Articoli di Erika Grapes

Ecco ‘Placebo’: il nuovo video di Camera d’Ascolto

Pubblicato il giugno 27, 2014

Era annunciato da settimane il nuovo video di Camera d’Ascolto e finalmente è stato pubblicato ufficialmente il 23 giugno.

Placebo” è il primo singolo tratto da “Figli della Crisi…di Nervi”, seconda prova in studio dei Camera d’Ascolto uscito per I Cuochi Music Company lo scorso 12 giugno e disponibile in streaming su Spotify, Deezer, iTunes e tutti i principali canali digitali, su distribuzione internazionale. Il videoclip è diretto da Steso, leader della band e vede la collaborazione di Federica Jude (camera) e Simone Gallo(editing). Nel singolo, featuring del trombettista Niccolò Pozzi.

 

PROSSIMI CONCERTI

 

04/07 | Milano, TNT Club
06/07 | Marcallo con Casone, MI, Marca Rock
12/07 | Milano, Maquis
18/07 | Como, OnAir Café in Unplugged
25/07 | Milano, La beata quartina dell’Alabama

 

 

Ho una tresca con la tipa nella vasca

Pubblicato il giugno 12, 2014

La tipa nella vasca del titolo, con cui ha una tresca l’autore/narratore è la Sirenetta di Copenaghen, protagonista del primo racconto di questa nuova e surreale raccolta. Si sussegue una collezione di novelle tratteggiate dall’amabile e rocambolesca voce narrante di Andrea G Pinketts, fra il noir e l’emblematico introdotte, ciascuna, da un’invocazione — in rima baciata — alle Muse.   Pinketts Tresca Vasca cover

Certo, si tratta di Muse molto speciali, non convenzionali ed il noir in questione, anche quando si intinge nelle anime più nere e nel sangue più innocente, presenta sempre — immancabilmente — il suo risvolto paradossale, lieve ed arguto. Una serie di pasticciacci sordidi ed esilaranti al contempo, in cui raccapriccio e umorismo convivono in un felicissimo ossimoro. Il lettore incontrerà molti personaggi indimenticabili: Gennaro camorrista in Danimarca, innamorato della già citata Sirenetta, una Befana che rapisce bambini alle giostre di Nizza;  Pedro, il comunista, re dei balli latini alle Feste dell’Unità. E ancora, enigmatiche seduttrici velate di nero, tossici dal destino apocalittico, bellimbusti riccioluti misteriosamente venerati al concorso di Miss Muretto. La penna ispirata di Pinketts, corre irresistibile fra neologismi tanto improvvisi quanto geniali, arguti e flessuosi giochi linguistici e una ricerca del paradosso dall’esito certo. Registri alti e citazioni profane uniti dalla logica ferrea della realtà: un luogo atroce, buffo e commovente dove orrido e sublime coesistono, sempre. E non resta che parlarne con benevola leggerezza.

 

 

KLOGR: Il Potere dell’Equilibrio

Pubblicato il aprile 30, 2014

I KLOGR è un progetto Alt-Rock di respiro internazionale che porta avanti con molta serietà un discorso musicale di tutto rispetto: ottime recensioni sugli album “Till You Decay” del 2011, l’EP “Till You Turn” e il nuovo “Black Snow”; numerosi videoclip, una partecipazione allo Sweden Rock Festival e vari tour USA ed Europei.  Le canzoni dei KLOGR sono impegnate da un punto di vista filosofico prima ancora che “politico”: gli album sinora pubblicati affrontano, infatti, uno dopo l’altro il rapporto fra uomo e società, uomo e responsabilità nei confronti di sè stesso, uomo e ambiente. Non mancano, nei testi dei KLOGR, le riflessioni sul potere moderno, quello inquinato e inquinante, quello dell’uomo egoista che si incarna in compagnie SpA o nelle decisioni superficiali dei singoli cittadini del pianeta. Abbiamo contattato via email Rusty, frontman e fondatore dei KLOGR, mentre stava attraversando l’Europa in Tourbus con i Prong per scoprire chi vince, secondo lui nello scontro sasso, carta, forbice fra amore, morte e denaro.

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Cosa significa KLOGR?
Il nome KLOGR deriva da una formula matematica.
La prima formula che spiega la relazione tra l’individuo e le sue sensazioni o stimoli.
S = K log R
Se mettiamo in relazione l’individuo (K) all’ambiente esterno che lo circonda ( R) ci rendiamo conto che non siamo davvero liberi ma soggetti a tutti gli input della società in cui viviamo.
Essere realmente liberi prevede una rilettura della società e non un condizionamento massivo da parte di essa.

In questo momento vi trovate in tour con i Prong e al vostro ritorno inizierete a promuovere il nuovo album “Black Snow” negli Stati Uniti.
Quante cose sono successe dal debutto del progetto, nel 2011 e oggi?
In che modo è evoluto il progetto?
Il tutto è andato ad una velocità inaspettata.
Abbiamo iniziato la nostra “carriera” con 10 concerti negli Stati Uniti perché il nostro primo bassista era di San Diego, in California.
Poi la necessità di condividere la nostra musica con più gente possibile ci ha dato la possibilità di suonare un po’ in tutta Europa.
Dopo il primo anno di promozione, il progetto ha subito un cambio di formazione e la causa è stata sposata dal trio Timecut: con loro ho pubblicato un Ep dove all’interno ci sono diverse collaborazioni, 2 brani mixati da Logan Mader (ex chitarrista dei Machine Head), un brano suonato da Maki dei Lacuna Coil, 2 brani prodotti da Olly dei The Fire.
Poi è arrivata la proposta del tour in Europa con i Prong.
Da lì la necessità di scrivere un nuovo disco. Con il nuovo disco è entrato a far parte del progetto anche il nuovo chitarrista Eugenio Cattini.
Ora siamo in attesa degli States, speriamo di poter fare dei tour anche in quella parte del globo.

Dove state andando? Quali sono, al di là del suonare dal vivo e arrivare con la vostra musica a più persone possibili, le aspirazioni del progetto Klogr?
Le aspirazioni del progetto si stanno concretizzando giorno dopo giorno. Io non suono per il puro piacere di suonare. Suono per catturare l’energia del pubblico e restituirla indietro a più persone possibili, trasformata.
Suono per condividere un pensiero, per condividere emozioni. So che alla gran parte del pubblico interessa solo la musica, ma per me la musica può far riflettere, può far pensare e può dare gli stimoli per fare del proprio meglio. Viviamo in un mondo dove alcune cose sono ancora “inaccettabili”, denunciarle con la propria musica è un privilegio e un modo per sperare di essere utile alla società.

Nei vostri album la componente testuale e concettuale è sempre molto importante. Sembra quasi che album dopo album ci sia un’evoluzione cosciente del KLOGR-pensiero. Si può dire che KLOGR, oltre che un progetto musicale è anche una ricerca filosofica?
Assolutamente. Ogni progetto richiede il 100% delle proprie energie e personalmente non ne investirei così tante solo per un piacere personale, sarebbe “egoistico”.
La filosofia che stiamo cercando è un modus operandi da vivere e attuare ogni giorno, nella nostra quotidianità. Non amo molto chi predica bene e razzola male, quindi cerco sempre di vivere con coerenza rispetto a ciò in cui credo.

Quali sono le coordinate imprescindibili per KLOGR?
Istinto. Rock. Emozioni. Coerenza.

Il tema centrale di questo numero di C MAGAZINE è il Potere. Cosa è il potere?
Il potere è per me l’illusione dell’uomo di vincere la morte attraverso l’autocompiacimento delle proprie azioni.
L’uomo vorrebbe essere Dio, e vede un Dio potente, per questo cerca il potere.

Potere e schiavitù sono concetti legati indissolubilmente? Cosa potrebbe rendere l’uomo libero (o, almeno, più libero)?
L’accettazione che l’unico vero potere al mondo è quello della natura. Lì saremmo davvero liberi.
La terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra.
La natura ha il più grande potere in assoluto, eppure ci lascia liberi di vivere, creare cose che ci rendono la vita “più confortevole”. Siamo “schiavi” della natura: se piove non ci puoi fare nulla (se non coprirti).
Siamo schiavi della natura e siamo gli esseri più liberi della terra.
Il potere e la schiavitù umana sono solo frutto dell’uomo e della società per controllare altri simili e trarne profitto.

Nel vostro nuovo album soprattutto, emerge un lato bellissimo dell’essere umano: la coscienza e l’auto-responsabilizzazione nei confronti della sopravvivenza del nostro pianeta e di altre forme di vita presenti su esso.
Pensi che questo tipo di risveglio sia possibile per tutti? Anche per le persone in cui il buio interiore è più profondo?
Se l’uomo desse alla vita lo stesso valore che da alla morte si.
Tutti hanno paura di morire, di lasciare quello che conoscono.
Se la vita e la morte avessero lo stesso valore nella nostra società (come dovrebbe essere per natura), ci verrebbe spontaneo auto-responsabilizzarci per preservare il nostro pianeta.
La massa purtroppo è controllabile ed è controllata da gente che pensa al profitto di oggi e non alla bellezza di domani.
Siamo animali stupidi.
Abbiamo il dono di essere gli animali più intelligenti (o con una coscienza elevata) e ci comportiamo come gli animali più stupidi.
Siamo l’unico animale che distrugge così pesantemente il proprio habitat.

La musica può cambiare gli stati d’animo?
Sì. Se l’anima sta cercando qualcosa per cui cambiare.

Sasso, carta, forbice. Ha più potere il denaro, la morte o l’amore?
L’uomo pensa di comprare la morte con il denaro.
L’amore è l’unica cosa che ti può far accettare la morte.
La morte è la cosa più naturale tra queste.
Quindi la morte ha più potere di tutti.

Che sensazioni dà il potere? E’ vero che rende pazzi? Esiste distinzione fra potere positivo e potere negativo?
Il potere della terra è positivo.
Il potere creato dall’uomo spesso è dedito al profitto quindi è negativo.
Trovare gente con un animo puro è la cosa più rara ad oggi

Se il potere è egoismo e schiavitù, allora la libertà viene dalla generosità e dalla rinuncia?
La libertà è in natura. L’uomo è egoista perché pensa di non essere accettato dagli altri.
Se l’uomo seguisse le leggi della natura sarebbe davvero libero, senza rinunce ma con tanta gratitudine.

Se tu fossi un dittatore con potere assoluto a livello globale, quali sono le prime 3 cose che cambieresti a livello legislativo?
Se fossi un dittatore chiederei alla natura di darmi un segno per guidare la gente nella direzione giusta.
Le leggi sono state fatte dall’uomo a scopo di controllo.
Comunque le tre leggi che inserirei sarebbero
1) Il benessere della persona deve rispettare l’ambiente in cui vive
2) La natura è l’unica legge da seguire realmente e deve essere rispettata al 100%
3) Non è la natura ad aver bisogno di “riserve naturali” ma l’uomo.

Qual è l’animale più potente della terra (uomo escluso, perché bara)?
La terra ha il suo equilibrio, non esistono animali più potenti di altri.
Un leone in Antartico morirebbe.
Un orso bianco in Africa morirebbe.
Ogni cosa è stata messa al suo posto in modo perfetto, questo si chiama equilibrio.

Se tu potessi avere poteri magici illimitati, cosa cambieresti immediatamente con la famosa “bacchetta magica”?
Cercherei di fare entrare nella testa della gente che la terra è una sola ed è esauribile, come la vita dell’uomo.

Cosa è il rock per te?
Un battito cardiaco, non potrei farne a meno

KLOGR sostengono attivamente, dal 2013, l’organizzazione internazionale Sea Shepherd, supportata da numerosi artisti del mondo della musica e dello spettacolo: Billy Corgan, Moby, Aerosmith, Shannen Doherty (la Brenda della serie tv Beverly Hills) per citarne alcuni.
Cosa fanno quelli di Sea Shepherd?
Cosa fanno di diverso rispetto ad altre organizzazioni che proclamano gli stessi scopi?
Cercano di informare il mondo su come non vengono rispettati gli eco sistemi.
Vanno sul campo, rischiano la propria pelle e cercano di fermare chi non rispetta la natura e le leggi internazionali.
Fanno da megafono a tutto quello che viene nascosto perché scomodo.
Cercano di ridare la dignità che la natura dovrebbe avere.
Cercano di difendere specie che hanno perso il loro potere perché sopraffatte dal potere dell’uomo.

Nelle recensioni al vostro nuovo album “Black Snow” viene spesso citato il bellissimo brano “Ambergris”. Di cosa parla?
È un dialogo tra un uomo e una balena.
Lo stesso uomo che, impotente, si scusa con lei per quello che sta accadendo.
Si scusa per quello che noi chiamiamo uomo e si fa portatore di un messaggio di pace, sperando di poter condividerlo con altri.

Con Black Snow avete pubblicato già due videoclip: “Draw Closer” e “Zero Tolerance”. Avremo modo di vederne altri?
Sì, il video oggi è uno dei migliori mezzi di comunicazione.
Purtroppo la gente oggi deve associare alla musica delle immagini e oggi non si può fare a meno dei video.
Pubblicheremo diversi video live del tour…e molto altro.

Se fossi un dittatore!

Pubblicato il aprile 30, 2014

Catapultato nello star system del mondo dell’arte da un giorno all’altro grazie al clamore mediatico sollevato da una sua opera gigante affissa sulla facciata di un palazzo nel centro di Poznan in Polonia; Max Papeschi ha realizzato più di un centinaio di mostre in giro per il mondo in soli cinque anni. Nato come autore e regista televisivo, il creativo milanese ha recentemente pubblicato per Sperling & Kupfler il suo primo libro “Vendere svastiche e vivere felici. Ovvero: come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell’arte contemporanea”. Noi di C MAGAZINE l’abbiamo incontrato per parlare insieme a lui di questa novità editoriale e per chiedergli che cosa ne pensa del potere.

 

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È uscito con Sperling & Kupfler il tuo primo libro “Vendere Svastiche e vivere felici – Ovvero: come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell’arte contemporanea” si tratta di un manuale, di un romanzo o di una biografia?
Si tratta di un’autobiografia semi-seria che poi diventa quasi un romanzo nella seconda parte. L’ho diviso in due tempi, come se fosse un film perché il mio immaginario è stato influenzato tantissimo da quello dal cinematografico.

Quindi non insegna a vendere opere d’arte come suggerirebbe il titolo del libro?
Non è un manuale, nel senso tecnico del termine. Quando lo è, lo è fra le righe. Poi sta al lettore capire quando sto scherzando e quando sto parlando seriamente.

Èla storia di Max Papeschi con delle parti romanzate…
È la storia di Max Papeschi.

Come mai Sperling&Kupfler ti ha chiesto di scrivere una autobiografia romanzata?
Più che altro è andata così: stavamo facendo una riunione con Alessandra Torre e Francesca Micardi perché inizialmente l’idea era quella di girare un documentario sulla mia storia, ma la produzione era ancora ferma. Fra le altre cose, durante la riunione, avevo tirato fuori questa finta copertina.
Dopo la storia di Poznan avevo costruito per provocazione questa finta copertina con il titolo (che poi è rimasto) “Vendere svastiche e vivere felici – ovvero come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell’arte contemporanea”. L’idea era un libro sotto vetro come opera autoironica. Sono decine le idee che butto lì, disfo, preparo e poi lascio in una cartella “idee” che magari non tocco più. Alcune invece mi tornano in mente. Ricordo che durante la riunione e ho tirato fuori questa copertina, non so se per farla vedere come titolo o cosa e parlando abbiamo detto “beh effettivamente anche come libro sarebbe interessante.” A quel punto l’abbiamo proposta a Sperling che ha accettato.

È un tema ricorrente, nella tua storia, quello delle idee che si trasformano..
Sì! Spesso le idee che funzionano sono quelle che arrivano per caso, almeno per quanto mi riguarda. Le operazioni che ho fatto per caso sono quelle che sono andate meglio. Se invece mi metto sulla strada di “voglio fare qualcosa”, quella cosa spesso non accade.

…oppure diventa un’altra cosa…
Diciamo che il destino ha influenzato tantissimo la mia carriera, nel bene e nel male.

Nel male?
Tipo fare un film che poi non è uscito in sala.

Ne parlerai anche nel libro?
Assolutamente si: questo libro racconta anche di sconfitte, non solo delle cose belle che mi sono capitate recentemente. Racconta anche tutta la prima parte della mia vita in cui ho avuto una serie di esperienze negative o “formative”…tante volte quando si sbaglia si dice che sono esperienze formative, ma in realtà sono solo esperienze negative. Quando un progetto su cui lavori per un lungo periodo non va in porto, è una sconfitta. Puoi raccontartela come vuoi ma alla fine quello è.

Sei passato dal mondo del teatro a quello del cinema, della televisione e al mondo dell’arte. Quali differenze hai riscontrato?
La differenza più forte che si riscontra nel mondo dell’arte, rispetto ad altri ambienti è che non c’è nessun tipo di censura. Anzi addirittura devi stare attento tu a non cercare la provocazione a tutti i costi. Lo dico proprio io che paradossalmente passo per essere uno degli artisti più provocatori. Metà dei giornali che parlano di me, titolano con: “le provocazioni di Max Papeschi…”..in realtà son cazzate perché serve ai giornalisti metterle così.

Perché un’opera che raffigura un bombardamento sponsorizzato da Coca Cola (riferimento ad un’opera di Papeschi) non ti sembra provocatoria?
Non vedo la provocazione: in quell’opera sto parlando di un fatto reale, sto raccontando come sono fatte le cose, spostando un po’ la realtà, ma non ci vedo niente di provocatorio. C’è gente che ha messo un cesso in mostra in una galleria d’arte nel 1917, poi c’è stata la merda in un barattolo o il Papa schiacciato da un meteorite. A livello di provocazioni, il mondo dell’arte ha già dato abbastanza, secondo me.

 

 

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Non pensi di essere un provocatore di pensieri e riflessioni?
Penso di essere uno che racconta il suo tempo.

Come è stato scrivere il libro?
In passato ho scritto per il cinema, per il teatro e per la televisione. Però è un tipo di scrittura completamente differente, perché sono dialoghi e poi il prodotto finale non è mai lo scritto, quindi sai già che quando giri cambierai molto del testo.
Questa volta è stato diverso: all’inizio non sapevo bene come raccontare in prima persona, mi mancava proprio la cifra stilistica. Lavorandoci con le due co-autrici, Francesca Micardi e Alessandra Torre abbiamo fatto queste interviste lunghissime, che sono diventate una sorta di autoanalisi. Alla fine mi sono accorto che la cosa migliore era raccontare la storia in prima persona, in tono colloquiale, come se lo stessi facendo a voce. Quindi ho iniziato a scrivere in questo modo per rendere più scorrevole la lettura e lo stile molto simile a quello di una conversazione.

 

Il tema di questo numero di C MAGAZINE è il Potere. Che cosa è il potere secondo te?
Ci sono due tipi di potere secondo me: il potere sano, che è quello che permette di fare le cose. E’ molto più importante, anche in una carriera artistica. Il potere di chiamare i migliori collaboratori a lavorare con te o per esempio, di fare questo libro ed essere pubblicato da una casa editrice importante.

Quindi il potere visto come possibilità…
Sì! Il potere visto come possibilità. Il potere visto come numero di contatti che hai, con cui sei in grado di interagire alla pari e quindi con cui puoi creare delle cose belle e sviluppare la tua forma di pensiero senza troppe limitazioni. Anche i soldi stessi, la possibilità data dai soldi… di produrre qualcosa, che sia una mostra, che sia un libro, che sia un film, di distribuire la cosa a livello mondiale..fanno parte del potere inteso in senso sano.
Il potere in senso negativo, invece è quello della prevaricazione sugli altri, l’esercizio del potere per il potere.

Se tu fossi un dittatore con poteri assoluti, quali leggi promulgheresti a livello globale? Le primissime che ti vengono in mente..
No guarda, farei una sola cosa: abolirei la dittatura per legge.

…e come seconda?
Beh, se ho abolito la dittatura…

Le persone che hanno troppo potere poi impazziscono?
Si crea una piramide sotto di loro costituita dalle persone peggiori. Il peggio di solito si muove nella parte medio-alta della piramide più che nel vertice.

Ti sta bene come è il mondo?
No. Non mi sta bene com’è ma credo che le soluzioni non vadano trovate con la bacchetta magica. La vita consiste nel nascere e risolvere problemi finché non si muore. Tu immaginati una vita eterna. La gente non sa cosa fare la domenica, figurati se non esistesse la morte che noia infinita.

Ha più potere il denaro, la morte o l’amore? A livello di grandi numeri, per l’umanità, in questo periodo storico…
Non è una questione di periodo storico. Secondo me è sempre la morte quella che governa le nostre scelte. Noi ci troviamo qua per un periodo limitato di tempo senza neanche sapere bene le regole del gioco. I soldi…l’amore…sono cose che vanno e che vengono, mentre invece il senso della morte è una cosa che conosciamo fin da bambini. Per quello costruiamo imperi, accumuliamo soldi o cerchiamo amore.
La tragedia, la spada di Damocle che abbiamo sulle nostre teste ci rende umani. Non esisterebbe l’amore senza il senso della morte.

Eros e Thanatos?
No, non l’eros, l’amore. Quando ami una persona è perché sai che il periodo di permanenza su questo pianeta è limitato. Quando dici “per tutta la vita” è perché sai che la vita finisce.

Non credi nell’amore eterno…
Non esiste l’amore eterno, perché c’è la morte, grazie a Dio, a salvarci dall’insostenibilità dell’amore eterno.

Se tu potessi scegliere fra mortalità e immortalità?
Sono un cagasotto, quindi ci penserei. Ti direi: mortale, ma potendo decidere io quando finire. Non vorrei essere condannato all’immortalità.
Una volta qualcuno, non ricordo chi, ha detto che la vita è una partita a poker in cui non sai che carte hai e che carte hanno gli altri, sai solo una cosa: che ad un certo punto arriverà qualcuno e sbatterà per terra il tavolo facendo cascare tutto quello che hai vinto.

 

 

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Gli esseri umani giocano, ma nel loro gioco spesso, per vincere, sfruttano altri animali oppure esseri umani. Ci dovrebbe essere un limite, secondo te, in questo gioco oppure è più bello che sia completamente libero?
No, non è bello per niente, ma è nella natura umana che sia così.
E’ chiaro che prima o poi lo sfruttamento degli animali finirà.
Questa cosa è già accaduta negli Stati Uniti, quando è stata abolita la schiavitù.
Il comunismo ha però dimostrato che non si può imporre a tavolino l’uguaglianza.
Questa cosa può succedere soltanto se chi è sfruttato ha coscienza di esserlo (questo vale per gli uomini e non per gli animali, chiaramente) e se chi sfrutta ha coscienza di ciò che sta facendo.

Trovo che la seconda parte sia interessante. In che modo avviene il cambiamento interiore nello sfruttatore?
Deve essere insopportabile il concetto dello sfruttamento per lo sfruttatore stesso.

Ma se lo delega ad altri pur di non vederlo?
È uguale, nel senso che tutti ormai sappiamo cosa succede, viviamo in un mondo di sovrainformazione. Lo sanno tutti cosa succede agli animali, come vengono messi in batteria i polli e tutto il resto è che non ce ne sbatte un cazzo. Sono molto pochi quelli a cui interessa veramente.
Alla collettività ancora non importa abbastanza da rinunciare a delle cose. Secondo me è una mentalità che andrà cambiando…e ti parla uno che mangia carne.

Nelle tue opere accosti figure assolute del male come Adolf Hitler, a icone globali dell’innocenza, come i personaggi della Disney. Cosa vuoi dire con questo accostamento? Esiste il male?
Il male assoluto e il bene assoluto sono rappresentabili, ma non esistono per davvero, secondo me.

I campi di concentramento, per fare un esempio, non erano dei luoghi in cui risiedeva il male?
Erano dei luoghi terribili, ma erano dei luoghi che riflettevano quella che è la natura umana. Nella storia ce ne sono stati tanti: dai Gulag, ai campi della morte dei Khmer Rossi, pensa che ancora adesso esistono posti come Guantanamo.

Pensi che chiunque agirebbe allo stesso modo? Tutti sarebbero aguzzini, se posti nella condizione di farlo o di doverlo fare?
Sembrerebbe di sì, perché in nessuno di questi regimi, neanche di quelli attuali, ci sono molti disertori. Questo fa pensare che perfino la morale sia una cosa che ha a che fare con la morale degli altri, non con la propria.

Quanto di autentico e quanto di ipocrita c’è, in questo senso, nella società di oggi?
C’è una parte autentica. Non importa che sia autentica perché ognuno lo crede fermamente dentro sé stesso o che sia semplicemente una morale comune, l’importante è che ci sia. Facciamo l’esempio delle pellicce, un argomento che a te, animalista sta a cuore. Cosa ha fatto morire veramente il mercato delle pellicce?
La vergogna. Le pellicce non hanno smesso di essere vendute per motivi di coscienza ma perché la gente si vergognava a portarle.

Animali salvi grazie al conformismo, quindi?
Se vuoi è conformismo del bene, ma è sempre molto meglio che il conformismo del male. La prima e la seconda generazione, quando parliamo di cambiamenti e di tendenze morali, magari si adeguando per vergogna e conformismo, quelle successive invece spesso si rendono conto delle ragioni di fondo del cambiamento.
Secondo me c’è un lento meccanismo di miglioramento, non è vero che il mondo va sempre peggio.

Quindi sei ottimista nei confronti dell’essere umano
Sono ottimista sulla lunghissima distanza.

Cosa ti aspetti dal mondo della letteratura?
Non mi aspetto niente dal mondo della letteratura. Spero dal mondo dei lettori che il mio libro piaccia e diverta.

Tu leggi molto?
Io leggevo moltissimo, ora leggo molto meno, devo ammetterlo, per colpa di internet che mi porta via un sacco di tempo e del fatto che comunque ho poco tempo libero.

I tuoi scrittori preferiti?
I primi che mi vengono in mente sono Ballard,Vonnegut, Mc Donald, Mitchell e Palahniuk fino a qualche libro fa.

Cosa cercavi nei libri?
Ho iniziato da ragazzino a leggere, con dei libri impegnativi, come 1984 di Orwell.
Mi è sempre piaciuta la fantapolitica.
Ballard diceva che per capire il presente la cosa migliore è leggere i libri di fantascienza, ti fanno capire a cosa tende il presente, quali sono le paure attuali.

Il lettore ideale del tuo libro che cosa cerca e che cosa troverà?
Ho cercato di non scrivere un libro solo per persone dell’ambiente dell’arte.
Questa è una storia un po’ assoluta, una storia di sconfitte dalle quali possono nascere nuove opportunità.

Un libro che ispirerà altre persone?
Spero di no. Vedo già su internet dei piccoli mostri che fanno lavori come i miei con il digitale sperando di replicare ciò che è successo a me.

Ti dà fastidio?
No, non mi dà fastidio, mi dispiace per loro perché non arriveranno mai a niente finché imitano i modelli degli altri. Devono far qualcosa di loro. E’ sbagliato cercare di copiare un modello. Va bene fare omaggi, va bene perfino rubare delle idee, ma mai cercare di copiare un modello nel suo insieme.
Vale sempre la pena avere una propria visione, altrimenti tanto vale fare un lavoro non creativo.

I tuoi progetti per l’immediato futuro?
Ci saranno una serie di mostre legate alla presentazione del libro. Poi a fine settembre presento in Giappone una serie ancora inedita. Sto pensando anche a progetti che non sono direttamente legati al mondo dell’arte, ma è ancora presto per parlarne.

Alteria: il nuovo live video di 5uck My Soul!

Pubblicato il aprile 16, 2014

ALTERIA ha pubblicato “5UCK MY SOUL”, videoclip ufficiale del nuovo singolo tratto dall’album enCORE, uscito lo scorso dicembre e già entrato in classifica con il singolo “Sickness”.   

5UCK MY SOUL è il video più raw, immediato e autenticamente rock finora pubblicato da ALTERIA. Su una base live, filmata dal regista Michael Gardenia (Destrage, Elvenking) appaiono flash di testo in sovraimpressione.

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“5uck My Soul” racconta di tutte quelle persone, situazioni che vogliono tirarci giù, succhiarci l’anima nella vita, nei rapporti personali e nel lavoro.”

— spiega ALTERIA e aggiunge, a proposito del titolo del brano —

“Volevo essere provocatoria e il più diretta possibile. Non c’è spazio per l’interpretazione: vuoi succhiarmi l’anima? Succhia e divertiti. Sei un killer, mother f#cker. Direi che più netta di così non potevo andarci”

Un video diretto ed essenziale, ma con un’energia esplosiva che trascina e invoglia a reagire con tutte le forze a ciò che disturba e distrae.

 

 

 

 

 

 

 

Video Credits:

Produced by Alteria & Fernando de Luca

Directed by Michael Gardenia

Editing and Animation: Andrea Scaringello

Camera operator: Matteo de Bernardi

Storie senza centro

Pubblicato il marzo 31, 2014

Nella via dove sono cresciuta, a Sesto San Giovanni, nell’hinterland milanese, quando ci ero arrivata all’inizio degli anni ‘80, c’era solo il mio condominio (una casa popolare dei primi del ‘900) e un’altra palazzina alla fine della via. Di fronte, un muro ci divideva dalla ferrovia.
All’inizio la strada non era nemmeno perfettamente asfaltata.

 

MIlano_2010.03.03 (esplorazione)
Nelle grandi città non esiste il concetto di quartiere: spesso si frequenta la scuola in un altro comune, poi l’università, il posto di lavoro e gli amici.
Per la maggior parte dei casi le uniche cose che sai dei tuoi vicini di casa sono il cognome sul citofono e qualche sparuto pettegolezzo da pianerottolo.
Man mano, con il passare degli anni, sono spuntati nuovi palazzi in via Acciaierie: 9 – 12 piani e un giardinetto con muretto d’ordinanza che ha offerto lo spazio a vari adolescenti della città di ritrovarsi proprio in quella via, misteriosamente soprannominata “le villette”.
Storie d’amore, micro quartieri, con abitanti, però, che venivano da altre vie, altri luoghi.
Il vantaggio del vivere in una città con decine di migliaia di abitanti confinante con Milano e con altre distese di cemento per chilometri e chilometri, sono proprio le decine, centinaia di migliaia di persone diverse con cui puoi entrare in contatto facilmente: chiunque abbia interessi particolari, può trovare coetanei che condividono le stesse passioni e frequentarli senza per forza adattarsi alle “regole del barrio”.
Anche perché se escludiamo le riunioni di condominio, di regole del barrio non ce ne sono proprio.
Il barrio, nelle grandi città è spesso una via, o al limite un isolato: centinaia di famiglie inscatolate in verticale. Una grande concentrazione di emozioni, drammi, amori, televisori accesi e ultimamente anche reti wi-fi.
Il barrio-via delle metropoli di periferia cambia faccia più velocemente delle mode: cambiano i vicini di casa, aprono e chiudono i negozi, gente nuova arriva, resta sconosciuta per anni e poi se ne va. Ci si incrocia correndo verso la metropolitana al mattino, al rientro alla sera.
Le periferie poi sono l’eccellenza della multi-culturalità. Sono il vero luogo aperto dove lo spazio viene condiviso con persone di etnie diverse. In un certo senso sono più autentiche dei centri cittadini, più tradizionali, meno dinamici, meno pericolosi.
Nelle vie delle periferie delle metropoli si cammina velocemente. Ma non per la fretta: per la paura. Dopo la grande crisi economica è cambiata anche la faccia di questi micro quartieri. Pubblici esercizi chiusi, vie buie, strade più dissestate, persone rintanate in casa, rapine in pieno giorno per mano di perfetti sconosciuti, gente che arriva magari da un altro micro-barrio, di un’altra città o provincia o paese o continente..non importa. Crescendo in questi luoghi è difficile parlare di tradizione. La cultura la si pesca altrove, le chiacchierate con persone anziane del vicinato sono sporadiche, ogni famiglia fa per sé, la diffidenza, volente o nolente, regna.
Multiculturalità che ti porta però anche a scegliere: cosa mi appartiene? A che tipo di ideali appartengo?
Sesto San Giovanni non è il Bronx e non è nemmeno una delle cittadine messe peggio nel milanese: di bande alla “Guerrieri della Notte” non ce ne sono. Gli episodi di cronaca nera, spesso efferati, arrivano dalla gelosia, dalla follia, dalla violenza. A pochi metri intorno a te (in orizzontale, al piano di sotto, al piano di sopra) può attuarsi uno stupro, una proposta di matrimonio, un suicidio, una partita di calcio, una puntata di Beautiful con la minestrina sul fuoco. Il barrio non partecipa a questi eventi. Non ne è razionalmente consapevole. Non celebra il vicinato. A volte, se sente delle urla, non interviene. Ordinaria amministrazione.
Eppure siamo tutti esseri viventi capaci di sentimenti. Ci si commuove, si condividono le esperienze ed i racconti con le famiglie estese che si sceglie di crearsi, con gli amici, indipendentemente da dove essi vivano.
Ora, con internet, i confini sono ancora più larghi. Con la globalizzazione il barrio della periferia si estende, mangia tutto il verde che è rimasto a rifocillare i nostri esanimi polmoni, ingloba con il suo individualistico senso porzioni sempre maggiori di territorio, invade i centri, cancella la storia. Senza la storia esistono le storie. Storie senza centro, come trame di una tela variopinta.

A Milano di notte c’è il mare!

Pubblicato il marzo 31, 2014

Andrea G. Pinketts: scrittore, giornalista, drammaturgo e opinionista tra i più noti esponenti della letteratura italiana noir.
Vincitore di numerosi premi letterari, ha alternato la carriera di scrittore a quella di giornalista investigativo, conducendo inchieste per conto di numerose riviste ed infiltrandosi in prima persona in svariate realtà, anche criminali. Celebri i suoi reportage per Esquire e Panorama grazie ai quali ha, tra le altre cose, contribuito all’arresto di numerosi camorristi nella cittadina di Cattolica, all’incriminazione della setta dei Bambini di Satana a Bologna ed a suggerire il profilo di Luigi Chiatti, detto il “mostro di Foligno” È autore di molti romanzi in bilico tra noir e grottesco, molti dei quali incentrati sulla figura di Lazzaro Santandrea, suo alter ego e protagonista di bizzarre avventure nella Milano contemporanea. La sua peculiare prosa, contraddistinta da un uso del linguaggio originale e dissacrante, ha attirato l’attenzione della critica, che lo ha definito uno scrittore “post-moderno”. Esce questo mese il suo nuovo libro Ho una tresca con la tipa nella vasca (di cui parleremo in seguito).

Noi, però, l’abbiamo incontrato, in un bar di Milano, per parlare del libro precedente Mi piace il Bar, di Milano e degli animali sociali che la popolano.

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Mi piace il bar è il titolo del tuo libro più recente… ne vuoi parlare?
Mi piace il bar è il mio penultimo libro, ed è una sorta di indagine fra ricordi e constatazioni di una biografia etilica, che mi ha permesso di raccontare i cambiamenti dell’atteggiamento nei confronti del bar delle persone

Una biografia dell’avventore del bar in generale o di un personaggio specifico?
La biografia mia, ma inevitabilmente sono un osservatore, ragion per cui lo scrittore è anche un descrittore, per questo motivo senza ombra di vino, senza ombra di dubbio, racconto i cambiamenti che sono avvenuti nei bar che ho frequentato… che sono epocali: i bar di fine anni 70, 80, 90  e anni zero, con teste diverse e spiriti diversi nell’approccio alla frequentazione del bar

La decade migliore?
Forse gli anni 80. Che erano appunto anni di plastica, per cui all’uscita dalla discoteca, nota che non ballo… io ci andavo per rimorchiare modelle americane… eran di moda… ti davano un bicchiere di plastica che conteneva un cuba libre… però era bello stare fuori dall’ Amnesy con queste che venivano dal Wisconsin piuttosto che dalla Pennsylvania e che non capivano nulla di ciò che dicevo loro, non perché non parlassi inglese ma proprio perché non capivano…

Non capivano il contenuto?
No, il contenuto era contenuto appunto in un bicchiere di plastica… quello era l’unico contenuto che avevamo in comune.

Quando vai in un bar, che cosa cerchi, al di la dei personaggi per i tuoi libri? Qual è lo spirito che cerchi?
Intanto il bere è cultura.. come racconto in “Mi piace il bar”: il bere è aggregazione, non è una cosa solitaria, quella da casalinga frustrata, o da alcolista.
In realtà il bere a me, fa venire in mente Noè che viene salvato da Dio che gli annuncia l’arrivo del diluvio, dopo che ha superato il diluvio e trova una terra ferma, la prima cosa che fa è creare un altare per ringraziare Dio che lo ha avvisato – dicendoglielo in un orecchio – e la seconda è piantare una vigna; quindi metaforicamente la Chiesa nata dall’altare così come la vigna che genererà l’osteria sono i luoghi di incontro, di comunicazione… E rimarranno sempre così, a dispetto della fede e a dispetto del tipo di bar sono luoghi di aggregazione, quindi sia il bere che la fede hanno una funzione sociale.

L’essere umano è un animale sociale ed è quindi animale ma anche un essere che cerca il divino attraverso qualcosa che è diverso dalla natura, perché l’alterazione del fermento ti porta ad un’alterazione della percezione…
Che è la stessa alterazione che possiamo attribuire alla fede. Solo che una è indotta chimicamente, così come se uno si beve 10 gin tonic può anche iniziare a credere che esiste dio.
Non dimenticare che il cristianesimo è una delle religioni fondate sul vino…

Così come anche i baccanali…
Ah beh, certo, ma delle due l’unica rimasta è il cristianesimo, applicato dal cattolicesimo.

La dimensione viscerale e istintiva dell’essere umano che è anche per istinto in parte animale, non solo essere razionale, pensante e sognatore, ha necessita di un luogo che può essere il quartiere ben definito in cui conosce tutte le persone accanto oppure può esprimersi anche attraverso la solitudine, visto che ormai viviamo in tempi in cui ci si chiude e il quartiere diventa anche un sito internet, la vita sociale si è spostata nel virtuale…
Quel che dici è terribile. Io ad esempio non uso internet. Lo faccio usare a un gruppo di religiose pagane che si chiamano le devote di Pinketts, che mi svolgono le eventuali ricerche o mi sbrigano le pratiche, ma certo secondo me non è la forma di comunicazione che preferisco. Se voglio raccontare qualcosa, scrivo un racconto rigorosamente a penna o se devo dire una cosa te la dico di persona possibilmente nel bar, perché il bar è il luogo in cui le storie che siano vere o inventate sono più affascinanti. Internet invece è un bluff della comunicazione. Cioè se io ti volessi bene, cosa che non è esclusa in futuro, non ti scriverei mai TVB!

Tu sei nato a Milano, sei cresciuto in un quartiere in particolare che ha segnato il tuo percorso?
Io sono nato in una clinica La Madonnina, poi la mia infanzia l’ho trascorsa in viale Piave di fronte ai giardini pubblici di Porta Venezia. Successivamente, dopo la morte di mio padre, con il trasferimento di mia madre che all’epoca era medico scolastico, siamo andati ad abitare al Giambellino.  E quindi io da bambino della Milano bene mi sono ritrovato in quel quartiere che allora era una sorta di far west, per me… in fatti mi son divertito un sacco. perché son passato dai giardini pubblici frequentati dai “bambini bene” quale ero io, ai “bambini male”…

Non esistono bambini male…
Hai ragione, non esistono bambini male.
Diciamo bambini della mala, figli di famiglie Mala. Non tutti ovviamente, c’erano anche brave persone, ma quelli preponderanti, aggressivi, erano figli di famiglie che radicavano la loro cultura nell’onore del crimine, e quindi io ho dovuto dimostrare di essere alla loro altezza.

Hai appreso dei valori positivi?
Assolutamente si.

Estinte una mala buona?
La criminalità non è mai buona, però ci suono delle persone buone costrette per ragioni se vuoi dinastiche o addirittura caratteriali a cui la microcriminalità è quasi imposta.

Questo numerò di C magazine è incentrato sul concetto di stanzialità. Il quartiere quasi come identità in cui un gruppo di persone assorbono lo stesso tipo di spirito… quindi è stato il Giambellino che ti ha segnato di più o ce ne sono altri?
Tutti in realtà: Brera, quando c’era il vecchio Le Trottoir. Io credo che una persona si lascia coinvolgere ma coinvolga anche la zona che decide di frammentare. Per cui non sei tu che piombi o scendi dal cielo fra un gruppo di sconosciuti, sei tu che ti adatti o che fai si che loro si adattino a te, che è il mio caso.

Esiste un solo codice comportamentale nei vari quartieri e nei bar, o ne esistono diversi? Esistono luoghi in comune, regole non scritte?
La cosa importante è l’educazione. Il rispetto, anche nel senso malavitoso del termine. E poi forse fondamentale è la nascita di improbabilissime amicizie con persone che sono all’opposto di te… e allora scopri che sei un animale sociale.

Improbabili amicizie dici: ad esempio?
Uno su tutti: Giank la Bestia, che adesso è agli arresti domiciliari, e che è l’uomo più indistruttibile che abbia mai visto. L’ho conosciuto appunto in una bar del Giambellino e abbiamo simpatizzato perché è una persona brillante, ma è veramente un animale. Molti anni fa la sera andavo a prendere le entreneuse nei night clubs e le scortavamo a casa, e venivamo pagati… per tutelarle, come servizio di sicurezza. Poi purtroppo lui ha scelto la scorciatoia del crimine ed io invece no.

Quando hai capito di essere uno scrittore? Sei partito come giornalista o già scrivevi?
Per me fare il giornalista è stato importante quando facevo le inchieste. Mi calavo in realtà che non mi appartenevano. Ho fatto il barbone alla stazione centrale, ho incastrato i satanisti di Bologna… e lì mi piaceva. Però in realtà ho iniziato con Onda Tv, che non esiste più, in cui essendo l’ultima ruota del carro intervistavo le vallette. Però per me allora in piena tempesta ormonale fra intervistare una valletta misconosciuta o intervistare Pippo Baudo non avrei avuto esitazioni… (ride). Ho anche scritto un saggio a proposito delle vallette “La valletta dell’Eden”.

E cosa hai imparato dal mondo delle vallette?
La provvisorietà della vita.

La precarietà di una vita basata sull’apparenza?
La maggior parte delle vallette che frequentavo studiavano… In fondo è un rito di passaggio prima di arrivare a conoscere i tuoi reali obbiettivi, non parlo di vallette da vallettopoli, bensì delle hostess della fiera… Io sono un grande esperto di hostess.

Che cosa sa un grande esperto di Hostess che altri non sanno?
Conosci il climax, un termometro per capire le situazioni e le persone. La fiera è un’assoluta commedia umana.

Quanto gli esseri umani recitano e quanto sono sé stessi nella quotidianità?
Risposta Pirandelliana: uno in realtà non lo sa quanto sta recitando e quanto no, perché se è entrato totalmente nella parte non se ne rende conto.

Nei tuoi libri cerchi le caratteristiche del personaggio nelle persone o descrivi persone che hai visto? Una combinazione delle due cose?
Tutte e due in realtà. Nel prossimo libro ad esempio “Ho una tresca con la tipa nella vasca”, che esce ad aprile per Mondadori, è un libro sulla tresca in cui l’autore è innamorato delle Muse, quindi è poligamo. ogni storia è una storia diversa. Il protagonista si innamora ad esempio, nella prima un camorrista diciottenne costretto a rifugiarsi in Danimarca perché ha insidiato la moglie del boss e si innamora della Sirenetta di Copenhagen, ma proprio della statua che è alta 130 cm e pesa 160 kg. Una donna tutta d’un pezzo…non so…io non l’avrei mai fatto. Sono storie diverse, surreali.

L’umorismo nasce dal surreale, quando la realtà incontra l’improbabile.
Io sono sempre stato il cantore dell’improbabile, Quando il paradosso che è reale passa dalla tragedia alla farsa con una estrema duttilità e senza accorgersi.

La società ideale di Andrea G. Pinketts?
Non credo che esista. Penso a Utopia di Thomas More, a mondi apparentemente perfetti e il mondo non lo è per nulla. e non solo: l’imperfezione dona caratteristiche singolari ad ogni tipo di mondo. Certo, sarebbe bello se fossimo tutti belli come noi due, tutti bravi, intelligenti, possibilmente ricchi…però ci annoieremmo a morte.

Il mondo è bello perché è vario?
Il mondo è brutto perché ingiusto. Però è interessante.

L’importanza del soprannome… hai citato Giank La Bestia ha ancora un valore. La riconoscibilità è ancora importante?
Ora c’è il nickname. A volte i soprannomi nascono per scherzo: Pogo il Dritto è un mio compagno di liceo che si chiamava Pogliaghi e lo associavo al biscotto Togo. Molti soprannomi hanno poi generato dei cognomi.
Il mio vero cognome è Pinketts ma è stato naturalizzato sotto il fascismo in Pinchetti. Poi ho recuperato il mio cognome di origine irlandese e ho conservato entrambi.

Hai quindi origini irlandesi…
Sì e da qui si spiega l’amore per la birra e la mia natura rissosa.

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Che cosa ti fa arrabbiare?
Ti cito una battuta del film Il Pistolero  “Non sopporto ingiustizie, non sopporto insulti, non sopporto prepotenze. Se qualcuno mi offende o mi tradisce, prima o poi si aspetti la mia vendetta.”

La tua rabbia deriva quindi da un senso di giustizia, non dalla follia o dall’orgoglio È quindi un valore che deriva dalla difesa del più debole? Fammi qualche esempio di situazioni ingiuste
Io quando mi inalbero sono chirurgico, non mi va mai il sangue alla testa. Io ho fatto sia boxe che Kendo. Con la boxe impari a valutare l’avversario di cui hai rispetto. Poi la durata del match dura poco. Invece il Kendo che nasce dal più grande spadaccino Giapponese è fatto anche di attese perché tu aspetti la mossa dell’avversario. Lo studio assoluto. Io non sono per la violenza bruta, sono per la forza applicata.

Sono importanti le regole?
No. In generale no. Ma nello sport sì.
Nello sport le regole implicano un senso di correttezza, di riconoscimento del valore dell’avversario mentre nella vita delle regole ci sono imposte e non sono necessariamente etiche. Sono imposte quindi puoi violarle quando vuoi.

Quindi è la legge morale dentro di te ad essere importante? Il buon senso?
Buon senso è una definizione che non mi piace, da vecchio. È più importante trasmettere l’esempio. La saggezza non si trasmette.
Pensa a Pulp Fiction, quando Samuel Jackson dice “Sono in una fase di transizione” Perché lui avrebbe ammazzato subito quei due (secondo l’istinto) e invece..

Ha fatto bene a dare ascolto a questa voce?
Sì certo. Io sono contro la violenza. Però se uno merita un sacco di botte non mi tiro indietro.

L’ultima domanda: che tipo di sigaro toscano fumi e quanto la legge contro il fumo ha inibito l’aggregazione sociale nei locali?
Ho scritto insieme a Paul De Sury a Cuba “La mistica del sigaro”, sui sigari cubani, i puros. Io preferisco i toscani, Toscano Extra Vecchio, anche perché il puro è più impegnativo. La realtà assoluta è che il sigaro al contrario della sigaretta, ti permette di raggiungere improvvisamente con il pensiero realtà lontane.

Un po’ come la marijuana?
La marijuana falsifica la realtà. Il sigaro invece la qualifica. La sceglie, la controlla senza controllarla. È come una seduta spiritica.
Per rispondere alla seconda parte della domanda secondo me la legge contro il fumo “Legge Sirchia” a mio avviso andrebbe chiamata “Legge Minchia” perché è inaccettabile.
Mi pare che fosse il 5 gennaio 2005 che è stata applicata ed io e Paul de Sury ci siamo messi a fumare in un luogo pubblico in segno di disapprovazione verso questa legge.

È stato un gesto un po’ punk il vostro…
No! E’ stato un gesto Pink!

Domanda sulla città di Milano. Milano è un grande paesone?
Tutte le città, a parte Los Angeles, sono dei paesoni, perché ogni quartiere vive una vita propria. Io ho avuto modo di innamorarmi di parti diversissime di Milano, ad esempio quando il Trottoir era a Brera io ero il re di Brera.
Poi i quartieri sono cambiati. Ad esempio il Giambellino adesso è un posto di kebab, non è più il Giambellino di Ceruti Gino, le canzoni della malavita.
Adesso c’è una criminalità diversa, i drammi si consumano all’interno delle famiglie. Figli che uccidono genitori e viceversa.

Se potessi descrivere Milano a chi non la conosce cosa diresti?
L’ho già fatto in un libro: a Milano, secondo me, di notte c’è il mare.
A Genova il mare è evidente, mentre a Milano il mare si sente di notte.

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Noi siamo figli delle stelle… e se fossimo tutti alieni?

Pubblicato il marzo 1, 2014

La prima volta che ho sentito parlare di alieni intesi come parenti lontani di noi esseri umani, è stato a Londra, nell’estate del 1998.

Prima di quell’estate avevo sempre pensato agli extraterrestri come a dei personaggi della fantasia che viaggiavano su dischi volanti di latta o tuttalpiù avevano l’aspetto di E.T. o di Alien. Niente di possibilmente reale.

Ritenevo che tutte le saghe di Star Track, Star Wars e via discorrendo fossero delle favole per preadolescenti cresciuti e anche molto noiose per i miei gusti. (Mi perdonino i fanatici, lo penso ancora).

 

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Insomma la fantascienza non mi interessava, la scienza l’ho sempre ritenuta una perdita di tempo, così come la matematica, e mi affascinava molto di più la parte poetica/umanistica/spirituale della vita.

Non avrei mai immaginato che i due aspetti fossero potenzialmente così correlati.

Secondo quanto dicevano i miei amici visionari appassionati di archeologia di Londra, l’essere umano è l’incrocio fra una creatura terrestre e una creatura che arriva da un altro pianeta.

Come, esattamente quando e perché questi DNA si siano incrociati poco importa (se importa a voi, cercatevi qualcosa alle voci: “annunaki”, “piramidi, alieni”, “ufo nell’arte”, “scheletri giganti”, “ufo, archeologia”), fatto sta che ad un certo punto molte civiltà che prima veneravano la madre terra che dà sempre i suoi buoni frutti, hanno cominciato a rivolgersi ad un papà celeste che vive lontano e manda figli speciali dallo spazio.

Qualcuno ha cominciato a studiare i testi sacri delle grandi religioni patriarcali (ad esempio la Bibbia) e ad interpretare le scritture da questo punto di vista nuovo.

Certo che se così fosse, avremmo la risposta a molti quesiti: come mai l’essere umano è l’unico animale che anziché vivere perfettamente integrato nei cicli naturali, li rifiuta e costruisce alternative alla natura? Perché siamo, in parte, extra-terrestri.

Come mai cerchiamo così spesso risposte nelle stelle? Siamo davvero figli delle stelle come cantava Alan Sorrenti negli anni 80? Perché gli esseri umani provano spesso una struggente nostalgia inspiegabile? Da dove arriva l’ispirazione dei poeti? E le grandi idee tecnologiche? (a questo punto cercate su google “Leonardo Da Vinci” e “Nikola Tesla”).

La mia domanda è però la seguente: se la nostra “Terra Promessa” si trova in un altrove così distante (chi lo chiama Nibiru, chi dice Marte, chi la Luna, chi Venere, chi preferisce guardarsi “Guida galattica per autostoppisti” e farsi due sane risate), se la nostra casa è la stessa casa di E.T., perché non chiediamo scusa a questa terra che in parte ci è ancora madre e in parte ci ha adottato nonostante millenni di soprusi?

Perché cercare sempre altrove, quando il Paradiso Terrestre potrebbe essere un pianeta vacanze tanto bello?

Io sono il tuo Altrove… guida teorica per il ritrovamento dell’anima gemella

Pubblicato il marzo 1, 2014

Ho assistito recentemente alla rappresentazione teatrale rivisitata e commentata del Simposio di Platone.
Lo spettacolo si è tenuto presso il Teatro Parenti di Milano ed ha abbracciato con brutale schiettezza ed un’ottima regia la pseudo-oggettiva inattuabilità degli ideali dell’amore, cosiddetto platonico, ai nostri giorni. Si è parlato di individualismo, di pornografia, di materialismo estremo.

 

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Sì, tutto vero però…se concediamo a noi stessi di credere all’esistenza del concetto di anima, senza necessariamente sfociare nell’animismo o in sistemi para religiosi particolari, ci accorgeremo che nel corso delle nostre grette e profane esistenze, in uno o due punti oscuri, probabilmente ci siamo anche innamorati. Orrore. Cosa significa innamorarsi? Gli scienziati parleranno di serotonina, ossitocina, pulsioni adolescenziali, continuità della specie.

No cari scienziati, sto parlando di amore, non di sesso. Sì: i due aspetti, quando le cose vanno straordinariamente bene, procedono di pari passo, ma non è sempre questo il caso.
Alzi la mano chi ha sempre e solo fatto l’amore con la propria anima gemella. E basta. Tutti? Non credo.
Se questo fosse il caso non esisterebbero:

1. Le commedie romantiche
2. I manuali per le donne su come essere più stronze perché gli uomini non le filano
3. I manuali per uomini di “mindfucking” per non soffrire più e far soffrire, invece, gli altri
4. I manuali per ripigliarsi dalle batoste sentimentali, che incitano alla glaciazione delle emozioni
5. Le sedute psicanalitiche
6. Le favole con principessa e principe azzurro in cui prima del lieto fine ci si imbatte in una quantità di prove estreme da superare
7. La bulimia
8. I divorzi
9. I club per scambisti
10. etc.

 
Dunque i casi sono due: o l’”anima gemella” intesa come persona fisica e spirituale con cui andremmo sempre perfettamente d’accordo pur essendo innamorati (non il migliore amico o la migliore amica, dunque) non esiste oppure, se c’è, è parecchio complesso rintracciarla e poi restarci in contatto.
Alcuni di voi conosceranno la storia di Romeo e Giulietta (poco incoraggiante, a dire la verità), altri (sicuramente di meno) avranno visto film come “Serendipity” o letto romanzi come “Le Affinità Elettive” o “Anna Karenina”. L’elemento tragico non è sempre presente, così come non è sempre assente il lieto fine. Ciò che ritorna in centinaia, forse migliaia di storie, però, è l’inspiegabilità di una particolare tensione verso una persona specifica.
La sincronicità di alcuni pensieri ed azioni, i paralleli esistenziali, l’interrogativo mistico: “Chi è? Perché è così importante per me?” qualcosa, insomma, che va oltre il carnale fine a sé stesso e sconfina nel “magico”.

In tempi relativamente recenti si è sviluppato in rete un discorso teorico sull’anima gemella che riprende il discorso di Aristofane nel convivio di Platone e trascende la relazione amorosa di per sé.

La storia della creatura perfetta che è stata divisa in due e le cui metà continuano perennemente (metempsicosi o continuità dell’anima attraverso il passaggio di “DNA” da genitore a figlio?) a cercarsi per ritornare ad essere completi, assomiglia in tutto e per tutto ad una favola. Tuttavia mi fa pensare al principio del Tao, uno dei principali concetti della filosofia e della medicina cinese.
Nel simbolo del Tao, due metà, diverse ma uguali al tempo stesso, si fondono per creare un’unità perfetta: il macrocosmo della coppia nel microcosmo dell’universo.
No, non si tratta di un lapsus casuale: quando siamo profondamente innamorati, la potenza del sentimento stesso si condensa e si incarna nella persona amata, l’amore universale generico si fa materia e diventa più importante di tutto il resto.

Dunque macrocosmo relativo.
Siamo tutti parte dell’universo. In realtà, forse, siamo tutti metà dell’universo in ricerca dell’altra metà. Quindi siamo tutti — in termini puramente spirituali — l’altrove di qualcun altro. La terra promessa della nostra “anima gemella”.

Sì, ma quale direzione prendere, nella ricerca della metà perfetta? Secondo questa teoria è più valido il detto “chi si somiglia si piglia” che non “gli opposti si attraggono”.
Due metà di una stessa mela, insomma. Non mezza mela e mezzo limone. Spiritualmente parlando.
La verità, forse, è che l’anima gemella non va cercata proprio, anche perché quando le mezze mele si incontrano, esse si riconoscono all’istante e inequivocabilmente, quindi non devono stare lì a fare troppi test sull’affinità di coppia.

L’evento è talmente autentico da non necessitare spiegazioni: come se il destino, ineluttabile, si compisse all’improvviso, disvelandoci l’universo intero con tutto il suo ventaglio di misteri.
Poiché l’universo relativo coincide con le due metà ricongiunte, che contengono in sé amore e perfezione.

Come favorire il verificarsi di questa specie di miracolo? Innanzitutto non si tratta di qualcosa che si possa forzare con la volontà. Non è qualcosa che possiamo decidere coscientemente. Potremmo, anzi dovremmo, prepararci in modo da essere pronti nel momento giusto.

Essere pronti significa essere sé stessi.

No. Non una versione di sé stessi o più o meno sé stessi. Essere pronti significa essere maledettamente sé stessi, senza finzioni, senza insicurezze inutili, senza maschere, senza cose che non siamo, senza etichette affibbiateci da altri, senza pensieri di altri ad affollarci la mente. Conosci te stesso, disse il saggio. Permetti a te stesso di essere, affinché io ti riconosca fra mille, ci chiede la nostra metà.
Chi ci vuole cambiare, chi ci vorrebbe in un altro modo, non va bene per noi. In ogni caso non è la nostra metà perfetta.

Questo non significa che bisogna restare per forza da soli fino a quando il destino busserà magicamente alla nostra porta: conoscere e amare fa parte del percorso umano ed animale. La malinconia e la tristezza nei momenti in cui finisce una relazione anche.
Però se mettessimo le cose in prospettiva, se decidessimo di credere che esiste nell’universo almeno una persona in grado di comprenderci perfettamente senza parole e di darci amore, rispetto e attenzione non “nonostante” il modo in cui siamo, ma proprio in virtù di esso, alcune delusioni farebbero certamente meno male e verrebbero vissute con molta più serenità.
Il “lasciar andare” ciò che non ci appartiene per natura, farà spazio alla nostra unicità e verità e a ciò di cui abbiamo realmente bisogno e ci renderà più puri, visibili e riconoscibili nel grande magma delle relazioni interpersonali.

Sì: esistono persone che stanno meglio con sé stesse rispetto ad altre ed è senza dubbio più facile innamorarsi di Monica Bellucci o di Brad Pitt (giusto per non fare due esempi banali), ma non necessariamente chi ci piace corrisponde lo stesso sentimento.

La reciprocità è importante, fondamentale. E deve esserci corrispondenza in egual misura. L’amore perfetto è un’esperienza estetica, di contemplazione estatica da ambo le parti, che non si stancano mai di riconoscersi a vicenda, in un moto perpetuo del cuore. Se una delle due parti si mostra distratta o scarsamente interessata, non è cosa.
L’anima gemella è eterna: se ci avete provato e ad un certo punto non ha funzionato, non si trattava di quella persona giusta per voi.

Leggende dal web narrano che incontrare l’anima gemella sia un’esperienza talmente intensa da sconvolgere le due parti in causa. Lo narra anche il film Big Fish nella scena del circo, in cui il mondo si ferma all’improvviso e poi riprende improvvisamente al doppio della velocità, per recuperare.

Al di là dell’esperienza dell’incontro, le anime gemelle non si assomigliano semplicemente in parte: sono drammaticamente identiche! Ridono per le medesime cose, nel medesimo modo, hanno occhi simili, valori simili, gusti simili. Credono nelle stesse fesserie. Insomma, anime gemelle. Se si assomigliano solo in parte, possono essere anime affini, ma non “la metà della stessa mela”.

Ciascuno di noi è lo speciale altrove di qualcuno di altrettanto speciale, che forse non incontreremo mai, ma tanto vale essere il migliore altrove possibile, giusto in caso…e anche per amore di tutti gli altri “altrove” che incroceremo nelle nostre divagazioni, spirituali e non.
Ama te stessa. Ama te stesso. Ama il prossimo tuo come te stesso. Ama l’universo, poiché ne fai parte.
Ama l’universo, poiché l’universo ha bisogno di te.
Tutto ciò di cui hai bisogno è amore.

Alejandro Caiazza – Viva la Globalizzazione!

Pubblicato il marzo 1, 2014

Alejandro Caiazza è artista e cittadino del mondo. Nato in Venezuela, di origini italiane, ha vissuto a Parigi e attualmente abita e lavora a New York City, dove sembra trovarsi molto bene.
Non prova nostalgia e pensa che viaggiare sia positivo, sia che lo si faccia con lo spirito che con il corpo. Alejandro non pensa che la globalizzazione sia un male per la società: tutt’altro.

Forse perché vive perfettamente nell’hic et nunc e va dove lo porta l’ispirazione.
Le sue opere sono esposte a Roma alla Gallery of Art-Temple University e noi di C Magazine l’abbiamo contattato per fargli alcune domande.

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La tua vita si è divisa fra Venezuela / New York / Parigi, Cosa ti ha spinto a spostarti in luoghi così lontani fra loro?
Sono cresciuto in Venezuela, dove ho tenuto le mie prime mostre personali e collettive. Nel 2000 ho viaggiato per l’Europa, ho visitato molti Musei, ho conosciuto alcuni artisti e ho deciso di trasferirmi a Parigi. Ho vissuto e lavorato a Parigi per dieci anni. Nel 2009 mi sono sposato e abbiamo avuto l’opportunità di spostarci a New York, dove viviamo attualmente.

Il tema principale di questo numero di C Magazine è l’Altrove. Dove vorresti essere in questo momento? Si tratta di un luogo fisico o di un luogo dello spirito?
Entrambe le cose. Spiritualmente voglio trovarmi ovunque mi porta la mia creatività e ispirazione. E geograficamente qui a NYC.

Negli ultimi 15 anni hai esposto in Sud America, Giappone, Stati Uniti ed Europa. Hai riscontrato differenze nel tipo di pubblico che si è presentato alle tue mostre?
In realtà no, sono stato abbastanza fortunato perché ovunque i visitatori delle mie mostre sono stati aperti e hanno apprezzato il mio lavoro.

Le tue opere hanno un sapore primario, immediato, richiamano l’arte primitiva. Parli un linguaggio universale? Vuoi arrivare al cuore prima che alla mente?
Incorporo un linguaggio universale per raggiungere i cuori e le emozioni della gente.

Cosa pensi della globalizzazione?
È grandiosa! Rende le cose molto più semplici.

Cosa pensi del mercato dell’arte?
Può essere un po’ ambiguo…

Hai origini italiane. Quanto ti senti italiano? Le radici sono importanti? Viaggiare indebolisce le radici oppure le espande?
Amo la cucina italiana, la cultura e le donne (mia moglie è italo-americana). Quindi le mie radici sono decisamente italiane!
Sì, le radici sono importanti perché ci aiutano ad autodefinirci e viaggiare le espande sicuramente

Cosa disegnavi da bambino? In che cosa i bambini sono migliori degli adulti?
Da bambino usavo qualsiasi cosa mi capitasse sotto tiro per disegnare: matite, pennarelli, pastelli.
I bambini disegnano e dipingono direttamente dal cuore, semplicemente, senza regole e senza giudicare.

Perché molte delle tue opere sono senza titolo?
Probabilmente mi concentro soprattutto sul titolo della mostra photo

Il linguaggio visivo pubblicitario è di semplice comprensione. È per questo che riesce a raggirarci così facilmente?
Sì, quella è la ragione principale.

Attualmente vivi a New York. Di quale luogo, fra quelli in cui hai vissuto hai più nostalgia? Cosa è la nostalgia?
Non ho provato alcuna nostalgia vivendo a NYC. Anche se a volte mi manca la spiaggia.

Rappresenti spesso, nei tuoi dipinti, espressioni di stupore, terrore o meraviglia. Come mai?
Si tratta di sensazioni e momenti specifici che ho provato e vissuto e che ho trasferito nei miei ritratti.

Fra le tue opere più intense, a livello cromatico, ve ne sono alcune raffiguranti animali. La foresta ha colori più brillanti della città? È più viva?
Non necessariamente. Penso che dipenda da come vedi le cose e in quale prospettiva. La città può essere molto intensa e io dipingo i colori che sento.

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Due anni fa hai esposto a Roma (Anatomia del Sentimento — Lavatoio Contumaciale). Tornerai ancora in Italia?
Certo! Proprio in questi giorni alla Gallery of Art-Temple University di Roma partecipo con alcune opere alla mostra collettiva “La Grande Illusione”

Grazie per il tuo tempo, saluta con un messaggio personale i lettori di C Magazine!
Non smettete mai di sognare e di credere in voi stessi: amate ciò che fate…
Spero di vedervi alla mia prossima mostra!
Grazie per l’opportunità!

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