È uscito il 14 marzo 2014 “Camera Oscura” il secondo disco dei Medulla, band milanese formata da Michele Andrea Scalzo, Carlotta Divitini, Marco Piconese, Giuseppe Brambilla. Il disco contiene 12 brani, con testi curati che tendono al cantautorato ben mescolati ad arrangiamenti rock. Una Camera oscura, appunto, con dodici istantanee da sviluppare, che ritraggono il mondo interiore di ognuno di noi, o almeno questo è il tentativo della band. 


Abbiamo deciso di incontrarli per fare due chiacchiere tra teatro, dark, rock ed ex ospedali psichiatrici abbandonati

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Presentatevi a chi ancora non vi conosce?

Ci chiamiamo Medulla, band di Milano attiva da fine 2008: Giuseppe Brambilla alla batteria, Marco Piconese al basso, Carlotta Divitini al piano-synth-tastiere e Michele Andrea Scalzo, chitarra e voce.

Camera Oscura è il vostro secondo disco, cos’è cambiato dal primo disco (Introspettri, 2010)?


Rispetto a “Introspettri” c’è sicuramente una differenza di suono e arrangiamenti.
La chitarra resta indietro, non ci sembrava più così fondamentale puntare tutto sui riff di chitarra. Quindi è cresciuta di importanza la sezione piano-synth.
E per quanto riguarda le ritmiche, Giuseppe (batteria), con la sua esperienza ci ha aiutato a trovare nuove vie per arrangiare i brani.

Testi molto curati, tendenti al cantautorato, con arrangiamenti decisamente rock, anche se in quest’ultimo lavoro mi sono sembrati più addolciti; difficile collocarvi come genere, voi come preferite essere definiti?

Noi preferiamo non definirci! Ma se proprio dobbiamo, potremmo dire semplicemente: dark rock italiano (tanto qualcuno avrà da ridire anche su questo [ride]).

Il disco nel suo complesso può essere considerato un concept, un’analisi introspettiva traccia per traccia, quanto c’è di personale in quest’album? Siete soddisfatti del risultato finale?

Tutto. Anche ciò che è stato scritto dopo osservazioni esterne è stato messo a fermentare in una rielaborazione, cercandone vari punti di vista, e lasciando al tempo il tempo di dire la sua.
Ci sono canzoni che hanno avuto gestazioni lunghe, altre invece hanno avuto una prima stesura durata pochissime ore.
Il lavoro di studio non ti permette mai di esser completamente soddisfatto, ci vorrebbero tasche che non conosciamo [ride] per poter essere completamente soddisfatti. Ma sì, siamo arrivati ad un punto in cui abbiam detto: siamo soddisfatti del lavoro.

Come mai avete scelto Filastrocca come primo singolo?

Perché è il pezzo con meno compromessi dell’album, e racchiude un po’ dell’aspetto teatrale che portiamo nei concerti.
Il senso d’emarginazione rispetto agli standard musicali richiesti attualmente in Italia lo avremmo vissuto anche portando brani più semplici, come “Il Limite” ad esempio. Tanto vale.

Il video di Filastrocca è stato girato all’ex manicomio di Mombello, sembra un posto molto suggestivo, che posto è? Ne conoscete la storia?

La struttura di Mombello è molto ampia, ci sono molti ambienti, diversi settori. Ci siamo informati sulla sua storia e come luogo è proprio quello che cercavamo per ambientare le nostre canzoni. Ma se vi capita di farci un giro potrete vedere che è una storia che si stratifica ancora oggi.

 

Potete già annunciarci quale sarà il prossimo video?

Certo che sì! Abbiamo girato qualche settimana fa il video de “La bestia”, prima traccia dell’album!

 

Su quali coordinate musicali si collocano i Medulla? Diteci quali sono i vostri punti di riferimento

È difficile parlare di punti di riferimento perché di fatto non abbiam nel comporre ed arrangiare una direzione rispetto a qualcuno che ascoltiamo.
Un esempio banale: dopo un concerto una persona è venuta a dire a Michele: tu ascolti tantissimo i Sister of Mercy! E lui ha risposto molto ingenuamente: chi? Poi il giorno dopo è andato ad ascoltar ed effettivamente alcuni brani del primo album sembravano proprio loro figli.
Abbiamo fondamentalmente un ascolto molto eterogeneo tra noi quattro, dai Nirvana a Beethoven. Ma nei nostri pezzi non si sentono i Nirvana quanto Beethoven, non oseremmo mai avvicinarci a figure tanto importanti.

 

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Il vostro live è molto “teatrale”, nasce dalla passione di qualcuno della band per questa forma d’espressione? Le canzoni prendono spunto anche dal teatro?

Michele ha fatto teatro per un po’ di anni e quando ha fondato la band gli è venuto naturale unire le due passioni.
I testi certamente prendono spunto anche da quel mondo fatto di un palco su cui si può dire molto, perché in teoria “si sta fingendo”.
Il teatro ha in se stesso un gioco di specchi tra verità/finzione che permette molto, soprattutto dal vivo.

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