Il barrio degli sconosciuti che poi diventano più importanti dei parenti…

Riflettendo sul concept di questo mese mi è venuto subito in mente che esistono vari modi di interpretare il barrio ovvero il quartiere.

Spesso associamo il concetto di quartiere ad un qualcosa di positivo, piccole realtà, nuclei famigliari che convivono negli stessi spazi e condividono le loro esistenze in (più o meno) armonia.

Un esempio antitetico che però crea una “scuola” a parte può essere il quartiere di Clint Eastwood in “Gran Torino”.

Gran_Torino_poster

Uno spazio periferico, a tratti non molto raccomandabile (baby gang e delinquenza), un tracciato perfetto della realtà americana in cui tutti vivono nel loro recinto ma non sanno e non vogliono sapere chi c’è di fianco o di fronte a loro.

Walt Kowalski è un uomo pieno di rancore e di odio. Ha appena perso la moglie e si ritrova a combattere con il dolore della perdita e della solitudine. Solo. I figli sono indefinibili (meglio scrivere così per non iniziare con gli insulti): lo trattano da deficiente, se ne fregano altamente della sua condizione, cinicamente proseguono i loro affari e lo vorrebbero controllato e controllabile in una casa di riposo (questo mi ricorda un altro film, “Up”).

Il personaggio di Eastwood sembra “tutto d’un pezzo” ma è più complesso di quello che sembra. Inoltre si chiama, non a caso, Kowalski come il protagonista di “Quel tram chiamato desiderio” che vedeva protagonista un Marlon Brando all’apice della sua carriera.

Kowalski è in parte la sintesi dei film interpretati da Eastwood: lo ricordiamo sempre come il duro dagli occhi di ghiaccio che non si piega mai al volere altrui e vive a modo suo in un mondo che lo emargina.

In parte anche questo Kowalski è così: da “buon” veterano della guerra in Corea proprio non sopporta i suoi nuovi vicini, una famiglia asiatica di etnia Hmong, allontana malamente il giovane parroco che cerca di portargli conforto per la morte della moglie e persino gli insulsi figli.

Preferisce vivere il suo dolore rinchiudendosi nella “casa museo” (della felicità con la moglie), bere tutte le birre che vuole in veranda con l’amato cane. Sarà invece il mondo a scontrarsi con lui quando incontra i vicini di casa asiatici e un po’ “caciaroni” che turbano la sua quiete.

Il ragazzino Thao e la sorella Sue sono perseguitati da una baby gang e le vicende conflittuali un bel giorno capitano proprio nella proprietà di Kowalski. Da quel momento anche se con un po’ di riluttanza iniziale il granitico veterano si affeziona a quei ragazzi tanto da cercare di salvarli dalle violenze dei piccoli delinquenti di quartiere. Walt riscopre cosa vuol dire amare arrivando al sacrificio estremo per il bene dei due giovani.

Questo finale un po’ cristologico è stato molto criticato in patria (troppo buonista secondo la critica americana) ma credo che in questa risoluzione inaspettata delle vicende dei protagonisti sia insita la vera forza del film. Eastwood rimane sempre il ruvido regista che non vuole autocompiacimento e autocelebrazione. Lui racconta storie e nei suoi film sono le storie e non l’estetica a farla da padroni. È scarno, essenziale, ed i colori sono le mezze tinte della vita quotidiana delle persone normali. E altrettanto sono scarne le musiche composte dal figlio (“O Sole mio” rifatti al pianoforte!). L’occhio del regista è un testimone oculare apparentemente obiettivo di quello che avviene in un giorno qualunque in un posto qualunque. Ma è appunto questa mancanza apparente di pretese che è la forza di tutti i lavori di Eastwood.

Clint Eastwood è il regista del sapore autentico (anche se non sempre piacevole) della vita e la sua essenzialità ci permette di scavare nell’animo umano dei personaggi ma anche nei nostri cuori.