ESERGO post-temporale

– Conobbi Beto nel 2004, a Centro Habana.
All’epoca, a Cuba, avere un cellulare era ancora un lusso.
Lui, andava in giro con un porta-cellulare nella cintura che fungeva da fontina per il suo serramanico…
10 anni dopo tornai a vivere a Centro Habana… Beto non aveva più il suo serramanico e andava in giro con un cellulare di ultima generazione…
Rapidamente mi fu chiaro che qualcosa era cambiato in quel Barrio! –

L'uomo del Barrio

Beto era l’uomo del Barrio.
Quarantacinque anni, capelli leggermente mossi, brizzolati, pettinati all’indietro, fronte spaziosa, occhi castani leggermente accinati, carnagione olivastra, labbra sottili e voce roca e profonda. Quando parlava lasciava scivolare da ogni ultima vocale un leggero vibrato, come fosse il retrogusto delle parole.
Sempre molto profumato, indossava delle camicie fasciate, sbottonate fino al petto facendo intravedere una sottile catena d’oro con un crocifisso. Pantaloni a tre quarti di giorno e jeans nord americani di notte.
Aveva una gran cura del suo look, tranne che per le scarpe. Amava indossare delle vecchie ciabatte estive che io avevo abbandonato nel ripostiglio di casa in quanto ormai le davo per distrutte. Lui era riuscito a ripararle e renderle come nuove, e da allora non se ne sbarazzava mai, come fossero un bottino pregiato. Non aveva nemmeno dovuto rubarle effettivamente, anzi, aveva compiuto un’ ottima e ben riuscita opera di riciclaggio.
Una grande cicatrice sul polso della mano destra, in ricordo di una vecchia rissa scoppiata quando lavorava presso il Cabaret Palermo come barman, giusto per sbarcare il lunario in maniera più o meno legale, finita con un colpo di machete inferto da una giovane mano inesperta che per fortuna non aveva avuto il tempo di affondare bene il colpo che avrebbe causato altrimenti un’inevitabile amputazione. “E pensare che l’ho cresciuto io quello stronzo. Io gli ho insegnato i trucchi della strada, e guarda un po’ come mi ha ripagato”, ripeteva più volte mentre esercitava i tendini stringendo e aprendo la mano.
Era abilissimo a soddisfare i desideri dei turisti rincoglioniti, che in fondo lui vedeva solo come un business da spremere e intimamente disprezzare, che arrivavano in cerca di sballo e donne giovani poco costose, immaginando di aver trovato il tanto ambito paradiso terrestre. Quel paradiso che avrebbero poi salutato dopo qualche settimana per tornare nei loro squallidi uffici, nel loro squallido Paese e fra le braccia di una famiglia della quale forse non avevano poi così tanta stima.
Uno degli optional di cui andava più fiero era un porta cellulare in cuoio con le cuciture fatte a mano, di quelli che si possono agganciare alla cintura dei pantaloni. Non sono mai riuscito a sapere dove lo avesse recuperato. Il fatto è che Beto non possedeva un cellulare, usava quell’oggetto come fondina per il suo serramanico. Quante volte di ritorno da una bevuta l’ho sentito dire: “Fratello, non sarà un cellulare di ultima generazione, ma ti assicuro che in certi casi con questo si comunica benissimo!”.
Quando ancora lavorava al Cabaret Palermo, spesso andavamo a trovarlo, e dopo la chiusura potevamo godere del privilegio di un club tutto per noi, con uno dei banconi circolari più grandi del mondo costruito intorno agli anni ’50, invitare un po’ di donne e fare gli Humphrey Bogart alle spese dell’ignaro gestore.
Sarà per questo che dopo qualche mese Beto venne licenziato.
“Ma chi se ne frega – ripeteva – tanto io lo facevo solo per dimostrare agli sbirri che un lavoro ce l’ho, altrimenti in questo periodo di repressione verrebbero a rompermi le palle chiedendomi come faccio a mantenermi realmente, visto che sono un disoccupato con precedenti penali. Vediamo che mi invento adesso”.
Era attento e riusciva a carpire in pochi minuti la personalità delle persone che aveva davanti agli occhi. Lui lo fiutava al volo se eri un cagasotto, un debosciato, un pervertito, uno in cerca di qualche striscia e un po’ di sesso, o se eri uno a posto, uno da rispettare.

In genere bevevamo rum, del resto per noi era semplicissimo, a cento metri da casa c’era il nostro El Dorado: La Casa Del Ron!
Entravi e tutte le pareti erano composte da bottiglie di rum provenienti da tutti i Paesi del mondo. Le scansie piene di stecche di sigarette e sigari.
Noi compravamo giornalmente tre o quattro bottiglie di Ron Añejo Oro, due pacchetti di Popular senza filtro per me e due pacchetti di Hollywood Blue per lui.
Quell’Añejo Oro era una goduria, ti faceva sentire disteso, aumentava la strafottenza e rendeva il dialogo più fluido.
Si parlava di musica, di donne, delle nostre rispettive famiglie, un po’ di tutto. Ma i temi che stavano più a cuore a Beto erano politica, fica e alcool.
Lui ricordava i tempi d’oro, quando i soldi non mancavano e quando con una manciata di dollari poteva riservare una bella suite in uno dei più prestigiosi hotel a cinque stelle della città per andarci con una bella donna e bere cockatil preparati ad arte fra un coito e l’altro.
Nonostante amasse sorseggiare rum e mangiare boniato fritto, alle volte si lamentava del fatto che si fosse stancato di bere sempre la stessa roba: “è una vita che bevo rum, questo Añejo Oro sarà anche ottimo ma ci vorrebbe qualcosa di diverso ogni tanto. Cazzo! Dove sono i russi? Che tornino i sovietici e portino Vodka a fiumi. Ormai nemmeno ricordo che gusto abbia”.
Io invece sentivo nostalgia del Gin. Era difficile reperirlo, specialmente se cercavi del buon Gin di marca. Oppure dovevi andare al bar di qualche rinomato hotel e pagare un capitale per bere una dose servita col contagocce.
“Dovresti provare il Beefeater, Beto. Quello si che è un vero Gin. Ma quanto prima me ne farò mandare una bottiglia e ti preparo io dei cocktail che non te li scordi più!”.
Ormai il Beefeater era diventato leggenda. Gli avevo anche descritto l’etichetta e a lui faceva sorridere che ci fosse raffigurata una guardia inglese: “Se una guardia deve vigilarmi anche mentre bevo preferisco sia straniera, così se mi arresta mi porta via da questo cesso”.
La sua voglia di emigrare era sconsiderata ed io vinto dalla curiosità un giorno gli chiesi come mai non avesse mai tentato la fuga come tanti suoi connazionali. Lui senza batter ciglio mi rispose: “Compadre, se vado via non mi interessa andare dagli Yuma, io cerco qualcosa che mi possa arricchire. Anche se non ho studiato, io ho la scuola della strada e sono certo di aver appreso molto più di quei rimbambiti che vanno all’università per studiare ciò che il capo gli impone da cinquant’anni. Con la cultura che mi son fatto, frequentando turisti, puttane e studiando la strada, credo che il vecchio continente sia il mio posto. Io vorrei vedere l’ Europa.  Ho talento e se mai andrò via di qui vorrò cambiar vita. Negli Stati Uniti non potrei mai, sarei visto come l’ultimo dei Tony Montana. Il mio posto è l’Europa!” diceva, mentre io pensavo “il mio posto è proprio qui”. Per una volta ero in disaccordo con il mio amico.

Era da un po’ di giorni che nel Barrio non si vedeva Beto, finché una mattina bussano alla porta. Apro e me lo ritrovo davanti. Eccolo, nella sua posa immancabile: una mano sul fianco destro leggermente inclinato, le sue (mie) ciabatte, pantaloni a tre quarti, camicia sbottonata, il suo inconfondibile profumo.
“Dov’ eri finito Beto?”
“Mi era arrivata voce che un tipo che fa il cameriere al Cohiba ha rubato una fornitura di alcolici. Mi son precipitato e guarda un po’ cosa ho qui per te. Mi è costata 15 verdoni fratello”.
Eccolo lì, l’uomo del Barrio con una bottiglia di Beefeater tappo blu.

Chiamammo subito il Duvi, mio fratello si mise al piano intonando tutte le canzoni nostalgiche che ci rendevano felici.
Decidemmo di non sciupare un tale regalo mixandolo con succhi di frutta, acqua tonica, lemon o quant’altro. Lo mandammo giù liscio. Senza ghiaccio.
A metà bottiglia andammo di fronte all’hotel Inglaterra, seduti all’ombra di un albero al Parque Central e guardando le finestre delle stanze abitate dai turisti continuammo a bere, certi di essere felici.
Molto più felici di loro, almeno fino alla fine della bottiglia.