“Io non penso all’arte quando lavoro, io tento di pensare alla vita.”  

 

Basquiat

 

 

 

Se si pensa al Graffitismo Newyorkese, importante fenomeno culturale nato dal movimento hip-hop negli anni settanta per raggiungere dieci anni dopo il massimo fulgore, saltano subito alla mente i nomi di Keith Haring e Jan Michel Basquiat, quasi fossero naturali sinonimi dello stesso.
Ma è proprio il secondo che probabilmente meglio rappresenta la valenza sovversiva, lo spleen emotivo che attraversavano il mondo dell’arte nella New York di quel periodo.
È proprio Basquiat ad impersonare la trasgressione e la smodatezza che pulsano nel ventre profondo della “Grande Mela”.
Genialità, vibrato dissenso; un grimaldello per violare le regole del perbenismo, dell’ipocrisia, un’altro per dischiudere le porte dell’immaginifico, per esplorare i propri confini in quella esplosiva implosione che brucia, cullando le confortanti molecole degli alcaloidi, dilatandosi nelle distorsioni lisergiche, l’intera esistenza.
Graffiti stilati da un’io ipertrofico e visionario al contempo campeggiano spaziando in un mondo refrattario, rimbalzando dalle subway ai vernissage logorroici dei pagliacci del centro.
Dal fermento caldo delle trame suburbane ai loft minimalisti che ne esaltano il vigore.
Talento precoce quello di Basquiat, curioso fin dalla prima infanzia di immagini, di colori e di cartoon.
Ispirato dalla madre che lo accompagna spesso a visitare i musei d’arte di New York, interiorizza immagini destinate presto a coagularsi per esplodere poi nella sua creatività.
All’età di otto anni, durante una degenza in ospedale, a seguito di un grave incidente che gli costerà l’asportazione della milza riceve in regalo dalla madre un libro che segnerà profondamente il suo percorso artistico: Grays anatomy.
Gray sarà infatti il nome del gruppo musicale che fonderà successivamente insieme all’amico Vincent Gallo.
E numerosi richiami anatomici saranno in seguito presenti in molte sue opere.
Straordinariamente intelligente, tanto da parlare e scrivere in tre lingue già ad undici anni; nutre molteplici interessi tra cui la boxe che diventerà per lui una filosofia, uno stile di vita.
Nel 1983 si concretizza una profonda amicizia con Andy Warhol, frutto di un incontro casuale avvenuto qualche anno prima in un ristorante dove Jan Michel era entrato per vendere i suoi disegni.
Questo incontro cambierà la sua vita aprendogli le porte ad pubblico più vasto e consegnando l’artista ad una notorietà nuova e sconosciuta, tanto da essere definito” fenomeno mondiale emergente”.
L’accesso alla “factory” del Re della pop art gli dà modo di frequentare i più importanti circoli ritrovo di artisti, e di confrontarsi con i nomi più noti della scena Newyorkese.
Èproprio in quel periodo infatti che conosce Keith Haring  e stringe con lui una profonda amicizia che durerà per tutta la vita.
Nel 1984, su commissione, inizia una collaborazione artistica di dipinti a sei mani con Andy Warhol e Francesco Clemente, in seguito insieme a Warhol realizza più di cento quadri allestendo una mostra il cui manifesto divulgativo evoca il mondo della boxe che egli stesso paragona a quello della pittura.
La sperimentazione nell’arte di Basquiat rappresenta la ricerca di un mondo “altro”, un viaggio nei limbi traslucidi dello spazio-tempo sublimato dalla coscienza di un relativismo,cui gli acidi lisergici danno corpo e colore per approdare alla libertà di figure e tinte dai risvolti inquietanti, sulfurei.
Intanto l’uso massiccio di eroina ed alcune critiche malevole che lo fanno sentire incompreso, come un articolo del N.Y. Times, che lo definisce “mascotte di Warhol”; innescano in lui dei veri e propri disturbi psichici che sfoceranno presto in violenti attacchi paranoici anche a danno dei suoi amici che invano cercano di aiutarlo a smettere.
Nel 1987 a seguito di una  malcurata malattia alla cistifellea, Andy Warhol  muore e l’uso di eroina che Basquiat  assumeva già da troppo tempo cresce in modo esponenziale fino a divenire insostenibile per il suo fisico così a lungo provato.
Basquiat muore per una grave overdose di eroina nel 1988.
È definito il James Dean dell’arte moderna per la sua carriera folgorante e breve.
Forse uno come lui non poteva resistere più a lungo in un mondo così avulso dalla sua siderale diversità.

 

 

 

 

– Testo Alfonso Russo –