Luddisti della domenica piangono lacrime e sangue, sbrodolando sulla stampa prezzolata, o nei diametri rigorosi e spassionati dei loro profili facebook, liriche sulla mania della rete sociale, che detta all’ammerekano si dice “Social Network”. E allora si capisce di cosa parli, non come in italiano, che sembra una cosa da compagni e non da seri capital – consumisti radical – chic, quelli che poi si imboscano alle Feste di Liberazione.

 

 

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Il social è ora – come prima internet – ciò che tutti amano odiare. Si dice che ti avrebbe scompigliato le carte, che ti assorbe più della tv, ti fa passare la voglia di fare sesso su youporn, che ti viene l’orchite alle dita del piede mentre ti masturbi. Dice che la malafemmina poi, se si sposta sulla rete, ti si mangia, che il testosterone cattivo, secondo questi vigliacchi dello spirito, morde, e se non stai attento, poi ti aspetta nel buio del portone di un blog qualsiasi, alle 4 del mattino e diventa il Troll dei tuoi incubi…
Noi del Barrio Digital con le vostre paure categorizzate facciamo collane di denti ridenti e pie colonne di teschi davanti alle porte dei nostri palazzi anonimi, costruiti sulle vostre speculazioni edilizie migliori. Capitale in conto apocalisse.
Io non ho paura della rete e esco solo la sera.
Cammino per questa serie di mondi paralleli e reali in modo differente da prima, ma concreto, dannatamente concreto.
La Calabrifornia che vedo con i piedi dell’amico genio e disperato che sa cosa beve e ha smesso di fumare. Peggio Calabria, New York di un altro amico pazzo che suona nel deserto del Jersey musica digitale in scatole per nerds. Palermo, nera, aguzza, tentennante, piena di storie che mi saranno per sempre proibite, perché ho il sangue rosso e non nero. Milano, incisa sotto le unghie della sua periferia senza risorse, chiusa dietro una porta aperta, case cose di mura sottili e di sberle promesse e date, urlate, nel buio assordante di un silenzio complice. Amsterdam, con le sue vie gialle xeon nella notte, riflessi d’acqua e di finestre che ridono con lampade al tungsteno. Case borghesi. E neon, se si tratta di un kebab qualsiasi. E anche Maribor, Anversa, Genova, Montefiascone, Montalbano, Madrid. Il mio Barrio, la sua gente. Viva.
Ho camminato a lungo di notte a Berlino, alla ricerca di una festa spostata in periferia a cui sono arrivato tardi e presto allo stesso tempo. La notte era sottile come un foglio di carta velina e ero solo, senza neppure un posto in cui rintanarmi a dormire e con il telefono scarico. Ma ero per tre quarti altre persone e non ho avuto paura: ero a casa mia. La periferia di Berlino può essere dannatamente vuota, e non hai nessuna mappa in testa che ti dica che scarpe sia meglio metterti per correre. Eppure alla fine abbiamo sviluppato altri sensi inventati e improbabili e sentiamo la rete, su cui navigare, cadere, o nascondersi. L’incorporeo digitale che può diventare corporeo. Come una casa di architetto pazzo e omosessuale prima vuota e poi riempita di profughi italiani del design in fame chimica, dove mastico formaggio pecorino sotto a una copia del David di gesso a grandezza naturale con il sesso viola.
Esco spesso, fino a notte fonda, e viaggio, alle volta fino a mattina. Cammino parecchio, alle volte sui piedi altre sulle dita, e sono mille persone sole come me, e unite da una letteratura interpersonale, formidabile, anche se inevitabilmente fragile, e figlia-spia del gran dio Mammona, dio del danaro e della pubblicità.
Queste persone che incontro mentre cammino sono per metà reali e per metà un misto di me, di loro stesse, e dei nostri profili facebook, twitter. Hanno le anime nella chat, nell’email, nella foto fatta da solo, o dell’ultimo giochino sull’arte o sulla musica preferita. Twitter per aforismi che ho composto in haiku e non so più distinguere da quelli del XV secolo composti da qualche giapponese che non sono neppure certo di avere mai letto. Foto visioni e esibizionismo incluso.
Poi, l’arma migliore del pusher d’amore in rete, o del rabdomante è la semeiotica. La vostra seduzione funziona con gli scarabocchi di un visionario non più a causa di immagini graziose, ma grazie ai riferimenti significanti nascosti nell’immagine stessa a vostra insaputa dal grande inconscio digitale. La grande, incredibilmente poetica risorsa dell’analogia, come la magia nera, diretta e cruda, stride tra una parola detta e una sussurrata in chat con il senso dell’insieme. Stiamo.
Ci sono siti nel quartiere che sono bar d’angolo e altri sono parrocchie. Con la loro chiesa scura e l’odore di candele steariche, con le beghine in prima fila, e dietro nella penombra della navata Nessuno che ci fa paura.
C’è l’officina collettiva, c’è la più grande delle biblioteche per i libri veri, ce n’è un’altra ancora più grande per quelli mai scritti e un’altra ancora, infinita, per quelli inutili. Nel quartiere digitale, fatto di tempo, di materia e di carne, piangono il sindaco e l’assessore, mentre le loro costose campagne elettorali sono tagliate via da un filtro di Chrome e sbiadiscono in terra, sotto una pioggia di grigio fumo. Ci sono le notizie false che girano e mutano in altre più vere di quelle vere, e le tracce di merda della propaganda-colpo-di-mortaio tra i passanti. Un bidone di chiodi esploso su chi faceva solo la coda per il pane.
Qui nei nostri giardinetti è ancora pieno di gatti: in tutte le porte ce ne sono almeno dieci milioni. Lappano latte e lische di pesce che si litigano con vecchie signore stanche che postano notizie incredibili, che per cortesia tutti commentiamo con garbo, e che copiano fandonie sulla nostra attenzione marmellata. Sanno verità sugli alieni o su qualcos’altro, le hanno trasformate in macchie di colore incerto: i blog. E assieme a loro, che in un quartiere del XX secolo e non del nostro sarebbero dimenticabili incontri alla cassa del supermercato, attiriamo grosse e grasse mosche, che come miele di favo o merda di vacca spingono a craniate enormi bottoni blu con scritto “lekkami”.
Il mio barrio digitale è, ovviamente, pieno di donne. Tutte belle e misteriose mi parlano di fronte e di profilo, credendomi bellissimo, perché ho la forza di toccare oltre i loro muri e di spingermi nei loro giardini preziosi con coraggio e follia disperata. C’è la taverna in cui danzano, quella in cui parlano d’amore, quella dove si fanno leggere i tarocchi. E l’angolo buio di sottoscala dove si lasciano baciare. Ci sono anche uomini che sono donne, che sono disincarnati, amanti a ore, rimbalzi sul fosforo asfalto del nostro monitor piazzale, camminano con i tacchi a spillo e gli stivali da cowboy.
Nel Barrio, non c’è maggior soddisfazione che sapere usare le armi del nemico e noi lo facciamo benissimo: ninja armati di buio. Sparire, rompere, farsi sentire e poi di nuovo sparire, accorpare, distruggere. Con grandi gesti liberatori possiamo popolarci di parole e concetti che non portano più ovunque, ma in combinazioni improbabili di singolarità rintracciabili con tre click.
Proprio adesso che scrivo del mio quartiere immaginario e di pietra, in cui cammino preoccupato come un bianconiglio ritardatario, sta diventando reale, concepito, ripassato all’esistenza tangibile da una scrivania-portaerei che non vola. Potrebbe essere stampato, immaginato e realizzato in ogni momento. Il bavoso incerto becero sbrilluccichio di provincia infinita in cui vivete voi scompare, irrilevante, mentre noi, pochi eletti formati già di moltitudini, camminiamo nel nostro barrio digital. Realtà concreta e amplificata da tutto ciò che so, vivo e immagino in punta di lingua.