Il Pigneto, quartiere romano situato alle spalle di Porta Maggiore, è un rione che non può essere lasciato in disparte. Chi non lo conosce e vive nella Capitale da un po’ deve documentarsi e, chi invece non ha mai avuto l’occasione di sentire questo ‘simpatico’ nome per la prima volta può proseguire questa lettura, che non vi tedierà, è una promessa.

 

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Il titolo suggerisce che questo luogo, sconosciuto per alcuni, è invece casa-base per altri; un universo sottostante la grande bellezza di Roma che, attraverso tutto quello che questa città può mostrare al suo pubblico, non solo composto da turisti e passanti, non deve essere dimenticato, anzi è carico di storia.
Questo rione racchiude un significato evocativo. Chi è nato qui converrà con queste parole: al Pigneto ne sono passati di grandi personalità di spicco che hanno passeggiato e conquistato una parte di questo quartiere che una volta era pieno di pini (da qui il nome Pigneto) e che adesso è un luogo che vanta copiose presenze indimenticabili. Giusto un paio di indizi: Pier Paolo Pasolini e Rossellini con il suo film Roma Città Aperta.
Questo storico quartiere delimitato come un triangolo dalla Casilina, la Prenestina e l’Acqua Bullicante, famoso soprattutto per aver ospitato le esplorazioni periferiche di Pasolini negli anni ‘60, adesso sta vivendo un periodo di fermento sociale e culturale. Il fatto curioso è che gli abitanti storici del Pigneto e i nuovi arrivati si mescolano con discrezione a chi nel quartiere è nato.
Questo fenomeno prende il nome di gentrificazione (in inglese, gentrification, deriva da “gentry”, termine che indica la piccola nobiltà inglese) appunto la gentrification del Pigneto con la quale si indicano, da gentrification, i cambiamenti socio-culturali in un’area, risultanti dall’acquisto di beni immobili da parte di una fascia di popolazione benestante in una comunità meno ricca.
Dall’esempio lampante di Londra, questi cambiamenti si verificano nelle periferie urbane, come il Pigneto, nelle zone con un certo degrado da un punto di vista edilizio e con costi abitativi bassi. Nel momento in cui queste zone vengono sottoposte a restauro e miglioramento urbano, tendono a far affluire su di loro nuovi abitanti ad alto reddito e ad espellere i vecchi abitanti a basso reddito, i quali non possono più permettersi di risiedervi.
Il problema del Pigneto è il il tumore che lo sta velocemente degradando: lo “spaccio”. Il rione strettamente denso di dinamiche commerciali, mette in moto dinamiche sociali ben note storicamente ai militanti politici di sinistra. Il quartiere pasoliniano è caratterizzato da una doppia realtà, da una parte un proletariato fatto di lavoratori dipendenti, piccoli artigiani e altrettanto piccoli commercianti, e una malavita inserita nel contesto sociale, una sorta di popolo del substrato del Pigneto.
Negli ultimi anni il Pigneto ha subito la progressiva trasformazione da quartiere popolare a zona ricercata, “cool”, con nuovi residenti spesso politicamente schierati a sinistra.
La moltiplicazione dei locali ha favorito inoltre la concentrazione serale e notturna di una popolazione di visitatori “occasionali, ma tendenzialmente stabili” fatta soprattutto di studenti, con qualche sostanziosa propaggine di sbandati, “tossici”, alcolizzati e pazzi cronici.
Non ci sono infatti, a Roma, molte altre “isole così, senza regole, e dove l’orario non è mai stato un problema”. Facendo un passo indietro e ricordando la sua cultura popolare antica, seppure disperatamente e in forme un po’ retro, si respira aria buona e per niente malata.
Questo luogo è ricco di retroscena infatti era stato scelto come scenario significativo per alcuni dei più importanti film del Neorealismo e non solo: da “Roma Città Aperta” (Rossellini, ‘45) a “Bellissima” (Visconti, ‘51); da “Domenica della brava gente” (Majano, ‘53) a “Il Ferroviere” (Germi, ‘55); da “Audace colpo dei soliti ignoti” (Loy, ‘60) per arrivare ad “Accattone” di Pasolini (‘60).
Perché il Pigneto? Forse per la particolarità della storia che nelle sue vie si è stratificata: un intreccio fatto di gente semplice, umile, ferrovieri, operai, botteghe artigianali che pullulavano in una periferia sorta a pochi passi dal centro di Roma. Questo luogo, che affettuosamente lo stesso Pasolini chiamava “La corona di spine che cinge la città di Dio”, è proprio il Pigneto: vera e propria isola urbana, una piccola città nella città.
Le storie dei residenti storici si plasmano con le voci dei nuovi abitanti, attratti in massa dal carattere così inusuale del quartiere, dal suo passato così presente. Da ieri a oggi si osserva l’incredibile commistione di lingue, stili di vita, compresenze, modalità relazionali e stratificazioni di senso presenti ovunque nelle vie del Pigneto.
Là, Pasolini aveva voluto girare Accattone, il suo primo film: “Erano giorni stupendi, in cui l’estate ardeva ancora purissima, appena svuotata un po’ dentro, dalla sua furia. Via Fanfulla da Lodi, nel cuore del Pigneto, con le casupole basse, i muretti screpolati, era di una granulosa grandiosità, nella sua estrema piccolezza; una povera, umile, sconosciuta stradetta, perduta sotto il sole, in una Roma che non era Roma”.
Nel Pigneto quindi vive questo doppia anima, una malata e irrisolta e l’altra carica di cultura e di bei ricordi. Qui, c’è movimento, sub-culture, divertimento, e sì, anche droga. Lo spacciatore dietro l’angolo e il punkabbestia con il fedele cane, che non ti vuole solo offrire una birra o chiederti gli spiccioli per prenderla, sono solo alcuni soggetti che si possono incrociare, ma c’è bella gente, bella con l’accezione di particolare.
Se più verso la via Roberto Malatesta che taglia la parte tranquilla del quartiere, sorgono case residenziali per le famiglie cordiali, verso il Pigneto, dal fantomatico ponticello in poi che attraversa i binari della stazione e lascia alle spalle la Circonvallazione Casilina, ci addentriamo nel clou del rione. Dai cani sciolti ai murales colorati, dalla puzza di birra ai tavolini fuori che ti invitano a fermarti a bere un cocktail con gusto, dalle bancarelle sfiziose di qualche commerciante di strada ai simpatici vucumprà che ormai vendono di tutto.
Quello che stupisce è come questo luogo di ritrovo dei giovani sia pieno anzi colmo di locali. La formula è vincente e crescono come funghi. Dai posti storici, a pochi passi dall’isola pedonale, Necci – una vera e propria istituzione del quartiere, un posto da segnarsi in agenda, con un ampio giardino e l’interno arredato in stile vintage – alla piacevole Bottiglieria dove puoi comodamente leggere un libro in compagnia di musica lounge, dal nuovo Birstrò, che sforna birre artigianali di propria produzione, a locali figli di questa zona in evoluzione, come l’Alvarado, al Pigneto.
Il solo baccano che si sente dalla strada, fa intendere come suoni bene la musica al Pigneto.
Quindi non solo birra a fiumi scorre in questo rione, ma cascate di musica di tutti i generi.
Qui quello che cerchi lo trovi e ne resti a volte soddisfatto altre volte sei inebriato, e non dalla droga, ma decidi di restarci o, per i più fortunati, di venirci a vivere….