lombardia; altri 6 mesi, occupanti provenienti dalla Puglia; altri 6 mesi occupanti provenienti dal Trentino e, perché no, da italiani residenti all’estero e così via… disintegrando il potere di volta in volta proprio nel momento in cui si sta per consolidare.
Naturalmente, stesso dicasi per i vari Angelo Mai, con i loro palinsesti sempre occupati… molto più occupati dello stesso luogo! Intasati. Sempre saturi!
Sono d’accordo con chi intende combattere i poteri forti. Ma attenzione… appena sei tu, o voi, a diventare potere forte, è giusto che qualcuno vi prenda a calci in culo!
Dunque: Occupiamo il Valle? …Che ne dite?

Pornoterrorismo, il corpo da prigione ad arma

Pubblicato il aprile 30, 2014

«Esiste per caso fusione più bella di quella tra le parole “porno” e “terrorismo”? L’erotica del terrore, un territorio inesplorato che si apre davanti a noi come un cadavere in attesa dell’autopsia. Allo stesso modo in cui i funerali mi fanno ridere, l’immagine di un bel cadavere, a volte, mi può far bagnare le mutande. La prima sensazione è che non si potrà mai superare l’imbarazzo della situazione, l’umiliazione imposta dalla società quando qualcosa di politicamente scorretto ci seduce. Ma si supera, oh sì, si supera masturbandocisi su: un primo atto di culto al terrore. L’unico modo di vincerlo è lasciandosene sedurre, trasformandosi nella sua tenera amichetta».
(Pornoterrorismo, Diana Torres, Malatempora, 2014)

 

 

 

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La liberazione dai poteri che normano il corpo e la sessualità passa attraverso i gesti distruttivi ed iconoclasti del pornoterrorismo ideato e praticato dalla spagnola Diana J.Torres, eiaculatrice precoce, spaccapalle, grande cagna e troia per vocazione.

Diana, che dal 2001 si mette in gioco nel campo di battaglia dei codici culturali con azioni dirette e workshop sul corpo spesso dedicati allo squirting (l’eiaculazione femminile), è stata ad aprile in tour in Italia per presentare il suo libro Pornoterrorismo, edito dalla casa editrice Malatempora. Nell’ambito del tour, l’11 aprile del 2014, Diana sale sul palco del Forte Prenestino a Roma, accompagnata da Slavina, traduttrice delle sue poesie in italiano, e si spoglia. Un evento simile non è una novità al Forte Prenestino: le mura di questa fortezza romana dell’Ottocento hanno visto questo ed altro, attraversate da decenni di iconoclastia punk, e già in altre occasioni le tette di Diana hanno avuto modo di guardare quelle mura. Ma il pornoterrorismo attacca e colpisce sempre come fosse la prima volta.

I capezzoli di Diana, oscenamente imbellettati di rosso, ci osservano come un secondo paio di occhi. La pornoterrorista sale in scena dopo aver presentato il suo libro nel quale racconta, tra testi critici, racconti brevi e poesie, quali sono i punti chiave da scardinare nell’immaginario erotico per ribaltare il potere della norma costrittiva e diventare i nuovi figli ibridi di una futura umanità.

Utopia, fantascienza, misticismo, stregoneria e grand guignol si alternano nella performance di Diana J. Torres che, dalla teoria alla pratica, individua cinque campi di azione per scardinare il potere a partire dai corpi:

1. Pratiche erotiche non catalogate
2. Sessualità terrorizzante: quella dei bambini e quella dei disabili
3. Sadomasochismo
4. Esibizionismo
5. Crisi dell’identità di genere

 

Durante la conferenza, Diana ci spiega la sua esperienza per ognuna di queste voci trattate in altrettanti capitoli del libro, condivide con noi la sua strategia di attacco e analizza le ragioni per cui ognuno di questi punti è una zona sensibile del potere, una zona erogena di un corpo normativo che quando viene toccata reagisce in modo macroscopico destrutturando ogni equilibro castrante.

In un passo del libro di Diana dedicato all’identità di genere, che secondo lei è la più destabilizzante delle zone di intervento pornoterrorista, leggiamo: “…I generi sessuali sono una presa in giro, un macabro scherzo che il sistema ci gioca per farci avere più paura di non saperci adeguare ai suoi schemi. Non sapere con certezza (o non far sapere con certezza agli/lle altri/e) se si è uomini o donne è terrorista dall’inizio alla fine. La cosa più importante che ti viene consegnata quando vieni al mondo è il tuo genere: te lo danno come una specie di kit di sopravvivenza dal quale non potrai mai liberarti, perché da esso dipende la tua felicità, la tua fortuna, la realizzazione dei tuoi sogni. Solo che un giorno ti rendi conto che senza di esso non solo puoi sopravvivere perfettamente, ma sei anche molto più libero/a, anche se produrrai uno stridio ovunque tu vada, quando ti muoverai in società”  – (Pornoterrorismo, Diana Torres, Malatempora, 2014, p.119).

Dalla teoria alla pratica, Diana durante l’esibizione mette in atto, con il suo corpo sui nostri corpi, pratiche erotiche non catalogate, sessualità terrorizzante, messa in discussione dell’identità di genere  e sadomasochismo, il tutto condito ovviamente da un’abbondante dose di esibizionismo.

“Siete dei figli di puttana / voi che mi guardate / da queste celle di punizione, / da questi posti di lavoro, / da questi affitti di merda, / siete dei figli di puttana.” (Figli di puttana, p. 168, Diana J. Torres, op. cit.)

La performance è costruita per assaltare i muri della nostra prigione. Diana J. Torres, ben assestata sulle spalle dei giganti della body art come ggAllin, Annie Sprinkle, Ron Athey, Lydia Lunch e Franko B., ci guarda con gli occhi delle sue tette attraverso le sbarre della nostra cella e ci consegna le chiavi per aprire la prigione e liberare la bestia. Saremo noi poi gli unici responsabili delle conseguenze, ci avverte Diana stessa in un disclaimer sul finire del rituale, quasi di sfuggita, quando ormai è troppo tardi per tirarsi indietro.

Quello di Diana in scena è un corpo osceno che sputa, squirta, vomita, piange lacrime di sale emulando le mistiche che si infliggevano umiliazioni corporali per divellere le porte della prigione castrante della norma.

Diana non si limita a parlare dell’umiliazione dei nostri orifizi trascurati, negati o colpevolizzati, organi di un corpo che non viene esplorato o idolatrato abbastanza. Diana mostra cosa vuol dire oltrepassare le mura della prigione della norma e con le narici aspira sale come fosse cocaina dopo averne sparso un chilo tra lei e noi per delimitare uno spazio sacro di sicurezza.

Gli orifizi che la pornoterrorista mette in discussione sono accessi diretti alle viscere della mente.

Diana mette in atto il suo autodafé. Tradizione cattolica ed eresia si intrecciano in una danza propiziatoria. Intanto, tra lacrime di sangue e lacrime di sale appena sniffato, tra sputi e parolacce da bruciare in un rituale sabbatico, mentre un gruppo di giovani arabi fa foto e video con lo smartphone per testimoniare increduli il tornado culturale nel quale sono stati risucchiati, una ragazzina dietro di noi urla: “Vogliamo ballare!”.
Diana ha aperto il portale del suo corpo con un microfono infilato in vagina e invita qualcuno a suonarla con le percussioni. Un ragazzino in bilico tra la pubertà e l’età adulta sale in scena a suonare il corpo pornoterrorista con la sensibilità di un percussionista alla scoperta di un nuovo strumento.
Le vibrazioni salgono dal basso, le fiamme che bruciano l’insulto e le etichette si perdono verso l’alto.

Noi ce ne andiamo con il nostro libro nuovo in tasca e la frase di Primo Moroni che prende forma nel lobo frontale, lì vicino alle gemme di sale: “Condividere saperi senza fondare poteri.” Perché là dove si scardina un potere, immediatamente se ne insedia un altro, più subdolo, più nascosto, ma sempre figlio dell’ideologia che cristallizza e uccide ogni vita.
Ogni gesto è rivoluzionario quando nasce dall’esplorazione e dall’accettazione di noi stessi e per questo il mio consiglio è: leggete il libro di Diana J. Torres, ma sappiate che la forma del vostro desiderio liberato è quel mistero inconoscibile che ancora oggi vi spinge a ballare.

 

 

 

 

 

– Testo Agnese Trocchi –

Usi & Abusi… di potere!

Pubblicato il aprile 30, 2014

L’esercizio del potere è proiezione dell’ancestrale, della terribile angoscia che ogni Uomo prova al pensiero di non essere, di non esistere se non in una personale considerazione di se stesso. Paura senza nome del nulla cosmico che si concreta nell’implosione, che sprofonda nello sconfinato limbo dell’ignoto.

 

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La bramosia del potere, madre di ogni integralismo egoistico, di ogni aberrante, colpevole indifferenza, di ogni bieco misfatto compiuto ai danni di qualcuno “altro”che – come noi – ha la grande colpa di togliere spazio, di aver sbagliato latitudine o dimora, insomma di essere al mondo; affligge e divora.
Il potere può articolarsi in varie forme, può venire esercitato, camuffato, inflitto in vari modi, attraverso molteplici canali: confondendo il becero autoritarismo e la consona autorevolezza, l’acquisizione del rispetto generato dalla stima e la paura in- dotta dalla vile violenza.

La storia dell’Uomo è costellata di vari personaggi appartenenti alla “risma” come all’eccellenza. All’elevazione o all’abbrutimento. Gente che come Gandhi ha cambiato la storia nel segno della giustizia e dell’altrui rispetto, o come la piccola suora polacca dal carattere forte fino all’irruenza, che denunciando ogni abuso, a partire da quelli del clero, portava conforto e dolcezza ai miserabili della terra.

 

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Oppure deliranti di onnipotenza come Hitler, Stalin, Gheddafi: gente capace di mistificazione, di vessazione, di efferata violenza fino ad arrivare a sterminare il proprio popolo per soddisfare i mostri della loro follia. O come Kim Jong-Un, il giovane dittatore Nordcoreano che diede in pasto ai cani suo zio e fece uccidere la propria fidanzata confinando in un lager la, di lei, famiglia e polverizzò un avversario sparandogli contro una palla di cannone.
Ecco soltanto pochi esempi di quanto la mente umana può generare distorcendo, temendo, manipolando la “realtà”fino a creare allucinanti microcosmi.
Usando ed abusando di se stessa.

Quando la tela dell’artista È la sua unica casa

Pubblicato il aprile 30, 2014

“Preferisco fissare le tele sul muro o sul pavimento. Ho bisogno dell’opposizione che mi dà una superficie dura. Sul pavimento mi trovo più a mio agio. Mi sento più vicino al dipinto, quasi come fossi parte di lui, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorarci da tutti e quattro i lati ed essere letteralmente “dentro” al dipinto”.

 

 

 

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L’arte non si tocca. L’arte piccolo grande serbatoio di creatività e maestosità riesce a catalizzare lo sguardo dell’osservatore a volte distratto, a volte perso. C’è chi ci credeva e chi invece ha fatto dell’arte la propria vocazione e, dall’uomo semplice che era, è diventato un artista a 360°.
In realtà tutti possono essere artisti, ma quello che conta davvero è sentirsi tale. Un artista, o almeno chi aspira a esserlo, deve, attraverso la tela, affascinare, catalizzare, coinvolgere il proprio pubblico, i suoi seguaci, i suoi sostenitori che, una volta colpiti da quello che vedono impazziranno come quasi fossero ragazzini estasiati durante un concerto rock.
Se l’artista riesce in questo allora si è conquistato di diritto l’aggettivo di uomo potente che riesce, diventando padrone della sua arte a realizzare un’opera grandiosa.
Andando avanti, il potere artistico si impossesserà di voi e vi renderà magici. Questo potere “amico”, insito dentro l’artista stesso, è un potere superiore, versatile, un potere che può colpire quell’osservatore a volte distratto, a volte perso e catturare la sua attenzione sotto molteplici punti di vista, e, una volta conquistato, quel potere che viene sprigionato dall’arte stessa ti fa rimanere imbalsamato davanti a quella benedetta tela.
L’America intera lo conosce benissimo e anche il resto del mondo: Jackson Pollock non può non essere conosciuto, perché la sua arte è unica e rivoluzionaria. La rivoluzione stessa è anche il potere di un artista, la sua forza.
Il senso del potere artistico in Pollock, non solo può essere un’arma tesa e affilata che sprigiona bellezza, ma anche un mezzo per portare avanti un proprio pensiero e soprattutto trasmettere la propria volontà al fruitore dell’opera in questione.
Le etichette non sono mai piaciute a nessuno, a Pollock tanto meno. Nonostante questo, la critica mondiale ha accostato l’arte di questo genio americano alla cosiddetta “action painting”, una tecnica di pittura che consiste nel dipingere la tela con ampi e veloci movimenti del pennello: attraverso la dinamicità di questo strumento e lo sgocciolare del colore, l’arte prende vita.
L’innovazione più importante di Pollock, all’interno di questo rapporto tra il colore e la tela si cela con l’utilizzo della tecnica chiamata “dripping”, “gocciolamento”: una vera e propria danza del colore che attraversa tutta la dimensione del lenzuolo bianco che viene tinteggiato attraverso gesti quasi coreografici. Le parole danza, coreografia, colore, tela non sono casuali quando si parla dell’Arte di Pollock.
Le opere così realizzate si presentano come un caotico intreccio di linee e macchie colorate, con una totale assenza di organizzazione razionale. Molti pensano invece ci sia una tecnica ben precisa e studiata in questo tipo di azione e che ogni colore, ogni tratto, ogni linea sinuosa abbia un significato.
La pittura è azione, sempre e, nel caso di Pollock non si può non rimanere sconvolti, innamorati, davanti alle sue creazioni.
Il potere della sua arte sta proprio in quello che egli riesce a trasmettere in ogni singolo lavoro. In ogni creazione l’osservatore si ritrova in una dimensione diversa e le emozioni che prova si alternano: dalla forza all’energia, dalla passione al caos più totale. Tutti gli stati dell’intimità umana possono essere toccati seguendo solo uno di quei tanti tratti gocciolanti di quella tela, il segreto sta nel non perdercisi dentro.
Pollock dedica una vita intera, non lunghissima purtroppo, alla pittura non tradizionale, rivoluzionaria sì, volta a toccare l’estremo, il selvaggio, alla scoperta del diverso, del particolare, fuori dalle righe. Il risultato è stupefacente.
Il potere era insito in Pollock: l’ha portato alla ribalta ed ha segnato la sua carriera come artista lungimirante che ha innamorato e sconvolto, in positivo, il mondo intero.
Facendo un passo indietro, se l’espressionismo astratto è in sintesi la combinazione dell’intensità emotiva e auto-espressiva degli artisti stessi, cui però si deve aggiungere un’immagine di ribellione, anarchica, idiosincratica e, secondo il pensiero di alcuni, talvolta nichilista, allora si può perfettamente capire come l’arte stessa non abbia solo il fine di donare bellezza, ma anche un altro valore ben preciso: quello di comunicare.
La comunicazione è potere; l’arte è una forma di comunicazione potente e di conseguenza l’arte stessa ha il potere di comunicare, deve farlo. Nemmeno questa volta le parole sono prese a caso.
Osservando in modo più approfondito l’espressionismo astratto ci accorgiamo come questa tecnica ha delle caratteristiche comuni, cui lo stesso Pollock fa riferimento nei suoi lavori. La predilezione per le ampie tele in canapa, l’enfasi per superfici particolarmente piatte, e un approccio a tutto campo, globale, grande, immenso, nel quale ogni area della tela viene curata allo stesso modo, fa capire come tutto è importante: non c’è un punto, un colore, una linea più in vista, ma tutta la tela è in primo piano, protagonista.

 

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La grandiosità dell’artista sta nel partire da questi presupposti stilistici e rendere la tela stessa un’opera nuova, inedita, meravigliosa, un mare in cui l’osservatore possa immergersi senza affogare. Il colore deve esaltare l’osservatore, non soffocarlo.
In ogni tela l’osservatore può ritrovare se stesso, un suo percorso e cercare di capire dove questo conduca. Quelle curve violente hanno sconvolto per un attimo il tuo animo e ti hanno dato un assaggio di un’azione nuova inesplorata, e, in quel momento, ti senti rilassato, assorbito e non vuoi più andare via.
“Quando sono “dentro” i miei quadri, non sono pienamente consapevole di quello che sto facendo. Solo dopo un momento di “presa di coscienza” mi rendo conto di quello che ho realizzato. Non ho paura di fare cambiamenti, di rovinare l’immagine e così via, perché il dipinto vive di vita propria. Io cerco di farla uscire”.
C’è una ragione più che valida se geni come Pollock si contano davvero sulle dita di una mano. La difficoltà dell’arte astratta sta proprio nel comunicare nonostante non si abbia un appoggio reale, tangibile su cui basarsi. Con il potere che l’arte è in grado di comunicare, la tela diventa la casa dell’artista e il suo padrone riesce a renderla espressiva, ma anche unica: veramente in pochi riescono in questo intento semi-utopico.
Allora, a chi crede che l’arte sia una cosa per tutti, si può dare questa risposta: l’arte è di tutti, ma non per tutti, e questo vale per tutte le sfide difficili, ecco perché esiste ancora un limite infrangibile tra la banalità, l’ovvietà e l’unicità e la bellezza.
Pollock è riuscito, in un modo tutto suo a rendere il genere artistico dell’espressionismo astratto un modo di vivere, uno stile artistico irripetibile che ha appassionato i suoi seguaci e, nonostante molti ci provino, di Pollock ne resta solo uno, e uno soltanto.

Dalla pornografia al “realismo sessuale”, la rivoluzione cinematografica delle Ragazze del Porno.

Pubblicato il aprile 30, 2014

Alzi la mano chi non ha mai guardato un film porno. Ammettetelo! Anche voi, nell’intimità delle vostre stanze, quando il desiderio monta, la noia vi pervade, la passione si accende, cominciate a cambiar canale in TV cercando del materiale pornografico oppure navigate online alla ricerca dell’immagine giusta, dello spunto che darà libero sfogo alle vostre fantasie.

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Ma chi è che produce e confeziona per noi l’immaginario pornografico?  Molto spesso, anzi spessissimo, sono gli uomini a stare dietro la macchina da presa e a dirigere e produrre i film porno. È un potere sottile ma intrusivo quello di chi produce pornografia, un potere che si insinua tra i nostri fluidi, nei nostri centri dell’eccitazione, decide il ritmo del godimento: la ripetizione dell’atto meccanico è il mantra a cui i piaceri sono asserviti e l’eiaculazione maschile è l’unico traguardo da raggiungere.

La giornalista Tiziana Lo Porto ha riflettuto sulla pornografia e sulla sua produzione in Italia e ha deciso che fosse il momento  di far emergere l’immaginario delle donne. Nasce così il progetto “Le Ragazze del Porno”, dieci registe italiane che si cimenteranno con la produzione di altrettanti cortometraggi pornoerotici. Un progetto per il quale le ragazze hanno lanciato una campagna di finanziamento dal basso su indiegogo realizzando un video-appello che sulla rete è diventato subito un piccolo caso. In fondo tutti sono subito pronti ad eccitarsi quando si sente parlare di donne e pornografia. Ma come starà andando in realtà questa campagna di finanziamento? E soprattutto: ma cosa è la pornografia?
Abbiamo rivolto le nostre domande direttamente alle Ragazze del Porno che hanno risposto nella persona della regista Monica Stambrini.

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C’è tanta confusione attorno al termine pornografia. Per qualcuno è qualcosa che serve ad eccitarsi, per altri è la manifestazione dell’osceno, secondo il dizionario etimologico è l’illustrazione delle attività delle prostitute. Potete definire con esattezza cosa intendete voi per pornografia?
Nell’usare la parola pornografia per i nostri corti intendiamo la rappresentazione della sessualità in modo esplicito, senza censure, sia da un punto di vista visivo che narrativo. Si potrebbe anche definire “realismo sessuale”. 
La sessualità riguarda la vita e l’immaginario di tutte/i, perché la sua rappresentazione dev’essere prerogativa solo del porno e non del cinema?   Nella letteratura e nell’arte… c’è molta più sessualità che non nel cinema – anche perché c’è meno censura. Io credo che il cinema vorrebbe poter raccontare in modo molto più esplicito il sesso, solo che non lo può fare perché cade nella censura che ne limita la distribuzione. 
Ma di nuovo (come negli anni ’60 e ’70) il cinema si sta cominciando a ribellare alle regole e infatti negli ultimi festival di cinema si fa un gran parlare di scene di sesso esplicite in film d’autore.



Perché i corti delle ragazze del porno saranno pornoerotici e non pornografici?
Credo che finché non gireremo i nostri corti sarà difficile dare delle definizioni. Le sceneggiature sono un’indicazione, poi quando si mette in scena una sceneggiatura molto può cambiare. Il confine fra erotismo e pornografia è abbastanza labile e soggettivo. E noi siamo tutte registe diverse, soggetti diversi. Lì è il bello.

Tra le reazioni dell’italiano medio al vostro video-appello per il crowdfunding, sui social network ci sono state le classiche: “A me non mi dicono niente”, “Non me le scoperei”, “Belle tette”. Secondo voi la vostra operazione potrà servire a bastonare lo stordimento culturale di questo soggetto sociale? O non si corre il rischio di creare un prodotto di successo che però non modificherà l’ignoranza dilagante?
Direi che per ora, già il nostro coming out ha modificato qualcosa. Noi, viste come belle o brutte, normali o stravaganti, giovani o vecchie, registe più o meno famose, osiamo esporci. Comunque le critiche erano prevedibili, l’entusiasmo con cui siamo state accolte meno, ci hanno sorpreso. Direi che è già un traguardo, al di là del prodotto – che ci impegneremo di fare al meglio per noi e per tutti quelli che aspettano con ansia e/o scetticismo.

Una pornografia ideata da donne sarà più ricca di personaggi ed emozioni“, dite nel vostro video-appello. I maschi non sono capaci di fare un pornografia ricca di personaggi ed emozioni? È un problema di genere o un problema di domanda e offerta sul mercato?
Io personalmente non credo sia tanto una questione di genere quanto di domanda e offerta appunto. la pornografia è sempre stata vista come un prodotto per uomini, fatto da uomini. Dal momento che il mercato si apre, si apre anche il genere. O viceversa. E sperimenta linguaggi e narrazioni nuove o diverse.

Erika Lust, Candida Royalle, Annie Sprinkle, sono alcune delle donne più celebri che sono passate dal ruolo di attrici porno a quello di registe del porno. Mettersi dietro alla   telecamera è una presa di potere? Avete anche voi una storia simile? E in che modo il vostro porno si relaziona con il loro e con quello di tutte le donne che fanno già pornografia?
Mettersi dietro ad una macchina da presa è una presa di potere enorme. Le donne illustri che hai citato ne hanno dato piena dimostrazione. Loro sono pioniere, e lavorano dal di dentro dell’industria del porno. Noi arriviamo da tutt’altro background ma ovviamente anche a loro ci siamo ispirate, ci hanno dato coraggio. Io ho una passione particolare per Annie Sprinkle – sta veramente facendo delle cose molto belle e anche politiche, con ironia.

Una pornografia diversa sarà ancora pornografia?
Non son fatta per le definizioni. Non lo so, questione di moda.

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A marzo avete lanciato una campagna di finanziamento su indiegogo per produrre la raccolta dei 10 corti. A circa un mese dal lancio dell’appello, come sta andando la campagna?
Allora, proprio oggi abbiamo fatto un ragionamento sulla questione: ad oggi mancano 37 giorni e abbiamo 3300 euro su 15000 che chiediamo per girare (spesando solo le spese vive) i 3 corti che lanceranno il progetto di lungometraggio fatto di almeno 6 corti. Diciamo che la nostra colletta online, ovvero il crowdfunding https://www.indiegogo.com/projects/le-ragazze-del-porno/x/5464697#home non sta andando molto bene paragonato alla visibilità che abbiamo avuto (in Italia) come ragazze del porno. Forse anche solo perché non tutti capiscono come fare a mettere soldi su un progetto online. Stiamo infatti pensando di fare dei tutorial, ma a breve perché a fine maggio è già finita. Comunque invece in parallelo, senza strategie, abbiamo fatto una vendita di opere di artisti vari, Art for Porn, che è andata molto bene, e ne faremo altre anche a Milano forse Bologna e Venezia. Art for Porn è stato un bellissimo evento e la solidarietà fra artisti (esattamente come stiamo facendo noi registe-ragazze del porno fra di noi) di questi tempi è particolarmente incoraggiante.

Ultima domanda: il direttore irresponsabile vorrebbe partecipare in (s)veste di attore… Si può?
Certo. Faremo dei provini aperti a tutti gli interessati, non solo ad attori, fra giugno e luglio. Fra Roma e Milano, per ora. Vi faremo sapere sui nostri siti le date precise.

 

https://www.indiegogo.com/projects/le-ragazze-del-porno/x/5464697#home
https://www.facebook.com/lrdpms
http://www.leragazzedelporno.org
twitter   @ragazzedelporno

– Testo Agnese Trocchi –

Riserva Urbana

Pubblicato il aprile 30, 2014

Mato Wambli, Eagle Bear, meglio conosciuto come Frank Fools Crow, Nonno Frank.
QUESTO È UNO DEI LIBRI SUGLI INDIANI D’AMERICA che più mi ha appassionato.
 Frank Fools Crow. Capo Cerimoniale dei Sioux Teton, di Thomas E. Mails, edito da Xenia Edizioni.
Titolo originale: Fools Crow, edito da University of Nebraska Press-Lincon, 1990.
È la storia di un’amicizia tra un Uomo Sacro Lakota e un Luterano, scrittore, pittore, illustratore. Il libro è nato per volere di Wakan Tanka, il Grande Sacro.

 

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È commovente perché Fools Crow confida all’amico le peripezie compiute dal suo popolo per adattarsi e non soccombere, mantenendo vive le loro tradizioni soprattutto quando i loro riti erano vietati per legge dal “wasichu”, l’Uomo Bianco.

È divertente, perché nelle avversità i Lakota hanno dato sempre il meglio di sé. La loro ironia è leggendaria.
Frank Fools Crow descrive memorabilmente nel dettaglio a Thomas E. Mails la sua intensa vita, le sue ricerche di visione, il suo apprendistato come Uomo di Medicina, le guarigioni fisiche, i suoi viaggi all’estero, il suo lavoro al cinema. Parla all’amico del rapporto con la Pipa, l’oggetto più sacro per le Nazioni delle grandi pianure. Essa è principalmente uno strumento di preghiera. In lingua Lakota, Chanupa.
Secondo la tradizione,la Pipa era stata donata al Popolo dalla Donna Bisonte Bianco.
Wakan tanka, il Grande sacro è l’espressione della forza soprannaturale che permea l’universo, le persone e le cose.
La chiave della cultura dei Lakota è la religione o meglio la spiritualità.

Nonno Frank ha incarnato i valori tradizionali. È stato un Uomo di medicina per tradizioni familiari, guaritore formidabile: ci sono migliaia di testimonianze al riguardo.
Concludo l’articolo con le parole di Mato Wambli, Eagle Bear, meglio cono- sciuto come Frank Fools Crow, Nonno Frank:

Le Colline sono la nostra chiesa, i fiumi e il vento, gli alberi e tutte le cose viventi sono la nostra Bibbia. La natura è Dio. Dio è la natura: tutta la nostra vita, il nostro governo, la nostra spiritualità derivano dalla contemplazione di queste cose”.

 

Nonno Frank, le tue parole mi hanno fatto piangere e ridere, sei nato nel 1890 e dead nel 1989 e sei vissuto in umiltà, non sei mai stato arrogante neanche con gli Uomini Bianchi arroganti. Hai ricevuto da Wakan Tanka il potere di guarire le persone, di qualsiasi razza, di parlare alla natura ed agli animali. Nonno Frank, Uomo Sacro dei Lakota, hai fatto tante cose straordi- narie.
Grazie, soprattutto perchè non hai sprecato il dono ricevuto in Visione.

Camera Oscura… il nuovo disco dei Medulla

Pubblicato il aprile 16, 2014

È uscito il 14 marzo 2014 “Camera Oscura” il secondo disco dei Medulla, band milanese formata da Michele Andrea Scalzo, Carlotta Divitini, Marco Piconese, Giuseppe Brambilla. Il disco contiene 12 brani, con testi curati che tendono al cantautorato ben mescolati ad arrangiamenti rock. Una Camera oscura, appunto, con dodici istantanee da sviluppare, che ritraggono il mondo interiore di ognuno di noi, o almeno questo è il tentativo della band. 


Abbiamo deciso di incontrarli per fare due chiacchiere tra teatro, dark, rock ed ex ospedali psichiatrici abbandonati

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Presentatevi a chi ancora non vi conosce?

Ci chiamiamo Medulla, band di Milano attiva da fine 2008: Giuseppe Brambilla alla batteria, Marco Piconese al basso, Carlotta Divitini al piano-synth-tastiere e Michele Andrea Scalzo, chitarra e voce.

Camera Oscura è il vostro secondo disco, cos’è cambiato dal primo disco (Introspettri, 2010)?


Rispetto a “Introspettri” c’è sicuramente una differenza di suono e arrangiamenti.
La chitarra resta indietro, non ci sembrava più così fondamentale puntare tutto sui riff di chitarra. Quindi è cresciuta di importanza la sezione piano-synth.
E per quanto riguarda le ritmiche, Giuseppe (batteria), con la sua esperienza ci ha aiutato a trovare nuove vie per arrangiare i brani.

Testi molto curati, tendenti al cantautorato, con arrangiamenti decisamente rock, anche se in quest’ultimo lavoro mi sono sembrati più addolciti; difficile collocarvi come genere, voi come preferite essere definiti?

Noi preferiamo non definirci! Ma se proprio dobbiamo, potremmo dire semplicemente: dark rock italiano (tanto qualcuno avrà da ridire anche su questo [ride]).

Il disco nel suo complesso può essere considerato un concept, un’analisi introspettiva traccia per traccia, quanto c’è di personale in quest’album? Siete soddisfatti del risultato finale?

Tutto. Anche ciò che è stato scritto dopo osservazioni esterne è stato messo a fermentare in una rielaborazione, cercandone vari punti di vista, e lasciando al tempo il tempo di dire la sua.
Ci sono canzoni che hanno avuto gestazioni lunghe, altre invece hanno avuto una prima stesura durata pochissime ore.
Il lavoro di studio non ti permette mai di esser completamente soddisfatto, ci vorrebbero tasche che non conosciamo [ride] per poter essere completamente soddisfatti. Ma sì, siamo arrivati ad un punto in cui abbiam detto: siamo soddisfatti del lavoro.

Come mai avete scelto Filastrocca come primo singolo?

Perché è il pezzo con meno compromessi dell’album, e racchiude un po’ dell’aspetto teatrale che portiamo nei concerti.
Il senso d’emarginazione rispetto agli standard musicali richiesti attualmente in Italia lo avremmo vissuto anche portando brani più semplici, come “Il Limite” ad esempio. Tanto vale.

Il video di Filastrocca è stato girato all’ex manicomio di Mombello, sembra un posto molto suggestivo, che posto è? Ne conoscete la storia?

La struttura di Mombello è molto ampia, ci sono molti ambienti, diversi settori. Ci siamo informati sulla sua storia e come luogo è proprio quello che cercavamo per ambientare le nostre canzoni. Ma se vi capita di farci un giro potrete vedere che è una storia che si stratifica ancora oggi.

 

Potete già annunciarci quale sarà il prossimo video?

Certo che sì! Abbiamo girato qualche settimana fa il video de “La bestia”, prima traccia dell’album!

 

Su quali coordinate musicali si collocano i Medulla? Diteci quali sono i vostri punti di riferimento

È difficile parlare di punti di riferimento perché di fatto non abbiam nel comporre ed arrangiare una direzione rispetto a qualcuno che ascoltiamo.
Un esempio banale: dopo un concerto una persona è venuta a dire a Michele: tu ascolti tantissimo i Sister of Mercy! E lui ha risposto molto ingenuamente: chi? Poi il giorno dopo è andato ad ascoltar ed effettivamente alcuni brani del primo album sembravano proprio loro figli.
Abbiamo fondamentalmente un ascolto molto eterogeneo tra noi quattro, dai Nirvana a Beethoven. Ma nei nostri pezzi non si sentono i Nirvana quanto Beethoven, non oseremmo mai avvicinarci a figure tanto importanti.

 

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Il vostro live è molto “teatrale”, nasce dalla passione di qualcuno della band per questa forma d’espressione? Le canzoni prendono spunto anche dal teatro?

Michele ha fatto teatro per un po’ di anni e quando ha fondato la band gli è venuto naturale unire le due passioni.
I testi certamente prendono spunto anche da quel mondo fatto di un palco su cui si può dire molto, perché in teoria “si sta fingendo”.
Il teatro ha in se stesso un gioco di specchi tra verità/finzione che permette molto, soprattutto dal vivo.

Dateci qualche link per tenervi sotto controllo

http://www.medullaitalia.com

http://www.facebook.com/medullaitalia

twitter.com/medullaitalia

 

 

 

 

logo astarte

Alteria: il nuovo live video di 5uck My Soul!

Pubblicato il aprile 16, 2014

ALTERIA ha pubblicato “5UCK MY SOUL”, videoclip ufficiale del nuovo singolo tratto dall’album enCORE, uscito lo scorso dicembre e già entrato in classifica con il singolo “Sickness”.   

5UCK MY SOUL è il video più raw, immediato e autenticamente rock finora pubblicato da ALTERIA. Su una base live, filmata dal regista Michael Gardenia (Destrage, Elvenking) appaiono flash di testo in sovraimpressione.

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“5uck My Soul” racconta di tutte quelle persone, situazioni che vogliono tirarci giù, succhiarci l’anima nella vita, nei rapporti personali e nel lavoro.”

— spiega ALTERIA e aggiunge, a proposito del titolo del brano —

“Volevo essere provocatoria e il più diretta possibile. Non c’è spazio per l’interpretazione: vuoi succhiarmi l’anima? Succhia e divertiti. Sei un killer, mother f#cker. Direi che più netta di così non potevo andarci”

Un video diretto ed essenziale, ma con un’energia esplosiva che trascina e invoglia a reagire con tutte le forze a ciò che disturba e distrae.

 

 

 

 

 

 

 

Video Credits:

Produced by Alteria & Fernando de Luca

Directed by Michael Gardenia

Editing and Animation: Andrea Scaringello

Camera operator: Matteo de Bernardi

Com’è triste La Habana

Pubblicato il aprile 16, 2014

Com’è triste La Habana

fra beat digitali e finanza

Com’è triste La Habana

occidentale e accidentale

senza un tavolo colmo di lattine ubriache su tavoli di incoscienza al Bar Sofia

Com’è triste La Habana

permissiva

mondana

senza contrabbassi a braccetto

e pedali

pedali e autostop

saccente e inodore… senza mulini a vento

Com’è triste La Habana

senza sè,

senza ma e senza se

…e senza ME

Bucanero ed inni di delirio tascabile in 70 cl

fuggìti

e ciocche sfuse di tabacco sfuso su lingua calda e accondiscendente

via via via… adesso non è

Com’è triste La Habana

cosciente e vincente

com’è triste

La Habana

 

 

foto

Foto by Ginaski Wop

La Pasqua secondo Clint

Pubblicato il aprile 11, 2014

Il barrio degli sconosciuti che poi diventano più importanti dei parenti…

Riflettendo sul concept di questo mese mi è venuto subito in mente che esistono vari modi di interpretare il barrio ovvero il quartiere.

Spesso associamo il concetto di quartiere ad un qualcosa di positivo, piccole realtà, nuclei famigliari che convivono negli stessi spazi e condividono le loro esistenze in (più o meno) armonia.

Un esempio antitetico che però crea una “scuola” a parte può essere il quartiere di Clint Eastwood in “Gran Torino”.

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Uno spazio periferico, a tratti non molto raccomandabile (baby gang e delinquenza), un tracciato perfetto della realtà americana in cui tutti vivono nel loro recinto ma non sanno e non vogliono sapere chi c’è di fianco o di fronte a loro.

Walt Kowalski è un uomo pieno di rancore e di odio. Ha appena perso la moglie e si ritrova a combattere con il dolore della perdita e della solitudine. Solo. I figli sono indefinibili (meglio scrivere così per non iniziare con gli insulti): lo trattano da deficiente, se ne fregano altamente della sua condizione, cinicamente proseguono i loro affari e lo vorrebbero controllato e controllabile in una casa di riposo (questo mi ricorda un altro film, “Up”).

Il personaggio di Eastwood sembra “tutto d’un pezzo” ma è più complesso di quello che sembra. Inoltre si chiama, non a caso, Kowalski come il protagonista di “Quel tram chiamato desiderio” che vedeva protagonista un Marlon Brando all’apice della sua carriera.

Kowalski è in parte la sintesi dei film interpretati da Eastwood: lo ricordiamo sempre come il duro dagli occhi di ghiaccio che non si piega mai al volere altrui e vive a modo suo in un mondo che lo emargina.

In parte anche questo Kowalski è così: da “buon” veterano della guerra in Corea proprio non sopporta i suoi nuovi vicini, una famiglia asiatica di etnia Hmong, allontana malamente il giovane parroco che cerca di portargli conforto per la morte della moglie e persino gli insulsi figli.

Preferisce vivere il suo dolore rinchiudendosi nella “casa museo” (della felicità con la moglie), bere tutte le birre che vuole in veranda con l’amato cane. Sarà invece il mondo a scontrarsi con lui quando incontra i vicini di casa asiatici e un po’ “caciaroni” che turbano la sua quiete.

Il ragazzino Thao e la sorella Sue sono perseguitati da una baby gang e le vicende conflittuali un bel giorno capitano proprio nella proprietà di Kowalski. Da quel momento anche se con un po’ di riluttanza iniziale il granitico veterano si affeziona a quei ragazzi tanto da cercare di salvarli dalle violenze dei piccoli delinquenti di quartiere. Walt riscopre cosa vuol dire amare arrivando al sacrificio estremo per il bene dei due giovani.

Questo finale un po’ cristologico è stato molto criticato in patria (troppo buonista secondo la critica americana) ma credo che in questa risoluzione inaspettata delle vicende dei protagonisti sia insita la vera forza del film. Eastwood rimane sempre il ruvido regista che non vuole autocompiacimento e autocelebrazione. Lui racconta storie e nei suoi film sono le storie e non l’estetica a farla da padroni. È scarno, essenziale, ed i colori sono le mezze tinte della vita quotidiana delle persone normali. E altrettanto sono scarne le musiche composte dal figlio (“O Sole mio” rifatti al pianoforte!). L’occhio del regista è un testimone oculare apparentemente obiettivo di quello che avviene in un giorno qualunque in un posto qualunque. Ma è appunto questa mancanza apparente di pretese che è la forza di tutti i lavori di Eastwood.

Clint Eastwood è il regista del sapore autentico (anche se non sempre piacevole) della vita e la sua essenzialità ci permette di scavare nell’animo umano dei personaggi ma anche nei nostri cuori.

Anxiety, Panic and Homeopathy

Pubblicato il aprile 10, 2014

Anxiety in its various forms and clinical presentations often represents a universe against which even experienced doctors and therapists end up giving up.
Where does anxiety come from? Are we born this way? Do we become anxious? Is it a combination of both hypotheses? How can we objectively measure the degree of anxiety that an individual feels at a given moment?

 

Omeopatia

                Homeopathic pellets

Conventional medicine offers measurement systems, diagnosis and therapy.
But are we sure that the approach is effective? What answer would we get if we were to ask a person being treated for anxiety disorders “how do you feel?”.
Can a therapy (whatever it is) not take into consideration the perception and sensation that it causes a person to whom it is prescribed?
This is not the place to go into detailed discussions, nor do we want, in just a few lines, challenge the international “guidelines”, which are often effective.

The aim is to make an observation based on the direct experience coming from listening to the individuals who suffer from anxiety disorders, before giving them a cure.
And the first consideration crossing my mind is that anxiety is hardly measurable from the outside.
The old masters of medical semiotics say that only one kind of pain is mild and easily tolerable: that of others.

Another consideration: anxious individuals take prescribed drugs quite often, to take away the symptoms, but these persons remain, basically, anxious individuals.
Another side effect of these drugs is that they tend to flatten all emotional reactions, pulsions and sensations that form the emotional life of the subject and which are often confused with the term anxiety.
Is it really so bad for a teenager at his first date with the girl of his dreams to have his heart in his throat?  Or for that soccer player to feel a little scared before a penalty? Or for an artist to feel butterflies in his stomach at the view of a crowded theatre waiting for him?
Perhaps the right approach should be aimed at correcting the unpleasant and debilitating parts in terms of individual and social life quality, without anesthetizing the emotions with which a person is born and which are an important part of their daily life.
Homeopathy aims to achieve this balance, often by working in combination with other means, such as psychology .
Homeopathic medicine recognizes that one can be born predisposed to anxiety (diathesis or miasma). Social, nutritional and environmental infuences will then act on the development (or lack of development)  of such anxiety.

Here is a short list of the main remedies for the treatment of anxiety, always considering that it is essential to consult an experienced homeopath and that it is not correct to suspend conventional therapies without the supervision of a competent physician:

Ignatia Amara: one of the most widely used remedies against anxiety syndromes. The symptoms are paradoxical and ever-changing, often with initial insomnia (difficulty sleeping) . It’s a natural sedative .
Argentum Nitricum: anxiety and tremors, jactitation, anticipatory anxiety with fear that something bad might happen, fear of being late, agoraphobia, panic attacks.
Gelsemium: as Argentum Nitricum, but more shaky. Also, during the anxiety attacks, the subject freezes.
Aconite: tachycardia and a feeling of imminent death or fear of having a heart attack in progress. Panic attacks.
Pulsatilla is the remedy for “sheeps”. Emotional  people, hypersensitive ones, those who feel abandoned by the people they love and by whom they want to be loved. Prone to crying, they love to be comforted with hugs and caresses.
Arsenicum Album: People who feel anxious about their health. Hypochondriacs. Asthenic and weak ones.
Nux Vomica: This is for the stressed manager, the actor who has to always give its best, the  person who must be performing to the maximum.
Often abuser  of stimulants or alcohol and smoking. Sometimes compulsive eater.
Can be restless and wake up in the middle of the night thinking about what he will do tomorrow. Cramping and abdominal pain.

 

 

 

– Dr. Alfonso Tramontana –

– Translated by Erika Grapes –

ROYAL BRAVADA

Pubblicato il aprile 10, 2014

Fortemente influenzato dal brit-pop e dall’indie-rock dei 2000, il progetto Royal Bravada (Prismopaco Records di Diego Galeri) nasce nel 2012 in quel di Monza con la pubblicazione dell’ep “Black Bones”.
Dopo un anno di duro lavoro, dopo aver condiviso il palco con band come I Ministri (@Un Tranquillo Weekend da Paura, 2013) e Fratelli Calafuria (@Brianza Rock Festival, 2012), Royal Bravada presenta il suo primo album omonimo: la colonna sonora di una generazione giovane, travolgente, impulsiva, sregolata, che ama ballare, cantare, ridere e piangere non necessariamente in momenti diversi.  Un totale di dieci brani per un’attitudine che non ha nulla da invidiare alle release straniere. Dopo un’esclusiva streaming con Deezer Italia, che vede la band tra I primi posti della classifica “alternative” con il brano Round The Corner, e un’esclusiva video con Wired.it, il disco esce ufficialmente su tutti gli stores digitali per Prismopaco Records, l’etichetta di Diego Galeri.

Royal come regale, Bravada come arrogante spavalderia. “Royal Bravada è difficile da spiegare. È un ossimoro. Royal è Doctor Jekyll. Bravada è il nostro spirito incontrollabile e un po’ folle, il nostro Mr. Hyde.”

 

Bravada

Royal come regale e bravada come spavalderia. Una musica elegantemente brit mescolata di garage rock.

È una scelta ragionata?
Chiamare il nostro genere indie-rock è coerente con il fatto che siamo indipendenti e rockers, ma potrebbe essere riduttivo per descrivere la musica che facciamo. Il nostro obiettivo è creare musica originale e soprattutto coinvolgente. Vi sembra garage mescolato a brit-pop? Può darsi…. Ma l’importante è che vi piaccia e che le canzoni vi facciamo sognare.

Quali sono i vostri punti di riferimento, in ambito musicale e non?
Per quanto riguarda la musica: fra le nostre influenze vi sono artisti di ogni genere. Siamo in 5 e ascoltiamo molta musica diversa, dai classici alle chicche del passato al rock contemporaneo e all’elettronica. Non abbiamo modelli ben definiti, componiamo in modo molto istintivo. Gli artisti (musicisti e non) che ci piacciono sono quelli che hanno il coraggio di ambire al successo e che fanno tesoro delle critiche. Cerchiamo di essere così anche noi.

Siete usciti con un’esclusiva video per Wired, e con il disco in anteprima streaming per Deezer.  Ora siete nella classifica “alternative” di Deezer in ottima posizione. Quali saranno le prossime mosse?
Le prossime mosse? Stiamo girando un altro video segreto ☺ e continueremo a suonare sempre di più quindi seguite gli aggiornamenti delle nostre pagine (soprattutto face book). A medio termine? Suonare in un bel festival estivo.

Come vi siete incontrati, quanti anni avete, com’è nato il progetto?
Ci siamo incontrati due anni e mezzo fa con l’intenzione di fondare i RB e di fare musica inedita che catturasse l’attenzione del pubblico, non ci vergogniamo di dire che vogliamo piacere a tutti (abbasso gli snob!). Abbiamo tutti dai 24 ai 27 anni. Prima ci conoscevamo poco (tranne Trizzino e Luca, amici da una vita). Dalla prima sessione di sala prove abbiamo sprigionato un’energia inesauribile e ciò ci caratterizza molto. Chiedere a chi viene a sentirci live per credere. Dal vivo siamo una bomba ad orologeria.

Cosa succede ai vostri live? Perché vale la pena venirvi a sentire dal vivo?
Ai nostri live si viene investiti da una forza di suoni avvolgenti che fanno vibrare i corpi e le teste. L’energia che sprigioniamo si riflette sul pubblico che ce la rimanda indietro con ancora più carica! Il nostro mantra è suonare per far scatenare ed innamorare (non solo di noi ☺) chi ci sente.

Come nascono le canzoni dei Royal Bravada?
La composizione varia da canzone a canzone. Alcune nascono da melodie di voce di Albi, altre da riff dei chitarristi o da improvvisazioni delle dita magiche di Tony. Vige la democrazia più assoluta: tutti sono leader, nessuno comanda senza l’appoggio degli altri. Ogni tanto questa democrazia ci fa essere “5 galli in un pollaio”, ma è il modo migliore per far fluire le idee senza freni. Le nostre sessioni di composizione sono sempre divertenti perché ognuno è davvero libero.

 

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Di cosa parlano le vostre canzoni?
In poche parole? Di sogni spavaldi (Secrets) amicizia (Thieves Friends), amore, tradimenti (Round The Corner, Black Bones) e speranza per un presente e un futuro migliore (Hold Fast)… ma anche di malinconia, dolore (The Wolf). Riversiamo nei nostri pezzi tutte le nostre emozioni. Lo facciamo senza farci troppi problemi e senza “tirarcela”…. Ma la vera domanda è: Voi cosa provate nell’ascoltare i nostri brani?

 

Il video di Hold Fast racconta una giornata al computer, persi nei social network. È questa la vita della vostra generazione?
Il video vuole essere una provocazione. La tecnologia e i social network sono armi a doppio taglio e spesso prevale la brutta faccia della medaglia, quella che ci rende freddi e distanti, chiusi nella nostra corazza fatta di tutto ciò che di noi vogliamo condividere. Hold Fast è un monito a godersi la vita: log out & hang out! Torna ad essere te stesso, non essere schiavo della società virtuale.

Oggi sono moltissime le uscite discografiche in un mercato libero e alla portata di tutti, e cresce il bisogno di “fare la differenza”. Pensate che basti la musica?
La musica è condizione necessaria ma non sempre sufficiente. Oggi bisogna curare l’immagine in modo maniacale se si vuole essere sulla cresta dell’onda. E’ questione di un attimo perdere l’attenzione del proprio pubblico. Sicuramente è più difficile vivere con la musica rock oggi rispetto a vent’anni e più fa. Colpa anche della facilità con cui ogni ragazzino/a può comporre “musica” con il proprio computer o mac. Si è persa molta sensibilità nei confronti del lavoro creativo che una band fa. Spesso non ci si rende conto della difficoltà di accordare 5 stru-MENTI! Il pubblico è sempre meno sensibile alla musica e (ahimè) troppo sensibile all’immagine. But that’s how the story goes!

Gli indumenti perfetti da indossare sul palco, per i Royal Bravada.
Black, skinny. Indossiamo cose che non abbiamo paura di rovinare versandoci sopra il gin tonic.

 

 

 

 

 

PASAJE ESPERANZA – (di Herbert Reyes) –

Pubblicato il aprile 2, 2014

Don Juanito, filosofo e costruttore.

 

Il Pasaje Esperanza si trova verso ovest rispetto al centro storico della città di Guatemala. Sono rimaste conservate molte facciate di abitazioni costruite fra il 1920 e il 1930. Don Juan – capomastro – fu quello che ha costruito molte delle case che sono sopravvissute al terremoto del 1976 che distrusse quasi completamente le case del quartiere e della zona, quando molti di noi erano appena nati. Con l’arrivo del treno, il barrio cambiò nome in Barrio L’Eremita di Gesù [ Barrio La Ermita de Jesús] per la sua vicinanza con la chiesa del Gesù Nazareno di Candelaria.  por la próximidad que tenía a la Iglésia de Jesús Nazareno de Candelaria. La Ermita era il nome della stazione.

 

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Don Juan si costruiva i mattoni di fango, paglia e acqua da solo, insieme ad alcuni ingredienti che teneva segreti fra quantità e misure.
Ad oggi sono poche le facciate rimaste dal lavoro di Don Juan. Molte famiglie emigrate verso gli Stati Uniti hanno restaurato le loro vecchie case dopo il terremoto. Molti dei bambini del barrio hanno aiutato Don Juan durante le vacanze. Lavoravano per monete da cinque centavos al giorno che a quei tempi servivano per comprare dolcetti e bibite, perlopiù lavoravano per divertimento e per apprendere un mestiere per il futuro. Don Juan morì all’età di 102 anni, verso il 1985.

Chissà che cosa avrebbe pensato Don Juan della migrazione interna degli ultimi venti anni, famiglie che si addentrano nelle città per esporre la frutta e la verdura fuori dalle proprie case per venderle al pubblico per aiutare la scarsa economia e per permettere alle donne di casa di fare acquisti all’ultimo minuto per non andare fino al mercato. Molti altri servizi ambulanti sono ancora sopravvissuti, anche se perlopiù stanno gradualmente scomparendo: zappatori, arrotini, venditori di frutta e semi.

 

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Uno dei mercati più frequentati dalle madri è il Mercado Colòn y San Martìn de Porres, con migliaia di storie di fantasmi e apparizioni, leggende metropolitane di origine indiana, il Pie de Lana, il ladrone buono che dava ai poveri, l’elfo che legava i lacci agli ubriachi e altre storielle simili. Dentro il mercato ci sono ristoranti, e una scenografia colorata di frutta e verdura, vendita di cereali semplici, vestiti e fiori. All’interno ci sono da pranzo e frutta e verdura colorate scenario, le vendite di cereali di base, vestiti e fiori. Infine una fabbrica di piñatas utilizzate nelle celebrazioni di compleanni e anniversari, di feste per bambini e feste popolari.

I barrios in guatemala sono, quindi, il riflesso di un modello umano che vive nel passato, anche se la gente non lo riconosce, con modi di vivere il quotidiano propri del ventesimo secolo. La tradizione orale è una costante insostituibile nella comunicazione personale e nel commercio, si possono negoziare i prezzi dei prodotti e dei servizi. Gli odori sono particolari per via delle fritture e della frutta di stagione. La gente dei barrios è gente che ha vissuto quasi sempre là e sono rimasti pochi vecchi vicini. Però si conoscono tutti.

 

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“Barrio piccolo, inferno grande” diceva Don Juan, metaforicamente, che oltre ad essere capomastro ha anche detto che le relazioni fra le persone nei quartieri erano come delle buone costruzioni: la misura giusta fra acqua e fango, fra sabbia e paglia, ” un buon mattone è duraturo come una buona amicizia”, dove non vi sono eccessi negli ingredienti e non vi è miseria. Don Juan ha detto più o meno così, di quello che mi ricordo.

– Testo di Herbert Reyes; Traduzione Erika Grapes –

L’uomo del Barrio

Pubblicato il marzo 31, 2014

ESERGO post-temporale

– Conobbi Beto nel 2004, a Centro Habana.
All’epoca, a Cuba, avere un cellulare era ancora un lusso.
Lui, andava in giro con un porta-cellulare nella cintura che fungeva da fontina per il suo serramanico…
10 anni dopo tornai a vivere a Centro Habana… Beto non aveva più il suo serramanico e andava in giro con un cellulare di ultima generazione…
Rapidamente mi fu chiaro che qualcosa era cambiato in quel Barrio! –

L'uomo del Barrio

Beto era l’uomo del Barrio.
Quarantacinque anni, capelli leggermente mossi, brizzolati, pettinati all’indietro, fronte spaziosa, occhi castani leggermente accinati, carnagione olivastra, labbra sottili e voce roca e profonda. Quando parlava lasciava scivolare da ogni ultima vocale un leggero vibrato, come fosse il retrogusto delle parole.
Sempre molto profumato, indossava delle camicie fasciate, sbottonate fino al petto facendo intravedere una sottile catena d’oro con un crocifisso. Pantaloni a tre quarti di giorno e jeans nord americani di notte.
Aveva una gran cura del suo look, tranne che per le scarpe. Amava indossare delle vecchie ciabatte estive che io avevo abbandonato nel ripostiglio di casa in quanto ormai le davo per distrutte. Lui era riuscito a ripararle e renderle come nuove, e da allora non se ne sbarazzava mai, come fossero un bottino pregiato. Non aveva nemmeno dovuto rubarle effettivamente, anzi, aveva compiuto un’ ottima e ben riuscita opera di riciclaggio.
Una grande cicatrice sul polso della mano destra, in ricordo di una vecchia rissa scoppiata quando lavorava presso il Cabaret Palermo come barman, giusto per sbarcare il lunario in maniera più o meno legale, finita con un colpo di machete inferto da una giovane mano inesperta che per fortuna non aveva avuto il tempo di affondare bene il colpo che avrebbe causato altrimenti un’inevitabile amputazione. “E pensare che l’ho cresciuto io quello stronzo. Io gli ho insegnato i trucchi della strada, e guarda un po’ come mi ha ripagato”, ripeteva più volte mentre esercitava i tendini stringendo e aprendo la mano.
Era abilissimo a soddisfare i desideri dei turisti rincoglioniti, che in fondo lui vedeva solo come un business da spremere e intimamente disprezzare, che arrivavano in cerca di sballo e donne giovani poco costose, immaginando di aver trovato il tanto ambito paradiso terrestre. Quel paradiso che avrebbero poi salutato dopo qualche settimana per tornare nei loro squallidi uffici, nel loro squallido Paese e fra le braccia di una famiglia della quale forse non avevano poi così tanta stima.
Uno degli optional di cui andava più fiero era un porta cellulare in cuoio con le cuciture fatte a mano, di quelli che si possono agganciare alla cintura dei pantaloni. Non sono mai riuscito a sapere dove lo avesse recuperato. Il fatto è che Beto non possedeva un cellulare, usava quell’oggetto come fondina per il suo serramanico. Quante volte di ritorno da una bevuta l’ho sentito dire: “Fratello, non sarà un cellulare di ultima generazione, ma ti assicuro che in certi casi con questo si comunica benissimo!”.
Quando ancora lavorava al Cabaret Palermo, spesso andavamo a trovarlo, e dopo la chiusura potevamo godere del privilegio di un club tutto per noi, con uno dei banconi circolari più grandi del mondo costruito intorno agli anni ’50, invitare un po’ di donne e fare gli Humphrey Bogart alle spese dell’ignaro gestore.
Sarà per questo che dopo qualche mese Beto venne licenziato.
“Ma chi se ne frega – ripeteva – tanto io lo facevo solo per dimostrare agli sbirri che un lavoro ce l’ho, altrimenti in questo periodo di repressione verrebbero a rompermi le palle chiedendomi come faccio a mantenermi realmente, visto che sono un disoccupato con precedenti penali. Vediamo che mi invento adesso”.
Era attento e riusciva a carpire in pochi minuti la personalità delle persone che aveva davanti agli occhi. Lui lo fiutava al volo se eri un cagasotto, un debosciato, un pervertito, uno in cerca di qualche striscia e un po’ di sesso, o se eri uno a posto, uno da rispettare.

In genere bevevamo rum, del resto per noi era semplicissimo, a cento metri da casa c’era il nostro El Dorado: La Casa Del Ron!
Entravi e tutte le pareti erano composte da bottiglie di rum provenienti da tutti i Paesi del mondo. Le scansie piene di stecche di sigarette e sigari.
Noi compravamo giornalmente tre o quattro bottiglie di Ron Añejo Oro, due pacchetti di Popular senza filtro per me e due pacchetti di Hollywood Blue per lui.
Quell’Añejo Oro era una goduria, ti faceva sentire disteso, aumentava la strafottenza e rendeva il dialogo più fluido.
Si parlava di musica, di donne, delle nostre rispettive famiglie, un po’ di tutto. Ma i temi che stavano più a cuore a Beto erano politica, fica e alcool.
Lui ricordava i tempi d’oro, quando i soldi non mancavano e quando con una manciata di dollari poteva riservare una bella suite in uno dei più prestigiosi hotel a cinque stelle della città per andarci con una bella donna e bere cockatil preparati ad arte fra un coito e l’altro.
Nonostante amasse sorseggiare rum e mangiare boniato fritto, alle volte si lamentava del fatto che si fosse stancato di bere sempre la stessa roba: “è una vita che bevo rum, questo Añejo Oro sarà anche ottimo ma ci vorrebbe qualcosa di diverso ogni tanto. Cazzo! Dove sono i russi? Che tornino i sovietici e portino Vodka a fiumi. Ormai nemmeno ricordo che gusto abbia”.
Io invece sentivo nostalgia del Gin. Era difficile reperirlo, specialmente se cercavi del buon Gin di marca. Oppure dovevi andare al bar di qualche rinomato hotel e pagare un capitale per bere una dose servita col contagocce.
“Dovresti provare il Beefeater, Beto. Quello si che è un vero Gin. Ma quanto prima me ne farò mandare una bottiglia e ti preparo io dei cocktail che non te li scordi più!”.
Ormai il Beefeater era diventato leggenda. Gli avevo anche descritto l’etichetta e a lui faceva sorridere che ci fosse raffigurata una guardia inglese: “Se una guardia deve vigilarmi anche mentre bevo preferisco sia straniera, così se mi arresta mi porta via da questo cesso”.
La sua voglia di emigrare era sconsiderata ed io vinto dalla curiosità un giorno gli chiesi come mai non avesse mai tentato la fuga come tanti suoi connazionali. Lui senza batter ciglio mi rispose: “Compadre, se vado via non mi interessa andare dagli Yuma, io cerco qualcosa che mi possa arricchire. Anche se non ho studiato, io ho la scuola della strada e sono certo di aver appreso molto più di quei rimbambiti che vanno all’università per studiare ciò che il capo gli impone da cinquant’anni. Con la cultura che mi son fatto, frequentando turisti, puttane e studiando la strada, credo che il vecchio continente sia il mio posto. Io vorrei vedere l’ Europa.  Ho talento e se mai andrò via di qui vorrò cambiar vita. Negli Stati Uniti non potrei mai, sarei visto come l’ultimo dei Tony Montana. Il mio posto è l’Europa!” diceva, mentre io pensavo “il mio posto è proprio qui”. Per una volta ero in disaccordo con il mio amico.

Era da un po’ di giorni che nel Barrio non si vedeva Beto, finché una mattina bussano alla porta. Apro e me lo ritrovo davanti. Eccolo, nella sua posa immancabile: una mano sul fianco destro leggermente inclinato, le sue (mie) ciabatte, pantaloni a tre quarti, camicia sbottonata, il suo inconfondibile profumo.
“Dov’ eri finito Beto?”
“Mi era arrivata voce che un tipo che fa il cameriere al Cohiba ha rubato una fornitura di alcolici. Mi son precipitato e guarda un po’ cosa ho qui per te. Mi è costata 15 verdoni fratello”.
Eccolo lì, l’uomo del Barrio con una bottiglia di Beefeater tappo blu.

Chiamammo subito il Duvi, mio fratello si mise al piano intonando tutte le canzoni nostalgiche che ci rendevano felici.
Decidemmo di non sciupare un tale regalo mixandolo con succhi di frutta, acqua tonica, lemon o quant’altro. Lo mandammo giù liscio. Senza ghiaccio.
A metà bottiglia andammo di fronte all’hotel Inglaterra, seduti all’ombra di un albero al Parque Central e guardando le finestre delle stanze abitate dai turisti continuammo a bere, certi di essere felici.
Molto più felici di loro, almeno fino alla fine della bottiglia.

Ladre di dettagli- intervista a Karen Natasja Wikstrand

Pubblicato il marzo 31, 2014

Karen Natasja Wikstrand abita nella campagna romana, accanto al parco degli acquedotti, in un casa antica immersa nell’oscurità. L’intervista con Karen  si è svolta di fronte al caminetto, con un buon bicchiere di vino rosso. Un’atmosfera della Roma rinascimentale, fuori dal tempo. Le sue foto, scattate con un oggetto di un futuro che viviamo quotidianamente, lo smartphone, appese ai muri di una magione antica.

Ho intervistato Karen per indagare insieme a lei e attraverso il suo lavoro, il modo in cui il telefono cellulare si è trasformato in uno strumento di strada con il quale è possibile raccontare creativamente per immagini la realtà cittadina fatta di piccoli dettagli urbani.

La fanciulla, svedese di nascita ma romana di adozione,  racconta così il presente del mondo.

Ecco le sue parole:

The Death Of A Disco Dancer

– The death of a disco dancer –

Ho letto nella tua biografia che hai fatto molte cose, ti sei dedicata alla pittura e al teatro, quando è che hai deciso di dedicarti alla fotografia?

È stato più o meno tre anni fa ma inconsapevolmente. Ho iniziato a utilizzare il telefono, che avevo sempre a portata di mano, per raccontare un po’ quello che mi accadeva intorno. All’inizio l’ho fatto solo per gioco, le classiche foto tra amici, poi ho iniziato a rendermi conto che quando non scrivevo mi completava molto; scrivevo e poi vedevo delle cose e mi piaceva lasciare sui social network  qualcosa di visivo oltre che di scritto. Ho capito che potevo utilizzare questo strumento per raccontare e ad un tratto mi hanno iniziato a dire, ma lo sai che sei brava? Mi hanno spronato a farci qualcosa che si è trasformato inizialmente in una mia presenza ad un foto festival in Danimarca nel giugno 2013. Mi hanno chiesto di partecipare con una foto nella sezione Instagram e dunque ho fatto una versione Instagram della foto, e poi nel dicembre 2013 ho partecipato a “I Luoghi dell’Anima”, una mostra di arte contemporanea su Genova a cui partecipavano anche altri artisti, scultori e videomaker, ed io ero l’unica fotografa.

Quindi questo lavoro con la fotografia a partire dall’utilizzo del cellulare  è iniziato quando hai avuto il primo smartphone?

Sì, più o meno sì, assolutamente. Non è stato un caso che ho ripreso questa forma di espressione perché la fotografia mi è sempre piaciuta ma l’ultima macchina fotografica risaliva forse al 2000,  e quindi non avevo scattato per molto tempo. Sono stata fidanzata con un fotografo che sicuramente mi ha ispirato, mi ha dato  la voglia di iniziare questo percorso. Oltre che fargli da modella gli facevo anche un po’ da assistente. Lui scattava e io dentro di me pensavo: “Ma io avrei scattato questo, avrei fatto questa foto.”

L’immediatezza che ha il fare le foto  con lo smartphone rispetto ai tempi dello sviluppo fotografico, ed il fatto che le puoi subito condividere, ha una rilevanza nel tuo percorso artistico?

Sì, direi di sì, perché voglio raccontare, mi piace raccontare quello che mi accade. A volte ci sono delle piccole storie. Poterle lavorare direttamente  (uso dei piccoli programmi che ho sul cellulare) e presentarle lo stesso giorno, anche dopo cinque minuti, sicuramente è più facile che riportarle sul computer e doverle lavorare. C’è un processo molto più lungo se si usa la macchina fotografica. È anche vero che con lo smartphone che uso io (uno smartphone semplicissimo, i pixel sono pochi) l’unico problema è che non si possono poi fare delle grandi stampe.

Waterflower

– Water flower –

Che tipo di programmi usi per i filtri?

In genere uso Instagram e poi mi trovo molto bene anche con altri programmi come Pixlromatic. Ne esistono molti e con il passar del tempo ho capito quali sono quelli che preferisco. Già so quella foto come la voglio lavorare, so quale applicazione usare. Ultimamente sto lavorando anche con un  bianco e nero che ha qualche sfumatura di avorio e che mi piace moltissimo.

Che importanza ha il luogo dove vivi nelle foto che fai?

Direi che forse è pari all’importanza che ha avuto il luogo dove sono vissuta e io ho cambiato casa tantissime volte. Sono nata e cresciuta in Svezia e dunque ho anche un modo di vedere scandinavo. Credo che mi abbia influenzato tantissimo questo. Una persona che lavora nel campo del cinema ha visto alcune foto mie e ha detto: “Ma qui c’è lo zampino di Ingmar Bergman. Questi chiaroscuro così contrastati, così forti.” Non posso dire di aver visto molti film di Ingmar Bergman ma sicuramente da piccola aver vissuto in quel posto e aver avuto tutti input di quel tipo in qualche modo mi ha influenzato. Dunque sono importanti sia tutti i luoghi che ho vissuto e che trattengo dentro di me, sia sicuramente il posto dove vivo. Credo che sia un matrimonio tra le due cose: vite passate tra varie città e la città in cui vivo adesso, Roma. Ho iniziato la scorsa estate a fotografare molto San Lorenzo perché mi trovavo lì per un lavoro, stavo facendo da assistente ad un regista internazionale,  e mi sono detta: “Sarebbe bello se mi concentrassi sui vari rioni, Rione Monti, San Lorenzo, e facessi delle foto e poi le presentassi in alcuni locali tipici di quel posto. A Monti me lo hanno chiesto.

We Are All Shadows

– We are all shadows –

Il cellulare in qualche modo è uno strumento di strada come potrebbe essere la bomboletta per il writer.

Sì, sono d’accordo, il cellulare si presta moltissimo alla fotografia street. Vedi qualcosa di particolare, tiri fuori il cellulare, può sembrare anche che stai mandando un messaggio. È abbastanza anonimo. Se tiri fuori una macchina fotografica si vede di più e la gente comincia un po’ a stranirsi. Io di solito tolgo il rumore dello scatto perché se si sente lo scatto la gente tende a girarsi, mi piace non dare fastidio alle persone, mi piace rubare gli attimi, questo è vero, sugli autobus, in giro per le strade. Certo se hai una bomboletta in mano ti capita un muro, una parete libera e se nessuno ti viene a rompere le scatole, ti metti a lavorare subito e il cellulare in questo è molto più immediato che la macchina fotografica, che è anche più ingombrante. C’è anche da dire che la macchina fotografica ha un universo di cose interessanti rispetto ad uno smartphone che è più limitato. Non sono cose che si possono paragonare alla fine. I grandi fotografi non fanno le foto con i cellulari. La mia idea è far vedere che si possono fare cose interessanti, diverse dai soliti autoritratti, si possono anche fare delle foto con un certo spessore. Voglio puntualizzare che i grandi fotografi sono altri, a me piace considerarmi una storyteller, una che racconta qualcosa che ha vissuto e che ha visto, o che ha rubato.

Lo spessore dipende dallo sguardo, dal modo in cui guardi. Fare foto di un certo spessore con lo smartphone dipende dal modo in cui guardi quel momento, quell’istante.

Sì credo che bisogna essere un po’ attenti, bisogna avere un ottavo senso. Magari quello che io noto non lo nota la persona che sta accanto a me quindi stare attenti ai piccoli dettagli e avere anche un occhio, quello sicuramente aiuta. Io non ho tecniche particolari, non ho fatto scuole, non ho fatto corsi, ho visto tantissimi film, sono una grande appassionata di film. Un po’ di bagaglio ce l’ho, rubato anche quello, esperienze di vita.

Taggare con una bomboletta è un modo per segnare il territorio. Fare degli scatti con lo smartphone è anche questo un modo per appropriarsi di qualcosa, per segnare il territorio?

Credo molto meno. A meno che poi non li utilizzi per fare qualche cosa come una mostra, qualcosa di più grande. Come dicevano gli indiani d’America, uno ruba l’anima facendo le foto. Perché no. Magari ti appropri di qualche cosa che appartiene a qualcun’altro e metti la tua firma.

Quando rubi uno scatto in strada cosa è che desideri? Cosa cerchi? Cosa ti anima?

Un po’ l’idea di averlo fatto mio, poi se è una cosa particolarmente bella che ha a che fare con i sentimenti mi piace poterla condividere. Come questa foto che si chiama Love at second sight – (nella foto in alto): c’era questa coppia di una certa età ed io ho colto un momento in cui lui la guarda e per me l’espressione sua mentre la donna ha gli occhi socchiusi e sta prendendo il sole è un momento quasi magico. L’ho trovato molto romantico ed intimo. Raccontare ad altri quello che ho visto.

Love At Second Sight

– Love at second sight –

Questa foto faceva parte della mostra “I luoghi dell’anima” del dicembre 2013 a Genova. Hai colto dei momenti nei rioni genovesi?

Le foto in mostra che riguardano Genova sono uno studio della città, ero molto curiosa. Ero stata a Genova prima ma non la conoscevo poi una volta che uno si arma dello strumento diventa interessante cercare delle cose in particolare e sono stata nei luoghi un po’ più difficili dove è difficile scattare. Se ti vedono con qualcosa in mano si arrabbiano. Mi è piaciuto moltissimo fare delle foto per un progetto che ho chiamato We are all shadows,: ogni mattina alle 9.30 mi affacciavo alla finestra che dava proprio su via del campo e c’era una fascia di luce per un breve momento, 15 minuti, mi piaceva moltissimo osservare le persone che passavano e fotografarle dall’alto perché poi dietro di loro c’erano le loro ombre che le seguivano. Era divertente vedere vari personaggi che facevano ombre diverse. Quel momento mi è piaciuto tanto ed era diventato una routine ogni mattina.

Ho fotografato molto il porto e la parte vecchia di Genova. Ho scattato attimi di signore alla finestra che stendevano panni, preti che parlavano con i negozianti, signore che aspettavano a braccia conserte fuori da una chiesa, era molto bello poter fermare momenti dove c’era una relazione tra l’essere umano e la città.

Continuerai a lavorare esplorando le possibilità che ti da lo smartphone?

Sì, ho ripreso in mano la macchina fotografica che però uso meno di quanto uso il cellulare. Di fotografi ce ne sono veramente tanti che, non solo sanno usare bene la macchina fotografica, ma sanno anche fare bene i lavori in post-produzione e quindi è un mercato molto vasto.

Mi piace l’idea di essermi creata questo mondo che si avvicina moltissimo alla città e all’immediatezza delle cose e della vita.

Sì, continuerò ad usare il cellulare per realizzare progetti che mostrino come con mezzi normali, di uso quotidiano, si possa creare.

– Testo di Agnese Trocchi –

JAN MICHEL BASQUIAT – Il James Dean dell’arte moderna

Pubblicato il marzo 31, 2014

 

 

 

 

“Io non penso all’arte quando lavoro, io tento di pensare alla vita.”  

 

Basquiat

 

 

 

Se si pensa al Graffitismo Newyorkese, importante fenomeno culturale nato dal movimento hip-hop negli anni settanta per raggiungere dieci anni dopo il massimo fulgore, saltano subito alla mente i nomi di Keith Haring e Jan Michel Basquiat, quasi fossero naturali sinonimi dello stesso.
Ma è proprio il secondo che probabilmente meglio rappresenta la valenza sovversiva, lo spleen emotivo che attraversavano il mondo dell’arte nella New York di quel periodo.
È proprio Basquiat ad impersonare la trasgressione e la smodatezza che pulsano nel ventre profondo della “Grande Mela”.
Genialità, vibrato dissenso; un grimaldello per violare le regole del perbenismo, dell’ipocrisia, un’altro per dischiudere le porte dell’immaginifico, per esplorare i propri confini in quella esplosiva implosione che brucia, cullando le confortanti molecole degli alcaloidi, dilatandosi nelle distorsioni lisergiche, l’intera esistenza.
Graffiti stilati da un’io ipertrofico e visionario al contempo campeggiano spaziando in un mondo refrattario, rimbalzando dalle subway ai vernissage logorroici dei pagliacci del centro.
Dal fermento caldo delle trame suburbane ai loft minimalisti che ne esaltano il vigore.
Talento precoce quello di Basquiat, curioso fin dalla prima infanzia di immagini, di colori e di cartoon.
Ispirato dalla madre che lo accompagna spesso a visitare i musei d’arte di New York, interiorizza immagini destinate presto a coagularsi per esplodere poi nella sua creatività.
All’età di otto anni, durante una degenza in ospedale, a seguito di un grave incidente che gli costerà l’asportazione della milza riceve in regalo dalla madre un libro che segnerà profondamente il suo percorso artistico: Grays anatomy.
Gray sarà infatti il nome del gruppo musicale che fonderà successivamente insieme all’amico Vincent Gallo.
E numerosi richiami anatomici saranno in seguito presenti in molte sue opere.
Straordinariamente intelligente, tanto da parlare e scrivere in tre lingue già ad undici anni; nutre molteplici interessi tra cui la boxe che diventerà per lui una filosofia, uno stile di vita.
Nel 1983 si concretizza una profonda amicizia con Andy Warhol, frutto di un incontro casuale avvenuto qualche anno prima in un ristorante dove Jan Michel era entrato per vendere i suoi disegni.
Questo incontro cambierà la sua vita aprendogli le porte ad pubblico più vasto e consegnando l’artista ad una notorietà nuova e sconosciuta, tanto da essere definito” fenomeno mondiale emergente”.
L’accesso alla “factory” del Re della pop art gli dà modo di frequentare i più importanti circoli ritrovo di artisti, e di confrontarsi con i nomi più noti della scena Newyorkese.
Èproprio in quel periodo infatti che conosce Keith Haring  e stringe con lui una profonda amicizia che durerà per tutta la vita.
Nel 1984, su commissione, inizia una collaborazione artistica di dipinti a sei mani con Andy Warhol e Francesco Clemente, in seguito insieme a Warhol realizza più di cento quadri allestendo una mostra il cui manifesto divulgativo evoca il mondo della boxe che egli stesso paragona a quello della pittura.
La sperimentazione nell’arte di Basquiat rappresenta la ricerca di un mondo “altro”, un viaggio nei limbi traslucidi dello spazio-tempo sublimato dalla coscienza di un relativismo,cui gli acidi lisergici danno corpo e colore per approdare alla libertà di figure e tinte dai risvolti inquietanti, sulfurei.
Intanto l’uso massiccio di eroina ed alcune critiche malevole che lo fanno sentire incompreso, come un articolo del N.Y. Times, che lo definisce “mascotte di Warhol”; innescano in lui dei veri e propri disturbi psichici che sfoceranno presto in violenti attacchi paranoici anche a danno dei suoi amici che invano cercano di aiutarlo a smettere.
Nel 1987 a seguito di una  malcurata malattia alla cistifellea, Andy Warhol  muore e l’uso di eroina che Basquiat  assumeva già da troppo tempo cresce in modo esponenziale fino a divenire insostenibile per il suo fisico così a lungo provato.
Basquiat muore per una grave overdose di eroina nel 1988.
È definito il James Dean dell’arte moderna per la sua carriera folgorante e breve.
Forse uno come lui non poteva resistere più a lungo in un mondo così avulso dalla sua siderale diversità.

 

 

 

 

– Testo Alfonso Russo –

il Pigneto casa-base di ieri e domani

Pubblicato il marzo 31, 2014

Il Pigneto, quartiere romano situato alle spalle di Porta Maggiore, è un rione che non può essere lasciato in disparte. Chi non lo conosce e vive nella Capitale da un po’ deve documentarsi e, chi invece non ha mai avuto l’occasione di sentire questo ‘simpatico’ nome per la prima volta può proseguire questa lettura, che non vi tedierà, è una promessa.

 

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Il titolo suggerisce che questo luogo, sconosciuto per alcuni, è invece casa-base per altri; un universo sottostante la grande bellezza di Roma che, attraverso tutto quello che questa città può mostrare al suo pubblico, non solo composto da turisti e passanti, non deve essere dimenticato, anzi è carico di storia.
Questo rione racchiude un significato evocativo. Chi è nato qui converrà con queste parole: al Pigneto ne sono passati di grandi personalità di spicco che hanno passeggiato e conquistato una parte di questo quartiere che una volta era pieno di pini (da qui il nome Pigneto) e che adesso è un luogo che vanta copiose presenze indimenticabili. Giusto un paio di indizi: Pier Paolo Pasolini e Rossellini con il suo film Roma Città Aperta.
Questo storico quartiere delimitato come un triangolo dalla Casilina, la Prenestina e l’Acqua Bullicante, famoso soprattutto per aver ospitato le esplorazioni periferiche di Pasolini negli anni ‘60, adesso sta vivendo un periodo di fermento sociale e culturale. Il fatto curioso è che gli abitanti storici del Pigneto e i nuovi arrivati si mescolano con discrezione a chi nel quartiere è nato.
Questo fenomeno prende il nome di gentrificazione (in inglese, gentrification, deriva da “gentry”, termine che indica la piccola nobiltà inglese) appunto la gentrification del Pigneto con la quale si indicano, da gentrification, i cambiamenti socio-culturali in un’area, risultanti dall’acquisto di beni immobili da parte di una fascia di popolazione benestante in una comunità meno ricca.
Dall’esempio lampante di Londra, questi cambiamenti si verificano nelle periferie urbane, come il Pigneto, nelle zone con un certo degrado da un punto di vista edilizio e con costi abitativi bassi. Nel momento in cui queste zone vengono sottoposte a restauro e miglioramento urbano, tendono a far affluire su di loro nuovi abitanti ad alto reddito e ad espellere i vecchi abitanti a basso reddito, i quali non possono più permettersi di risiedervi.
Il problema del Pigneto è il il tumore che lo sta velocemente degradando: lo “spaccio”. Il rione strettamente denso di dinamiche commerciali, mette in moto dinamiche sociali ben note storicamente ai militanti politici di sinistra. Il quartiere pasoliniano è caratterizzato da una doppia realtà, da una parte un proletariato fatto di lavoratori dipendenti, piccoli artigiani e altrettanto piccoli commercianti, e una malavita inserita nel contesto sociale, una sorta di popolo del substrato del Pigneto.
Negli ultimi anni il Pigneto ha subito la progressiva trasformazione da quartiere popolare a zona ricercata, “cool”, con nuovi residenti spesso politicamente schierati a sinistra.
La moltiplicazione dei locali ha favorito inoltre la concentrazione serale e notturna di una popolazione di visitatori “occasionali, ma tendenzialmente stabili” fatta soprattutto di studenti, con qualche sostanziosa propaggine di sbandati, “tossici”, alcolizzati e pazzi cronici.
Non ci sono infatti, a Roma, molte altre “isole così, senza regole, e dove l’orario non è mai stato un problema”. Facendo un passo indietro e ricordando la sua cultura popolare antica, seppure disperatamente e in forme un po’ retro, si respira aria buona e per niente malata.
Questo luogo è ricco di retroscena infatti era stato scelto come scenario significativo per alcuni dei più importanti film del Neorealismo e non solo: da “Roma Città Aperta” (Rossellini, ‘45) a “Bellissima” (Visconti, ‘51); da “Domenica della brava gente” (Majano, ‘53) a “Il Ferroviere” (Germi, ‘55); da “Audace colpo dei soliti ignoti” (Loy, ‘60) per arrivare ad “Accattone” di Pasolini (‘60).
Perché il Pigneto? Forse per la particolarità della storia che nelle sue vie si è stratificata: un intreccio fatto di gente semplice, umile, ferrovieri, operai, botteghe artigianali che pullulavano in una periferia sorta a pochi passi dal centro di Roma. Questo luogo, che affettuosamente lo stesso Pasolini chiamava “La corona di spine che cinge la città di Dio”, è proprio il Pigneto: vera e propria isola urbana, una piccola città nella città.
Le storie dei residenti storici si plasmano con le voci dei nuovi abitanti, attratti in massa dal carattere così inusuale del quartiere, dal suo passato così presente. Da ieri a oggi si osserva l’incredibile commistione di lingue, stili di vita, compresenze, modalità relazionali e stratificazioni di senso presenti ovunque nelle vie del Pigneto.
Là, Pasolini aveva voluto girare Accattone, il suo primo film: “Erano giorni stupendi, in cui l’estate ardeva ancora purissima, appena svuotata un po’ dentro, dalla sua furia. Via Fanfulla da Lodi, nel cuore del Pigneto, con le casupole basse, i muretti screpolati, era di una granulosa grandiosità, nella sua estrema piccolezza; una povera, umile, sconosciuta stradetta, perduta sotto il sole, in una Roma che non era Roma”.
Nel Pigneto quindi vive questo doppia anima, una malata e irrisolta e l’altra carica di cultura e di bei ricordi. Qui, c’è movimento, sub-culture, divertimento, e sì, anche droga. Lo spacciatore dietro l’angolo e il punkabbestia con il fedele cane, che non ti vuole solo offrire una birra o chiederti gli spiccioli per prenderla, sono solo alcuni soggetti che si possono incrociare, ma c’è bella gente, bella con l’accezione di particolare.
Se più verso la via Roberto Malatesta che taglia la parte tranquilla del quartiere, sorgono case residenziali per le famiglie cordiali, verso il Pigneto, dal fantomatico ponticello in poi che attraversa i binari della stazione e lascia alle spalle la Circonvallazione Casilina, ci addentriamo nel clou del rione. Dai cani sciolti ai murales colorati, dalla puzza di birra ai tavolini fuori che ti invitano a fermarti a bere un cocktail con gusto, dalle bancarelle sfiziose di qualche commerciante di strada ai simpatici vucumprà che ormai vendono di tutto.
Quello che stupisce è come questo luogo di ritrovo dei giovani sia pieno anzi colmo di locali. La formula è vincente e crescono come funghi. Dai posti storici, a pochi passi dall’isola pedonale, Necci – una vera e propria istituzione del quartiere, un posto da segnarsi in agenda, con un ampio giardino e l’interno arredato in stile vintage – alla piacevole Bottiglieria dove puoi comodamente leggere un libro in compagnia di musica lounge, dal nuovo Birstrò, che sforna birre artigianali di propria produzione, a locali figli di questa zona in evoluzione, come l’Alvarado, al Pigneto.
Il solo baccano che si sente dalla strada, fa intendere come suoni bene la musica al Pigneto.
Quindi non solo birra a fiumi scorre in questo rione, ma cascate di musica di tutti i generi.
Qui quello che cerchi lo trovi e ne resti a volte soddisfatto altre volte sei inebriato, e non dalla droga, ma decidi di restarci o, per i più fortunati, di venirci a vivere….

La Sosta… la disintegrazione del tempo!

Pubblicato il marzo 31, 2014

Nel 1981 a Villa San Giovanni apre La Sosta.
Da allora, le porte del jazz club hanno visto passare fior fiore di jazzisti di fama mondiale e La Sosta ha rappresentato un meltin pot per tutti coloro che hanno deciso e decidono di raccontarsi e riconoscersi fra sound e voglia di vita, in una dimensione atemporale.
Incontro Mimmo: mente, braccia e cuore del club… ci conosciamo da una vita, ma, vuoi per il livello di rum e birra che abbiamo in corpo, o forse semplicemente per prenderci gioco di chissà chi o cosa, decidiamo di dare un tono iperformale all’intervista dandoci del Lei!
Benvenuti a La Sosta… Cheers!

Banco La Sosta

Com’è nata l’idea del jazz? E soprattutto come è nata l’idea di fare del jazz in un luogo in cui il jazz era inesistente…
L’idea è nata dal fatto che amo molto la vita ed il concetto fondamentale del vivere; e a mio avviso il jazz è un buon modo per amarla.

Il concept di questo numero di C magazine è incentrato sull’idea di Bar e Barrio… un locale puà essere un quartiere?
Il locale prevede un contesto notturno e di conseguenza nel corso degli anni diventa una sorta di confessionale. In tanti vengono qui al bancone e mi raccontano le loro storie. Una cosa spettacolare! Io faccio da mediatore attraverso la musica e l’alcol… posso far dimenticare o far gioire chi in quel momento ho davanti e mi racconta la sua vita. E alla fine ci si conosce un po’ tutti, proprio come in un rione. Sono un esaltatore di emozioni. In fondo tutti cerchiamo la felicità…

E qual’è l’etica del Suo “rione”?
La mia etica è che due occhi, un naso, una bocca, un corpo… fanno più di qualsiasi parola!

Qui alla Sosta hanno suonato tanti jazzisti di fama internazionale, e anche tanti cantautori della scena italiana, ricordo un Cammariere pre successo sanremese, Capossela… chi fra tutti Le è più rimasto nel cuore?
Sicuramente Claudio Lolli! Lolli, è un Guru. È uno che esprime in modo vero quel che sente e vive.
Anche Vinicio è un grande… ma Claudio Lolli è quello che mi ha lasciato di più, anche perché non si è mai allontanato dalla sua linea che è cercare di scardinare il vivere, cercare di far capire che la vita e troppo carina per lasciarcisi fottere da essa.

La gente si è allontana dal jazz o il jazz si è allontanato dalla gente?
Domanda da 100.000.000 di dollari…. Credo che un po’ in tutta Europa si stia perdendo il concetto culturale in generale. Poi dovremmo capire il perché. In fondo, cade Pompei, ma qualcuno l’ha fatta cadere… mi spiego?
Le racconto una storia: tempo fa, qui vicino, c’erano delle palme bellissime, che sono state tagliate… arrivata la primavera le rondini dovevano nidificare. Stormi incantevoli di rondini…
Non avendo dove andare si sono spostate su altri alberi poco più distanti da qui.
Alcune persone si sono lamentate del rumore causato dalla rondini, quindi sono stati tagliati anche gli altri alberi…
La musica e la cultura in fondo, non sono alberi in un concetto metafisico?
Se tu mi tagli via i rami, gli uomini dove andranno a deporre il nido?!

Dal Suo bancone passano tutti… persone di ogni estrazione sociale e culturale. Lei, inevitabilmente, ne assorbe ogni aspetto… la mattina dopo, quando si guarda allo specchio, chi o cosa è diventato?
Io tendo a non guardarmi allo specchio…. perché a volte non ho voglia di vedermi. Credo non esista comunque un’espressione in quanto tale. Ritengo che, come dice il detto, quando stiamo seduti sul cesso siamo chiunque!

Perché come logo per La Sosta ha deciso di adottare il simbolo dell’anarchia?
Era conforme ai tempi in cui ho aperto la Sosta. Adesso invece indica un luogo dove puoi fermarti, dove stare bene, in libertà emotiva… E poi di base io sono così, mi sento così, è un simbolo che mi identifica. Mi viene in mente il concetto di mano destra e mano sinistra: la mano sinistra è la mano del cuore, la destra invece ti dice che se vuoi andare a lavorare vai… fanciullo! Ma nell’opinione logica del concetto del vivere, non dovrebbe esistere né mano sinistra né mano destra… muoversi solo in un sentiero Altro.

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Il jazz può lenire la follia?
Assolutamente si! Il corpo è fatto di sensi… e la musica ti sposta dal tuo quotidiano.

Quindi meno manicomi e più jazz club?
Assolutamente! La musica è un superamento. Chi cantava blues cantava nelle risaie… La musica ti restituisce un po’ ciò che il mondo non ti ha dato!

Il bancone della sosta rappresenta una libreria spezzata in due. Forse l’aggegrazione rimette insieme i pezzi?
In senso filosofico si… e mi approprio della parola “filosofico”. Però l’idea originaria era di disintegrare il tempo. Perché la vita può essere anche altro… ad esempio, liberarsi.

Il fatto che nei bagni del Suo locale – e lo so per certo ovviamente – si siano consumati amplessi, La rende un po’ padre del piacere?
Ho amato questa cosa e la amo ancora. Amo la gente che durante la notte può lasciare una calza o una mutanda nel bagno. Non conosco la vita di queste persone o quel che fanno una volta che tornano a casa… ma quello che so, è che per una notte, nel mio locale, lei o lui hanno vissuto un momento spettacolare!

La Sosta percepisce finanziamenti pubblici per la stagione jazz?
Assolutamente no! Faccio tutto a spese mie, senza ricevere nulla di pubblico e istituzionale. È tutto autofinanziato, frutto del mio pane quotidiano. Affinchè la mia vita non sia mai un leccarci imperiale.

Una Sua definizione di club e di alcool
Stare bene nel mondo. Una definizione che può essere associata a qualunque cosa che ti fa stare bene. Puoi trovare questa condizione nella musica, nel cibo, in altri luoghi. Il club è un luogo in cui la gente si racconta.. un gioco di esistenze.

Nel frattempo Le ho scroccato 3 Marlboro… quanto Le devo?
mmmhh… 500 euro, anzi 300… anzi… quanto cazzo mi vuoi dare? (ride)

Chiudiamo così: consigli un brano da ascoltare a fine intervista, come se adesso fosse Lei a trasmetterlo ai lettori
Un brano di Luigi Tenco che si chiama Vedrai Vedrai…

Alvarado

Pubblicato il marzo 31, 2014

…io quello che cercavo l’ho trovato all’Alvarado Street, club in cui ho voluto dare un’occhiata dall’interno: le coordinate del GPS segnano Via Attilio Mori, 27 e quello che traspira suona più o meno così: Più realtà ricreate nello stesso spazio dal pub al club dove suona la musica più variegata e dinamica della scena culturale underground, diviso in due piani, questo locale offre diverse iniziative oltre alla musica dal vivo…

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Perché Alvarado? Centra con la citazione di Bukowski che compare nel vostro sito web? Perché sappilo: un buon locale, non si giudica solo dalla birra che offre e, anche se detto dall’ubriacone Bukowski non è comunque abbastanza…
Ovviamente il nome Alvarado Street è il nostro omaggio a quel vecchio beone di Hank! La citazione che hai visto sul quadro è presa dal suo romanzo “donne” e Alvarado Street è la via dove lo scrittore C.B. era solito bere e folleggiare nelle sue lunghe e folli notti.

In che anno è incominciata la vostra attività e soprattutto perché avete scelto il Pigneto come zona romana; c’è una ragione particolare e strategica oppure è capitato per caso?
La scelta è stata assolutamente mirata. Quando abbiamo aperto il locale, due anni fa, abbiamo puntato su questo quartiere perché è un luogo che offre tante possibilità dal punto di vista culturale e della vita notturna. Abbiamo cercato di miscelare questi due aspetti e la scelta è stata azzeccata.

Come siete subentrati nella gestione del Round Midnight e quali difficoltà avete incontrato?
Venendo tutti e due (Carlo e Giulio) da esperienze precedenti l’impatto è stato alquanto “soft” e positivo sin dal principio. Vivere la notte fa parte di noi e ci piace come scelta.

Qualcuno tra i gestori del locale è storicamente appartenuto alla vita del Pigneto, quindi in un certo senso si sente a casa, oppure già l’Alvarado è una casa vera e propria per voi?
Nessuno dei due  viveva o abitava o faceva parte della “scena del Pigneto”, ma ci siamo trovati benissimo sin dall’inizio. Inutile dirti che l’ Alvarado è ormai la nostra casa visto che passiamo qui la maggior parte delle nostre giornate e ne siamo contenti.

Qui è tutto davvero molto bello, di chi è stata l’idea?
Nostra, abbiamo impiegato parecchio tempo per tirare su il tutto poiché prima non c’era un locale qui! Quello che vedi è frutto della nostra inventiva.

La concorrenza è spietata e nemica dei locali affollati che alimentano l’isola del Pigneto. Come pensate di reagire a questa problematica? In sostanza cosa offre il vostro pub/club di più degli altri?
La presenza di parecchi locali in zona non è assolutamente qualcosa di negativo per noi, anzi. Una zona come questa richiama parecchie persone e poi ognuno sceglie. Certamente il nostro punto di forza è la continua programmazione dal punto di vista della musica live che svaria su tutti i generi che abbiano a che fare con il rock nell’accezione più ampia del termine. Oltre a questo abbiamo anche un’ottima scelta dal punto di vista birrario (con un’ampia proposta di prodotti artigianali), dei distillati in genere e l’offerta di cibi vari tra cui anche quelli vegetariani.

Quelli che frequentano Alvarado sono ragazzi e ragazze di quale fascia di età? Vi è tra loro lo skater, lo streetwriter, il nostalgico dallo stile indie-rock, oppure c’è semplicemente tanta gente normale? Te lo chiedo perché al Pigneto di gente normale neanche l’ombra…
La nostra clientela è molto variegata e solitamente è differente da serata a serata secondo il live che proponiamo. C’è da dire che una buona fetta di aficionados è rappresentata dai ragazzi della scena punkrock/punk/hc romana perché è questa tipologia che caratterizza il locale e rispecchia maggiormente i nostri gusti.

All’Alvarado suonano band, si beve ottima birra e soprattutto si incontra gente con cui scambiare opinione e si dibatte; è un punto di forza di un club quello di accomunare teste diverse sotto un unico tetto per far partorire qualcosa di creativo?
Assolutamente sì! Questo mix creativo è un’arma buona che dà sapore a quello che facciamo e ci sprona a continuare nella direzione che abbiamo intrapreso. Penso che lo scambio tra persone apparentemente “differenti” sia senza dubbio un punto di forza.

Hai parlato di musica dal vivo: è una carta vincente per il vostro locale? Ci sono prospettive o evoluzioni future?
Sì, è la NOSTRA carta vincente! A proposito di prospettive, approfitto per parlarti del nostro primo Festival che si terrà nei giorni 4 e 5 di Aprile. Il nome dell’evento è “BANNED IN PIGNETO” ed è il 1° fest punk hc che organizziamo in prima persona: dieci band provenienti da panorami nazionali e internazionali e due giorni di musica. Info https://www.facebook.com/events/274090599422017/?fref=ts

Raccontaci qualche concerto/evento che è stato particolarmente importante per la crescita non solo economica ma anche del nome Alvarado?
Viste le premesse precedenti (siamo amanti del punk hc) sicuramente un evento che ci ha gratificati parecchio è stato il concerto dei “LA CRISI”, storica band della scena punk hc: stesso tetto insomma.

Ai vostri concerti c’è qualche band che  supera l’altra, nel senso che nel locale premiate più un genere musicale oppure siete della filosofia più ce n’è meglio è?
Non c’è una vera e propria gerarchia. Qui abbiamo ospitato concerti dei più svariati generi: dal punk al folk, dal metal all’elettronica, dal dark all’hardcore ecc.

Quindi, com’è lavorare all’Alvarado?
Una bomba! Tanti nuovi amici e buona musica nel nostro locale, il tutto condito da ottima birra! Quale lavoro potremmo desiderare se non questo?

Storie senza centro

Pubblicato il marzo 31, 2014

Nella via dove sono cresciuta, a Sesto San Giovanni, nell’hinterland milanese, quando ci ero arrivata all’inizio degli anni ‘80, c’era solo il mio condominio (una casa popolare dei primi del ‘900) e un’altra palazzina alla fine della via. Di fronte, un muro ci divideva dalla ferrovia.
All’inizio la strada non era nemmeno perfettamente asfaltata.

 

MIlano_2010.03.03 (esplorazione)
Nelle grandi città non esiste il concetto di quartiere: spesso si frequenta la scuola in un altro comune, poi l’università, il posto di lavoro e gli amici.
Per la maggior parte dei casi le uniche cose che sai dei tuoi vicini di casa sono il cognome sul citofono e qualche sparuto pettegolezzo da pianerottolo.
Man mano, con il passare degli anni, sono spuntati nuovi palazzi in via Acciaierie: 9 – 12 piani e un giardinetto con muretto d’ordinanza che ha offerto lo spazio a vari adolescenti della città di ritrovarsi proprio in quella via, misteriosamente soprannominata “le villette”.
Storie d’amore, micro quartieri, con abitanti, però, che venivano da altre vie, altri luoghi.
Il vantaggio del vivere in una città con decine di migliaia di abitanti confinante con Milano e con altre distese di cemento per chilometri e chilometri, sono proprio le decine, centinaia di migliaia di persone diverse con cui puoi entrare in contatto facilmente: chiunque abbia interessi particolari, può trovare coetanei che condividono le stesse passioni e frequentarli senza per forza adattarsi alle “regole del barrio”.
Anche perché se escludiamo le riunioni di condominio, di regole del barrio non ce ne sono proprio.
Il barrio, nelle grandi città è spesso una via, o al limite un isolato: centinaia di famiglie inscatolate in verticale. Una grande concentrazione di emozioni, drammi, amori, televisori accesi e ultimamente anche reti wi-fi.
Il barrio-via delle metropoli di periferia cambia faccia più velocemente delle mode: cambiano i vicini di casa, aprono e chiudono i negozi, gente nuova arriva, resta sconosciuta per anni e poi se ne va. Ci si incrocia correndo verso la metropolitana al mattino, al rientro alla sera.
Le periferie poi sono l’eccellenza della multi-culturalità. Sono il vero luogo aperto dove lo spazio viene condiviso con persone di etnie diverse. In un certo senso sono più autentiche dei centri cittadini, più tradizionali, meno dinamici, meno pericolosi.
Nelle vie delle periferie delle metropoli si cammina velocemente. Ma non per la fretta: per la paura. Dopo la grande crisi economica è cambiata anche la faccia di questi micro quartieri. Pubblici esercizi chiusi, vie buie, strade più dissestate, persone rintanate in casa, rapine in pieno giorno per mano di perfetti sconosciuti, gente che arriva magari da un altro micro-barrio, di un’altra città o provincia o paese o continente..non importa. Crescendo in questi luoghi è difficile parlare di tradizione. La cultura la si pesca altrove, le chiacchierate con persone anziane del vicinato sono sporadiche, ogni famiglia fa per sé, la diffidenza, volente o nolente, regna.
Multiculturalità che ti porta però anche a scegliere: cosa mi appartiene? A che tipo di ideali appartengo?
Sesto San Giovanni non è il Bronx e non è nemmeno una delle cittadine messe peggio nel milanese: di bande alla “Guerrieri della Notte” non ce ne sono. Gli episodi di cronaca nera, spesso efferati, arrivano dalla gelosia, dalla follia, dalla violenza. A pochi metri intorno a te (in orizzontale, al piano di sotto, al piano di sopra) può attuarsi uno stupro, una proposta di matrimonio, un suicidio, una partita di calcio, una puntata di Beautiful con la minestrina sul fuoco. Il barrio non partecipa a questi eventi. Non ne è razionalmente consapevole. Non celebra il vicinato. A volte, se sente delle urla, non interviene. Ordinaria amministrazione.
Eppure siamo tutti esseri viventi capaci di sentimenti. Ci si commuove, si condividono le esperienze ed i racconti con le famiglie estese che si sceglie di crearsi, con gli amici, indipendentemente da dove essi vivano.
Ora, con internet, i confini sono ancora più larghi. Con la globalizzazione il barrio della periferia si estende, mangia tutto il verde che è rimasto a rifocillare i nostri esanimi polmoni, ingloba con il suo individualistico senso porzioni sempre maggiori di territorio, invade i centri, cancella la storia. Senza la storia esistono le storie. Storie senza centro, come trame di una tela variopinta.

AlteriA-zioni… a cura e di AlteriA

Pubblicato il marzo 31, 2014

AlteriA

 

 

Ricordo bene il mio primo acquisto musicale.
Ricordo un piovoso pomeriggio di Settembre e mio padre che mi accompagna all’unico negozio di dischi di Rho…ridente cittadina alle porte di Milano.
Comprai “The Scores” dei Fugees. Che roba!
La cassettina, il libretto dentro e via.. ore ed ore in ripetizione nel walkman fino a quando iniziava a suonare più lentamente: pile scariche.
Ok. Oggi sono nostalgica.
Necessariamente nostalgica, dato che mi trovo a riflettere su come è cambiato lo scenario musicale ora che è tutto accessibile e non localizzato. Su internet, per intenderci, ogni mondo è paese e ogni paese è mondo.  Posso sentirmi parte della comunità “hard rockers forever in Canada” pur essendo per metà Rhodense e per metà siciliana.
Eppure qualche tempo fa, nemmeno cosi tanto tempo fa  (ueh..io sono una ragazzina!!) non era cosi.
Qualche tempo fa la musica si viveva, se non volendo esagerare nel proprio quartiere, nella propria città si.
L’iniziazione alla musica avveniva all’incirca cosi:
qualche compagno di classe, magari grazie ad un fratello o ad una sorella maggiore, arrivava millantando una musicassetta di un qualche artista.
Ricordo bene quei primi ascolti che, verso i 14 anni, mi hanno aperto un mondo:
-1996 “Cosi Com’è” Articolo 31 (si, avete letto bene!)
-1997 “Mondi Sommersi” Litfiba …e da li la disperata corsa all’indietro alla ricerca di ogni canzone di Piero e Ghigo e l’acquisto quindi di tutta la loro discografia dall’85’ in poi.
(apro una parentesi… vado fuori tema perdonatemi: curioso che le prime band ascoltate in adolescenza siano capitanate dagli attuali giudici di “The Voice”… della serie, qui si va davvero a rotoli!)
Comunque…
Una volta copiato il nastro del proprio compagnio di classe, con tanto di scotch sulle fessurine della cassetta (ricordate?) , un mio istinto primordiale, una mia tendenza a concentrarmi sulla voce, mi obbligava a fare stop e play, come una pazza maniaca assatanata di parole, per poter scrivere sul mio quadernino i testi di ogni canzone .
Bella vita oggi: Google, titolo canzone, cerca lyric…taaaaac. Stampa e leggi.
Quasi sempre, chi faceva parte del gruppetto nerd di appassionati di musica, a quel punto sentiva stretto come luogo di confronto e scambio solo la scuola e quasi sempre nasceva la voglia di tentare di riprodurre quelle canzoni. Ed ecco che ci si buttava in sala prove.
Senza troppo pensarci, almeno all’inizio, ci si ritrovava uno strumento in mano: “Oh, Cecco tu hai la faccia da chitarrista!Ti va?” “Ciccio.. ci provi tu con il basso?”  “Oh vabbe, io rimango fuori mi metto alla batteria” … il tastierista in genere sempre il più sfigato, arrivava dalle lezioni imposte dai genitori di pianoforte classico e si ritrovava a doversi inventare chissà quale arrangiamento su 2020 dei Timoria…alla fine faceva finta di suonare, giusto per esserci.
E poi bhe… la voce. Quello più intonato si piazzava al micofono, non sentiva mai nulla di quello che cantava, i volumi degli altri strumenti sovrastavano tutto, nessuno ero in grado di regolare mixer, volumi.. Rock ‘n’ Roll diciamo.
La sala prove di Rho, il Magilla, era punto di ritrovo di tuuuuuuttiiiii i musicisti. Quel luogo era l’attuale “gruppo” di Facebook. Non dovevi cliccare “Mi Piace” su nessuno, male che vada se qualcuno ti stava sul culo, lanciavi occhiate antipatiche.
Si suonava, si fumavano le prime sigarette di nascosto, giusto per atteggiarsi meglio a Rockers, ci si scambiava spartiti, accordi, testi e ci si dava appuntamento per assistere ai primi concerti assieme.
Concertini perlopiù. Amici più grandi, che ai nostri occhi apparivano INNARRIVABILI, che si esibivano al Boccadillos : “ Cazzoooo! Ma il pub quello in pieno centro!? Che roba!!!”
Eventi creati su Fb? Scarica l’applicazione, quella che serve per invitare tutti i tuoi contatti automaticamente? Ma va!
Passaparola selvaggio! “Buongiorno signora, sono Stefania! Si, Stefania Bianchi la compagna di Gloria, ma la può passare? Grazie ! ……. Oh Glo, Sabato andiamo a sentire le MoscheLosches al Bocca?”
Telefonate, locandini, volantini, bigliettini. Che meraviglia.
Stavo provando a ricordare il mio primo concertino. E mi è venuto in mente, per quanto credo di aver fatto di tutto per rimuoverlo dalla memoria! Cantai come corista, avevo persino un nome d’arte (Fly MC!!!) , con quello che era considerato il rapper del quartiere più figo, Zeus.
Il luogo dell’esibizione era un Motel. Sì! Un Motel. Purtroppo non riesco proprio a ricordare il nome ma so solo che era in località straniera: ben 1 Km fuori Rho, a Terrazzano.
E poi ancora ricordo l’aria di sfida che si creava tra le band dei diversi licei o degli oratori. Ogni quartiere, ogni rione aveva la propria band di rappresentanza… Non si caricavano video su YouTube, non si usava Soundcloud e non potevi scrivere sulla tua bacheca cattiverie su quella band che tanto ti stava sulle palle.
Se volevi saperne di più, ti toccava uscire, chiedere il permesso ai genitori di andare al San Carlo quel pomeriggio “Dai ma’! Studio domani, tranquilla. Ci vanno tutti oggi a sentire i Rhock” (notare l’incredibile gioco di parole..Rho, Rock…che genialità!)
Potrei andare avanti pagine portando a galla ricordi legati al mio paese e alla musica: il festival estivo RockinRho, la prima band che fece il proprio sito internet creando dello sgomento generale, quelle band che sono riuscite a farsi conoscere anche fuori di casa, ma mi devo fermare. C’è tempo per il mio primo romanzo, non mi sento ancora pronta;)
Non si può chiudere una lista di ricordi con una morale, non c’è morale ma posso tentare di trarre una conclusione, una mia personale opinione.
Rione Vs Internet : non riesco a decretare il vincitore. Troppi pro e contro. Sarebbe bello trovare il giusto equilibrio.
Sarebbe bello uscire di casa il venerdì sera e trovare amici, vecchi e non, riversarsi nei locali per godere non solo di musica, ma anche della compagnia delle persone, la compagnia “calorosa” e non quella freddina dei social, cosi come è bellissimo potersi vedere l’intero live dei Nine Inch Nails in HD su VEVO, dato che hanno suonato a Los Angeles e purtroppo avevo la cena dai miei e non son potuta andare. ;)
Equilibrio.
YouTube e Spotify sono un tesoro, uan risorsa meravigliosa: poter scoprire ogni artista di ogni posto del mondo. Ma che bello anche scoprire band della propria zona, seguirle, scoprirne la storia, vederle magari anche crescere e migliorarsi.
Equilibrio.
Più rione per tutti e forse un pò meno Internet.
Che ne dite?

‘Round Midnight – Miedo!

Pubblicato il marzo 31, 2014

 
Digeriamo il mondo, stanotte, dal binario deforme di un treno sgretolato.
Marmi e locuste occultano l’ovattato calore che ci spinse, che  ci

dannò all’urlo stupito: derelitto, ansante bagordo d’estate.
Tragico, umano, alquanto indigesto, un moto d’ira tinge il livido assenso del poi,
trama, pervade.
Inesorabili arabeschi, arcani riposti nei meandri del se,
si profilano avidamente protervi, mutevolmente deformi
come custodi di archivi contornati di demenza.
Logge, bastioni protesi al baratro danzano evanescenti.
Pallidi vulcani annunciano tramonti di zolfo.
Fuliggine. Antracite. Amniotico vagare….
Miedo matador??

Omeopatia da Barrio e da Bar

Pubblicato il marzo 31, 2014

Tutti forse avremmo bisogno di un Barrio, di un quartiere dove c’è la nostra casa, in cui tutti i vicini ci conoscono e ci riconoscono, dove “la coscienza di ciò che si è diventa collettiva, sociale e non individuale…”
Un luogo nel quale ritornare dopo una lunga giornata di lavoro a contatto con estranei e rivedere volti e luoghi noti.
Forse per andare nel solito bar, quasi come una seduta psicologica nel corso della quale il barman è il tuo psicologo perchè “legge” la tua stanchezza e ti serve il “solito” come medicina per rilassarti.
Lì puoi essere più te stesso, mantieni sempre la tua connotazione sociale ma la arricchisci dei tuoi pensieri e della tua identità.
Metti in stretta correlazione il barrio esteriore con il tuo barrio interiore: la tua anima.
Se non c’è un barrio come centro di autoriconoscimento che ti fa sentire parte di qualcosa e non c’è un bar in cui accomodarsi si genera la sterilità di un’esistenza in cui l’identità non trova un corrispettivo con la collettività.
Ci si sente mortificati nell’ esigenza di essere parte di qualcosa, di essere riconosciuti come talento qualsiasi esso sia e si ricade nella frustrazione, nella noia, nella nostalgia.
Nessuna medicina può studiare quale sia la cura farmacologica per queste noxe patogene potentissime.
A mia parere la noia, la nostalgia e la frutrazione sono alla base della maggior parte delle patologie di un essere pensante.
Per curare tali impostori della salute spesso si ricorre in maniera compulsiva al bar distorcendone lo stesso concetto prima enunciato, sostituendo all’esigenza di tornare a casa il sentimento perverso di deturpare la propria anima per renderla irriconoscibile a noi stessi essendo non riconosciuta in nessun barrio.
Quasi violentare la propria anima colpevole di non essere come sono tutte le speudo anime che ci circondano e per questo non ci riconoscono o non lo vogliono fare.
Come dicevo prima non vi sono cure farmacologiche che riescano da sole ad eradicare la noia, la nostalgia e la frustrazione di chi non ha un barrio e un bar, forse le può curare l’unica scienza che le ha descritte nelle infinite forme e che le ha raccontante nell’evoluzione dell’uomo: la letteratura.
In aggiunta quindi ad un buon libro ecco qualche rimedio omeopatico per aiutarsi nel sentirsi meno “orfani” del quartiere e per rispondere a “bevute” incontrollate al tavolo del bar:
Pulsatilla:
il classico rimedio di chi si sente abbandonato. Soggetti fantasiosi, timidi, spesso di carnagione molto chiara ed occhi verdi, con lentigini e capelli tendenti al chiaro (ovviamente vi sono tantissimi “tipi” pulsatilla mori con i capelli ricci, in medicina olistica le regole generali vanno sempre contestualizzate in quadri più complessi).
Il corredo di sintomi di questo rimedio è molto ampio, in questa rubrica ci limitiamo ad annoverarlo come rimedio per chi si sente abbandonato ed ha bisogno di abbracci e carezze
Magnesia carbonica:
È anche denominato il “rimedio dell’orfano”.
Sono quei soggetti che si sentono quasi rifiutati da tutti, stanno spesso in disparte e sono molto chiusi in se stessi
Nux vomica:
il rimedio del post sbronza. Se gira la testa e si hanno spasmi all’apparato digerente dopo una notte di eccessi, ricorrere alla nux vomica per trovare un rapido sollievo
Tabacum e China:
Aiutano a morigerare la nausea dopo eccessi da bar
Conium maculatum:
Sindromi vertiginose ed eccessi anche sessuali dopo una lunga astinenza.

 

 

A cura del Dott. Alfonso Tramontana

“Vuoti di Memoria” è il Rock ‘n’ Roll Bellezza!

Pubblicato il marzo 31, 2014

Pino Scotto è il Rock ‘n’ Roll! dai Vanadium ai Fire Trails dalla conduzione di un programma di Rock Tv “Database” alla realizzazione di nove album da solista, Pino Scotto è colui che cavalcata un’ onda non la lascia più…
Prodotto dalla Valery Records e in distribuzione dal 22 Aprile “Vuoti di Memoria” è l’ennesimo lavoro di Pino Scotto, un disco che esce a distanza di due dopo “Codici Kappaò”, un nuovo progetto ambizioso che richiama all’ordine la cultura del paese e smuove le coscienze di tutti.

Nel disco sono contemplate cinque cover in italiano con un brano inedito e altre cinque chicche internazionali con un inedito in inglese. Un viaggio nella memoria in cui s’incontrano brani con testi importanti scritti oltre mezzo secolo fa, interpretati da artisti come Renato Rascel, Luigi Tenco, Battiato, Graziani, Celentano, Elvis, Muddy Waters, Gary Moore, Ted Nugent e per finire, dai mitici Motörhead.
Anche in questo lavoro collaborazioni tra amici e conoscenti del grande leader che affascina e smuove anche i sassi silenziosi. Sono tutti pronti a calcare l’onda del successo con lui o meglio come lui, perché per Pino l’onda di celebrità c’è e c’è ancora, e proseguirà nonostante la crisi si faccia sentire ancora di più.

Pino non teme la tempesta, ma la affronta!

 

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Vuoti di memoria o riempire la memoria, questo disco è ricco di spunti presi dal passato e rappresenta una possibilità per alcuni di ritrovare vecchi brani intramontabili e per altri invece scoprirli per la prima volta. È stato questo il senso del tuo disco? Musica e cultura sono le due facce di questo album da solista, una sorta di acculturamento per le menti svuotate degli adolescenti che ti seguono che sono fagocitati da tante nefandezze che circolano in tv e sul web…
Assolutamente sì. Ho scelto delle cover vecchissime. La mia intenzione era fare una semi  operazione di musica-cultura, questo era l’obiettivo da cui partivo e spero di esserci riuscito anche per far conoscere a queste nuove generazioni dei pezzi storici importanti.

In molte delle cover che hai scelto, sono ridondanti certi temi tra cui: il lavoro, la crisi, i soldi e altri focus ancora. C’è quindi una verità in questi testi e soprattutto un’attualità sconcertante? Il fatto che molti artisti di mezzo secolo fa già scrivevano di queste problematiche fa pensare a quanto è bloccata la situazione e che non  sia facile da risolvere. È questo il messaggio più forte che viene fuori?
Esatto. Anzi, ce ne fossero di persone che dicano come stanno le cose adesso considerando i problemi gravi e irrisolti presenti nella nostra società. Vasco Rossi e Ligabue in sostanza parlano sempre delle stesse tematiche…

Leggendo i testi dei cantautori si scoprono questioni di un certo rilievo…
Sono tutti temi importanti. È il concept dei testi della mia vita da quando ho incominciato a scrivere.

L’ispirazione per questo disco com’ è arrivata?
Mentre ero in tour con Codici Kappaò (uscito per la Valery Records due anni fa, ndr) stavo già pensando al nuovo disco ed ero in ansia perché mi rendevo conto che tutte le proposte in giro erano vecchie, già risentite mille volte. Poi una sera dopo un concerto, mi trovavo in albergo a Roma ed ho visto un servizio sul fascismo, e il pezzo “È arrivata la bufera” di Renato Rachel che c’è nell’album era stato scritto proprio come protesta contro il fascismo; allora mi sono detto che dovevo recuperare questi brani importanti di quei tempi scritti da autore solenni, così mi sono messo all’opera.

Nel disco ci sono più cover che brani inediti perché questa scelta? Parliamo un attimo dei due brani inediti sono uno in inglese e uno in italiano…
Sì esatto, nel disco ci sono due inediti uno in italiano e uno in inglese. Quello in italiano s’intitola “La resa dei conti” e l’altro “Rock ‘n‘ roll core”.

Com’ è avvenuta la selezione delle cover, hai fatto tutto da solo?
Io mi prendo il merito di tutto e a me andranno anche le critiche. Perché mi sono reso conto che spesso ho sentito i consigli degli altri, ma poi mi sono pentito e allora ho scelto io così poi se la colpa è mia, almeno lo so.

La cover non è mai stata una soluzione che tu hai abbracciato o di cui condividevi l’esigenza, spesso e volentieri hai inveito contro le tribute band e le cover band. Che piega hanno preso queste rivisitazioni di questi brani nel tuo disco?
Io spero che si capisca che questo non è un cd di cover ma un’operazione culturale vera e propria.

In tutti i pezzi ripercorsi e rivisitati è facilmente riscontrabile un atteggiamento da vero rocker, come ci riesci? Come si fa a restare credibile e non essere finto nonostante canti un pezzo che non è di tua creazione?
Voglio mantenere la credibilità facendo quello che già faccio sul disco, il live sarà esattamente come il disco.

Il sound vero e reale del disco è sano rock ‘n’ roll c’è stata una difficoltà nell’adattare questi pezzi originali del cantautorato italiano al tuo style rock?
Il sound è rock ‘n’ roll. Ma la difficoltà non è stata solo quella ma anche rifare tutti gli arrangiamenti. Se facevo un album d’inediti, ci mettevo un quarto del tempo che impiegavo per fare tutto il disco.

C’è del tuo in questo disco e si sente…
Naturale ho cercato di dare una veste rock a questi brani. “È arrivata la bufera” di Rachel o il brano di Tenco “E se ci diranno” non sono facilmente compatibili con un sound rock ma spero di aver fatto un buon lavoro.

Di Elvis Presley hai sempre parlato non bene, ma benissimo, belle parole spese anche per i Motörhead da quanto è che avevi in mente di costruire un cd con queste strabilianti canzoni che tutti dovrebbero conoscere?
Io sono nato con Elvis, e grazie ad un suo pezzo “Jailhouse Rock” ho visto la luce. Avevo 15 o 16 anni vivevo a Monte di Procida, un paesino in provincia di Napoli lì quei tempi si ascoltava solo Rita Pavone e Celentano. Un giorno un mio amico che lavorava sulle navi ha portato un 45 giri e ho sentito quella canzone ed ho capito che c’era musica seria in giro.

C’è una canzone alla quale sei più legato? Una cover che avevi da sempre desiderato realizzare?
Un omaggio a Elvis che avevo da sempre voluto fare, ma non ho mai avuto la possibilità, gli devo veramente tanto. Una cover che ci tenevo a registrare era quella di Gary Moore “Still got the blues”.

Non sarà stato facile scegliere tra tutte queste pietre miliari della storia del rock mondiale…
Tutte le scelte che ho fatto sono state dettate un po’ dalla rabbia sociale un po’ per una scelta artistica di persone che mi sono sempre piaciute. Anche per i Motörhead, non ho scelto un pezzo famoso ma tratto dal secondo album, il tipo che canta con me è il secondo cantante degli Iron Maiden si chiama Blaze Bayley.

In questo disco hanno collaborato Olly Riva, Blaze Bayley (Iron Maiden) che hai appena citato, Nathaniel Peterson (già bassista di Eric Clapton, John Lee Hooker ecc), Maurizio Solieri, Ricky Portera, Mario Riso, raccontaci quest’esperienza con questi mostri sacri del rock alcuni di fama internazionale.
Ci sono un po’ meno collaborazioni rispetto agli altri album, in realtà ne volevo anche meno però quando ho iniziato c’è stato un po’ il passaparola con amici come Maurizio Solieri, Fabio Treves e così è nato il disco piano piano. Anche nel pezzo “È arrivata la bufera” quello che canta con me è Drupi, uno che in Italia aveva successo trenta anni fa e che invece adesso lavora tantissimo nei paesi dell’Est.

Come siete finiti insieme in studio di registrazione?
Un giorno ero fuori dallo studio e gli ho detto di venire dentro a cantare un pezzo insieme. Così nascono le cose migliori senza pensarci.

Come al solito il tour sarà ricco di date perché tu sei uno che si sposta parecchio, quanto è importante il live per Pino Scotto?
Naturale è in quel momento che si vede chi è il cantante e chi il musicista. Purtroppo adesso non c’è tutta questa trasparenza ed onestà: la gente va a fare i live con le basi registrate…

Il “Vuoti di memoria Tour” partirà il 4 aprile, il disco invece uscirà il 22 aprile per la Valery Records…
Il tour parte da Desio in provincia di Milano, in questo locale ci faccio anche un progetto per i bambini in Centro America, altre iniziative le stiamo facendo con la dottoressa Caterina Vetro con il progetto “Rainbowprojects” http://www.rainbowprojects.it. Adesso stiamo portando avanti una clinica a Cobán in Guatemala. Quindi la prima del mio tour la farò in questo locale dove faccio tutti i concerti per i bambini e quella sera non si pagherà il biglietto.
Deve essere una festa. Le altre date già confermate sono indicate nel sito http://www.pinoscotto.it

Quali sono le reazioni che avrà il tuo pubblico e i tuoi fan? Qualche anticipazione sulle canzoni che saranno presentate ai concerti?
Il pubblico si deve aspettare il solito Pino Scotto arrabbiato con tutta la gente che sta distruggendo il mondo e specialmente l’Italia.
Il live sarà basato per metà sui nuovi brani anche le cover e l’altra metà sui classici che faccio da qualche anno.

Qualche retroscena?
Nel disco c’è il bassista di Eric Clapton Nathaniel Peterson con cui ho cantato il brano “Hoochie Coochie Man” e con la band Twin Dragons ho fatto io come solista anche delle date nei paesi dell’Est, con noi c’era anche il nuovo chitarrista dei Guns n’ Roses Ron Bumblefoot.  Mi dispiace molto che qui in Italia di gente famosa che suona con cantanti affermati non ce n’è, non ci sono le stessa disponibilità come all’estero.

Insomma Pino nove dischi da solista chissà quanti altri ancora…?  
Non lo so vedremo, io non penso mai né a ieri né a domani, penso solo a oggi.

i marciapiedi ci conoscono!

Pubblicato il marzo 31, 2014

NOME: VINCENZO COSTANTINO
ALIAS: CHINASKI
PROFESSIONE: POETA BARDO
CITAZIONE: “IL BAR NON TI REGALA RICORDI MA I RICORDI PORTANO SEMPRE AL BAR!

  …una passeggiata ideale fra marciapiedi sapienti ed etica da bar, con Vincenzo Costantino Chinaski, autore del libro: Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare, e del disco: Smoke.

chinaski foto

Mi pare assodato che il Bar è un elemento indispensabile nel (sopra)vivere dell’uomo – Il Bar non ti regala ricordi ma i ricordi ti portano sempre Al Bar. – invece, il Barrio è altrettanto indispensabile?
Il Bar non è essenziale, ma visto che esiste diventa un confessionale, un luogo di rifugio sentimentale e quando lo si scambia per una arena si crea confusione. Il quartiere è invece la tutela dei sentimenti, è il grembo …indispensabile.

Per te, da cosa è rappresentato il Barrio?
Dai luoghi del quartiere che mi concedono tregua e accoglienza, così come la gente del quartiere.

Credi ci sia stato un piano studiato dai cosiddetti poteri forti atto a farci chiudere tutti in casa a chattare nella nostra solitudine evitando dunque di popolare le strade?
Non credo nei piani prestabiliti, ma nell’indole umana a non riconoscere mai, o quasi mai l’oltre l’altrove e l’importanza che hanno le impronte che si lasciano camminando.

Il nuovo trend pare sia quello di prendersi molta cura di sé… smettere di fumare perché nuoce gravemente alla salute; fare jogging o andare in palestra; bere Responsabilmente; una dieta equilibrata…
Siamo destinati a diventare un popolo di sani oppure semplicemente moriremo sani?
Siamo destinati all’uguaglianza, all’omologazione, alla massificazione, siamo destinati alla quantità.
La qualità sarà come il merito, il gesto rivoluzionario.

Anni fa ho intervistato Capossela. Lui mi disse che tu sei quell’amico che conosce ed insegna le cose veramente indispensabili nella vita, ad esempio: “quando è opportuno ubriacarsi e quando non lo è.”
Puoi spiegarmi questo aspetto? Quando NON è opportuno e quando invece lo è particolarmente?
Ne parlo solo con gli amici, e in privato.

La discografia e la letteratura rappresentano un mercato particolarmente in crisi al momento. La gente è sempre più informata ma legge sempre meno, e ascolta musica su youtube ma non compra più cd.
Tu hai fatto un disco – bellissimo oltretutto – in cui leggi tue poesie su sottofondo/contorno musicale… non hai capito un cazzo oppure in fondo sei un inguaribile ottimista nonostante tutto?
Sono un inguaribile romantico perché non ho capito un cazzo , ma ho capito che le cose le fai a prescindere dalla quantità. non mi interessa quanto vende il mio disco, ma chi ha il coraggio di acquistarlo.

copertina

L’Uomo riuscirà a salvare l’Uomo?
Solo se riuscirà a capire e amare la donna.

I marciapiedi ci riconoscono?
No, ci conoscono, sono i custodi delle nostre solitudini.

Per un poeta Bardo, qual’è oggi il gesto più epico?
Sopravvivere di poesia.

Perché Ulisse ti è sempre stato sul cazzo?
Perché rappresenta il furbo, l’intelligenza al servizio del più forte.

Credi in Dio? E se si, come te lo immagini?
Credo nell’azzardo e nella scommessa e ho scommesso che qualcosa o qualcuno c’è, e se c’è
me lo immagino Donna, con peli pubici e ascellari bleu.

Pedro Juan Gutierrez sostiene che sia un tempo molto difficile per i poeti, perché non c’è nulla di bello di cui cantare o scrivere.
È possibile trovare lirismo nella “monnezza”. Ma, dove credi che oggi si possa trovare la bellezza?
Non mi riguarda, perché è relativo. Non cerco la bellezza ma solo vita, che mi faccia ridere o piangere per poi restituirla a chi non se ne accorge.
Sai quante lacrime e sorrisi sono andati persi e invece avrebbero potuto salvare le giornate.

Grazie per il tempo che mi hai dedicato. 
Prego.

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A Milano di notte c’è il mare!

Pubblicato il marzo 31, 2014

Andrea G. Pinketts: scrittore, giornalista, drammaturgo e opinionista tra i più noti esponenti della letteratura italiana noir.
Vincitore di numerosi premi letterari, ha alternato la carriera di scrittore a quella di giornalista investigativo, conducendo inchieste per conto di numerose riviste ed infiltrandosi in prima persona in svariate realtà, anche criminali. Celebri i suoi reportage per Esquire e Panorama grazie ai quali ha, tra le altre cose, contribuito all’arresto di numerosi camorristi nella cittadina di Cattolica, all’incriminazione della setta dei Bambini di Satana a Bologna ed a suggerire il profilo di Luigi Chiatti, detto il “mostro di Foligno” È autore di molti romanzi in bilico tra noir e grottesco, molti dei quali incentrati sulla figura di Lazzaro Santandrea, suo alter ego e protagonista di bizzarre avventure nella Milano contemporanea. La sua peculiare prosa, contraddistinta da un uso del linguaggio originale e dissacrante, ha attirato l’attenzione della critica, che lo ha definito uno scrittore “post-moderno”. Esce questo mese il suo nuovo libro Ho una tresca con la tipa nella vasca (di cui parleremo in seguito).

Noi, però, l’abbiamo incontrato, in un bar di Milano, per parlare del libro precedente Mi piace il Bar, di Milano e degli animali sociali che la popolano.

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Mi piace il bar è il titolo del tuo libro più recente… ne vuoi parlare?
Mi piace il bar è il mio penultimo libro, ed è una sorta di indagine fra ricordi e constatazioni di una biografia etilica, che mi ha permesso di raccontare i cambiamenti dell’atteggiamento nei confronti del bar delle persone

Una biografia dell’avventore del bar in generale o di un personaggio specifico?
La biografia mia, ma inevitabilmente sono un osservatore, ragion per cui lo scrittore è anche un descrittore, per questo motivo senza ombra di vino, senza ombra di dubbio, racconto i cambiamenti che sono avvenuti nei bar che ho frequentato… che sono epocali: i bar di fine anni 70, 80, 90  e anni zero, con teste diverse e spiriti diversi nell’approccio alla frequentazione del bar

La decade migliore?
Forse gli anni 80. Che erano appunto anni di plastica, per cui all’uscita dalla discoteca, nota che non ballo… io ci andavo per rimorchiare modelle americane… eran di moda… ti davano un bicchiere di plastica che conteneva un cuba libre… però era bello stare fuori dall’ Amnesy con queste che venivano dal Wisconsin piuttosto che dalla Pennsylvania e che non capivano nulla di ciò che dicevo loro, non perché non parlassi inglese ma proprio perché non capivano…

Non capivano il contenuto?
No, il contenuto era contenuto appunto in un bicchiere di plastica… quello era l’unico contenuto che avevamo in comune.

Quando vai in un bar, che cosa cerchi, al di la dei personaggi per i tuoi libri? Qual è lo spirito che cerchi?
Intanto il bere è cultura.. come racconto in “Mi piace il bar”: il bere è aggregazione, non è una cosa solitaria, quella da casalinga frustrata, o da alcolista.
In realtà il bere a me, fa venire in mente Noè che viene salvato da Dio che gli annuncia l’arrivo del diluvio, dopo che ha superato il diluvio e trova una terra ferma, la prima cosa che fa è creare un altare per ringraziare Dio che lo ha avvisato – dicendoglielo in un orecchio – e la seconda è piantare una vigna; quindi metaforicamente la Chiesa nata dall’altare così come la vigna che genererà l’osteria sono i luoghi di incontro, di comunicazione… E rimarranno sempre così, a dispetto della fede e a dispetto del tipo di bar sono luoghi di aggregazione, quindi sia il bere che la fede hanno una funzione sociale.

L’essere umano è un animale sociale ed è quindi animale ma anche un essere che cerca il divino attraverso qualcosa che è diverso dalla natura, perché l’alterazione del fermento ti porta ad un’alterazione della percezione…
Che è la stessa alterazione che possiamo attribuire alla fede. Solo che una è indotta chimicamente, così come se uno si beve 10 gin tonic può anche iniziare a credere che esiste dio.
Non dimenticare che il cristianesimo è una delle religioni fondate sul vino…

Così come anche i baccanali…
Ah beh, certo, ma delle due l’unica rimasta è il cristianesimo, applicato dal cattolicesimo.

La dimensione viscerale e istintiva dell’essere umano che è anche per istinto in parte animale, non solo essere razionale, pensante e sognatore, ha necessita di un luogo che può essere il quartiere ben definito in cui conosce tutte le persone accanto oppure può esprimersi anche attraverso la solitudine, visto che ormai viviamo in tempi in cui ci si chiude e il quartiere diventa anche un sito internet, la vita sociale si è spostata nel virtuale…
Quel che dici è terribile. Io ad esempio non uso internet. Lo faccio usare a un gruppo di religiose pagane che si chiamano le devote di Pinketts, che mi svolgono le eventuali ricerche o mi sbrigano le pratiche, ma certo secondo me non è la forma di comunicazione che preferisco. Se voglio raccontare qualcosa, scrivo un racconto rigorosamente a penna o se devo dire una cosa te la dico di persona possibilmente nel bar, perché il bar è il luogo in cui le storie che siano vere o inventate sono più affascinanti. Internet invece è un bluff della comunicazione. Cioè se io ti volessi bene, cosa che non è esclusa in futuro, non ti scriverei mai TVB!

Tu sei nato a Milano, sei cresciuto in un quartiere in particolare che ha segnato il tuo percorso?
Io sono nato in una clinica La Madonnina, poi la mia infanzia l’ho trascorsa in viale Piave di fronte ai giardini pubblici di Porta Venezia. Successivamente, dopo la morte di mio padre, con il trasferimento di mia madre che all’epoca era medico scolastico, siamo andati ad abitare al Giambellino.  E quindi io da bambino della Milano bene mi sono ritrovato in quel quartiere che allora era una sorta di far west, per me… in fatti mi son divertito un sacco. perché son passato dai giardini pubblici frequentati dai “bambini bene” quale ero io, ai “bambini male”…

Non esistono bambini male…
Hai ragione, non esistono bambini male.
Diciamo bambini della mala, figli di famiglie Mala. Non tutti ovviamente, c’erano anche brave persone, ma quelli preponderanti, aggressivi, erano figli di famiglie che radicavano la loro cultura nell’onore del crimine, e quindi io ho dovuto dimostrare di essere alla loro altezza.

Hai appreso dei valori positivi?
Assolutamente si.

Estinte una mala buona?
La criminalità non è mai buona, però ci suono delle persone buone costrette per ragioni se vuoi dinastiche o addirittura caratteriali a cui la microcriminalità è quasi imposta.

Questo numerò di C magazine è incentrato sul concetto di stanzialità. Il quartiere quasi come identità in cui un gruppo di persone assorbono lo stesso tipo di spirito… quindi è stato il Giambellino che ti ha segnato di più o ce ne sono altri?
Tutti in realtà: Brera, quando c’era il vecchio Le Trottoir. Io credo che una persona si lascia coinvolgere ma coinvolga anche la zona che decide di frammentare. Per cui non sei tu che piombi o scendi dal cielo fra un gruppo di sconosciuti, sei tu che ti adatti o che fai si che loro si adattino a te, che è il mio caso.

Esiste un solo codice comportamentale nei vari quartieri e nei bar, o ne esistono diversi? Esistono luoghi in comune, regole non scritte?
La cosa importante è l’educazione. Il rispetto, anche nel senso malavitoso del termine. E poi forse fondamentale è la nascita di improbabilissime amicizie con persone che sono all’opposto di te… e allora scopri che sei un animale sociale.

Improbabili amicizie dici: ad esempio?
Uno su tutti: Giank la Bestia, che adesso è agli arresti domiciliari, e che è l’uomo più indistruttibile che abbia mai visto. L’ho conosciuto appunto in una bar del Giambellino e abbiamo simpatizzato perché è una persona brillante, ma è veramente un animale. Molti anni fa la sera andavo a prendere le entreneuse nei night clubs e le scortavamo a casa, e venivamo pagati… per tutelarle, come servizio di sicurezza. Poi purtroppo lui ha scelto la scorciatoia del crimine ed io invece no.

Quando hai capito di essere uno scrittore? Sei partito come giornalista o già scrivevi?
Per me fare il giornalista è stato importante quando facevo le inchieste. Mi calavo in realtà che non mi appartenevano. Ho fatto il barbone alla stazione centrale, ho incastrato i satanisti di Bologna… e lì mi piaceva. Però in realtà ho iniziato con Onda Tv, che non esiste più, in cui essendo l’ultima ruota del carro intervistavo le vallette. Però per me allora in piena tempesta ormonale fra intervistare una valletta misconosciuta o intervistare Pippo Baudo non avrei avuto esitazioni… (ride). Ho anche scritto un saggio a proposito delle vallette “La valletta dell’Eden”.

E cosa hai imparato dal mondo delle vallette?
La provvisorietà della vita.

La precarietà di una vita basata sull’apparenza?
La maggior parte delle vallette che frequentavo studiavano… In fondo è un rito di passaggio prima di arrivare a conoscere i tuoi reali obbiettivi, non parlo di vallette da vallettopoli, bensì delle hostess della fiera… Io sono un grande esperto di hostess.

Che cosa sa un grande esperto di Hostess che altri non sanno?
Conosci il climax, un termometro per capire le situazioni e le persone. La fiera è un’assoluta commedia umana.

Quanto gli esseri umani recitano e quanto sono sé stessi nella quotidianità?
Risposta Pirandelliana: uno in realtà non lo sa quanto sta recitando e quanto no, perché se è entrato totalmente nella parte non se ne rende conto.

Nei tuoi libri cerchi le caratteristiche del personaggio nelle persone o descrivi persone che hai visto? Una combinazione delle due cose?
Tutte e due in realtà. Nel prossimo libro ad esempio “Ho una tresca con la tipa nella vasca”, che esce ad aprile per Mondadori, è un libro sulla tresca in cui l’autore è innamorato delle Muse, quindi è poligamo. ogni storia è una storia diversa. Il protagonista si innamora ad esempio, nella prima un camorrista diciottenne costretto a rifugiarsi in Danimarca perché ha insidiato la moglie del boss e si innamora della Sirenetta di Copenhagen, ma proprio della statua che è alta 130 cm e pesa 160 kg. Una donna tutta d’un pezzo…non so…io non l’avrei mai fatto. Sono storie diverse, surreali.

L’umorismo nasce dal surreale, quando la realtà incontra l’improbabile.
Io sono sempre stato il cantore dell’improbabile, Quando il paradosso che è reale passa dalla tragedia alla farsa con una estrema duttilità e senza accorgersi.

La società ideale di Andrea G. Pinketts?
Non credo che esista. Penso a Utopia di Thomas More, a mondi apparentemente perfetti e il mondo non lo è per nulla. e non solo: l’imperfezione dona caratteristiche singolari ad ogni tipo di mondo. Certo, sarebbe bello se fossimo tutti belli come noi due, tutti bravi, intelligenti, possibilmente ricchi…però ci annoieremmo a morte.

Il mondo è bello perché è vario?
Il mondo è brutto perché ingiusto. Però è interessante.

L’importanza del soprannome… hai citato Giank La Bestia ha ancora un valore. La riconoscibilità è ancora importante?
Ora c’è il nickname. A volte i soprannomi nascono per scherzo: Pogo il Dritto è un mio compagno di liceo che si chiamava Pogliaghi e lo associavo al biscotto Togo. Molti soprannomi hanno poi generato dei cognomi.
Il mio vero cognome è Pinketts ma è stato naturalizzato sotto il fascismo in Pinchetti. Poi ho recuperato il mio cognome di origine irlandese e ho conservato entrambi.

Hai quindi origini irlandesi…
Sì e da qui si spiega l’amore per la birra e la mia natura rissosa.

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Che cosa ti fa arrabbiare?
Ti cito una battuta del film Il Pistolero  “Non sopporto ingiustizie, non sopporto insulti, non sopporto prepotenze. Se qualcuno mi offende o mi tradisce, prima o poi si aspetti la mia vendetta.”

La tua rabbia deriva quindi da un senso di giustizia, non dalla follia o dall’orgoglio È quindi un valore che deriva dalla difesa del più debole? Fammi qualche esempio di situazioni ingiuste
Io quando mi inalbero sono chirurgico, non mi va mai il sangue alla testa. Io ho fatto sia boxe che Kendo. Con la boxe impari a valutare l’avversario di cui hai rispetto. Poi la durata del match dura poco. Invece il Kendo che nasce dal più grande spadaccino Giapponese è fatto anche di attese perché tu aspetti la mossa dell’avversario. Lo studio assoluto. Io non sono per la violenza bruta, sono per la forza applicata.

Sono importanti le regole?
No. In generale no. Ma nello sport sì.
Nello sport le regole implicano un senso di correttezza, di riconoscimento del valore dell’avversario mentre nella vita delle regole ci sono imposte e non sono necessariamente etiche. Sono imposte quindi puoi violarle quando vuoi.

Quindi è la legge morale dentro di te ad essere importante? Il buon senso?
Buon senso è una definizione che non mi piace, da vecchio. È più importante trasmettere l’esempio. La saggezza non si trasmette.
Pensa a Pulp Fiction, quando Samuel Jackson dice “Sono in una fase di transizione” Perché lui avrebbe ammazzato subito quei due (secondo l’istinto) e invece..

Ha fatto bene a dare ascolto a questa voce?
Sì certo. Io sono contro la violenza. Però se uno merita un sacco di botte non mi tiro indietro.

L’ultima domanda: che tipo di sigaro toscano fumi e quanto la legge contro il fumo ha inibito l’aggregazione sociale nei locali?
Ho scritto insieme a Paul De Sury a Cuba “La mistica del sigaro”, sui sigari cubani, i puros. Io preferisco i toscani, Toscano Extra Vecchio, anche perché il puro è più impegnativo. La realtà assoluta è che il sigaro al contrario della sigaretta, ti permette di raggiungere improvvisamente con il pensiero realtà lontane.

Un po’ come la marijuana?
La marijuana falsifica la realtà. Il sigaro invece la qualifica. La sceglie, la controlla senza controllarla. È come una seduta spiritica.
Per rispondere alla seconda parte della domanda secondo me la legge contro il fumo “Legge Sirchia” a mio avviso andrebbe chiamata “Legge Minchia” perché è inaccettabile.
Mi pare che fosse il 5 gennaio 2005 che è stata applicata ed io e Paul de Sury ci siamo messi a fumare in un luogo pubblico in segno di disapprovazione verso questa legge.

È stato un gesto un po’ punk il vostro…
No! E’ stato un gesto Pink!

Domanda sulla città di Milano. Milano è un grande paesone?
Tutte le città, a parte Los Angeles, sono dei paesoni, perché ogni quartiere vive una vita propria. Io ho avuto modo di innamorarmi di parti diversissime di Milano, ad esempio quando il Trottoir era a Brera io ero il re di Brera.
Poi i quartieri sono cambiati. Ad esempio il Giambellino adesso è un posto di kebab, non è più il Giambellino di Ceruti Gino, le canzoni della malavita.
Adesso c’è una criminalità diversa, i drammi si consumano all’interno delle famiglie. Figli che uccidono genitori e viceversa.

Se potessi descrivere Milano a chi non la conosce cosa diresti?
L’ho già fatto in un libro: a Milano, secondo me, di notte c’è il mare.
A Genova il mare è evidente, mentre a Milano il mare si sente di notte.

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La letteratura è una sfida – intervista allo scrittore iracheno Hassan Blasim

Pubblicato il marzo 31, 2014

“Agli inviti dei pochi amici critici rispondeva citando lo scrittore ungherese Béla Hamvas: “In casa impari a conoscere il mondo, mentre in viaggio impari a conoscere te stesso.” A quasi cinquantasette anni, Khaled al-Hamràny non aveva mai lasciato la sua citta.” (Hassan Blasim, Il Mercato delle Storie in Il Matto di Piazza della Libertà, il Sirente ed.)

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Se Khaled al-Hamràny, personaggio del racconto Il Mercato delle Storie, non si è mai mosso dalla piazza del mercato della sua città, lo stesso non si può dire del suo autore, lo scrittore iracheno Hassan Blasim.

Hassan Blasim, che oggi ha poco più di 40 anni, è fuggito dal proprio paese natale, l’Iraq in seguito alla realizzazione del film The Wounded Camera e nel 2004 è giunto come rifugiato in Finlandia, dove tutt’ora vive.
Vincitore nel 2012 del premio Writers in Translation del Pen International grazie alla raccolta di storie brevi tradotta in inglese da Jonathan Wright con il titolo The Iraqi Christ, Hassan Blasim ha un solo libro tradotto in italiano: Il Matto di Piazza della Libertà.
Il Matto di Piazza della Libertà è una raccolta di racconti edita in Italia da il Sirente nel 2012. Una mostra delle atrocità narrate con l’occhio lucido e visionario di chi sa che al di là delle differenze culturali, religiose, razziali, siamo tutti sulla stessa barca in un viaggio il cui fine non è altro che il viaggio stesso.
Racconti dell’assurdo dalle tinte noir ed ironiche che descrivono un mondo onirico e reale al tempo stesso. Il sogno, il viaggio, la violenza e gli orrori della guerra sono i temi portanti dei racconti di Blasim che parlano di persone comuni che il più delle volte, come nel caso de il protagonista di Il Mercato delle Storie, non si sono mai mossi dal loro quartiere o che, come Carlos Fuentes, emigrato iracheno in Olanda nel racconto Gli Incubi di Carlos Fuentes, non sono mai riusciti a liberarsi dai fantasmi del loro “rione”.
La mia intervista con Hassan Blasim è avvenuta via e-mail grazie alla traduttrice in italiano di Il Matto di Piazza della Libertà, Barbara Teresi.

Dove sei nato? Che ricordi hai del quartiere dove sei cresciuto e quando lo hai lasciato?
Sono nato a Baghdad e all’età di cinque anni mi sono trasferito con la mia famiglia nella città di Kirkuk. Quando è scoppiata la Guerra Iran – Iraq, avevo sei anni e ho iniziato le elementari. Kirkuk era una città in tumulto per via della resistenza curda oltre che della guerra. A scuola, nell’ora di educazione artistica, ci facevano disegnare carri armati e soldati che sparavano a Khomeyni e alla sua barba. E non ci insegnavano i nomi dei fiori che sbocciavano intorno a noi, in città. Fiori selvatici di diverse forme e colori. L’insegnante di matematica frustava gli alunni con la cintura dei pantaloni. E mio padre faceva violenza a mia madre in modo sistematico e per le ragioni più sciocche. Assistevamo alle esecuzioni capitali. Ne ho parlato in uno dei miei racconti. C’era una piazza polverosa accanto al quartiere in cui abitavamo. Noi ci giocavamo a calcio. In quella piazza giustiziavano, sotto gli occhi di tutti, i soldati disertori e i partigiani della resistenza curda. E, per spaventare tutti gli altri, lasciavano lì i pali di legno su cui avevano legato i condannati a morte. Noi bambini li prendevamo per farci le porte del nostro campo di calcio.

In un rione o vicinato spesso le differenze convivono all’interno della stessa comunità. Pensi che la società irachena e quella europea stiano perdendo il tesoro della diversità culturale?
La città di Kirkuk era caratterizzata da una straordinaria multietnicità: turkmeni, curdi, arabi, assiri cristiani. Purtroppo oggi i politici corrotti non hanno abbastanza immaginazione né volontà per conservare questa ricca, incredibile eterogeneità. È vero che il dittatore ha creato alla città moltissimi problemi, ma è pur vero che i politici iracheni oggi sono impegnati a rubare gli ingenti capitali del petrolio e alimentano le ostilità tra gruppi etnici e religiosi per il proprio tornaconto personale e per via di una limitata coscienza politica.
La multiculturalità è l’unica opzione che abbiamo per poter vivere in pace in questo mondo, tanto più perché possediamo un patrimonio umano condiviso . Bisognerebbe esercitare una maggiore pressione sui politici e su chi ha potere decisionale, ovunque nel mondo, per consolidare il principio di multiculturalità nei diversi settori dello sviluppo e per mezzo di politiche sociali.

In ogni quartiere di solito c’è “il matto del villaggio”. Il Matto è una figura che ritorna di frequente nei tuoi racconti, spesso ne è addirittura il protagonista. Cosa rappresenta il Matto per te?  
Gran parte della violenza in Iraq è follia, isteria delle generazioni vissute sotto il pugno duro del dittatore. E oggi, purtroppo, una nuova generazione sta crescendo all’insegna delle milizie religiose e del terrorismo. In alcuni miei racconti la follia è forse la sola idea in grado di muoversi agilmente nella terrificante realtà dell’odierno Iraq: una cella di dolore e sangue.

Cosa succede ad una persona quando viene strappata dalle proprie radici?
A mio parere lo sradicamento è il miglior regalo che si possa fare alla conoscenza e alla riscoperta di sé.

Che importanza ha il linguaggio di strada nella tua scrittura?
Sulla questione della diglossia nei paesi arabi mi sono espresso in passato in più di un’occasione. Io stesso continuo a scrivere in arabo classico, ma cerco di epurarlo dalla retorica, dai simbolismi e dal gergo giornalistico e di usare molto l’arabo iracheno nei dialoghi. E nei miei prossimi scritti cercherò di usarlo ancora di più.
Del resto tutti i bambini del mondo, quando vanno a scuola, hanno diritto a imparare la loro lingua materna. Noi invece andiamo a scuola e ci scontriamo con la lingua araba, che ci appare come una lingua straniera: le parole “casa”, “tavolo” o “lampada” non sono le stesse che usiamo a casa, e la maggior parte delle parole suonano estranee alle orecchie di un bambino delle elementari. L’arabo classico è una delle prigioni del mondo arabo. Tu impari qualcosa che appartiene al passato, mentre le tue emozioni e la tua immaginazione si muovono nel contesto della lingua parlata, quella usata oggi. Bisognerebbe pensare seriamente a rinnovare la lingua araba.

Che relazione c’è tra il linguaggio in cui scrivi e quello in cui sogni?
È un perenne conflitto. Ma nonostante tutto è possibile fare in modo che la lingua letteraria obbedisca all’immaginazione e ai sogni.

I sogni sono sempre una parte molto importante dei tuoi racconti, molti dei tuoi personaggi vivono contemporaneamente nel mondo reale e nel mondo onirico. Pensi che ci sia qualcosa di simile ad un “vicinato”, ad un rione, anche nel mondo onirico? Uno spazio che condividiamo con gli altri?
Sì, è vero, do molta importanza ai sogni, perché il sogno è un terreno fertile, misterioso e stupefacente su cui ancora sappiamo poco. Il mondo continua senz’altro a indagare a fondo nei dettagli del sogno, ma non è ancora arrivato a captarne l’essenza segreta. La gente sogna ovunque e questa è una caratteristica meravigliosa che ci contraddistingue in quanto esseri umani. Credo che nel mio prossimo romanzo tratterò il tema del sogno dal mio personale punto di vista, cosa di cui non posso parlarvi qui così di fretta.

Può un quartiere contenere l’intero universo di storie possibili come spiega  Khaled_al_Hamràni in Il Mercato delle storie?
A dire il vero, l’idea de lI mercato delle storie mi è venuta dopo aver letto più di un’intervista a un autore iracheno che sostiene che scrivere dell’Iraq oggi sia molto difficile perché la spaventosa realtà del Paese “supera” ciò che su di essa possiamo scrivere. Secondo me questa è un’assurdità. La letteratura è una sfida. E oltretutto non ha a che fare soltanto con gli avvenimenti del presente neppure quando affronta temi d’attualità. La violenza in Iraq, per esempio, è un’estensione della violenza che l’uomo esercita dai tempi delle caverne e fino ai nostri giorni, con i missili intelligenti americani. Analizzare la realtà in questo modo è tra i compiti della letteratura.
Il racconto Il mercato delle storie è uno dei modi possibili per sfidare la violenza. Persino il più semplice particolare di un mercato popolare può diventare una storia universale ed esprimere le nostre inquietudini, le nostre gioie, il nostro essere smarriti in questo mondo.

– Intervista di Agnese Trocchi – Traduzione dall’arabo di Barbara Teresi –

TRIS

Pubblicato il marzo 31, 2014

Tre book, stavolta la Riserva Urbana fa tris.
E se ai lettori che seguono questa rubrica dovesse venire il prurito di leggerli, magari in
contemporanea, assicuro dosi massicce di coraggio, altruismo e fantasia.

“Storie” di Robert McKee, edito da Omero Edizioni.
Ho avuto la fortuna anni fa di partecipare ad uno stage con lui: ancora mi fischiano le orecchie. I suoi contenuti, la struttura, lo stile, i principi per la sceneggiatura e per l’arte di scrivere una storia, fateli vostri, prendeteli a morsi, masticateli bene e, una volta digeriti, provate a scrivere una sceneggiatura basandovi su questa domanda che ho letto su un muro a Napoli: E se fosse finito il nostro turno di fare gli Occidentali?
McKee consiglia di fare molta attenzione alla forma e di lasciar perdere le formule. Ti fa vedere più di cento film e ti snocciola altrettanti esempi. La sua filosofia è di non basarsi su rigide regole, ma piuttosto sui principi su cui una storia si fonda.

“A Lakota War Book from the Little Bighorn. The Pictographic Autobiography of
Half Moon” di Castle McLaughlin, pubblicato dalla Harvard Library di Cambridge,
Massachusetts.
Per quelli che, come il sottoscritto, parteggiano per gli Indiani d’America, è un libro che ti manda in visibilio. La battaglia di Little Bighorn vista dal punto di vista dei Lakota, dei Cheyenne, degli Arapaho: i guerrieri che sconfissero il 7° cavalleggeri del vanaglorioso Custer. I disegni dei Nativi Americani ritrovati nella tomba di un capo indiano raccontano una versione differente da quella raccontata dai film statunitensi. E poiché per me hanno
ragione i Figli delle grandi pianure e torto i blue soldiers, guardate le immagini, ascoltatele: esse parlano più forte delle parole scritte con inchiostro biforcuto dall’Uomo Bianco. Bellissima l’introduzione di Chief Joseph Brings Plenty.

“Daisaku Ikeda, idee per il futuro dell’Umanità” è un libro necessario, destinato a diventare fondamentale non solo per i buddisti.
Ringrazio Antonio La Spina per averlo scritto e naturalmente anche tutti quelli che hanno
collaborato con lui e gli Editori Internazionali Riuniti che l’hanno pubblicato.
Daisaku Ikeda, filosofo e scrittore, attraverso la Soka Gakkai Internazional è il Maestro spirituale di oltre 12 milioni di donne e uomini e, particolare niente affatto trascurabile, è il mio Maestro. Nei suoi scritti, tradotti in trenta lingue, si è misurato con le grandi sfide che oggi più che mai, il genere umano ha di fronte. Dal disarmo nucleare alla riforma delle
istituzioni di governo mondiale, per non dire poi dei diritti umani e dell’evidente deterioramento dell’ambiente naturale.
Daisaku Ikeda, insieme al Dalai Lama e a Thich Nhat Hanh, è uno dei principali leader buddisti del Pianeta. La prefazione è di Adolfo Perez Esquivel, un autentico e vero Premio Nobel per la Pace.

Barrio digital

Pubblicato il marzo 31, 2014

Luddisti della domenica piangono lacrime e sangue, sbrodolando sulla stampa prezzolata, o nei diametri rigorosi e spassionati dei loro profili facebook, liriche sulla mania della rete sociale, che detta all’ammerekano si dice “Social Network”. E allora si capisce di cosa parli, non come in italiano, che sembra una cosa da compagni e non da seri capital – consumisti radical – chic, quelli che poi si imboscano alle Feste di Liberazione.

 

 

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Il social è ora – come prima internet – ciò che tutti amano odiare. Si dice che ti avrebbe scompigliato le carte, che ti assorbe più della tv, ti fa passare la voglia di fare sesso su youporn, che ti viene l’orchite alle dita del piede mentre ti masturbi. Dice che la malafemmina poi, se si sposta sulla rete, ti si mangia, che il testosterone cattivo, secondo questi vigliacchi dello spirito, morde, e se non stai attento, poi ti aspetta nel buio del portone di un blog qualsiasi, alle 4 del mattino e diventa il Troll dei tuoi incubi…
Noi del Barrio Digital con le vostre paure categorizzate facciamo collane di denti ridenti e pie colonne di teschi davanti alle porte dei nostri palazzi anonimi, costruiti sulle vostre speculazioni edilizie migliori. Capitale in conto apocalisse.
Io non ho paura della rete e esco solo la sera.
Cammino per questa serie di mondi paralleli e reali in modo differente da prima, ma concreto, dannatamente concreto.
La Calabrifornia che vedo con i piedi dell’amico genio e disperato che sa cosa beve e ha smesso di fumare. Peggio Calabria, New York di un altro amico pazzo che suona nel deserto del Jersey musica digitale in scatole per nerds. Palermo, nera, aguzza, tentennante, piena di storie che mi saranno per sempre proibite, perché ho il sangue rosso e non nero. Milano, incisa sotto le unghie della sua periferia senza risorse, chiusa dietro una porta aperta, case cose di mura sottili e di sberle promesse e date, urlate, nel buio assordante di un silenzio complice. Amsterdam, con le sue vie gialle xeon nella notte, riflessi d’acqua e di finestre che ridono con lampade al tungsteno. Case borghesi. E neon, se si tratta di un kebab qualsiasi. E anche Maribor, Anversa, Genova, Montefiascone, Montalbano, Madrid. Il mio Barrio, la sua gente. Viva.
Ho camminato a lungo di notte a Berlino, alla ricerca di una festa spostata in periferia a cui sono arrivato tardi e presto allo stesso tempo. La notte era sottile come un foglio di carta velina e ero solo, senza neppure un posto in cui rintanarmi a dormire e con il telefono scarico. Ma ero per tre quarti altre persone e non ho avuto paura: ero a casa mia. La periferia di Berlino può essere dannatamente vuota, e non hai nessuna mappa in testa che ti dica che scarpe sia meglio metterti per correre. Eppure alla fine abbiamo sviluppato altri sensi inventati e improbabili e sentiamo la rete, su cui navigare, cadere, o nascondersi. L’incorporeo digitale che può diventare corporeo. Come una casa di architetto pazzo e omosessuale prima vuota e poi riempita di profughi italiani del design in fame chimica, dove mastico formaggio pecorino sotto a una copia del David di gesso a grandezza naturale con il sesso viola.
Esco spesso, fino a notte fonda, e viaggio, alle volta fino a mattina. Cammino parecchio, alle volte sui piedi altre sulle dita, e sono mille persone sole come me, e unite da una letteratura interpersonale, formidabile, anche se inevitabilmente fragile, e figlia-spia del gran dio Mammona, dio del danaro e della pubblicità.
Queste persone che incontro mentre cammino sono per metà reali e per metà un misto di me, di loro stesse, e dei nostri profili facebook, twitter. Hanno le anime nella chat, nell’email, nella foto fatta da solo, o dell’ultimo giochino sull’arte o sulla musica preferita. Twitter per aforismi che ho composto in haiku e non so più distinguere da quelli del XV secolo composti da qualche giapponese che non sono neppure certo di avere mai letto. Foto visioni e esibizionismo incluso.
Poi, l’arma migliore del pusher d’amore in rete, o del rabdomante è la semeiotica. La vostra seduzione funziona con gli scarabocchi di un visionario non più a causa di immagini graziose, ma grazie ai riferimenti significanti nascosti nell’immagine stessa a vostra insaputa dal grande inconscio digitale. La grande, incredibilmente poetica risorsa dell’analogia, come la magia nera, diretta e cruda, stride tra una parola detta e una sussurrata in chat con il senso dell’insieme. Stiamo.
Ci sono siti nel quartiere che sono bar d’angolo e altri sono parrocchie. Con la loro chiesa scura e l’odore di candele steariche, con le beghine in prima fila, e dietro nella penombra della navata Nessuno che ci fa paura.
C’è l’officina collettiva, c’è la più grande delle biblioteche per i libri veri, ce n’è un’altra ancora più grande per quelli mai scritti e un’altra ancora, infinita, per quelli inutili. Nel quartiere digitale, fatto di tempo, di materia e di carne, piangono il sindaco e l’assessore, mentre le loro costose campagne elettorali sono tagliate via da un filtro di Chrome e sbiadiscono in terra, sotto una pioggia di grigio fumo. Ci sono le notizie false che girano e mutano in altre più vere di quelle vere, e le tracce di merda della propaganda-colpo-di-mortaio tra i passanti. Un bidone di chiodi esploso su chi faceva solo la coda per il pane.
Qui nei nostri giardinetti è ancora pieno di gatti: in tutte le porte ce ne sono almeno dieci milioni. Lappano latte e lische di pesce che si litigano con vecchie signore stanche che postano notizie incredibili, che per cortesia tutti commentiamo con garbo, e che copiano fandonie sulla nostra attenzione marmellata. Sanno verità sugli alieni o su qualcos’altro, le hanno trasformate in macchie di colore incerto: i blog. E assieme a loro, che in un quartiere del XX secolo e non del nostro sarebbero dimenticabili incontri alla cassa del supermercato, attiriamo grosse e grasse mosche, che come miele di favo o merda di vacca spingono a craniate enormi bottoni blu con scritto “lekkami”.
Il mio barrio digitale è, ovviamente, pieno di donne. Tutte belle e misteriose mi parlano di fronte e di profilo, credendomi bellissimo, perché ho la forza di toccare oltre i loro muri e di spingermi nei loro giardini preziosi con coraggio e follia disperata. C’è la taverna in cui danzano, quella in cui parlano d’amore, quella dove si fanno leggere i tarocchi. E l’angolo buio di sottoscala dove si lasciano baciare. Ci sono anche uomini che sono donne, che sono disincarnati, amanti a ore, rimbalzi sul fosforo asfalto del nostro monitor piazzale, camminano con i tacchi a spillo e gli stivali da cowboy.
Nel Barrio, non c’è maggior soddisfazione che sapere usare le armi del nemico e noi lo facciamo benissimo: ninja armati di buio. Sparire, rompere, farsi sentire e poi di nuovo sparire, accorpare, distruggere. Con grandi gesti liberatori possiamo popolarci di parole e concetti che non portano più ovunque, ma in combinazioni improbabili di singolarità rintracciabili con tre click.
Proprio adesso che scrivo del mio quartiere immaginario e di pietra, in cui cammino preoccupato come un bianconiglio ritardatario, sta diventando reale, concepito, ripassato all’esistenza tangibile da una scrivania-portaerei che non vola. Potrebbe essere stampato, immaginato e realizzato in ogni momento. Il bavoso incerto becero sbrilluccichio di provincia infinita in cui vivete voi scompare, irrilevante, mentre noi, pochi eletti formati già di moltitudini, camminiamo nel nostro barrio digital. Realtà concreta e amplificata da tutto ciò che so, vivo e immagino in punta di lingua.

Black Beat Movement

Pubblicato il marzo 28, 2014

Oltre sessanta date alle spalle e un nuovo tour che sembra non avere fine. A poco meno di un anno di distanza dal primo EP, Black Beat Movement, un collettivo che raduna volti noti della scena italiana (da Rootical Foundation a Vallanzaska a Rezophonic) torna con il primo full length, ID-LEAKS, in uscita l’8 aprile 2014. La potente voce di Naima è accompagnata da Jacopo Boschi (alla chitarra), Luca Bologna (basso), Riccardo Bruno (percussioni), Luca Specchio (sassofono e tastiere), Dj Agly agli scratches. Un sound contaminato e contagioso, tra neo soul, il rap e il nu funk. Ecco cosa ci raccontano.

logo astarte

Da dove nasce l’amore per la black music?
È difficile spiegare come un individuo sia orientato verso un certo tipo di sonorità. Al contrario è molto semplice chiudere gli occhi e “vivere” il suono così come arriva. Credo che il nostro amore per la black music nasca fondamentalmente da questo approccio. E’ fisiologico.

Venite tutti da esperienze diverse. Come vi siete incontrati, com’è nato il progetto Black Beat Movement?
Alcuni di noi si conoscevano già da un po’ di anni e collaboravano in diversi progetti musicali, un giorno ci incontrammo in una saletta dell’hinterland di Milano assieme ad altri amici musicisti. Facemmo un po’ di jam e capimmo subito che si poteva creare una bella situazione artistica. Ora siamo qui a raccontartelo.

La scelta di inserire un dj nello spettacolo dal vivo e per le registrazioni in studio da cosa nasce?
Non abbiamo “inserito” un dj. Sentivamo l’esigenza di avere un sound più urban e contaminato, così Dj Agly iniziò a suonare i turntables sui nostri pezzi e fu tutto più completo e tondo. Dico che non abbiamo “inserito” un dj perché fu una questione di feeling e interplay più che di scelta preventivata.

Avete macinato chilometri e date. Eppure, siete al primo disco. Come reagisce il pubblico che ancora non vi conosce? Pensate di avere un seguito? 
Il debut ep uscito l’anno scorso a febbraio 2013 è andato abbastanza bene, come primo lavoro, e ci ha permesso di “suonarlo” in giro per tutta Italia e anche all’estero. Abbiamo avuto la fortuna di condividere palchi con grandi artisti nazionali e non, come Africa Unite, Hyatus Kaiyote, Paola Turci, Nesli, Statuto e molti altri.

L’ 8 Aprile esce il nostro primo full-lenght intitolato ID-LEAKS  da cui abbiamo estratto il primo singolo The Trick. Proprio in questi giorni abbiamo iniziato il trick.it tour 2014, e abbiam gia toccato Milano, Roma, Napoli, Firenze e Modena e saremo impegnati su palchi di tutta Italia per tutta l’estate e oltre.
Il pubblico è sempre entusiasta del live e siamo sempre in grado di instaurare una connessione con le persone che ci ascoltano. A nostro avviso è questa la ragione per cui le persone che ci sentono live diventano parte della grande BBMfamily; tante o poche a noi non interessa. La qualità dei nostri sostenitori è altissima e li dobbiamo ringraziare ogni giorno.
Cerchiamo di vivere la band come una vera e propria famiglia con tutti i diritti e i doveri che ciò implica. C’è tanto impegno e tanto lavoro da parte di tutti. Ci piace pensare che una band debba funzionare come una mano che stringe qualcosa: se anche una delle cinque dita non compie la stessa pressione delle altre la presa non è efficace e la mano presto o tardi si stancherà lasciando scappar via quello che afferrava.

 

I vostri artisti di riferimento per la composizione delle canzoni, quali pensate siano?
Ognuno di noi ha i suoi artisti preferiti, dai Funkadelic a Erykah Badu, da Miles Davis a Prince, da Marley a Pharrell, da Marvin Gaye agli A tribe Called Quest.. insomma è difficile fare una mappa dei nostri riferimenti artistici.. ma sicuramente la contaminazione tra suoni differenti ci affascina e ci fa scrivere.

Come nascono le canzoni dei Black Beat Movement?
A volte partono da una jam session tra noi, a volte da un beat elettronico prodotto, altre invece da un preciso groove di batteria o da un intuizione vocale. Anche in questo caso tutto cambia e tutto varia.

 

 

bbm bassa

Quale pensate sia la forza del vostro spettacolo live?
Suoniamo una musica che è strettamente legata alla danza e al feeling che un certo tipo di beat scatena, quindi il live è un gran variare di ritmi e atmosfere che ti fanno muovere. Insieme a questo cerchiamo di comunicare anche concetti per noi “importanti” e “vitali” come l’amore, il rispetto, l’ecologia e la libertà. E poi, se lo ascolti bene … è sempre diverso..

Lo Sziget è l’inizio di una fuga verso l’estero?
Fuga sicuramente no. E’ stata di certo un’esperienza fantastica che ci ha permesso di aprire ancora di più i nostri orizzonti. Lo Sziget è uno dei festival più prestigiosi d’Europa e siamo felici di aver partecipato ad un evento musicale di tale rilievo. Il feedback è stato importante e la gente ha accolto il nostro progetto con molto entusiasmo per questo puntiamo a suonare e a diffondere la nostra musica in tutta Europa e oltre, senza distinzione. La musica è universale e questo nostro pensiero cerchiamo di ricondurlo anche nelle scelte promozionali che facciamo. Il messaggio del Black Beat Movement è chiaro e diretto a tutti, Italia e non.

Una Doria abbraccia un’altra Doria…

Pubblicato il marzo 28, 2014

… quando l’Altrove si trova celato nel mistero e noi ciechi brancoliamo nelle tenebre…

 

Siamo la nazione dei favoritismi ai parenti… e dunque posso farlo anch’io. Di parente proprio non si tratta ma abbiamo lo stesso nome. Sto parlando della Tavola Doria che finalmente è ritornata in “patria”, a Firenze, nella culla silenziosa dove è nata. Potevo esimermi di rallegrarmi insieme a voi di una simile notizia?

La mia quasi omonima ne ha viste di cose e non solo per la sua veneranda età. Il viaggio della Tavola D. (permettetemi di chiamarLa così, Le dà un’allure principesca, stile Lady D.) è degno di quello che cantò Omero, quello dell’uomo dalla mente colorata.

 

Leonardo_da_vinci,_Battle_of_Anghiari_(Tavola_Doria)

Dopo mille peripezie, giri intorno al mondo, trafugamenti e acquisti in buona fede (ce n’è per tutti i gusti, quasi da farci un film) il Dipinto è tornato a tutti gli effetti patrimonio dello Stato Italiano e assegnato al Museo degli Uffizi. Fino al 29 giugno verrà esposto in sala 16.

La nostra D. torna alle sue origini, respirerà l’aria fiorentina e virtualmente abbraccerà quella stanza (il Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio) in cui dovrebbe essere celata (con il famoso motto “Cerca Trova”) la Battaglia di Anghiari di Leonardo.

Il mistero nasconde ai nostri occhi quello che la Tavola Doria ci mostra. È lei l’unico “indizio” del giallo del dipinto ad encausto leonardesco che ha fatto scervellare i più grandi studiosi di storia dell’arte.

La Tavola Doria è un bozzetto di mano (forse) di Leonardo e raffigura il particolare centrale della famosa battaglia (1503 -1505) andata perduta dietro l’opera successiva di Giorgio Vasari. Ed il Giorgio da bravo studioso pensa ai posteri e lascia il suo motto per indicare che la sua opera forse è solo un velo dietro cui si cela l’opera del Maestro di Vinci.

Prende il nome dai suoi primi proprietari, i Doria (quelli genovesi…) che lo acquistarono nel 1621. Il dipinto passò poi nelle mani di un altro della casata, Doria d’Angri che lo vendette all’asta a metà Novecento circa ad un marchese anche lui genovese che lo portò con sé in Svizzera. Passò poi in Germania e nei primi anni Novanta fu acquistato in buona fede in Giappone dal Tokyo Fuji Art Museum anche se il dipinto risultava “wanted – ricercato” dalla Polizia italiana.

Nel 2008 era ancora in Svizzera, al sicuro dietro le fredde pareti di un caveau e dobbiamo ringraziare anche la diplomazia giapponese se ci è concesso oggi di riaverlo “a casa”.

Guardando la Tavola Doria non posso non chiedermi come doveva essere l’originale di Leonardo. E la mente va all’ultima visita fiorentina a Palazzo Vecchio dove sono stata come minimo mezz’ora a fissare l’opera vasariana cercando quel “Cerca Trova”.

La Tavola Doria è per noi un po’ come il materializzarsi del mito della caverna: percepiamo la magnificenza, la bellezza e il pathos della Battaglia di Anghiari non per quello che è realmente ma attraverso le ombre dipinte sulla tavola da questa mano benevola che ci ha voluto lasciare un segno.

Speriamo un giorno, forse non troppo lontano, di essere accecati dal fulgore dell’opera perduta di Leonardo. Accecati dalla Verità, dalla Bellezza e dalla Purezza del suo gesto pittorico e catapultati all’interno di un conflitto di corpi, di spade e di anime.

L’apparizione della Marmotta Sempiterna

Pubblicato il marzo 21, 2014

Sono le 6 del 2 febbraio e Phil si appresta a rivivere per l’ennesima volta il giorno della Marmotta, qui a Punxsutawney.
Che importa a Phil di quel noioso roditore che cerca di batterlo nelle previsioni del tempo. Una marmotta che annuncia la primavera? Mah. Lui è uno scienziato, ha un approccio scientifico alla meteorologia e sa benissimo che arriverà una bufera di neve che lo intrappolerà per sempre nella ridente località del roditore. Una cosa non sa però. Che quel reiterarsi continuo della stessa identica giornata cambierà qualcosa. Sembra un paradosso: una giornata dopo l’altra, una la fotocopia delle precedenti e ciononostante i cambiamenti si verificano.

 

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Phil le ha provate tutte per liberarsi di quella stramaledetta festa della marmotta, di rompere la routine (è proprio il caso di dirlo) per ricominciare a vivere. Si è avvelenato, buttato da una finestra, fulminato, drogato, gettato da una rupe con la macchina ma niente da fare alla mattina si svegliava sempre alle 6 in punto con la musica di “I’ve got you baby” di Sonny e Cher nella sua stanza della sua pensioncina.
All’inizio era divertente poter reiterare all’infinito la medesima giornata: ti sbronzi e non hai postumi, vai a letto con tutte le donne carine del paese e loro non si ricordano di te, fai le pazzie più pazze che non hai mai osato fare nella tua vita e il giorno dopo è come se niente fosse… Ma tutta questa scemenza a lungo andare logora e Phil tenta ogni forma di suicidio. E niente, rinasce ogni volta alle 6 di mattina… Niente ha più senso fino a quando non si innamora della sua collega, la dolce Rita. Tenta ogni cosa per conquistarla e ogni volta va in bianco. Così capisce che non è il mondo esterno che deve cambiare ma è lui ed il suo rapporto verso la gente di quel piccolo e buffo posto sperduto chissà dove in Pennsylvania. Inizia a far fruttare anche le giornate – fotocopia: impara a scolpire nel ghiaccio, diventa un abile pianista, studia i poeti francesi… e soprattutto capisce che non sono gli altri che devono fare qualcosa per lui ma è lui che, conoscendo già gli eventi della giornata, può far qualcosa per renderla più speciale per ognuno degli abitanti di Punxsutawney. Fa da cupido a due giovani innamorati, salva la vita al primo cittadino che si stava strangolando con un boccone di bistecca e cerca di far sopravvivere un vecchio senzatetto che ogni sera, immancabilmente, morirà in ospedale “perché era arrivata la sua ora”.
La sua vita ricomincerà a scorrere solo quando lascerà da parte ogni egoismo e si dedicherà agli altri, confessando il suo amore a Rita.

 

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In America si dice “giorno della marmotta” per indicare una giornata grigia, senza niente che possa entusiasmarci. Spesso le nostre giornate sono “da marmotta” immersi nella solita routine quotidiana del lavoro che ci ruba gran parte della giornata. Se riuscissimo a colorare quelle giornate monotone non sarebbe bellissimo? Riuscire a capire che dare è la prima mossa da fare per ricevere… A noi non è concesso di rivivere all’infinito la stessa giornata e se potessimo scegliere avremmo preferito una giornata particolare, piena di gioie, di emozioni, di sole.
Invece ci tocca, come a Phil, “il giorno della marmotta”. Le difficoltà si devono sempre trasformare in opportunità e spetta a noi fare la nostra parte per rendere speciale la vita di quelli che incontriamo sul nostro cammino.

Il Cuore Ghiacciato di Oscar

Pubblicato il marzo 14, 2014

Settimana scorsa abbiamo elogiato l’Accademy per i film premiati nella cerimonia al Dolby Theatre di L.A.
Ma gli scivoloni sono sempre dietro l’angolo… soprattutto se si pattina sul ghiaccio. Stiamo ovviamente parlando della nomination al miglior film d’animazione, il disneyano “Frozen”.

 

Frozen

Tutti gli amanti della moda sanno che il caldo colore dorato della statuetta più famosa non va d’accordo con le tonalità fredde azzurro – grigie del paese dei ghiacci. Avete per caso visto qualche video metal ambientato in Ghiacciolandia con il gruppo vestito d’oro? Gli Him e i Nightwish erano rigorosamente vestiti di nero e argento (che s’intona meglio con il bianco neve). Nella storia del rock forse solo i Lacuna Coil osarono (è il caso di dirlo) l’oro perché vestiti da Dolce & Gabbana nel ristorante del duo fashion.
Comunque la statuetta a “Frozen” proprio non mi va giù, è una stalattite che mi si è impiantata in gola. E vi posso dire che io da scema l’ho anche visto al cinema! L’unico motivo: la gag del pupazzo di neve Olaf, l’unica cosa decente del film.
Cara Accademy avete premiato una pellicola carina dal punto di vista estetico ma vuota e inconsistente (gelida!) nella sostanza. La storia di “Frozen” doveva essere ispirata alla fiaba “La Regina delle Nevi”, ma qui ovviamente Disney si è dimenticato la Regina e ha messo solo la neve. Il bello non fa di un film un capolavoro: ci vuole cuore, anima e passione, cose che in questo film creato solo per sbancare al botteghino non ho visto. Dove sono finiti i vostri cuori, quelli che hanno creato “Lilly e il Vagabondo”, “Red e Toby Nemiciamici”, “Gli Aristogatti” e “Oliver & Company”?

I vostri cuori si sono ghiacciati insieme alla vostra creatività.
Siamo sicuri che non ci fosse di meglio tra i film di animazione di questa lagna canterina? C’era, eccome!
C’era Miyazaki con “Kaze Tachinu – Si alza il vento”, il film che il grande regista giapponese ha creato e ripensato da una vita ed ispirato alla figura di suo padre.
E poi ancora “I Croods”. L’ho visto anche questo, non ero molto entusiasta all’inizio ma devo dire che è stato un film simpatico, allegro, con tante gag divertenti e mai idiote. Insomma sono entrata al cinema arricciando il naso e sono uscita col sorriso…
L’”effetto Di Caprio” invece va a pennello per i Minion i poveri e gialli cosini (sembrano delle pillole giganti, ma pillole di buonumore!) il cui colore si intonava perfettamente con la tonalità luminosa dell’Oscar. “Cattivissimo Me 2” è stato messo a tacere anche se ammetto è stato più riuscito del precedente con questa tribù giallo sole più scatenata che mai.

Cattivissimo me 2

Ed infine tenerissimi i disegni di “Ernest e Célestine”, film franco – belga con sceneggiatura di Daniel Pennac. Il cinema francese d’animazione ci regala sempre delle chicche come “Vie d’un chat” di qualche anno fa (se non lo avete visto, cercatelo perché è delizioso!)
In conclusione posso dire che quelli del 2014 sono proprio gli Oscar dell’Altrove: per l’animazione hanno davvero guardato Altrove.

Ritratto – (di Mario Zamma)

Pubblicato il marzo 9, 2014

Ma che belle parole, quante belle parole. Quante belle frasi che non portano da nessuna parte.

Quanta confusione per non fare nulla, il nulla che ci circonda ultimamente; le grandi bellezze, per carità, ben confezionate per occhi meno attenti, per orecchie distratte e appannate da tutt’altro… Quanta confusione: un mondo fatto di apparenze, di ipocrisia, di finta, fintissima, amicizia fra esseri umani. “Umani”: caccole di questa società, gente nata sicuramente del tutto priva di palle, palle piccole, palle mosce, palle toste con cui qualche volta ti trovavi in disaccordo… Nemmeno più quelle. Che peccato!

Mario Zamma

Le belle ma sane litigate che servivano a capire, molte o troppe cose. Oggi, nemmeno più quello. Che squallore non poter nemmeno più poter esprimere il proprio dissenso ad alta voce. Ci tappano la bocca in tanti modi; a volte, troppe volte, con la totale indifferenza.
Per non parlare dei silenzi enormi fatti di pause lunghissime a domande alle quali nessuno vuole più rispondere. Provo vergogna e indignazione per tutto questo.

Vergogna di essere in mezzo a tante pecore, pecore anarchiche, ma comunque pecore.
Ed io – che purtroppo ho smesso anche di arrabbiarmi – potrei solo rifarmi del male come ho fatto negli ultimi anni.
Peccato, speravo che almeno i giovani – le nuove generazioni – ci potessero aiutare, ma, ahimè,  non sarà così, considerato che sono tutti, o quasi, vittime di questo sistema mostruoso, che dà loro il pane quotidiano per le loro compulsività, a partire dalle sostanze: droghe, alcool, pasticche, campi di calcio, per non parlare dei social network sui cellulari che sono peggio di dieci droghe messe insieme …
Un popolo di zombie incapaci di guardarsi in faccia. D’altronde, chi muove i fili, chi trama tutto questo, conosce benissimo le debolezze umane.
Che peccato vedere i vecchietti la mattina al bar giocarsi la pensione con il gratta e vinci… Gratta gratta chi vince sono sempre e solo Loro! Purtroppo, e dico purtroppo, il mio più grande dramma è che provo a guardare dall’altra parte ma proprio non ce la faccio e sono qui da solo a parlare da solo e a fare a cazzotti con la mia coscienza.
Sono qui da solo, sì, da solo e stanno riuscendo anche in questo caso ad isolarci sempre di più. Ognuno nelle proprie stanze, con le proprie lacrime. Non ci sono più luoghi di incontri: i locali ormai sono solo luoghi di aggregazione per gente fulminata, per i loro traffici, lo spaccio.
Purtroppo l’unico luogo per “incontrare” è il mondo virtuale.
Che fine, che pena è la fine della vita reale. Oh mio Dio, aiuto. Spero che come me in molte stanze, ci sia ancora tanta gente sana e intelligente… Sì, anche un po’ diversa o strana come me, che ha ancora voglia di combattere queste mostruosità anche solo con le parole.

PS: Anche io purtroppo sono costretto su un social, cercando di comunicare i social luoghi di aggregazione per gente ormai demente, che scrive qualsiasi stronzata per ricordarsi di essere vivi. I social avvicinano le persone lontane e allontanano le persone vicine!
Vorrei ricordare a molti di questi individui che non serve a nulla avere 3.000 amici su Facebook se poi ti serve cambiare la ruota della tua auto e non ne trovi uno che ti venga ad aiutare.

Testo: Mario Zamma

2014: Odissea nell’Altrove

Pubblicato il marzo 6, 2014

Finisce sempre così, con la morte. Prima però c’è stata la vita nascosta sotto il bla bla bla bla… È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo, bla bla bla bla…
Altrove c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque che questo romanzo abbia inizio. In fondo è solo un trucco, sì, un trucco”.

La_grande_bellezza da wikipedia

Questo è l’excipit del film di Paolo Sorrentino premiato agli Oscar. Sinceramente tutti ne stanno parlando e non volevo farlo perché mi piace andare controcorrente. Ma quest’ultima frase, essendo l’altrove il concept del mese, mi ha dato il la per parlare di questo ma anche di altri film che un altrove ce l’hanno anche se a volte i personaggi sono troppo ciechi e non riescono a vederlo.

La Grande Bellezza forse non esiste, forse non riusciamo a comprenderla e dobbiamo accontentarci di vivere quei pochi o tanti istanti di serenità. La Grande Bellezza del passato che non può tornare ed essere replicato o modificato, la Grande Bellezza delle occasioni mancate e del “come sarebbe andata se…” un po’ alla “Sliding Doors”. Ho trovato molti punti in comune tra “La Grande Bellezza” e “Lost in Translation” con protagonista un ottimo Bill Murray.

L’Altrove è il Silenzio. L’assenza di rumore che avvolge le vicende di Solomon Northup, il protagonista del pluripremiato “12 anni schiavo”.

Il silenzio di questo film è fatto di vuoti, di mancanze, di soprusi e di frustate. Di speranza che il domani riservi un destino migliore. È il silenzio dell’obbedienza che dovevano ai padroni ma anche quello della dignità che nonostante tutto questi esseri umani, (mal)trattati come cose, non riescono a perdere. L’assenza di suoni avvolge i sentimenti di Solomon come a congelarli, a custodirli in un lato remoto della memoria perché parte di un passato che forse non rivedrà mai.

“12 anni schiavo” è anche un film sulla Natura: il paesaggio che circonda le persone e che continua silenzioso la propria vita, come se non si curasse delle vicende umane in contrasto netto con la Natura degli uomini; i “selvaggi” carichi di umanità e speranza mentre i padroni (eccezion fatta per il personaggio di Benedict Cumberbatch) rivelano la loro natura selvaggia di bestie votate solo a far profitto.

12 anni schiavo da wikipedia

L’Altrove della malattia invece ci viene mostrato da “August: Osage County”.

Una streepitosa Meryl Streep ci mostra la vera natura disperata dell’esistenza nell’assenza della salute fisica. Tormentata da un tumore alla bocca, piena fino al collo di farmaci, vaga come ubriaca per la sua casa prigione con la sola ora d’aria per il funerale del marito, suicidatosi. Anche qui si parla di silenzi: il silenzio di chi non ce la fa più a sopportare una vita che non è più vita e decide così di andare sul lago e anziché pescare, tuffarsi per sempre nelle sue acque verdognole.

Dallas_Buyers_Club da wikipedia

Ed infine, the last but not the least, l’Altrove del Diverso in “Dallas Buyers Club”, il Calvario di un malato di AIDS scacciato dalla società che lo aveva prima accolto che combatte per la sua vita, per quel che resta della sua vita.

Un Altrove ecosostenibile

Pubblicato il marzo 1, 2014

Federico Bonelli è un romano quarantaquatrenne, con una folta barba castana e capelli lunghi, che undici anni fa ha deciso di emigrare in Olanda. Abita ad Amsterdam, ma non si fa le canne. Nei suoi innumerevoli viaggi affronta caselli ed autostrade a bordo del suo furgone Citroen Jumper 1.9 D del ‘97 , ma non è un hipster.
Federico Bonelli è un filosofo, scrittore, regista e creativo, e soprattutto è il fondatore dell’Altrovismo, movimento/pensiero oltranzista. Da due anni organizza ed autofinanzia in un paesello siculo, Montalbano, una rassegna di arte ecosostenibile intitolata “Trasformatorio” di cui da poco si è conclusa la seconda edizione.
Bonelli sta rientrando in Olanda, sempre a bordo  del suo epico Jumper. Ci incontriamo in terra di transito e confine: Villa San Giovanni, in uno scenario altrettanto epico fra libeccio e le correnti di Scilla e Cariddi. In un bar fatiscente mangiamo arancini artigianali e beviamo vino rosso e Federico racconta la sua visione di arte ecosostenibile e spiega dove si collochi e come si articoli un Altrove, che non è certo roba da cervello in fuga o da emigrante nostalgico che piange su canzoni di Mino Reitano e Toto Cutugno mangiando pizza margherita in un take away della “sua” Berlino, Madrid, New York o chissà quale altro luogo del Globo.

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“L’altrove è una categoria interiore. Pretendere che si abbia bisogno di un posto specifico per “essere altrove”,  inquadrarlo con categorie e aspettative consumiste non ha senso. È comunque necessario portarsi fuori, quando una situazione da se stessa, con il suo rumore, con la sua stupidità, assorbe tutta la tua energia. Questo vorrei spiegare a bastonate alle oramai decine di ragazzi che mi cercano per chiedermi una mano ad emigrare. L’altrove, per me, arriva come una risposta radicale al concetto di fuga, in particolare a quella nozione di “cervello in fuga” che mi provoca l’orticaria, con il suo intrinseco avvertimento mafioso. Portarsi altrove non è fuggire. È un modo di combattere. L’altrove è la mesa grande, dove l’aria è più pura e dove i nemici se vengono a cercarti diventano puntini ben visibili nel traguardo del tuo fucile. Altrove è il luogo dell’anima da cui puoi creare nel mondo. Ognuno ha il suo. Può essere anche una soffitta in centro a Palermo o un monolocale a Segrate. Murakami ha scritto libri in un appartamento del Tuscolano negli anni ‘80. Se c’è riuscito lui, noi non abbiamo scuse. L’altrove può essere ovunque.”

Perché un Altrovìsta in “bolletta” si autofinanzia e produce incontri culturali ecosostenibili nel Sud Italia? Sei intimamente slave o sei sospinto da quale sentimento?
(ride) … sto cercando l’Altrove!
Al di là della battuta ci sono due motivi: il primo è il metodo. Seguo le coincidenze significative e le coincidenze mi hanno riportato in Sicilia. Mia madre vendette nel 2005 l’ultima particella di terra siciliana degli antenati a un cugino e mi diede i pochi soldi che aveva fruttato dicendomi: “Quel documentario che sono anni che vuoi girare, sul futurismo siciliano, ecco, prendi questi soldi e fallo!”. Io volevo intervistare un professore, Peppino Miligi, oramai anziano, di cui avevo saputo per caso che conosceva tutto sui Futuristi. E così scesi in Sicilia con un cameraman per riprendere questa intervista. Lui era di Montalbano. Anni dopo mi scrisse che “Aspettava di vedere con me il panorama dell’Etna da Montalbano”. Fu l’ultima notizia che ne ebbi perché morì. Però mi invitarono a Montalbano per un convegno a due anni dalla morte e feci vedere parti dell’intervista. Mi innamorai dei luoghi, scoprii il castello, tante belle persone pulite… In fondo arrivai al luogo dove far nascere il Trasformatorio per coincidenze significative. E poi al sud c’è tutto. Sole, energia, persone belle, cibo, la calma, il mare. C’è solo la peggiore classe dirigente di sempre. Se ve ne liberate siete a cavallo!

L’idea di performance ecostenibili rinnova di fatto il concetto di spazio. Non hai bisogno di palchi, luci, sipari, camerini, travi… Vale a dire che, utilizzando lo spazio Naturale della location non c’è bisogno di occupare spazi in particolare per dare libero sfogo alla creatività. Dunque: Meglio un teatro libero che un teatro Okkupato?
Sono cose diverse… (sorride avendo colto in pieno il mio riferimento ai “fatti” del Valle a Roma – nda) in entrambi i casi si dimostra che per FARE è ormai necessario liberare. Chi occupa un teatro costruisce un altrove di tipo diverso. Temporaneamente si rapporta a un pubblico il più largo possibile con il miglior programma culturale che può offrire per esigenza interiore. Vive un’utopia. Io sono per l’occupazione dei teatri! Però a me interessa un altro tipo di approccio per ottenere lo stesso profumo di libertà: uscire dalla situazione chiusa e portare persone a camminare in un bosco di notte prima di sentire una storia. Disegnare la mia scenografia per il chiaro di luna. È una questione di strategie differenti, per alimentare ricerche che partono dalla stessa esigenza. Un’esigenza di libertà creativa da ottenere a un prezzo specifico e personale. Contro tutti a ciascuno il suo. Con i teatri e chi li occupa io voglio condividere la rete, aiutare e farmi aiutare. Contaminarmi…

Se un mafioso, incuriosito da quanto vede durante una tua rassegna, dovesse avvicinarsi  dicendoti: “Sig. Bonelli, mio figlio sogna di fare l’attore… U facimu lavurari?!” Tu come reagiresti?
Difficile: non ho soldi, non ho potere nell’industria culturale e non ho lavoro da dare: per un mafioso o per un politico che si “occupa” di cultura non sono interessante. Neppure porto voti perché vivo all’Estero.
Il “tuo” mafioso ha ormai accesso preferenziale alla fiction di Canale 5 o della RAI: può andare dal direttore di uno stabile, perché dovrebbe perdere tempo con me?! Montalbano è un paese che mi ha invitato e ti assicuro che mi sento molto bene accetto e non è un paese mafioso. La mafia è sopravvalutata. O meglio spesso ci sopravvalutiamo noi… A loro di noi frega un cazzo.
Fa parte del modo con cui voglio tirare su Trasformatorio: ascoltare tutti. Tutto è materia teatrale. Ascoltando si comincia a conoscersi. Non sono nessuno io per insegnare a chi vive al sud come si deve combattere la mafia. Odio questi cliché.
Con realismo.
Montalbano ho avuto qualche problema di calli pestati a qualche signore con le sue agende sul castello, ma soprattutto moltissimo aiuto dalle realtà locali. Gli anziani che hanno improvvisato una festa insegnandoci a fare la pasta al modo tradizionale; i vicini che venivano a scambiare due chiacchiere; il caseificio e i ragazzi del paese chi ci hanno procurato persino le pentole per improvvisare la cucina.

Qual è fra tutte, l’iniziativa che più ti ha colpito durante il Trasformatorio in Sicilia?
Il gruppo è stato magnifico. Calcola che non avevamo NULLA. Né soldi, né equipaggiamento. Nemmeno la cucina. Ma fantasia, buonumore e competenza a palate. È stato fondamentale.
Siamo partiti dallo spazio vuoto, come insegna Peter Brook, e lo abbiamo popolato, organizzato, disegnato. Il lavoro del gruppo mi ha colpito moltissimo. E poi tutta l’estate ho visto fiorire ed evolversi progetti e collaborazioni iniziati a Trasformatorio. È stato di una bellezza quasi inquietante.
Quest’anno la sfida è più impegnativa. Dobbiamo provare forme e immaginare percorsi, inventandoci, sulla base dell’esperienza fatta, cose diverse assimilabili in modo più organico. Vorrei che arrivassimo già ad avere un embrione di idea di spettacolo itinerante alla fine delle due settimane. Portarlo a finire in Olanda, tornare giù a fine estate magari, con qualcosa che faccia venire voglia alla gente di uscire di casa e venirci a vedere.

Il concetto di Tempo e Malinconia per un Altrovista? Ed eventuali antidoti?
La malinconia mi prende ogni tanto. Ad Amsterdam non ci si incazza spesso, e l’incazzatura, l’invettiva, sono il carburante del mio entusiasmo. Mi piace scrivere invettive. Però ho anche la meraviglia. E la meraviglia, il momento in cui non hai che dire, solo occhi, orecchie, lingua, quello è l’antidoto per ogni malinconia. Quanto al tempo, non esiste. È una finzione. Esiste l’irreversibilità, la dissipazione, l’entropia, la vecchiaia, il sonno. L’errore. L’errore esiste. Non il tempo.

Quando e dove credi finisca un Altrove?
Gli Altrove non finiscono, sfumano gli uni negli altri. Siamo di carne e sangue e siamo fragili. È così facile spezzarci. Se il grande McMurphy (il film è Qualcuno volò sul nido del cuculo) finisce sotto il bisturi della lobotomia, l’Altrove passa a Grande Capo, che sfonda il muro e se ne va via. Il film continua ma non ne vediamo più.
Penso che l’Altrove sia fatto di gesti che rendono la vita piena. Almeno sulla vita, sulla propria vita, non si può fare gli oltranzisti? Assumendosi interamente il prezzo delle proprie scelte ovviamente. Un po’ il contrario della cultura del piangersi addosso e cercare di fottere l’osso ad un altro. Cosa che va per la maggiore da vent’anni da voi. Fare a meno delle ossa e tutto il resto non è difficile…

Un look,  un abito ideale per un Altrovista? E una stoffa che identifica un Altrovista? Ed inoltre, un accessorio… Che ne so, lo zippo fa troppo beat, l’eschimo è negli armadi impolverati di Guccini, il Fez è ancora troppo di moda… Dimmi tu un accessorio Altrovista.
Domanda inaspettata! Sono il meno indicato a dare indicativi di moda. Non mi sono mai potuto permettere lo stile che si confà ai miei gusti. Io vestirei di tweed un giorno e in abbigliamento da trekking il giorno dopo. Di fatto passano le mode e io vesto sempre uguale. Ero grunge prima di Seattle e sono rimasto così. Sono al terzo revival. Per l’accessorio invece non ho dubbi: il coltello a serramanico, buono per affettarsi la mela o il salame. Aggiungerei un taccuino finto moleskine comprato al supermercato per 4 euro e la matita fregata all’Ikea.

Abbandoniamo i letti e i divani! Abbracciamo un erotismo, una sessualità ecosostenibile. Che ne pensi? Ad esempio a Central Park c’è una zona dedicata all’Enjoy the silence… Io immagino un central PORK in stile Enjoy the sex. Oppure: Blowjob in silence!
Stare all’aperto è veramente erotico. Per questo è proibito fare sesso all’aperto nella natura. L’erotico è proibito, per questo ci interessa. E nella natura le occasioni quasi masturbatorie sono infinite. Camminare in un bosco con la luna come se si fosse al buio in casa propria, come una bestia, senza paura. O portare 100 persone in giro di notte in un palazzo vuoto al buio, con la luna piena, o con il vento o la pioggia o la neve fuori. Questo lo trovo intrinsecamente erotico. Camminare a piedi nudi nel fango. O sull’erba. Come leccare via una goccia di vino dalla mano di una donna che si è vista dieci minuti prima. Ecco, forse mi interessano tutti i modi possibili per traslare la sessualità. Dopo questo delirio di rappresentazione da youporn credo che l’erotico si recupera solo uscendo dal gioco del sublimare/desublimare ed entrando a corpo pieno nella trasformazione… Tutto il resto è niente. Acqua asciutta.

Hai mai pensato al suicidio?
Sì, ma lo escludo. Un po’ come lavorare per la pubblicità. Per ora tutto bene, per ora tutto bene…

Il tuo volto mi ricorda un po’ il Caravaggio! Sarà la barba lunga, i capelli, il taglio degli occhi… Trovi affinità caratteriali con il suo temperamento irruento e violento?
Mi piacerebbe portare la spada e il pugnale sotto il mantello e girare di notte e sentirmi pericoloso. Potremmo andare assieme! Come compagno di bevute non sono un granché ma racconto storie buone. Non credo che fotterei il ragazzino ricciuto, il concubino del cardinale, né ruberei l’amasio a un cavaliere di Malta. Non ho né i gusti né il coraggio. Però attento alla virtù di tua moglie!
Quanto alla violenza è una reazione debole. Ti porta i guai. La forza però è un’altra cosa. Non dobbiamo fare finta di conoscere la violenza e di possedere la forza. Sono due cose che vanno fatte davvero: conosciuta la prima e conquistata la seconda. Il teatro è un modo per conoscere. Il teatro è Dionisio, e le sue baccanti sono pericolose per il non iniziato alla danza. Ti squartano.

Nella foto di copertina di Facebook sei in ginocchio e urli in balia di un forte vento… Mettiamo il caso che il vento faccia da messaggero. Chi è il destinatario?
Quel messaggio arrivò. A 1750 km di distanza. Dritto come una coltellata al cuore. Quel giorno mi misi apposta in condizione di morire per caso. Ero sul tetto di un grattacielo di 17 piani, che abitavamo in 4, ai margini di Amsterdam. Un’occupazione temporanea – diciamo legale – per evitare quelle vere: un pre-Trasformatorio. Un amico americano, Michael, mi chiese di giocare con i gabbiani che facevano il nido li sopra. Uscii. Loro difendevano i nidi e urlavano. E io cominciai a ballare vicino al bordo. Soffro terribilmente di vertigini e mi resi conto che anche se stavo “recitando” rischiavo di finire giù davvero. Mi sono seduto e mi sono messo a meditare in silenzio. Michael riprendeva e una tedesca bella come una dea scattò la foto. Non avevo la minima idea di cosa stessi facendo, ma emisi un respiro fino in fondo, come fosse l’ultimo. Non è un urlo, non esce suono, ma l’ultima bolla d’aria dai miei polmoni. Qualche settimana dopo, il giorno del mio 42esimo compleanno, ho raggiunto la punta di quel coltello e lì sono morto ancora. In altre condizioni. Non l’ho fatto più, una morte rituale basta, due sono troppe, tre ridicole. E ora eccomi qui.

Finito lo shooting, te la sei poi scopata questa Dea tedesca?
No, stava col suo uomo. Ma è mia amica su Facebook…

Un pesce fuor d’acqua può trovare dimora in un tumbler di Whisky?
Prego si accomodi…

Bonelli… Lei ci è o ci fa?
Marinetti nel ‘26 presenziò a una cerimonia per il decennale della morte del suo fraterno amico Boccioni. Disse che la più grande prova del genio di Boccioni fosse l’elasticità. Sono d’accordo con lui. Bisogna essere elastici, flessibili, ricoprire il reale, incamerare energia con le tensioni e incanalarle con violenza verso un punto. A costo di rompersi, esplodere. Ci sono e ci faccio. E l’unica cosa importante è il “ci”: esserCI.

The Divinos – Mai così “Divi”!

Pubblicato il marzo 1, 2014

Chi più ne ha ne metta. questa la filosofia di una band tutto fuorché tradizionale.
I The Divinos, artisti, musicisti e attori amatoriali, hanno fatto in modo che la musica fosse la risposta ai loro sogni. così sempre.

Dall’ispirazione al cinema italoamericano se ne vedono e se ne vendono tanti di miti: alcuni restano impressi, altri lasciano una flebile scia che mano a mano scompare… ma quando l’omaggio è costruttivo e ben confezionato tutti in silenzio lo ascoltano.
spaghetti western è uno dei tanti.
Dal rock all’elettronica dal musical all’opera, i The Divinos hanno le carte in regola per proporsi come nuova realtà musicale, teatrale? Perché no, sia nel mercato italiano che estero.
L’idea del gruppo è frutto della mente del songwriter Max Russo accompagnato dal suo fedele collaboratore “Chiazzetta”.

I The Divinos sono prima una famiglia poi un gruppo.
Incominciano con il botto, scegliendo come palcoscenico il londra el bow, famoso locale inglese; Le coordinate rimandano alla superlativa camnden town, focolaio di tantissime band che si fanno le ossa nei club. nel 2011 la band avrà il primo assaggio della parola successo.
Tuttavia la fase più creativa avviene nel giugno 2012 quando escono il primo singolo e il primo video: The Divino Code che viene trasmesso nei canali interrativi italiani.
Le sorprese non sono finite: i The Divinos collaborano anche con radio rock e stazione birra.
Finalmente, dimostrazione che nessun sacrificio è invano, nel maggio del 2013 firmano per la Valery Records. L’uscita e la distribuzione mondiale del disco The Divino Code è avvenuta nel settembre 2013, ma i The Divinos vogliono ancora comunicarci qualcosa…
L’attesa di vederli performanti in un live è un sassolino che desideriamo toglierci.

thedivinos

The Divinos è un nome evocativo, a cosa è dovuta l’ispirazione?
Il nome doveva richiamare elementi italiani, qualcosa simile a The Sopranos, ma evoca anche il gusto e la ricerca del meglio. La vera fonte d’ispirazione è un ristorante a Los Angeles che si chiamava appunto Divino, da lì è nato tutto il resto.

3 è il numero perfetto, o meglio 5 se si parla di una band, solitamente ogni strumento è legato ad un musicista sul palco. Nel vostro caso, nella vostra family, è presente anche una donna. Che meccanismo innesca in un processo musicale questo valore aggiunto? La scelta del piano è in sintonia con il genere della band?
L’aggiunta di un membro femminile nel gruppo è legato alla scelta dello strumento: il piano. Cercavo un tocco classico e vellutato che si legasse con tutto il resto.

Scorrendo i vostri brani è difficile definirvi con un genere musicale preciso, anzi a volte le etichette (rock, blues, emo…) neanche piacciono ai musicisti di un certo calibro, ma se proprio doveste essere rappresentati con un sound a quale famiglia apparterrebbe?
Difficile dare una definizione netta al nostro genere. Possiamo definirci Drama crime rock retro.

Avete firmato un contratto con l’etichetta discografica Valery Records; come funziona una collaborazione con una label e quanto è libero il pensiero di un artista? Puoi spiegarci come inizia a prendere forma un disco…?
Innanzitutto siamo onoratissimi di far parte di un’altra grande Famiglia, oltre la nostra di musicisti, ovvero la Valery Records che in Italia a livello rock alternative è la numero uno. Oggi il concetto di label è molto diverso dal passato. La differenza tra una buona label e una non buona, sono i contatti. Una volta, anche le etichette indipendenti avevano dei soldi per finanziare tutto.. Oggi purtroppo no: è cambiato tutto… Per quanto riguarda il pensiero dell’artista, siamo totalmente liberi.. Anzi la Valery ci dà solo consigli per crescere meglio. L’elaborazione di un disco è un processo lungo: prima c’è la fase creativa pura dove butti giù tutte le idee; poi inizia la fase di scelta del materiale che prepari in un piccolo studietto in casa..e lì inizia a prendere un po’ forma la linea da seguire. Successivamente si va in studio e si fanno le famose linee guide, ovvero voce e chitarra e con il produttore in questione si crea il sound del disco e si registrano piano piano tutte le parti. Il disco è come un figlio: lo vedi crescere piano piano. Alla fine, come ultimo step, arriva il mastering e poi c’è tutto il mondo promozionale video, copertina, foto concerti…

Nella copertina del vostro album The Divino Code, sembra che state recitando una parte: è finzione oppure ognuno di voi nella vostra family è attore e musicista allo stesso tempo?
Io provengo da una formazione di performer ovvero attore – cantante di musical. Sono principalmente un cantante che ha sempre scritto musica Nel gruppo tutti recitiamo un parte sul palco, ma ognuno di noi resta comunque se stesso nel mondo dei Divinos.

Se la performance live per voi è concepita come vero e unico show allora il pubblico dovrà restare attonito. Quanto conta il feedback emotivo che voi trasmettete e ricevete dai vostri fan?
Il feedback conta moltissimo: sia quello virtuale che quello diretto e umano dal vivo. Ti posso raccontare due momenti bellissimi: il concerto di Barcellona dove la gente non ci conosceva, eppure dopo pochi minuti cantava i nostri brani e quando finimmo di suonare un pezzo, la gente continuava a cantare chiedendoci di riprendere il tema della canzone appena terminata. Un episodio analogo è successo all’ultimo concerto a Roma. Io dico sempre che si deve creare la magia, se avviene questo allora sei sulla strada giusta.

Il disco The Divino Code vi rappresenta, la musica siete voi o almeno lo spettatore si aspetta di ritrovarvi sul disco come sul palco. Ma la domanda è se vi sentite a vostro agio sul mainstage: quanto conta questa prova per voi?
Il live conta moltissimo, è il motivo per cui facciamo musica. Io sul palco mi sento a casa, non vorrei mai scendere; penso che dal vivo siamo anche più diretti e più emotivi, questa è anche la nostra forza.

I Divinos, sono un prodotto promettente ma giovane. Se c’era già qualcosa che bolliva in pentola perché non vi siete adoperati prima per una data zero?
Bella domanda! Perché ognuno di noi era impegnato in altri progetti e in più si era alla ricerca dell’idea e dell’intuizione giusta che poi è arrivata.

Siamo nel 2014: Facebook è nelle nostre vite da ormai da dieci anni, qualcosa di buono almeno in materia di social media marketing ha giovato al vostro lavoro da musicisti?
Sì moltissimo, tutto quello che stiamo facendo è grazie al web; le strategie di marketing sono essenziali per poi arrivare al live. Abbiamo fatto molta pubblicità via web; ti apre al mondo ma allo stesso tempo devi anche contraddistinguerti dagli altri cercando di essere unico nel tuo genere per poter essere seguito dai fan.

Un consiglio per le band emergenti in Italia che vogliono salire sulla ‘divina’ giostra dello showbusiness?
Uno non basterebbe, ci sarebbe bisogno di un “coach band”, perché la strada è lunga, lunghissima e ci vuole tantissima determinazione, curiosità e apertura mentale. Un’evoluzione interna ed esterna che coinvolga il sound, essere unici: questo fa tutta la differenza del mondo.

Progetti futuri e/o sogni nel cassetti?
Progetti futuri: promozione e uscita del nuovo video registrato a Parigi; tour in Olanda, Belgio e Spagna e il Grammy Award in Georgia.
Sogni nel cassetto: entrare nel circuito dei grandi festival europei diffondendo il “codice divino” in tutto il mondo.

Il cinema pionieristico dell’Altrove

Pubblicato il marzo 1, 2014

– Spazio, ultima frontiera. Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise…. –

 

 

No, Star Trek, il Capitano Kirk e il vulcaniano Spok non erano ancora nati.
L’Altrove viene sempre associato alla fantascienza, alla scoperta di nuovi mo(n)di, alla fuga dalla realtà. Ovviamente questi tre elementi del cocktail variano a seconda dell’epoca in cui ci troviamo.
L’Altrove viene sempre e comunque inteso come qualcosa di totalmente estraneo che porta un po’ di inquietudine (forse la paura dello sconosciuto) nella vita dell’uomo. Ma non è sempre così, soprattutto al cinema.

 

Le_Voyage_dans_la_lune da wikipedia

Il primo pioniere dell’Altrove è senza dubbio l’amatissimo Georges Melies. Prestigiatore, presto si accorge delle potenzialità del mezzo cinematografico e riproduce i suoi trucchi su pellicola per portarli nelle case… ops, nickelodeon (nickel – odeon) di tutto il mondo.
Le opere di Georges Melies ci fanno esplorare l’Altrove con la fantasia e ci fanno scoprire mondi sconosciuti attraverso gli effetti speciali rudimentali che il grande cineasta francese inscenava davanti all’occhio della macchina da presa. Spesso l’approccio all’Altrove del papà della fantascienza (come mi piace definirlo) era molto leggero, divertente. Ma comunque mai banale. E trasportava grandi e piccini con viaggi in pillole verso il sorriso e la poesia. Ci ha fatto conoscere per primo gli abitanti della Luna (Voyage dans la Lune, 1902) con i loro sgargianti colori e ci ha fatto incontrare simpatiche note che suonavano posizionate in un insolito pentagramma (Le Melòmane, 1903). Ma non solo… Ci ha anche catapultato per primo in interessanti periodi storici (Jeanne d’Arc, 1900 e L’Affaire Dreyfus, 1899) e ci ha fatto scoprire il freddo dei ghiacci ne La Conquête du Pole del 1912, l’ultimo film di successo prima della bancarotta.

Proseguendo il nostro percorso storico tra le pellicole dell’Altrove troviamo degli italiani… i Futuristi che l’Altrove lo ricercavano con mezzi tutti loro, d’avanguardia, per distrarre l’uomo moderno dalla vita monotona che conduceva. Altrove = fuga dalla realtà.
“Il cinematografo futurista che noi prepariamo, deformazione gioconda dell’universo, sintesi alogica e fuggente della vita mondiale, diventerà la migliore scuola per i ragazzi: scuola di gioia, di velocità, di forza, di temerarietà e di eroismo. Il cinematografo futurista acutizzerà, svilupperà la sensibilità, velocizzerà l’immaginazione creatrice, darà all’intelligenza un prodigioso senso di simultaneità e di onnipresenza. Il cinematografo futurista collaborerà così al rinnovamento generale sostituendo la rivista (sempre pedantesca), il dramma (sempre previsto) e uccidendo il libro (sempre tedioso e opprimente). Le necessità della propaganda ci costringeranno a pubblicare un libro di tanto in tanto. Ma preferiamo esprimerci mediante il cinematografo, le grandi tavole di parole in libertà e i mobili avvisi luminosi […] Nel film futurista entreranno come mezzi di espressione gli elementi più svariati: dal brano di vita reale alla chiazza di colore, dalla linea alle parole in libertà, dalla musica cromatica e plastica alla musica di oggetti. Esso sarà insomma pittura, architettura, scultura, parole in libertà, musica di colori, linee e forme, accozzo di oggetti e realtà caotizzata. Offriremo nuove ispirazioni alle ricerche dei pittori i quali tendono a forzare i limiti della letteratura marciando verso la pittura, l’arte dei rumori e gettando un meraviglioso ponte tra la parola e l’oggetto reale” (Manifesto del Cinema Futurista, 1916).
Lo spettatore del cinema futurista era letteralmente bombardato da un’allegra accozzaglia di suoni, luci, immagini e parole che simultaneamente cercavano di costruire un possibile significato. Sergei_Eisenstein_03 da wikipedia
Altrove come fuga dalla realtà anche per la particolare visione che Sergej Ejzenstejin aveva dei capolavori Disney. Il mitico Walt, creatore di Topolino, era per l’inventore del montaggio delle attrazioni colui che ha dato il più alto contributo all’arte in America. Aveva paura della perfezione assoluta delle opere di Disney tanto che queste non riuscivano solo a colpire lo spettatore dal punto di vista estetico ma toccavano, con ogni mezzo tecnico, le corde più segrete dei pensieri, delle immagini mentali e dei sentimenti umani. “Così dovevano agire – diceva il cineasta russo – le prediche di San Francesco d’Assisi, così ci incantano i dipinti del Beato Angelico, così ci affascina Andersen e Alice nel suo paese delle meraviglie. Disney è semplicemente al di là del bene e del male”. Ed in questa sospensione dalla realtà l’uomo cerca di dimenticare per un paio d’ore, alcune volte di più, ciò che lo circonda. Il cinema di Disney, secondo Ejzenstejin, è strumento di consolazione e di elevazione per l’uomo moderno, per “coloro che sono vincolati da ore di dura fatica, dai minuti regolamentati di pausa e dalla precisione matematica del tempo, coloro la cui vita è regolata dal cent di dollaro”.
E veniamo a noi… Ha senso cercare ancora l’Altrove nel cinema? O è l’Altrove che si è insinuato nella nostra vita rendendola alienata e alienante? O semplicemente l’Altrove è un altro nome, forse più filosofico, per chiamare il bisogno insito nell’uomo di sognare, di pensare che esistano mondi paralleli in cui tutto è possibile? Forse il mondo dei nostri sogni, l’Altrove, abita solo nella nostra mente e siamo noi gli attori protagonisti di queste vicende. L’uomo è nato regista, ancor prima della nascita del cinema. Bastava chiudere gli occhi e l’Altrove apriva le sue luminose porte…

Noi siamo figli delle stelle… e se fossimo tutti alieni?

Pubblicato il marzo 1, 2014

La prima volta che ho sentito parlare di alieni intesi come parenti lontani di noi esseri umani, è stato a Londra, nell’estate del 1998.

Prima di quell’estate avevo sempre pensato agli extraterrestri come a dei personaggi della fantasia che viaggiavano su dischi volanti di latta o tuttalpiù avevano l’aspetto di E.T. o di Alien. Niente di possibilmente reale.

Ritenevo che tutte le saghe di Star Track, Star Wars e via discorrendo fossero delle favole per preadolescenti cresciuti e anche molto noiose per i miei gusti. (Mi perdonino i fanatici, lo penso ancora).

 

Bourdichon_Pastori_1500

Insomma la fantascienza non mi interessava, la scienza l’ho sempre ritenuta una perdita di tempo, così come la matematica, e mi affascinava molto di più la parte poetica/umanistica/spirituale della vita.

Non avrei mai immaginato che i due aspetti fossero potenzialmente così correlati.

Secondo quanto dicevano i miei amici visionari appassionati di archeologia di Londra, l’essere umano è l’incrocio fra una creatura terrestre e una creatura che arriva da un altro pianeta.

Come, esattamente quando e perché questi DNA si siano incrociati poco importa (se importa a voi, cercatevi qualcosa alle voci: “annunaki”, “piramidi, alieni”, “ufo nell’arte”, “scheletri giganti”, “ufo, archeologia”), fatto sta che ad un certo punto molte civiltà che prima veneravano la madre terra che dà sempre i suoi buoni frutti, hanno cominciato a rivolgersi ad un papà celeste che vive lontano e manda figli speciali dallo spazio.

Qualcuno ha cominciato a studiare i testi sacri delle grandi religioni patriarcali (ad esempio la Bibbia) e ad interpretare le scritture da questo punto di vista nuovo.

Certo che se così fosse, avremmo la risposta a molti quesiti: come mai l’essere umano è l’unico animale che anziché vivere perfettamente integrato nei cicli naturali, li rifiuta e costruisce alternative alla natura? Perché siamo, in parte, extra-terrestri.

Come mai cerchiamo così spesso risposte nelle stelle? Siamo davvero figli delle stelle come cantava Alan Sorrenti negli anni 80? Perché gli esseri umani provano spesso una struggente nostalgia inspiegabile? Da dove arriva l’ispirazione dei poeti? E le grandi idee tecnologiche? (a questo punto cercate su google “Leonardo Da Vinci” e “Nikola Tesla”).

La mia domanda è però la seguente: se la nostra “Terra Promessa” si trova in un altrove così distante (chi lo chiama Nibiru, chi dice Marte, chi la Luna, chi Venere, chi preferisce guardarsi “Guida galattica per autostoppisti” e farsi due sane risate), se la nostra casa è la stessa casa di E.T., perché non chiediamo scusa a questa terra che in parte ci è ancora madre e in parte ci ha adottato nonostante millenni di soprusi?

Perché cercare sempre altrove, quando il Paradiso Terrestre potrebbe essere un pianeta vacanze tanto bello?

Reggio Calabria: Viaggio al termine della notte! – intervista a Giuseppe Falcomatà –

Pubblicato il giugno 28, 2014

Giuseppe Falcomatà è uno dei candidati alle primarie PD che si terranno giorno 6 luglio 2014 a Reggio Calabria.
È giovane, e non nell’accezione fancazzìsta ed immatura. La sua gioventù è simile a quella di tanti altri giovani, anagraficamente o interiormente, che rappresenta la consapevolezza, il desiderio di cambiare le cose, il bisogno di andare avanti… una gioventù che continua ad interrogarsi e ad ascoltare, ma che è in grado anche di dare risposte!
Giuseppe Falcomatà reinterpreta in chiave contemporanea l’esistenzialismo di una società che ambisce ad uscire dal buio.
Si esprime con profonda cognizione – con fare acceso a tratti –  con considerazioni degne delle migliori intuizioni sociologiche, così come quando vede il concetto di solitudine facente parte del degrado urbano.
È molti anni ormai che sono andato via da Reggio… però adesso, magari, potrei anche tornare a casa!

 

Giuseppe Falcomatà

 

 

 

Reggio Calabria: cosa è accaduto in questi ultimi anni?
Negli ultimi dieci anni la nostra città ha vissuto un black out istituzionale che è culminato con lo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose… o meglio, per contiguità mafiose, che rappresenta un fatto che va oltre l’infiltrazione, in quanto la contiguità sta a significare che ‘ndrangheta e istituzioni si sono sedute insieme per decidere comunemente le sorti della città.
Questo, naturalmente, ha prodotto negli anni un accumulo di debiti con spreco di denaro e di risorse pubbliche che noi oggi paghiamo in termini di aumento di tasse e tributi comunali. Infatti, è bene dirlo per essere trasparenti al massimo, quanto accaduto porterà a dover affrontare un piano di equilibrio che nei prossimi dieci anni vedrà l’intera comunità reggina pagare tasse e tributi locali alle stelle a causa di inefficienze nella pubblica amministrazione.
È impossibile, dopo anni di buio, riportare in un solo istante la luce! Dunque, la prossima amministrazione si troverà a dover affrontare una prima fase di convalescenza che accompagni la nostra città ad uscire dalla malattia, a rimettersi in forze e rialzarsi in piedi.
È evidente che Reggio con le sue sole forze non ce la può fare, avremo quindi bisogno di un consistente aiuto da Roma.

Nel tuo programma citi una frase del sindaco La Pira: “[…] dare un compito alla città[…]”. Qual’è concretamente il compito?
Sì. La Pira conosceva, in quanto sindaco, le esigenze primarie di una città e sapeva bene che non basta amministrarla, ma bisogna darle un ruolo preciso, altrimenti la città muore.
Significa che ognuno di noi, ogni cittadino, non può più delegare agli altri le scelte amministrative perché di fatto delegherebbe quello che è il suo futuro. Nessuno può dirsi indifferente alle scelte politiche, perché la politica entra nella vita personale di ognuno di noi: dal semplice affitto degli impianti sportivi comunali, al parco, agli eventi culturali che danno lustro ad una comunità, alle infrastrutture che rendono i quartieri non soltanto semplici dormitori ma veri e propri luoghi in cui vivere la propria società.
Quindi, ognuno di noi deve avere un ruolo e deve fungere da pungolo per la pubblica amministrazione. Abbandoniamo l’istituto della delega, ed abbracciamo l’istituto dell’adesso tocca a noi! E diventiamo davvero protagonisti di quel che accade all’interno di palazzo San Giorgio.

Nel tuo programma parli di rieducare alla Bellezza… concetto che trovo interessante ma che immagino sia un processo lento e articolato specie in questo momento storico così vicino a quanto avevano descritto e predetto molti pensatori del ‘900 che vedevano nella natura umana del loro tempo e delle generazioni future quella Porcherìa, come la definirebbe Celine. Quel senso di anomìa e masochismo che difficilmente lascia trapelare emozione reale davanti alla bellezza…. qual’è il tuo punto di vista e come intendi procedere?
In tema citazionistisco, ne utilizzo una anche io: Peppino Impastato diceva “noi dobbiamo educare i cittadini alla bellezza”.

Il che, trasposto ad una realtà cittadina, vuol dire far conoscere al cittadino quel che è bello, e non soltanto nell’accezione prettamente estetica, ma anche classica, in quanto autentico, vero.
Questo significa non rassegnarsi alle brutture e far si che il nostro occhio non si abitui a cose che in realtà non dovrebbero esserci…Faccio un esempio: qualche tempo fa, tornando da scuola, mio nipote si sorprendeva del fatto che un camioncino della nettezza urbana stesse raccogliendo la spazzatura sia dentro che fuori dai cassonetti; io trovo che questo sia un episodio simbolico, perché se nell’immaginario di mio nipote la normalità era vedere i cassonetti stracolmi di spazzatura con i cumuli di immondizia ai lati, ed invece a stupirlo è stato il fatto che ci fosse un camioncino che la stesse raccogliendo…. è facile capire che la sfida è proprio questa.
Mio nipote che ha sette anni, non è mai vissuto in una città normale, dove un qualunque cittadino si sarebbe sorpreso della presenza di spazzatura e non del contrario.
Non abituiamoci al brutto, non abituiamoci all’immondizia, non abituiamoci alle facciate dei palazzi non rifinite, ai marciapiedi con le mattonelle sconnesse, alle strade piene di buche e alle piazze che diventano soltanto un ricovero per spacciatori e passeggiatrici.
Abituiamoci a difendere il decoro urbano e difenderemo una bellezza in senso ampio.
Durante uno degli incontri che abbiamo fatto nel corso di questa campagna elettorale una persona ha suggerito di non parlare più di assessorato alla cultura, dato che la cultura è necessaria in qualunque ambito della pubblica amministrazione, bensì di un assessorato alla Bellezza. Iniziativa che io trovo interessante.

La tua linea programmatica rappresenterebbe una vera svolta in città specie dal punto di vista dell’attenzione che poni nei confronti dell’ambiente e dell’ecologia. Quanto sarà complesso reimpostare un percorso di questo tipo in una città che vede istituzionalmente ancora nel cemento il progresso?
Non possiamo più continuare a ingolfare la nostra città di cemento. Fra i nostri obiettivi c’è un’edilizia a mattoni zero, riportando in vita quello che già c’è… sia esso un’aiuola, piuttosto che un marciapiede.
Ci sono zone della città, dove le sterpaglie sono così alte che ormai non si vede più nemmeno il marciapiede. È per questa ragione che in programma esiste un punto chiamato: la battaglia delle piccole cose: ripristiniamo il decoro urbano, cosa che oltretutto non rappresenta nulla di più di quanto già sarebbe imposto dal testo unico degli enti locali che vede fra le altre cose sostanziali la cura dei servizi essenziali, la raccolta dei rifiuti e l’illuminazione pubblica.
La più grande sfida è riportare la città alla normalità. E non mi riferisco soltanto ad ambiente e verde, o all’abbracciare concretamente una sfida che riguarda le energie rinnovabili, la sfida è anche recuperare tutte quelle opere pubbliche terminate e non consegnate, o non terminate perché l’azienda ha abbandonato il cantiere, o addirittura quelle opere che sono ancora in fase progettuale.
Il vero degrado non è rappresentato solo dal marciapiede sconnesso e i muri imbrattati… il vero degrado è la solitudine. Per evitare che nei quartieri si soffra di solitudine, dobbiamo renderli vivi! Ricchi di strutture ricettive, ricchi di spazi comuni che compongono l’aggregazione.
Pensa quanto può essere paradossale che in una città che potrebbe vivere all’aperto sei mesi l’anno, non ci sia un canestro da basket in una piazza o una porta da calcio. Mancano quei classici playground che in città come New York ad esempio hanno rivalutato determinati quartieri.

C’è un tema che per ragioni personali mi sta molto a cuore: la fuga dei cervelli, di cui inoltre si parla tanto in questi anni. Giorni fa ho casualmente riletto uno scritto di Corrado Alvaro, in cui l’autore parla dell’emigrante, ritenendo che il meridionale in generale ma il calabrese in particolare, emigra non tanto per una ricerca economica, o per un arricchimento monetario… bensì, per cambiare “stato”… come se si sentisse fondatore di una nuova civiltà, di una nuova generazione. È dunque inevitabile che molti dei nostri cervelli vadano via, o esiste un modo che possa trattenere le nostre anime migliori in terra evitando la diaspora?
Io non voglio fare il populista e sostenere che dobbiamo evitare la fuga dei cervelli o che dobbiamo trattenere i nostri cervelli in città.
Preferisco invece cambiare il punto di vista, e dire che l’esperienza formativa fuori, sia essa lavorativa o universitaria, deve essere una scelta del cittadino e non un obbligo.
Renzo Piano consiglia spesso di contaminarsi il più possibile di esperienze che possano arricchire il nostro io, e poi tornare nelle proprie città per mettere quelle esperienze e quella ricchezza acquisita a servizio della propria comunità, della città in cui si è nati.
Ben venga, quindi, chi decide scientemente di partire e arricchirsi di nuove esperienze, ma è anche importante consentire a chi intenda lavorare e studiare nella propria terra di poterlo fare.
Da un punto di vista universitario, nonostante pubblica amministrazione e atenei siano due enti del tutto indipendenti, non si può e non si deve escludere un’interazione fra le due parti.
Basti pensare a quanti progetti a favore della comunità cittadina potrebbero essere ricavati a costo zero da studenti delle nostre università messi a servizio della comunità. Mi riferisco al tema di recupero e classificazione di beni architettonici, storici, artistici e culturali; o per quanto riguarda la Facoltà di agraria, classificazione e riqualificazione di quello che è il patrimonio botanico della nostra città. Dunque, in tema di realizzazione concreta delle cosiddette smart cities di cui tanto si parla, perché non creare i giusti presupposti affinché tutto quello che viene creato all’interno della nostra Università possa essere messo al servizio della comunità in cui è stato creato?!
Naturalmente, per un giovane, rimanere qui non significa soltanto Università… una città universitaria è una città viva, che sviluppa la sua socialità, e che mantiene le saracinesche dei pub, e dei negozi e dei ristoranti attive fino a tarda ora. Questo è un altro aspetto, e rappresenta un’ulteriore conseguenza positiva.
Per quanto riguarda il mondo del lavoro, è opportuno chiarire un aspetto che rappresenta il punto di non ritorno e di discontinuità con quello che è accaduto a Reggio in dieci anni: la pubblica amministrazione non è tenuta a dare lavoro! Semmai, è tenuta a creare le condizioni affinché posano nascere occasioni.
L’unico modo per entrare all’interno di una pubblica amministrazione è mediante il concorso pubblico, cosa che negli ultimi dieci anni la nostra città non ha visto mai, perché si è venduta un’illusione che si potesse accedere al mondo del lavoro e della pubblica amministrazione con strumenti diversi da quelli previsti della procedura dell’udienza pubblica. E questo non ha creato lavoro… ha creato precariato e grossi disagi ai lavoratori delle società miste che operavano fino ad oggi nel comune di Reggio Calabria nettamente in forte sovrannumero, dato che se una ditta che potrebbe dar lavoro a cento dipendenti viene invece infarcita di trecento, va a fallire rapidamente.  Quindi adesso tutte queste persone si trovano davanti a un grande punto interrogativo, davanti aun futuro lavorativo incerto, anche sotto il profilo personale e familiare, e solo perché si è deciso di ingolfare questa società senza che ce ne fosse una reale necessità. In una città in cui la maggior parte delle famiglie sono monoreddito, se tutte queste persone andassero a casa ci troveremmo di fronte ad una situazione di forte emergenza sociale. È chiaro quindi che tutti questi punti interrogativi si debbano trasformare in punti esclamativi. Come? Intanto le società miste non ci sono più e non ci saranno più… e l’unica strada è quella di abbandonare l’idea del pubblico/privato,  e fare delle società in house, quindi a capitale interamente pubblico, e che diano garanzia di stabilità definitiva a queste famiglie.
Al di la del pubblico, ciò che funziona maggiormente nostra città, una delle fonti di maggiore impresa, è l’edilizia, e l’edilizia funziona se ci sono i cantieri aperti, così come i cantieri aperti funzionano se c’è un’amministrazione virtuosa che riesce a mettere in campo quei progetti non soltanto nella fase iniziale ma seguendo il progetto fino a conclusione.
Bisogna rimettere in moto il tessuto sociale della città. Noi abbiamo una grande risorsa che va assolutamente sbloccata: il Decreto Reggio, legge speciale fatta alla fine degli anni ’80 per la nostra città, ancora ricca di fondi e e ancora ricca di opere che possono essere utilizzate a servizio delle imprese, dei cantieri e delle opere pubbliche. Inoltre, come ho detto a inizio intervista, non possiamo non puntare sui fondi comunitari della programmazione 2014-2020… ci sono tantissimi denari, non abbiamo più scuse per dire che questi soldi arrivano e se ne vanno, perché non ci sarà più il filtro regionale, Reggio Città Metropolitana gestirà direttamente i fondi comunitari, quindi adesso non avremo più scuse. Se non saremo capaci di fare, come hanno fatto altre città d’europa che hanno cambiato volto grazie a questi fondi – prendi ad esempio Budapest in cui tutte le opere portano la targhetta: realizzato con i fondi comunitari – allora dovremo andare a casa perché non avremo più scuse.

Giuseppe Falcomatà

Ricordo l’epoca in cui a Reggio Calabria vennero aperti i primi lidi, impostati come strutture balneari che accoglievano un target ampio di clientela… E ricordo anche la piega che tali realtà hanno preso negli ultimi anni, realtà diametralmente opposta a quella precedente. Laddove diventassi sindaco di Reggio, quale sarà la tua posizione in merito? I lidi torneranno ad essere  stabilimenti balneari o resteranno discoteche a cielo aperto?
Naturalmente la mia riposta non può che essere d’accordo con quella che è la tua premessa.
Tra l’ altro non ha senso che il tutto si riduca ad un susseguirsi di discoteche messe una accanto all’altra… è uno spreco enorme avere queste strutture che dovrebbero mettere in simbiosi una città con il mare e sfruttarle solo in tal senso, specie dopo una conquista importante di quella giunta che andò a Roma, a suo tempo, a sbattere i pugni affinché il lungomare venisse strappato alle ferrovie e restituito alla città. Ci si potrebbe fare molto di più. Quelle realtà non nascono come discoteche, e noi dobbiamo puntare ad una città che da un punto di vista culturale offra maggiori spazi e maggiori occasioni di vivere la notte.
Ci sono tante iniziative che si possono realizzare, e a me quando dicono che con la cultura non si mangia, mi viene da ridere… basti pensare, infatti,  che in passato era stata avviata l’iniziativa de: Uno schermo sull’acqua, che era il Festival internazionale del cinema; oppure potremmo parlare dei Caffè Letterari… parliamo non solo di discoteca, ma anche di concerti, di musica dal vivo.. noi potremmo, possiamo e dobbiamo fare di tutto.
Ridurre la cosa a un susseguirsi di discoteche, intanto toglie dignità a quelle realtà che invece nascono come tali, precludendo a esse la possibilità di continuare a farlo, ed è un modo di interpretare il turismo che esclude anche tutto quel bacino di visitatori della terza età: basti pensare che non esistono bagni pubblici, non esiste una guardia medica funzionante in centro, un tempo esisteva un info-point adibito in uno splendido chioschetto in stile Liberty, che in seguito è stato chiuso e trasferito all’interno di un noto bar cittadino e che adesso non c’è neanche più.
Reggio città turistica passa da tutte queste premesse e precondizioni. Abbiamo tante risorse, e abbiamo tante esperienze positive da prendere come esempio… la Puglia, la zona del Salento, che puntando sul turismo ha rivalutato tutto un litorale incentrando l’attenzione sulla propria identità culturale. Il turismo non è dato solo da un accordo con Costa Crociere o con le compagnie aeree che portano i turisti di Vienna a Reggio ma che non consentono ai reggini di andare a Vienna, dato che a carte inverse non esiste un volo Reggio-Vienna… cosa del tutto paradossale!
Noi abbiamo un territorio ricco di cultura e di offerte paesaggistiche, che, laddove venisse circuitato in un sistema integrato farebbe sì che Reggio non sia soltanto una città dal turismo mordi e fuggi.
Inoltre, non esiste ancora un sito che sia patrimonio dell’UNESCO… a differenza di tante altre isole del turismo, vedi Ibiza che ha due siti UNESCO per la biodiversità.
Noi abbiamo tanto da offrire: mura greche, terme romane, l’antico castello… e tantissimi altri luoghi che una volta diventati accessibili potrebbero dare tanto al nostro turismo.

 

 

Reggio Calabria

Chiudo con una battuta… pare che il motto inciso sul simbolo personale di Tommaso Campanella, che era appunto una campanella che alludeva alla necessità di svegliarsi dal sonno dell’ignoranza e dell’accidia, recitava un: “Non tacerò”. Ahinoi, Campanella non ci è riuscito… ed è morto a Parigi, lontano da casa. Ti attende un’impresa davvero ardua!
Sì, è una sfida ardua. Questo viaggio è nato con un pizzico di follia, ma siamo accompagnati da ottimi compagni di viaggio, convinti che questo sia il percorro migliore…. ed esiste una Reggio viva, che non si abbandona all’antico brocardo del: non c’è niente… va tutto male, non si può far niente… c’è una città che vuole bene a se stessa e che non è contenta della situazione in cui si trova. C’è una città che intende reagire. Una città che per qualche anno ha delegato, ma che adesso ha voglia nuovamente di rimettersi in gioco… bisogna soltanto dare ai cittadini la possibilità di farlo!
Se queste primarie dovessero restare un qualcosa per addetti ai lavori, avremo fallito. Se invece queste diventano le primarie della città e dei cittadini, dove i cittadini stessi sono protagonisti direttamente del cambiamento, allora saremo davvero ad un passo dalla svolta.
Questo è l’anno zero per Reggio Calabria, e mai come ora la città è dei cittadini, che finalmente se ne possono riappropriare.

Ecco ‘Placebo’: il nuovo video di Camera d’Ascolto

Pubblicato il giugno 27, 2014

Era annunciato da settimane il nuovo video di Camera d’Ascolto e finalmente è stato pubblicato ufficialmente il 23 giugno.

Placebo” è il primo singolo tratto da “Figli della Crisi…di Nervi”, seconda prova in studio dei Camera d’Ascolto uscito per I Cuochi Music Company lo scorso 12 giugno e disponibile in streaming su Spotify, Deezer, iTunes e tutti i principali canali digitali, su distribuzione internazionale. Il videoclip è diretto da Steso, leader della band e vede la collaborazione di Federica Jude (camera) e Simone Gallo(editing). Nel singolo, featuring del trombettista Niccolò Pozzi.

 

PROSSIMI CONCERTI

 

04/07 | Milano, TNT Club
06/07 | Marcallo con Casone, MI, Marca Rock
12/07 | Milano, Maquis
18/07 | Como, OnAir Café in Unplugged
25/07 | Milano, La beata quartina dell’Alabama

 

 

PRIMO SINGOLO DELLA ROCK BAND PROF.PLUM

Pubblicato il giugno 24, 2014

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Da oggi martedì 24 giugno è in tutte le radio il singolo “Gli infallibili” del PROF. PLUM, quartetto rock alternative originario della provincia di Como, che ha lanciato il 4 maggio scorso sul mercato discografico il nuovo disco “Governo Tecnico”, autoprodotto in associazione con Pixie Promotion e in distribuzione digitale con Made in Etaly.
Proprio come bombe programmate per esplodere nel cervello al semplice ascolto, le canzoni del Prof. Plum toccano temi di attualità bollente per le giovani generazioni che invecchiano male nelle province di un’Italia povera di belle speranze, di modelli virtuosi e di buone risorse. E con il primo singolo “Gli infallibili” il Prof. Plum grida l’importanza del coraggio di rinnovarsi e mettersi in discussione, per non frenare, non pietrificare l’evoluzione dell’individuo e della società intera, in nome di un’inutile coerenza a una presa di posizione apparentemente rassicurante, ma in realtà solo pesante per chi spaventato sprofonda intrappolato nel nulla. “La coerenza il più delle volte è paura di cambiare idea”, canta infatti il Prof. Plum. Argomenti impegnati e toni pesanti, insomma, per scuotere chi non si sente rappresentato più da nessuno e si fa governare da aspiranti supereroi incaricati di salvare tecnicamente il nostro piccolo mondo.

Il PROF. PLUM è composto da:
Andrea Ubbizzoni (voce e chitarre), Elia Bianchi (voce e chitarre), Francesco Nava (voce e basso), Alessio Bianchi (batteria)

Silvio Rodriguez chiede asilo politico

Pubblicato il giugno 23, 2014

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Stando a quanto pubblicato qualche ora fa dal sito web http://pepemail.blogspot.it/2014/06/canta-autor-cubano-silvio-rodriguez.html?m=1 il cantautore cubano Silvio Rodriguez si troverebbe in Cile e avrebbe chiesto asilo politico.
Silvio Rodriguez è conosciuto in Italia dal cosiddetto pubblico di nicchia – nel 1985 ha ricevuto il Premio Tenco, ed è tornato a cantare a Sanremo nell’edizione del Tenco 2002. Inoltre, artisti nostrani come Maria Monti, Fiorella Mannoia e Gigliola Cinquetti hanno inciso sue canzoni in italiano.
Il cantautore cubano, in Patria, ha da sempre rappresentato un grande punto di riferimento culturale per l’intero Paese. Ed il suo impegno sociale e politico è noto a tutti.
Laddove la notizia di una sua fuga e conseguente richiesta di asilo venisse confermata, rappresenterebbe un duro colpo per le istituzioni cubane e la cosa andrebbe sempre più confermando il totale fallimento della nuova gestione Castro, affidata ormai da anni a Raul, ormai sempre più concentrato su un’idea di “revolución económica” – basata su parametri e leggi al limite dell’assurdo e della legalità – e sempre più distanti da quei, se pur aleatori, parametri di moralizzazione che invece in passato avevano reso Cuba uno dei luoghi più pacifici, acculturati e talentuosi dell’America-Latina.
Se un’istituzione come Rodriguez abbandona la nave, c’è da attendere che emergano i retroscena che di certo lasciano presagire dinamiche gravissime sotto molti punti di vista…. Falle e lacune incolmabili nel sistema politico cubano ormai in balia di deliri, anacronismi e paradossi al limite del razzismo di ogni sorta.
Fa pensare però anche la scelta di consegnarsi alle autorità cilene, e non a quelle americane che nell’immediatezza avrebbero accettato l’autoesilio del cantautore – non fosse altro per fini propagandistici.
Anche in tal senso Rodriguez ha comunque, al momento, dimostrato una certa coerenza d’azione, rifiutando di “dare ragione” ai vicini U.S.A. che avrebbero a torto o a ragione strumentalizzato il gesto.
Chiedere asilo politico ad un Paese Latino, significa anche non sputare nel piatto in cui si è mangiato per anni… Significa semplicemente non accettarne la deriva!
Restiamo in attesa di ulteriori news a riguardo.

Ho una tresca con la tipa nella vasca

Pubblicato il giugno 12, 2014

La tipa nella vasca del titolo, con cui ha una tresca l’autore/narratore è la Sirenetta di Copenaghen, protagonista del primo racconto di questa nuova e surreale raccolta. Si sussegue una collezione di novelle tratteggiate dall’amabile e rocambolesca voce narrante di Andrea G Pinketts, fra il noir e l’emblematico introdotte, ciascuna, da un’invocazione — in rima baciata — alle Muse.   Pinketts Tresca Vasca cover

Certo, si tratta di Muse molto speciali, non convenzionali ed il noir in questione, anche quando si intinge nelle anime più nere e nel sangue più innocente, presenta sempre — immancabilmente — il suo risvolto paradossale, lieve ed arguto. Una serie di pasticciacci sordidi ed esilaranti al contempo, in cui raccapriccio e umorismo convivono in un felicissimo ossimoro. Il lettore incontrerà molti personaggi indimenticabili: Gennaro camorrista in Danimarca, innamorato della già citata Sirenetta, una Befana che rapisce bambini alle giostre di Nizza;  Pedro, il comunista, re dei balli latini alle Feste dell’Unità. E ancora, enigmatiche seduttrici velate di nero, tossici dal destino apocalittico, bellimbusti riccioluti misteriosamente venerati al concorso di Miss Muretto. La penna ispirata di Pinketts, corre irresistibile fra neologismi tanto improvvisi quanto geniali, arguti e flessuosi giochi linguistici e una ricerca del paradosso dall’esito certo. Registri alti e citazioni profane uniti dalla logica ferrea della realtà: un luogo atroce, buffo e commovente dove orrido e sublime coesistono, sempre. E non resta che parlarne con benevola leggerezza.

 

 

Gambardellas – l’intervista

Pubblicato il maggio 22, 2014

 

 

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Mauro, non appari più da solo nelle foto ufficiali, ma siete a tutti gli effetti un trio.
Come mai quest’esigenza di cambiamento? O è stato un evolversi naturale della collaborazione di anni ormai con Grethel e Glenda Frassi?
Dopo l’uscita del primo album “Sloppy Sounds” nel febbraio 2013 avevo l’esigenza di mettere insieme una band per il tour. La scelta è ricaduta sulle persone con cui mi ero trovato meglio nel corso degli anni: tanto musicalmente quanto umanamente. Grethel e Glenda sono state le prime persone che ho contattato: la loro band precedente si era sciolta e sapevo che potevano portare un tocco ancora più personale nelle mie composizioni.
Da allora abbiamo portato a termine un tour italiano di più di 40 date e l’affiatamento tra noi è stato tale che è stato naturale passare a comporre come una band e non più come artista singolo.

Ho notato un notevole cambiamento anche nel look. Mi raccontate come mai e chi vi ha seguito?
Con l’ingresso ufficiale di Glenda e Grethel nella formazione i Gambardellas sono diventati una band a tutti gli effetti. Volevamo che questo nuovo Ep rappresentasse un nuovo inizio: le nuove canzoni hanno un tono più cupo rispetto a quelle dell’album precedente, volevamo che anche il nostro look seguisse questo mood. Ci siamo affidati ad un team di lavoro molto valido con cui abbiamo ricercato e creato il nostro nuovo look. Cogliamo l’occasione per ringraziare Zoe Vincenti per il servizio fotografico, Silvia Ortombina per lo styling e Moreno Cicoria per il make up: hanno saputo cogliere il nostro lato più dark.

Quali sono i vostri punti di riferimento in ambito musicale e no?
Ascoltiamo davvero di tutto e ci piace essere informati sulle ultime uscire discografiche. Nel periodo in cui stavamo componendo e registrando Ashes i dischi che più ascoltavamo erano gli ultimi di Queens of the stone age, Arctic Monkeys e Alt-j. Ultimamente invece gli album che più ci hanno entusiasmato sono stati quelli di St. Vincent, Anna Calvi, Warpaint e siamo in attesa del prossimo di Jack White. Ci piace mischiare le carte: blues ed elettronica.

Passiamo al disco e partiamo proprio dal titolo, Ashes. Un termine decisamente carico di significati, vi va di raccontarci qualcosa a riguardo?
La canzone ed il testo di Ashes nascono quasi per caso: è stata la prima canzone che abbiamo composto jammando come una band. In queste occasioni mi capita di cantare un testo non-sense in inglese, giusto per trovare una melodia valida, e quella volta in particolare la parola “ashes” continuava a tornarmi in mente. Ho deciso quindi di scrivere un testo che parlasse di rinascita e superamento dei propri limiti umani e che facesse riferimento a fatti molto personali. Ci siamo poi resi conto che il tema della rinascita si confaceva bene al periodo che stavamo attraversando: nuova musica, nuovo look, nuova band

Quanto è durata la produzione dell’ep di Ashes, che difficoltà avete incontrato, se ce ne sono state?
Lo scorso agosto ci siamo chiusi nella nostra sala prove e abbiamo cominciato a registrare delle pre produzioni. A fine mese avevamo composto circa 20 pezzi. Nonostante avessimo sufficiente materiale per poter registrare un disco abbiamo preferito temporeggiare ed uscire co un Ep di 4 pezzi, questo perché un album ha necessità di maggiore tempo e ragionamento per essere lavorato mentre noi volevamo uscire entro gennaio con un nuovo prodotto: un Ep ci è sembrata la scelta più sensata e coerente con il percorso di crescita che stiamo affrontando.
Le registrazioni del disco sono state davvero rapide e tranquille: le nostre pre-produzioni erano già molto dettagliate e tutti noi sapevamo cosa volevamo ottenere. In tutto abbiamo registrato e mixato l’Ep in una settimana presso l’Indiehub studio di Milano, l’Ep è stato prodotto da noi e da Giovanni Spinotti (ex collaboratore di Bob Clearmountain a Los Angeles) mentre il mastering è stato affidato a Lee Fletcher in UK.

La dimensione del live, se doveste descrivervi live in poche righe come definireste il vostro spettacolo?
Decisamente potente e coinvolgente, inoltre la nostra formazione particolare, con me alla batteria e voce principale e due ragazze che suonano e cantano alla grande ai miei lati, attrae da subito l’attenzione.

Ho letto che parteciperete al Woodstock Festival, il più grande festival in Europa, che l’anno scorso ha contato più di 400.000 presenze. Come credete che sarà esibirsi in una realtà così grande?
Non vediamo l’ora di suonare al Woodstock! Per noi sarà sicuramente una grande occasione ed una grande esperienza suonare davanti a così tanta gente all’estero. E’ stata davvero una sorpresa essere selezionati per questo festival: c’erano in palio 5 posti e band da tutto il mondo a contenderseli, quando é arrivata la notizia per noi è stato un onore e una conferma che il duro lavoro che facciamo per portare la nostra musica ad alti livelli è stato ripagato.

 

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Ci sono in programma altre date all’estero?
Quest’estate continueremo sicuramente il nostro tour italiano: ad ora l’Ashes tour conta 30 date e da qui ad Agosto contiamo di aggiungerne delle altre. Da settembre cercheremo di portare il live anche all’estero: i contatti ci sono ma non posso ancora rivelare i dettagli

State già lavorando al prossimo album? Ci dobbiamo aspettare altri cambiamenti?
Abbiamo già tanto materiale pronto, i nostri gusti musicali sono in continuo divenire ed il nostro affiatamento come band è costante, non sappiamo però ancora quando, come o con chi entrare in studio: per ora ci concentriamo sul tour anche se il prossimo album dovrà per forza rappresentare un ulteriore passo avanti per i Gambardellas.

 

 

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Aperitivo d’arte

Pubblicato il maggio 12, 2014

Dopo una partecipazione al Fotofestival di Copenhagen (2013) e alla mostra “I Luoghi dell’anima” a Genova (dicembre 2013 – gennaio 2014) è arrivato il momento per Karen Natasja Wikstrand di presentarsi al pubblico romano.

L’esposizione vedrà un estratto del suo progetto in corso “My Mobile Moments”, dettagli e attimi di vita “rubati” esclusivamente con l’aiuto di un cellulare.

The Death Of A Disco Dancer

Aperitivo d’Arte Electronic Art Cafe“
 – Giovedì 15 maggio 2014 solo da Camponeschi Wine Bar a Piazza Farnese 51 (Roma) 
L’aperitivo inizia alle 20.00 fino a tarda notte.
In mostra le fotografie di Karen Natasja Wikstrand e le opere di Maria Gloria Sirabella
. L’evento EAC è organizzato dal fondatore Umberto Scrocca e dalla curatrice Manuela Van.
www.electronicartcafe.com

Waterflower

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