Karen Natasja Wikstrand abita nella campagna romana, accanto al parco degli acquedotti, in un casa antica immersa nell’oscurità. L’intervista con Karen  si è svolta di fronte al caminetto, con un buon bicchiere di vino rosso. Un’atmosfera della Roma rinascimentale, fuori dal tempo. Le sue foto, scattate con un oggetto di un futuro che viviamo quotidianamente, lo smartphone, appese ai muri di una magione antica.

Ho intervistato Karen per indagare insieme a lei e attraverso il suo lavoro, il modo in cui il telefono cellulare si è trasformato in uno strumento di strada con il quale è possibile raccontare creativamente per immagini la realtà cittadina fatta di piccoli dettagli urbani.

La fanciulla, svedese di nascita ma romana di adozione,  racconta così il presente del mondo.

Ecco le sue parole:

The Death Of A Disco Dancer

– The death of a disco dancer –

Ho letto nella tua biografia che hai fatto molte cose, ti sei dedicata alla pittura e al teatro, quando è che hai deciso di dedicarti alla fotografia?

È stato più o meno tre anni fa ma inconsapevolmente. Ho iniziato a utilizzare il telefono, che avevo sempre a portata di mano, per raccontare un po’ quello che mi accadeva intorno. All’inizio l’ho fatto solo per gioco, le classiche foto tra amici, poi ho iniziato a rendermi conto che quando non scrivevo mi completava molto; scrivevo e poi vedevo delle cose e mi piaceva lasciare sui social network  qualcosa di visivo oltre che di scritto. Ho capito che potevo utilizzare questo strumento per raccontare e ad un tratto mi hanno iniziato a dire, ma lo sai che sei brava? Mi hanno spronato a farci qualcosa che si è trasformato inizialmente in una mia presenza ad un foto festival in Danimarca nel giugno 2013. Mi hanno chiesto di partecipare con una foto nella sezione Instagram e dunque ho fatto una versione Instagram della foto, e poi nel dicembre 2013 ho partecipato a “I Luoghi dell’Anima”, una mostra di arte contemporanea su Genova a cui partecipavano anche altri artisti, scultori e videomaker, ed io ero l’unica fotografa.

Quindi questo lavoro con la fotografia a partire dall’utilizzo del cellulare  è iniziato quando hai avuto il primo smartphone?

Sì, più o meno sì, assolutamente. Non è stato un caso che ho ripreso questa forma di espressione perché la fotografia mi è sempre piaciuta ma l’ultima macchina fotografica risaliva forse al 2000,  e quindi non avevo scattato per molto tempo. Sono stata fidanzata con un fotografo che sicuramente mi ha ispirato, mi ha dato  la voglia di iniziare questo percorso. Oltre che fargli da modella gli facevo anche un po’ da assistente. Lui scattava e io dentro di me pensavo: “Ma io avrei scattato questo, avrei fatto questa foto.”

L’immediatezza che ha il fare le foto  con lo smartphone rispetto ai tempi dello sviluppo fotografico, ed il fatto che le puoi subito condividere, ha una rilevanza nel tuo percorso artistico?

Sì, direi di sì, perché voglio raccontare, mi piace raccontare quello che mi accade. A volte ci sono delle piccole storie. Poterle lavorare direttamente  (uso dei piccoli programmi che ho sul cellulare) e presentarle lo stesso giorno, anche dopo cinque minuti, sicuramente è più facile che riportarle sul computer e doverle lavorare. C’è un processo molto più lungo se si usa la macchina fotografica. È anche vero che con lo smartphone che uso io (uno smartphone semplicissimo, i pixel sono pochi) l’unico problema è che non si possono poi fare delle grandi stampe.

Waterflower

– Water flower –

Che tipo di programmi usi per i filtri?

In genere uso Instagram e poi mi trovo molto bene anche con altri programmi come Pixlromatic. Ne esistono molti e con il passar del tempo ho capito quali sono quelli che preferisco. Già so quella foto come la voglio lavorare, so quale applicazione usare. Ultimamente sto lavorando anche con un  bianco e nero che ha qualche sfumatura di avorio e che mi piace moltissimo.

Che importanza ha il luogo dove vivi nelle foto che fai?

Direi che forse è pari all’importanza che ha avuto il luogo dove sono vissuta e io ho cambiato casa tantissime volte. Sono nata e cresciuta in Svezia e dunque ho anche un modo di vedere scandinavo. Credo che mi abbia influenzato tantissimo questo. Una persona che lavora nel campo del cinema ha visto alcune foto mie e ha detto: “Ma qui c’è lo zampino di Ingmar Bergman. Questi chiaroscuro così contrastati, così forti.” Non posso dire di aver visto molti film di Ingmar Bergman ma sicuramente da piccola aver vissuto in quel posto e aver avuto tutti input di quel tipo in qualche modo mi ha influenzato. Dunque sono importanti sia tutti i luoghi che ho vissuto e che trattengo dentro di me, sia sicuramente il posto dove vivo. Credo che sia un matrimonio tra le due cose: vite passate tra varie città e la città in cui vivo adesso, Roma. Ho iniziato la scorsa estate a fotografare molto San Lorenzo perché mi trovavo lì per un lavoro, stavo facendo da assistente ad un regista internazionale,  e mi sono detta: “Sarebbe bello se mi concentrassi sui vari rioni, Rione Monti, San Lorenzo, e facessi delle foto e poi le presentassi in alcuni locali tipici di quel posto. A Monti me lo hanno chiesto.

We Are All Shadows

– We are all shadows –

Il cellulare in qualche modo è uno strumento di strada come potrebbe essere la bomboletta per il writer.

Sì, sono d’accordo, il cellulare si presta moltissimo alla fotografia street. Vedi qualcosa di particolare, tiri fuori il cellulare, può sembrare anche che stai mandando un messaggio. È abbastanza anonimo. Se tiri fuori una macchina fotografica si vede di più e la gente comincia un po’ a stranirsi. Io di solito tolgo il rumore dello scatto perché se si sente lo scatto la gente tende a girarsi, mi piace non dare fastidio alle persone, mi piace rubare gli attimi, questo è vero, sugli autobus, in giro per le strade. Certo se hai una bomboletta in mano ti capita un muro, una parete libera e se nessuno ti viene a rompere le scatole, ti metti a lavorare subito e il cellulare in questo è molto più immediato che la macchina fotografica, che è anche più ingombrante. C’è anche da dire che la macchina fotografica ha un universo di cose interessanti rispetto ad uno smartphone che è più limitato. Non sono cose che si possono paragonare alla fine. I grandi fotografi non fanno le foto con i cellulari. La mia idea è far vedere che si possono fare cose interessanti, diverse dai soliti autoritratti, si possono anche fare delle foto con un certo spessore. Voglio puntualizzare che i grandi fotografi sono altri, a me piace considerarmi una storyteller, una che racconta qualcosa che ha vissuto e che ha visto, o che ha rubato.

Lo spessore dipende dallo sguardo, dal modo in cui guardi. Fare foto di un certo spessore con lo smartphone dipende dal modo in cui guardi quel momento, quell’istante.

Sì credo che bisogna essere un po’ attenti, bisogna avere un ottavo senso. Magari quello che io noto non lo nota la persona che sta accanto a me quindi stare attenti ai piccoli dettagli e avere anche un occhio, quello sicuramente aiuta. Io non ho tecniche particolari, non ho fatto scuole, non ho fatto corsi, ho visto tantissimi film, sono una grande appassionata di film. Un po’ di bagaglio ce l’ho, rubato anche quello, esperienze di vita.

Taggare con una bomboletta è un modo per segnare il territorio. Fare degli scatti con lo smartphone è anche questo un modo per appropriarsi di qualcosa, per segnare il territorio?

Credo molto meno. A meno che poi non li utilizzi per fare qualche cosa come una mostra, qualcosa di più grande. Come dicevano gli indiani d’America, uno ruba l’anima facendo le foto. Perché no. Magari ti appropri di qualche cosa che appartiene a qualcun’altro e metti la tua firma.

Quando rubi uno scatto in strada cosa è che desideri? Cosa cerchi? Cosa ti anima?

Un po’ l’idea di averlo fatto mio, poi se è una cosa particolarmente bella che ha a che fare con i sentimenti mi piace poterla condividere. Come questa foto che si chiama Love at second sight – (nella foto in alto): c’era questa coppia di una certa età ed io ho colto un momento in cui lui la guarda e per me l’espressione sua mentre la donna ha gli occhi socchiusi e sta prendendo il sole è un momento quasi magico. L’ho trovato molto romantico ed intimo. Raccontare ad altri quello che ho visto.

Love At Second Sight

– Love at second sight –

Questa foto faceva parte della mostra “I luoghi dell’anima” del dicembre 2013 a Genova. Hai colto dei momenti nei rioni genovesi?

Le foto in mostra che riguardano Genova sono uno studio della città, ero molto curiosa. Ero stata a Genova prima ma non la conoscevo poi una volta che uno si arma dello strumento diventa interessante cercare delle cose in particolare e sono stata nei luoghi un po’ più difficili dove è difficile scattare. Se ti vedono con qualcosa in mano si arrabbiano. Mi è piaciuto moltissimo fare delle foto per un progetto che ho chiamato We are all shadows,: ogni mattina alle 9.30 mi affacciavo alla finestra che dava proprio su via del campo e c’era una fascia di luce per un breve momento, 15 minuti, mi piaceva moltissimo osservare le persone che passavano e fotografarle dall’alto perché poi dietro di loro c’erano le loro ombre che le seguivano. Era divertente vedere vari personaggi che facevano ombre diverse. Quel momento mi è piaciuto tanto ed era diventato una routine ogni mattina.

Ho fotografato molto il porto e la parte vecchia di Genova. Ho scattato attimi di signore alla finestra che stendevano panni, preti che parlavano con i negozianti, signore che aspettavano a braccia conserte fuori da una chiesa, era molto bello poter fermare momenti dove c’era una relazione tra l’essere umano e la città.

Continuerai a lavorare esplorando le possibilità che ti da lo smartphone?

Sì, ho ripreso in mano la macchina fotografica che però uso meno di quanto uso il cellulare. Di fotografi ce ne sono veramente tanti che, non solo sanno usare bene la macchina fotografica, ma sanno anche fare bene i lavori in post-produzione e quindi è un mercato molto vasto.

Mi piace l’idea di essermi creata questo mondo che si avvicina moltissimo alla città e all’immediatezza delle cose e della vita.

Sì, continuerò ad usare il cellulare per realizzare progetti che mostrino come con mezzi normali, di uso quotidiano, si possa creare.

– Testo di Agnese Trocchi –