Andrea G. Pinketts: scrittore, giornalista, drammaturgo e opinionista tra i più noti esponenti della letteratura italiana noir.
Vincitore di numerosi premi letterari, ha alternato la carriera di scrittore a quella di giornalista investigativo, conducendo inchieste per conto di numerose riviste ed infiltrandosi in prima persona in svariate realtà, anche criminali. Celebri i suoi reportage per Esquire e Panorama grazie ai quali ha, tra le altre cose, contribuito all’arresto di numerosi camorristi nella cittadina di Cattolica, all’incriminazione della setta dei Bambini di Satana a Bologna ed a suggerire il profilo di Luigi Chiatti, detto il “mostro di Foligno” È autore di molti romanzi in bilico tra noir e grottesco, molti dei quali incentrati sulla figura di Lazzaro Santandrea, suo alter ego e protagonista di bizzarre avventure nella Milano contemporanea. La sua peculiare prosa, contraddistinta da un uso del linguaggio originale e dissacrante, ha attirato l’attenzione della critica, che lo ha definito uno scrittore “post-moderno”. Esce questo mese il suo nuovo libro Ho una tresca con la tipa nella vasca (di cui parleremo in seguito).

Noi, però, l’abbiamo incontrato, in un bar di Milano, per parlare del libro precedente Mi piace il Bar, di Milano e degli animali sociali che la popolano.

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Mi piace il bar è il titolo del tuo libro più recente… ne vuoi parlare?
Mi piace il bar è il mio penultimo libro, ed è una sorta di indagine fra ricordi e constatazioni di una biografia etilica, che mi ha permesso di raccontare i cambiamenti dell’atteggiamento nei confronti del bar delle persone

Una biografia dell’avventore del bar in generale o di un personaggio specifico?
La biografia mia, ma inevitabilmente sono un osservatore, ragion per cui lo scrittore è anche un descrittore, per questo motivo senza ombra di vino, senza ombra di dubbio, racconto i cambiamenti che sono avvenuti nei bar che ho frequentato… che sono epocali: i bar di fine anni 70, 80, 90  e anni zero, con teste diverse e spiriti diversi nell’approccio alla frequentazione del bar

La decade migliore?
Forse gli anni 80. Che erano appunto anni di plastica, per cui all’uscita dalla discoteca, nota che non ballo… io ci andavo per rimorchiare modelle americane… eran di moda… ti davano un bicchiere di plastica che conteneva un cuba libre… però era bello stare fuori dall’ Amnesy con queste che venivano dal Wisconsin piuttosto che dalla Pennsylvania e che non capivano nulla di ciò che dicevo loro, non perché non parlassi inglese ma proprio perché non capivano…

Non capivano il contenuto?
No, il contenuto era contenuto appunto in un bicchiere di plastica… quello era l’unico contenuto che avevamo in comune.

Quando vai in un bar, che cosa cerchi, al di la dei personaggi per i tuoi libri? Qual è lo spirito che cerchi?
Intanto il bere è cultura.. come racconto in “Mi piace il bar”: il bere è aggregazione, non è una cosa solitaria, quella da casalinga frustrata, o da alcolista.
In realtà il bere a me, fa venire in mente Noè che viene salvato da Dio che gli annuncia l’arrivo del diluvio, dopo che ha superato il diluvio e trova una terra ferma, la prima cosa che fa è creare un altare per ringraziare Dio che lo ha avvisato – dicendoglielo in un orecchio – e la seconda è piantare una vigna; quindi metaforicamente la Chiesa nata dall’altare così come la vigna che genererà l’osteria sono i luoghi di incontro, di comunicazione… E rimarranno sempre così, a dispetto della fede e a dispetto del tipo di bar sono luoghi di aggregazione, quindi sia il bere che la fede hanno una funzione sociale.

L’essere umano è un animale sociale ed è quindi animale ma anche un essere che cerca il divino attraverso qualcosa che è diverso dalla natura, perché l’alterazione del fermento ti porta ad un’alterazione della percezione…
Che è la stessa alterazione che possiamo attribuire alla fede. Solo che una è indotta chimicamente, così come se uno si beve 10 gin tonic può anche iniziare a credere che esiste dio.
Non dimenticare che il cristianesimo è una delle religioni fondate sul vino…

Così come anche i baccanali…
Ah beh, certo, ma delle due l’unica rimasta è il cristianesimo, applicato dal cattolicesimo.

La dimensione viscerale e istintiva dell’essere umano che è anche per istinto in parte animale, non solo essere razionale, pensante e sognatore, ha necessita di un luogo che può essere il quartiere ben definito in cui conosce tutte le persone accanto oppure può esprimersi anche attraverso la solitudine, visto che ormai viviamo in tempi in cui ci si chiude e il quartiere diventa anche un sito internet, la vita sociale si è spostata nel virtuale…
Quel che dici è terribile. Io ad esempio non uso internet. Lo faccio usare a un gruppo di religiose pagane che si chiamano le devote di Pinketts, che mi svolgono le eventuali ricerche o mi sbrigano le pratiche, ma certo secondo me non è la forma di comunicazione che preferisco. Se voglio raccontare qualcosa, scrivo un racconto rigorosamente a penna o se devo dire una cosa te la dico di persona possibilmente nel bar, perché il bar è il luogo in cui le storie che siano vere o inventate sono più affascinanti. Internet invece è un bluff della comunicazione. Cioè se io ti volessi bene, cosa che non è esclusa in futuro, non ti scriverei mai TVB!

Tu sei nato a Milano, sei cresciuto in un quartiere in particolare che ha segnato il tuo percorso?
Io sono nato in una clinica La Madonnina, poi la mia infanzia l’ho trascorsa in viale Piave di fronte ai giardini pubblici di Porta Venezia. Successivamente, dopo la morte di mio padre, con il trasferimento di mia madre che all’epoca era medico scolastico, siamo andati ad abitare al Giambellino.  E quindi io da bambino della Milano bene mi sono ritrovato in quel quartiere che allora era una sorta di far west, per me… in fatti mi son divertito un sacco. perché son passato dai giardini pubblici frequentati dai “bambini bene” quale ero io, ai “bambini male”…

Non esistono bambini male…
Hai ragione, non esistono bambini male.
Diciamo bambini della mala, figli di famiglie Mala. Non tutti ovviamente, c’erano anche brave persone, ma quelli preponderanti, aggressivi, erano figli di famiglie che radicavano la loro cultura nell’onore del crimine, e quindi io ho dovuto dimostrare di essere alla loro altezza.

Hai appreso dei valori positivi?
Assolutamente si.

Estinte una mala buona?
La criminalità non è mai buona, però ci suono delle persone buone costrette per ragioni se vuoi dinastiche o addirittura caratteriali a cui la microcriminalità è quasi imposta.

Questo numerò di C magazine è incentrato sul concetto di stanzialità. Il quartiere quasi come identità in cui un gruppo di persone assorbono lo stesso tipo di spirito… quindi è stato il Giambellino che ti ha segnato di più o ce ne sono altri?
Tutti in realtà: Brera, quando c’era il vecchio Le Trottoir. Io credo che una persona si lascia coinvolgere ma coinvolga anche la zona che decide di frammentare. Per cui non sei tu che piombi o scendi dal cielo fra un gruppo di sconosciuti, sei tu che ti adatti o che fai si che loro si adattino a te, che è il mio caso.

Esiste un solo codice comportamentale nei vari quartieri e nei bar, o ne esistono diversi? Esistono luoghi in comune, regole non scritte?
La cosa importante è l’educazione. Il rispetto, anche nel senso malavitoso del termine. E poi forse fondamentale è la nascita di improbabilissime amicizie con persone che sono all’opposto di te… e allora scopri che sei un animale sociale.

Improbabili amicizie dici: ad esempio?
Uno su tutti: Giank la Bestia, che adesso è agli arresti domiciliari, e che è l’uomo più indistruttibile che abbia mai visto. L’ho conosciuto appunto in una bar del Giambellino e abbiamo simpatizzato perché è una persona brillante, ma è veramente un animale. Molti anni fa la sera andavo a prendere le entreneuse nei night clubs e le scortavamo a casa, e venivamo pagati… per tutelarle, come servizio di sicurezza. Poi purtroppo lui ha scelto la scorciatoia del crimine ed io invece no.

Quando hai capito di essere uno scrittore? Sei partito come giornalista o già scrivevi?
Per me fare il giornalista è stato importante quando facevo le inchieste. Mi calavo in realtà che non mi appartenevano. Ho fatto il barbone alla stazione centrale, ho incastrato i satanisti di Bologna… e lì mi piaceva. Però in realtà ho iniziato con Onda Tv, che non esiste più, in cui essendo l’ultima ruota del carro intervistavo le vallette. Però per me allora in piena tempesta ormonale fra intervistare una valletta misconosciuta o intervistare Pippo Baudo non avrei avuto esitazioni… (ride). Ho anche scritto un saggio a proposito delle vallette “La valletta dell’Eden”.

E cosa hai imparato dal mondo delle vallette?
La provvisorietà della vita.

La precarietà di una vita basata sull’apparenza?
La maggior parte delle vallette che frequentavo studiavano… In fondo è un rito di passaggio prima di arrivare a conoscere i tuoi reali obbiettivi, non parlo di vallette da vallettopoli, bensì delle hostess della fiera… Io sono un grande esperto di hostess.

Che cosa sa un grande esperto di Hostess che altri non sanno?
Conosci il climax, un termometro per capire le situazioni e le persone. La fiera è un’assoluta commedia umana.

Quanto gli esseri umani recitano e quanto sono sé stessi nella quotidianità?
Risposta Pirandelliana: uno in realtà non lo sa quanto sta recitando e quanto no, perché se è entrato totalmente nella parte non se ne rende conto.

Nei tuoi libri cerchi le caratteristiche del personaggio nelle persone o descrivi persone che hai visto? Una combinazione delle due cose?
Tutte e due in realtà. Nel prossimo libro ad esempio “Ho una tresca con la tipa nella vasca”, che esce ad aprile per Mondadori, è un libro sulla tresca in cui l’autore è innamorato delle Muse, quindi è poligamo. ogni storia è una storia diversa. Il protagonista si innamora ad esempio, nella prima un camorrista diciottenne costretto a rifugiarsi in Danimarca perché ha insidiato la moglie del boss e si innamora della Sirenetta di Copenhagen, ma proprio della statua che è alta 130 cm e pesa 160 kg. Una donna tutta d’un pezzo…non so…io non l’avrei mai fatto. Sono storie diverse, surreali.

L’umorismo nasce dal surreale, quando la realtà incontra l’improbabile.
Io sono sempre stato il cantore dell’improbabile, Quando il paradosso che è reale passa dalla tragedia alla farsa con una estrema duttilità e senza accorgersi.

La società ideale di Andrea G. Pinketts?
Non credo che esista. Penso a Utopia di Thomas More, a mondi apparentemente perfetti e il mondo non lo è per nulla. e non solo: l’imperfezione dona caratteristiche singolari ad ogni tipo di mondo. Certo, sarebbe bello se fossimo tutti belli come noi due, tutti bravi, intelligenti, possibilmente ricchi…però ci annoieremmo a morte.

Il mondo è bello perché è vario?
Il mondo è brutto perché ingiusto. Però è interessante.

L’importanza del soprannome… hai citato Giank La Bestia ha ancora un valore. La riconoscibilità è ancora importante?
Ora c’è il nickname. A volte i soprannomi nascono per scherzo: Pogo il Dritto è un mio compagno di liceo che si chiamava Pogliaghi e lo associavo al biscotto Togo. Molti soprannomi hanno poi generato dei cognomi.
Il mio vero cognome è Pinketts ma è stato naturalizzato sotto il fascismo in Pinchetti. Poi ho recuperato il mio cognome di origine irlandese e ho conservato entrambi.

Hai quindi origini irlandesi…
Sì e da qui si spiega l’amore per la birra e la mia natura rissosa.

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Che cosa ti fa arrabbiare?
Ti cito una battuta del film Il Pistolero  “Non sopporto ingiustizie, non sopporto insulti, non sopporto prepotenze. Se qualcuno mi offende o mi tradisce, prima o poi si aspetti la mia vendetta.”

La tua rabbia deriva quindi da un senso di giustizia, non dalla follia o dall’orgoglio È quindi un valore che deriva dalla difesa del più debole? Fammi qualche esempio di situazioni ingiuste
Io quando mi inalbero sono chirurgico, non mi va mai il sangue alla testa. Io ho fatto sia boxe che Kendo. Con la boxe impari a valutare l’avversario di cui hai rispetto. Poi la durata del match dura poco. Invece il Kendo che nasce dal più grande spadaccino Giapponese è fatto anche di attese perché tu aspetti la mossa dell’avversario. Lo studio assoluto. Io non sono per la violenza bruta, sono per la forza applicata.

Sono importanti le regole?
No. In generale no. Ma nello sport sì.
Nello sport le regole implicano un senso di correttezza, di riconoscimento del valore dell’avversario mentre nella vita delle regole ci sono imposte e non sono necessariamente etiche. Sono imposte quindi puoi violarle quando vuoi.

Quindi è la legge morale dentro di te ad essere importante? Il buon senso?
Buon senso è una definizione che non mi piace, da vecchio. È più importante trasmettere l’esempio. La saggezza non si trasmette.
Pensa a Pulp Fiction, quando Samuel Jackson dice “Sono in una fase di transizione” Perché lui avrebbe ammazzato subito quei due (secondo l’istinto) e invece..

Ha fatto bene a dare ascolto a questa voce?
Sì certo. Io sono contro la violenza. Però se uno merita un sacco di botte non mi tiro indietro.

L’ultima domanda: che tipo di sigaro toscano fumi e quanto la legge contro il fumo ha inibito l’aggregazione sociale nei locali?
Ho scritto insieme a Paul De Sury a Cuba “La mistica del sigaro”, sui sigari cubani, i puros. Io preferisco i toscani, Toscano Extra Vecchio, anche perché il puro è più impegnativo. La realtà assoluta è che il sigaro al contrario della sigaretta, ti permette di raggiungere improvvisamente con il pensiero realtà lontane.

Un po’ come la marijuana?
La marijuana falsifica la realtà. Il sigaro invece la qualifica. La sceglie, la controlla senza controllarla. È come una seduta spiritica.
Per rispondere alla seconda parte della domanda secondo me la legge contro il fumo “Legge Sirchia” a mio avviso andrebbe chiamata “Legge Minchia” perché è inaccettabile.
Mi pare che fosse il 5 gennaio 2005 che è stata applicata ed io e Paul de Sury ci siamo messi a fumare in un luogo pubblico in segno di disapprovazione verso questa legge.

È stato un gesto un po’ punk il vostro…
No! E’ stato un gesto Pink!

Domanda sulla città di Milano. Milano è un grande paesone?
Tutte le città, a parte Los Angeles, sono dei paesoni, perché ogni quartiere vive una vita propria. Io ho avuto modo di innamorarmi di parti diversissime di Milano, ad esempio quando il Trottoir era a Brera io ero il re di Brera.
Poi i quartieri sono cambiati. Ad esempio il Giambellino adesso è un posto di kebab, non è più il Giambellino di Ceruti Gino, le canzoni della malavita.
Adesso c’è una criminalità diversa, i drammi si consumano all’interno delle famiglie. Figli che uccidono genitori e viceversa.

Se potessi descrivere Milano a chi non la conosce cosa diresti?
L’ho già fatto in un libro: a Milano, secondo me, di notte c’è il mare.
A Genova il mare è evidente, mentre a Milano il mare si sente di notte.

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