Articoli di Federico

Ora Zulu – “…io cambierei pusher, fossi in te!”

Pubblicato il aprile 30, 2014

– (l’ora Zulu è il riferimento all’ora di Greenwich nel gergo della marina, e indica un riferimento preciso nel tempo) –

 

 

 

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0

 

 

 
99 posse, la colonna sonora dei miei 20 anni, quando in generale ero incazzato nero.
Dopo il liceo, nel 1990 mi “perdo” la pantera e le sue occupazioni perché finisco militare (in Marina). Noia, inutilità, pazzia.
In camerata avevo un nonno siciliano che ci faceva ascoltare solo Pantera e Sepultura. Ironia.
I miei ’90 ricordati da adesso sono buio e luci colorate. Avevo paura a sentire “Curre curre guaglio’ 2.0”.
Perché c’ero, e avevo da correre, e arrivavo sempre dopo. Con gli “amici” si andava a fare la TAZ, ci si faceva chiamare in 30 Luther Blissett. E in genere non c’ero, arrivavo dopo, arrivavo tardi. Eppure correvo, guaglione, non integrabile, parte di nessuna tribù. Correvo, o meglio ci provavo, finendo a passo d’uomo sul GRA insieme ai troppi individualisti da plotone.
O’ Zulu era per me uno strano uomo immenso e immensamente incazzato che sapevo enorme, tatuato e primitivo, capace di incagnare il collo e andare avanti a treno, tagliando una folla. Uomo di fronte e lato, con la sua fragilità, capace di strappare parole dalla carta e spingerle su in gola a una macchina da suono e da energia incredibile. Sempre incazzata. Lui e Zack de la Rocha (RATM)… O Zulu, non un individuo incazzato come me, lui sembrava essere la tribù, incarnarla e incatenarla al suo naso forato. E nei suoi testi ci sono tutti i fili emozionali della generazione che mi sono perso e che ricordo. La mia.

Poi
Poi non guardo più MTV; poi gli anni ’90 finiscono; poi c’è Genova e io non ci vado.
Spezia-Roma su un treno quel venerdì, con un’atmosfera strana e cupa. Il potere ci aveva fottuti di nuovo, e compievo trent’anni.

Poi un concerto, poco dopo, i 99, a Roma, non ricordo dove. Si salta, ma non volevo ballare, non c’era un cazzo da ballare. Intorno le facce sono cambiate, suona strano: i ’90 sono finiti (male) e il suono non sembra più il mio, ma quello di uno show. Non per colpa loro, siamo noi, noi che siamo cambiati.
Emigro. Perdo di vista i ’90. Continuo a correre.
Negli anni 2k ci sono riunioni, dischi belli, un sacco di storia che non vedo. Cerco Zulu (e Zack) ogni tanto e lo trovo dalla rete, con un gruppo che ha un nome da riserva indiana. Non mi sembra che stia bene. Canta le stesse cose. Poi qualcuno gli fa il necrologio e lui si incazza con un pezzo di prosa bellissimo. Ah, sta ancora bene!
Poi, poi…

Ora questa intervista. C’è un nuovo disco, Curre curre guaglió 2.0 e il 2.0 mi mette paura.
Lo ascolto con uno strano dubbio, traccia dopo traccia. La musica, ovvio, mi piace, ma non voglio che mi piaccia. Ho paura di trovare qualcosa che odio, un revival, un’operazione pseudo – commerciale. Non mi fido, magari è una maschera, e non le voglio più le maschere, come non le volevo venti anni fa, ma oggi in modo ancor più integralista.

E allora spingo. Mi dico “A Zulu lo piglio di petto”. Non voglio fare l’amarcord, non voglio pensare che persino i 99 siano solo ricordi, perché chi si ferma, sia pure solo per riprendere fiato, è perduto, spezzato, spazzato via. Cazzo, con questa idea di movimento ci ho scommesso tutta una gioventù, che e’ passata.

O’Zulu mi risponde ovviamente per le rime, e non potevo chiedere di meglio.
E adesso torno al disco, bello e commovente, e me lo risento traccia su traccia, sollevato.

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0

Ripetutamente. Avete detto cose importanti. È qualcosa di generazionale. Ho l’età tua. La mia colonna sonora degli anni ’90 ha le tue rime. Ha senso ripetere ripetutamente lo stesso gioco? Quale ripetizione ne crea il senso?
Non mi pare di aver ripetuto ripetutamente lo stesso gioco; 2 volte in venti anni non è ripetere ripetutamente ma, più semplicemente, approfittare di una data significativa per ribadire un concetto e ridare visibilità ed attualità ad un disco che, a quanto pare, non solo ha significato, ma continua a significare molto per molti giovani e meno giovani.

STRANO E STRANIERO SONO DUE DELLE MIE PAROLE PREFERITE. SI INTRECCIANO CON RUOLO E SITUAZIONE. IL RUOLO è QUELLO CHE LO STRANIERO RICOPRE, LA SITUAZIONE è QUELLA COSTRUITA AD ARTE PER FAR Sì CHE LE TUE CONSIDERAZIONI SIANO QUELLE PREVISTE. 99 NASCONO DA UNA SITUAZIONE OCCUPATA, UNA TRAIETTORIA IMPREVISTA CHE ESCE DAL RUOLO. QUAL è LA TRAIETTORIA OGGI? QUAL è LA SITUAZIONE?
Strano e straniero per me sono molto di più che delle parole… Descrivono abbastanza bene ciò che sono e ciò che alla fine sono sempre stato…. La traiettoria imprevista è stata quella di uscire dal nostro mondo, portando il messaggio molto al di là degli obiettivi previsti e quindi direi che oggi la traiettoria resta quella di sempre : autorappresentarsi, rendersi protagonisti del proprio destino, correre sempre e tenersi pronti all’imprevisto.

IL POTERE LO HAI ANNUSATO? LO ODII ANCORA?
Il potere non credo di averlo annusato più di chiunque altro, nel senso che c’è e che si fa annusare da tutti per “mestiere”… Ho annusato il successo, questo sì, e ne sono rifuggito con tutte le mie forze…. Ci siamo sciolti nel momento di massima popolarità e “potere contrattuale” e siamo ritornati solo quando li avevamo persi entrambi quasi completamente…….

CURRE CURRE GUAGLIò: 2.0 è GERGO DA CORPORATE.
IL WEB 2.0, LA SECONDA VERSIONE DI UN PRODOTTO.
LL DISCO NUOVO è INTARSIATO DI REMIX, DI PARTECIPAZIONI, DI PEZZI GIà ASCOLTATI, COmE SE AVESTE VOLUTO METTERE ASSIEME LE FORZE PER FARE UN SALTO DA QUALCHE ALTRA PARTE. “ARMATI DI IDEE E PARTI”. ABBIAMO SMESSO DI CORRERE?
Non so che disco hai sentito tu….. Nel mio diciamo Armati di idee , difendi la tua scelta e corri fino a quando le tue gambe correranno….. Noi non smettiamo mai di correre, è il tempo che ce lo impone.

LO SPAZIO AUTOGESTITO è UNO SPAZIO CHE TAGLIA UNA NARRATIVA DIFFERENTE ALL’INTERNO DEL TESSUTO. DICE AL POTERE « DI TE NON ME NE FOTTE UN CAZZO ».
BUONO, MA OGGI CHE FARESTI SE AVESSI 20 ANNI? DAI UNA IDEA POSITIVA A UN RAGAZZO O, COME ACCENNI IN SOGGETTI ATTIVI, DEVE FARE DA SOLO?
Continuo a non capire…. Soggetti attivi è un vero e proprio inno ai movimenti, all’agire collettivo, al difendere e mantenere integra la propria “differenza”…. Dove lo trovi l’accenno al dover fare da solo? Il senso generale della canzone è l’esatto opposto. mah……

POTERE E LIBERTà. IL POTERE SU COSA? E LA LIBERTà DA CHE?
Signor Marzullo, che dirle? Il potere di alcuni di determinare il futuro di altri e la libertà degli altri di lottare per autodeterminarlo?

MENTRE ERO STUDENTE, SARà STATO IL 1994, USCENDO DA UNA SALA DOVE AVEVO FATTO L’ANIMAZIONe A UNA FESTA DI PARGOLI DELLA “MEJO BORGHESIA ROMANA” MI TROVAI A UN PASSO DA GIULIO ANDREOTTI. NIENTE SCORTA ERA SOLO, PARLAVA CON UNO ALTO, FORSE SBARDELLA.
EBBI UN ATTIMO D’ESITAZIONE. POTEVO PROVARE A SPEZZARGLI IL COLLO, MA ERO VESTITO DA POWER RANGER, SAI QUEI DEFICENTI DA FILMETTO PSEUDOGIAPPONESE TIPO GOZILLA… NON AVREI POUTO EMULARE BRESCI VESTITO IN QUEL MODO. E PERSI L’OCCASIONE.
è PER QUESTO ECCESSO DI BUONA EDUCAZIONE O DI SENSO DEL RIDICOLO CHE SONO PARTE DI UNA GENERAZIONE DI SCONFITTI?
Non lo so fratellì…. Dovresti chiederlo ad un analista. Io non mi sento uno sconfitto e la mia generazione non mi ha mai eletto suo portavoce.

GENOVA? DOPO DI QUELLO IO SONO PARTITO, TU? COSA ABBIAMO IMPARATO?
Noi ci siamo sciolti ma non abbiamo imparato niente…. Lo sapevamo già.

 

 

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0

 

 

 

AVETE MESSO TUTTO IL DISCO ONLINE. POSSO CHIAMARVI, DICE IL SITO, E ORGANIZZARVI UN CONCERTO, IL TOUR è PER CENTRI SOCIALI. FUNZIONA?
Pare di sì, e funziona da 23 anni…. Un’altra strada è sempre possibile, basta praticarla.

NEL 2011 UNA GENERAZIONE DIVERSA DALLA TUA E DALLA MIA HA COMINCIATO A OCCUPARE I TEATRI, E LI TIENE BENE, LI ORGANIZZA, FA LE MOINE, CERCA DI FARE ALMENO FINTA CHE SIAMO UNA NAZIONE CIVILE, ANCHE SE HA OCCUPATO. MANCA DEL TUTTO L’ICONOCLASTIA DEL TEPPISTA. DOVE SONO I MAJAKOVSKI? SONO ANCHE LORO FINITI VITTIMA DI UNA RIVOLUZIONE?
Noi col Valle abbiamo fatto un video, all’Angelo mai abbiamo suonato e sosteniamo la Balena a Napoli… Non possiamo e non dobbiamo essere tutti uguali, le nostre differenze sono la nostra unica ricchezza e la capacità di farle convivere è la nostra unica via d’uscita.

ALDOVRANDI, E TUTTE LE ALTRE VITTIME DI RAPPRESAGLIA. AVETE MESSO IN UNA TRACCIA LA VOCE DI SUA MADRE CHE RACCONTA DI COME HANNO RIDOTTO IL RAGAZZINO. NON MI FA ARRABBIARE, MI SPINGE A PREMERE IL TASTO AVANTI SUL LETTORE. CHE NE PENSI?
Sinceramente inizio a pensare che hai assunto qualcosa che ti è iniziato a salire da metà intervista, e che ti sta prendendo male… Io cambierei pusher e riproverei, fossi in te ;-)
A parte le cazzate, penso che il tasto in avanti sia stato pensato per situazioni come la tua. Io piango ogni singola volta che lo risento, ma mi fa bene, dopo mi sento più forte di prima…. Se devi stare male, skippa, per carità.

IL POTERE DISTRUGGE L’UOMO. E NE FA A MENO. VISTA L’IMPORTANZA DELL’APPARTENENZA CHE SCORRE VIA DALLE CANZONI DEI 99, E LE TUE ESPERIENZE DI UOMO E MUSICISTA, TI VA DI DIRMI TE DI COSA FARESTI A MENO PUR DI DISTRUGGERE IL POTERE?
Non siamo certo noi a dover fare a meno di qualcosa per distruggere il potere…. Rigiro la domanda al famoso 1%. noi siamo i 99! La domanda corretta era cosa non faresti per distruggere il potere? e la risposta sarebbe stata :”con ogni mezzo necessario”

Barrio digital

Pubblicato il marzo 31, 2014

Luddisti della domenica piangono lacrime e sangue, sbrodolando sulla stampa prezzolata, o nei diametri rigorosi e spassionati dei loro profili facebook, liriche sulla mania della rete sociale, che detta all’ammerekano si dice “Social Network”. E allora si capisce di cosa parli, non come in italiano, che sembra una cosa da compagni e non da seri capital – consumisti radical – chic, quelli che poi si imboscano alle Feste di Liberazione.

 

 

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Il social è ora – come prima internet – ciò che tutti amano odiare. Si dice che ti avrebbe scompigliato le carte, che ti assorbe più della tv, ti fa passare la voglia di fare sesso su youporn, che ti viene l’orchite alle dita del piede mentre ti masturbi. Dice che la malafemmina poi, se si sposta sulla rete, ti si mangia, che il testosterone cattivo, secondo questi vigliacchi dello spirito, morde, e se non stai attento, poi ti aspetta nel buio del portone di un blog qualsiasi, alle 4 del mattino e diventa il Troll dei tuoi incubi…
Noi del Barrio Digital con le vostre paure categorizzate facciamo collane di denti ridenti e pie colonne di teschi davanti alle porte dei nostri palazzi anonimi, costruiti sulle vostre speculazioni edilizie migliori. Capitale in conto apocalisse.
Io non ho paura della rete e esco solo la sera.
Cammino per questa serie di mondi paralleli e reali in modo differente da prima, ma concreto, dannatamente concreto.
La Calabrifornia che vedo con i piedi dell’amico genio e disperato che sa cosa beve e ha smesso di fumare. Peggio Calabria, New York di un altro amico pazzo che suona nel deserto del Jersey musica digitale in scatole per nerds. Palermo, nera, aguzza, tentennante, piena di storie che mi saranno per sempre proibite, perché ho il sangue rosso e non nero. Milano, incisa sotto le unghie della sua periferia senza risorse, chiusa dietro una porta aperta, case cose di mura sottili e di sberle promesse e date, urlate, nel buio assordante di un silenzio complice. Amsterdam, con le sue vie gialle xeon nella notte, riflessi d’acqua e di finestre che ridono con lampade al tungsteno. Case borghesi. E neon, se si tratta di un kebab qualsiasi. E anche Maribor, Anversa, Genova, Montefiascone, Montalbano, Madrid. Il mio Barrio, la sua gente. Viva.
Ho camminato a lungo di notte a Berlino, alla ricerca di una festa spostata in periferia a cui sono arrivato tardi e presto allo stesso tempo. La notte era sottile come un foglio di carta velina e ero solo, senza neppure un posto in cui rintanarmi a dormire e con il telefono scarico. Ma ero per tre quarti altre persone e non ho avuto paura: ero a casa mia. La periferia di Berlino può essere dannatamente vuota, e non hai nessuna mappa in testa che ti dica che scarpe sia meglio metterti per correre. Eppure alla fine abbiamo sviluppato altri sensi inventati e improbabili e sentiamo la rete, su cui navigare, cadere, o nascondersi. L’incorporeo digitale che può diventare corporeo. Come una casa di architetto pazzo e omosessuale prima vuota e poi riempita di profughi italiani del design in fame chimica, dove mastico formaggio pecorino sotto a una copia del David di gesso a grandezza naturale con il sesso viola.
Esco spesso, fino a notte fonda, e viaggio, alle volta fino a mattina. Cammino parecchio, alle volte sui piedi altre sulle dita, e sono mille persone sole come me, e unite da una letteratura interpersonale, formidabile, anche se inevitabilmente fragile, e figlia-spia del gran dio Mammona, dio del danaro e della pubblicità.
Queste persone che incontro mentre cammino sono per metà reali e per metà un misto di me, di loro stesse, e dei nostri profili facebook, twitter. Hanno le anime nella chat, nell’email, nella foto fatta da solo, o dell’ultimo giochino sull’arte o sulla musica preferita. Twitter per aforismi che ho composto in haiku e non so più distinguere da quelli del XV secolo composti da qualche giapponese che non sono neppure certo di avere mai letto. Foto visioni e esibizionismo incluso.
Poi, l’arma migliore del pusher d’amore in rete, o del rabdomante è la semeiotica. La vostra seduzione funziona con gli scarabocchi di un visionario non più a causa di immagini graziose, ma grazie ai riferimenti significanti nascosti nell’immagine stessa a vostra insaputa dal grande inconscio digitale. La grande, incredibilmente poetica risorsa dell’analogia, come la magia nera, diretta e cruda, stride tra una parola detta e una sussurrata in chat con il senso dell’insieme. Stiamo.
Ci sono siti nel quartiere che sono bar d’angolo e altri sono parrocchie. Con la loro chiesa scura e l’odore di candele steariche, con le beghine in prima fila, e dietro nella penombra della navata Nessuno che ci fa paura.
C’è l’officina collettiva, c’è la più grande delle biblioteche per i libri veri, ce n’è un’altra ancora più grande per quelli mai scritti e un’altra ancora, infinita, per quelli inutili. Nel quartiere digitale, fatto di tempo, di materia e di carne, piangono il sindaco e l’assessore, mentre le loro costose campagne elettorali sono tagliate via da un filtro di Chrome e sbiadiscono in terra, sotto una pioggia di grigio fumo. Ci sono le notizie false che girano e mutano in altre più vere di quelle vere, e le tracce di merda della propaganda-colpo-di-mortaio tra i passanti. Un bidone di chiodi esploso su chi faceva solo la coda per il pane.
Qui nei nostri giardinetti è ancora pieno di gatti: in tutte le porte ce ne sono almeno dieci milioni. Lappano latte e lische di pesce che si litigano con vecchie signore stanche che postano notizie incredibili, che per cortesia tutti commentiamo con garbo, e che copiano fandonie sulla nostra attenzione marmellata. Sanno verità sugli alieni o su qualcos’altro, le hanno trasformate in macchie di colore incerto: i blog. E assieme a loro, che in un quartiere del XX secolo e non del nostro sarebbero dimenticabili incontri alla cassa del supermercato, attiriamo grosse e grasse mosche, che come miele di favo o merda di vacca spingono a craniate enormi bottoni blu con scritto “lekkami”.
Il mio barrio digitale è, ovviamente, pieno di donne. Tutte belle e misteriose mi parlano di fronte e di profilo, credendomi bellissimo, perché ho la forza di toccare oltre i loro muri e di spingermi nei loro giardini preziosi con coraggio e follia disperata. C’è la taverna in cui danzano, quella in cui parlano d’amore, quella dove si fanno leggere i tarocchi. E l’angolo buio di sottoscala dove si lasciano baciare. Ci sono anche uomini che sono donne, che sono disincarnati, amanti a ore, rimbalzi sul fosforo asfalto del nostro monitor piazzale, camminano con i tacchi a spillo e gli stivali da cowboy.
Nel Barrio, non c’è maggior soddisfazione che sapere usare le armi del nemico e noi lo facciamo benissimo: ninja armati di buio. Sparire, rompere, farsi sentire e poi di nuovo sparire, accorpare, distruggere. Con grandi gesti liberatori possiamo popolarci di parole e concetti che non portano più ovunque, ma in combinazioni improbabili di singolarità rintracciabili con tre click.
Proprio adesso che scrivo del mio quartiere immaginario e di pietra, in cui cammino preoccupato come un bianconiglio ritardatario, sta diventando reale, concepito, ripassato all’esistenza tangibile da una scrivania-portaerei che non vola. Potrebbe essere stampato, immaginato e realizzato in ogni momento. Il bavoso incerto becero sbrilluccichio di provincia infinita in cui vivete voi scompare, irrilevante, mentre noi, pochi eletti formati già di moltitudini, camminiamo nel nostro barrio digital. Realtà concreta e amplificata da tutto ciò che so, vivo e immagino in punta di lingua.

Aforismi e un caffè sospeso…Uno scambio con Erri De Luca

Pubblicato il marzo 1, 2014

Mi vedo al caffè ad Utrechtsestraat con un amico scrittore algerino di lingua francese che conosce e ammira De Luca che io invece conosco poco. E così nascono le domande che, per conto di C magazine, buttiamo giù su un foglietto.
Le mando condendole di un po’ della nostra storia marginale.
Dopo due o tre giorni dall’invio della lettera riceviamo questa serie numerata di risposte.
Ve le propongo così come mi sono arrivate. Lasciano il sapore di un caffè che non mi posso permettere, ma tant’è, questa è pur sempre la verità.
…Ragazzi, c’è qualche sospeso?

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Foto Laila Pozzo

Lo spettacolo più recente in cui è impegnato è uno spettacolo teatrale a Milano: Chisciottimisti.
Leggo che è stato provato con una chitarra attorno a un tavolino con due amici, come a ululare un bisogno di normalità, di reinvenzione, a partire dal piccolo, dal vicino, dall’amico: la cucina di casa: fatto di poesia e chitarra. Vorrei vederlo davvero.
Leggo sul programma: “Siamo Chisciottimisti perché vediamo in giro molti Chisciotte all’opera. Dove altri vedono il pessimismo sanchopanzista noi riconosciamo la sagoma ostinata e ossuta del cavaliere erratico. Esistono i Chisciotte che spronano i Ronzinante coi quali ci identifichiamo”.
Ed ecco allora la rivolta per la difesa dei 600 alberi di Istanbul; ecco la misteriosa formula dell’acqua; ecco la più giusta definizione di ciò che è abbastanza.
A una tavola poco apparecchiata, una terna fraterna di affiatati amici, Testa, Mirabassi, De Luca, in ordine rigorosamente analfabetico, si dichiara chisciottimista.
Le va di raccontarci l’ottimismo del Don Chisciotte?
Chisciotte non sa di essere ottimista, lui sa che non può starsene inerte di fronte ai torti sparsi per il mondo. Non ha un programma né una direzione, fa il meglio che può giorno per giorno. Noi venuti dopo vediamo che lui è una prua dietro la quale segue un bastimento carico di suoi simili, i chisciottimisti.

Come si trova a teatro? Chi viene a vederla? Com’è?
Non siamo attori e sul palco di un teatro siamo ospiti di passaggio. Quando si riaccendono le luci e scendiamo i pochi gradini stringiamo mani di ogni età, persone venute a farsi raccontare una storia, allargare qualche respiro, stappare un sorriso dalla bocca chiusa, incontrare amici.

Secondo lei perché i giovani nel 2011 volendo fare qualcosa contro hanno cominciato con l’occupare i teatri? Cosa ci sarà dopo?
Non occupano solo i teatri, anche scuole, strade, spazi lasciati vuoti: la gioventù ha bisogno di marcare il proprio tempo, di battere pista, inaugurare.

Qual è la sua opinione sui movimenti di estrema destra in Europa in generale, ed in Italia in particolare?
Non vedo movimenti rivoluzionari in Europa, ma qualche forma di lotta un po’ più radicale. Il 1900 è stato il secolo delle rivoluzioni che hanno esaurito il loro compito riscrivendo la faccia politica del mondo. Oggi il futuro è meno afferrabile con un arrembaggio. Il futuro oggi è ingolfato di previsioni catastrofiche, di crisi e di emergenze irrisolte. Questo comporta scelte difensive. Siamo in un presente che istiga a piantare un orticello per non farsi avvelenare.

La storia d’Italia del Novecento è tanto pericolosa da far sì che a scuola la si studi il meno possibile. Abbiamo avuto i nostri intellettuali contro, e anche quelli allineati con le logiche di opposti schieramenti. E mi ha colpito, come spiego all’amico qui accanto, che gli intellettuali simbolo del movimento attuale sembrano stridere messi l’uno accanto all’altro: Pasolini e Monicelli. Il “maledetto” e “lo stoico”. Come conciliarli?
Gli intellettuali sono sassi sparsi dentro una corrente: non si somigliano e non fanno sistema. Quando li si mette sotto una sigla, allora non sono intellettuali, ma una consorteria. Pasolini e Monicelli sono stati espressione del miglior cinema della nostra storia, ma fuori delle celebrità dovute all’industria del film, altri intellettuali solitari hanno costituito sassi dentro un guado.

Vede altre figure emergere in questa battaglia di poesia e realtà sociale?
Sono amico di Gino Strada di Emergency, di Alex Zanotelli della Val di Susa in lotta: esistono molte buone volontà che sostengono buone ragioni.

In un’intervista ad un giornale francese lei ha dichiarato: “Il compito di uno scrittore è anche quello di dare un’alternativa al passato, un’altra intelligenza”. Il passato è sempre presente nella tua scrittura?
Scrivo storie accadute, perciò il passato è la mia materia prima.

E di cosa bisognerebbe scrivere? Del cuore umano, della fine del consumismo, delle ingiustizie, o dell’utopica possibilità di voltare il tavolo e reinventare qualcosa da zero, di utopia? Scrivere favole per bambini?
Non faccio manifesti sulla necessità di scrivere argomenti. La letteratura che leggo deve spostarmi dal mio piccolo centro e portarmi nella sua giostra.

Cosa pensa dell’attuale situazione politica nei Paesi arabi?
I Paesi arabi del Mediterraneo hanno avviato una fase convulsa: stanno in un loro 1900. Del resto l’Islam è il monoteismo più recente e ha il suo calendario lunare.

Tra tutti i libri che ha scritto, qual è il più universale?
Nessuno.

E il più italiano?
Nessuno, sono tutti di stampo napoletano.

Cosa vuol dire oggi essere italiani?
E domani?
Italiano è uno che se la sa cavare in ogni circostanza e anche uno abituato a calpestare la bellezza senza farci caso e anche uno che soffre perché piove.
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Dialogo sulla Realtà

Pubblicato il gennaio 29, 2014

Rocco Siffredi, nom de plume del più noto talento di Ortona, re del porno maschio, sdoganatore del genere, dalla psicopatologia sociale segreta al mainstream turgido pansessuale del quotidiano. A dire il vero Rocco non è stato il primo in assoluto.
Le prime furono le “dive future” di Schicchi: Cicciolina in Parlamento e l’affaire della “povera Moana”. Ma non fa nulla, perché Rocco non fatica ad ammettere che le donne stanno sempre avanti.
Siffredi è stato regista di 251 film, attore in 452 [fonte wikipedia], ha interessato, scandalizzato o fatto incazzare, con la sua spigliata e esplosiva capacità di performer, femmine e maschi di ogni tipo e orientamento sessuale.
É quindi persona nota, persino troppo. Ricordo quando mise un po’ in imbarazzo mezza Italia con lo spot sulla patatina… Tutti a sghignazzare, finché la moglie o la sorella di qualcuno non ti chiede “Perché ridi?”. Situazionismo puro.
Il porno, nell’arco della gioventù di molti, è passato dallo svillaneggiamento del cinema sordido da militare in libera uscita, a quello trasversale d’oggi, in cui la pornografia vera ti arriva dalla tv in prime time e dalle gallerie d’arte di mezza Europa.
Ci siamo detti qui a Cmagazine che Rocco, proiettato nel XXI secolo e ben radicato nel più sodo e variegato dei business – quello del sesso immaginifico, della grande illusione del “point and fuck” – avrebbe potuto illuminarci meglio di chiunque altro sulla sottile commistione di reale e falsità che respiriamo ogni giorno.
Così ci abbiamo fatto una chiacchierata e dopo qualche ripensamento, qualche storia sul cinema d’autore, ha iniziato a elargirci piccole perle di sociologia di prima mano.
Intervista telefonica, Amsterdam – Budapest, come dire il passato e il presente dell’immaginario porno-industriale…

Rocco Siffredi

Il cinema è visto in genere come artificio, irrealtà per definizione. Eppure è in grado di dare accesso a un livello di sensibilità superiore, di iperreale.
Del cinema di genere la pornografia ha potuto sperimentare entrambe le varianti: dalla montatura assoluta all’iperreale. Tu che ne pensi?
Io non parlo per il cinema parlo per il porno, che è un’industria che conosco, ma anche un lavoro di cui ho esperienza trentennale.
Per quanto riguarda me io amo il surreale. O come tu dici l’iperreale. Che alle volte si può vedere nel porno. Non è questione di genere. La pornografia rispecchia la società del momento, per questo ora è così mainstream, tutta violenza.
La gente vuole le triple penetrazioni anali, l’estremo. E l’impatto della pornografia sulla società è fortissimo, proprio per il fatto che sia così facilmente accessibile, anche gratuitamente, tramite la rete.
È un linguaggio che si sta universalizzando con effetti abbastanza dirompenti sul modo con cui la gente scopa ed è importante per come vive: effetti non sempre positivi.
Lo so perché oggi come oggi arrivano da me delle ragazze che fanno tutto in un certo modo: tutte uguali! Come se fossero programmate e lo facessero perché si fa così: sono già in una rappresentazione ancora prima di cominciare.
Non importa se arrivano dall’Est o dalla Francia. Scopano tutte allo stesso modo. La cosa diventa tutto sommato abbastanza inutile, anche per produrre porno.

Ti va di parlarmi del rapporto tra realtà e pornografia?
Alle volte sul set si incontrano persone strane. La conosci Sasha Gray? Mi trovavo su un set con lei, uno dei suoi primi film. Aveva compiuto diciotto anni da poco, e prima di girare mi viene lì e mi dice: “Se ti va di colpirmi allo stomaco, di darmi dei pugni… fallo!”.
Sono rimasto colpito e le ho chiesto il perché.
Lei mi rispose: “Pensavo che nel porno foste più aperti alla sperimentazione”.
Indipendentemente dal fatto che poi Sasha abbia fatto carriera in un certo modo, questa attitudine è il messaggio che è passato. Si presentano un po’ tutte così, con questo genere di aggressività, che poi alle volte è vera, altre volte maschera fragilità. Capisci?
Quanto c’è che può essere rappresentabile in un contesto che è aperto a questo genere di interazione? Sì, il porno si può fare come ginnastica, ma ci può essere anche molto di più: si può essere al massimo della vulnerabilità o al massimo della concentrazione e farne uno strumento d’espressione”.

Quindi secondo te il problema della realtà oggi è soprattutto un problema di essere o non essere liberi rispetto alla gran quantità di modi con cui ci ingabbiamo in rappresentazioni?
Be’ sì, se poi guardiamo all’immaginario sessuale, è importante e dovrebbe essere curato di più.

Ma quindi in senso extramorale cosa ci insegna la realtà del pornografico?
Se andiamo a scavare nella cosiddetta realtà dei rapporti umani, troviamo che la più grossa delle ipocrisie è proprio legata al sesso.
Ho conosciuto amiche escort che vanno con gli arabi perché questi preferiscono fare sesso con loro e non con la moglie, mentre la moglie si chiama un escort uomo. Guarda, non c’è niente di più triste nella vita di andare a chiavare con la propria donna quando non ti tira più, magari sforzandosi per farla contenta, e lei al tempo stesso, magari finge l’orgasmo.
E questa è una realtà diffusissima, al di là del cattolicesimo o della morale. E succede che a 40 o 50 anni uno molla tutto, molla la moglie e i figli per una scopata come si deve. Ma ti sembra bello?

Quindi in prospettiva cosa cambia? E cosa cambierà nella realtà a causa del porno?
A mio avviso l’apertura che c’è oggi è meglio di prima. Ma al tempo stesso c’è anche una ipocrisia di base per cui si dice Noi accettiamo ma non vogliamo metterci la faccia, non ci riguarda.
Non è possibile. In un mondo in cui la pornografia è dilagata a livelli surreali – e te lo dico da produttore – bisognerebbe fare attenzione a non mischiare troppo.
Forse era meglio quando c’era il red district: non tutti vogliono vedere tutto e io ero favorevole a separare il materiale di un certo tipo dal mainstream.
Ma oggi hai internet in cui c’è tutto e i ragazzini di 13/14 anni si formano su un’idea sbagliata del sesso perché non sono pronti a quello a cui si espongono.
Se non si interviene si rischia un genere di coscienza deviata. Rimane il fatto che anche fuori dall’industria la realtà in cui viviamo è ipocrita fino al midollo; chi fa la morale non convince. E sono i primi fruitori di roba estrema.

Cosa pensi della moda del porno in arte?
Finalmente! Non tutta la pornografia è arte e viceversa. C’è però gente che fa porno con convinzione: il sesso è sempre stato uno spunto per gli artisti.
Chi fa porno con la costruzione di un’enfasi mentale particolare, che ti prende in modo forte e ti coinvolge, fa arte. Un film può essere pornografico, un film di merda, bruttissimo. E al tempo stesso può non essere pornografica, ma erotica, una donna con 10 uomini che lo fa in modo coinvolgente, senza limitazione in ciò che vedi.
Non c’è altro discriminante: non è quello che vedi, ma quello che senti a darti la situazione erotica o pornografica. Pornografico è un termine che uso apposta in senso negativo. Porno è un grande calderone – e mi ci trovo benissimo – in cui ci può essere di tutto. E io ci sguazzo benissimo, non mi tiro fuori per fare quello che “fa l’erotico”.
Io faccio molto porno, ma credo di aver captato le potenzialità del mio lavoro e ci metto il massimo della passione.
Il fatto che il tuo nome sia conosciuto, sia il nome per eccellenza del “pornografo”, al di fuori di tutto, non può che essere segno del fatto che fai ciò che fai con passione e cura estrema nel prodotto.
Un mio caro amico diceva, in modo un po’ cinico, che l’unica arte onesta è la pornografia perché si misura in seghe.
Io penso che si possa trovare della qualità in ogni arte ben applicata e la passione di chi la fa si percepisce. Sia di un liutaio che di un “trombatore”…
Certo, però ricorda che il porno è ciò che si vede di più nel mondo: sul porno ci si butta chiunque, hai tanta roba che non vale una cazzo in giro!
E ciò che ti arriva così agisce su di te: c’è così tanta aggressività… e l’aggressività viene dall’insicurezza. É soprattutto l’insicurezza che fa caricare un ventenne di viagra prima di un incontro. Il che è assurdo, no? É l’insicurezza soprattutto dei maschi che è insostenibile e genera violenza vera. Ne siamo pieni e sembriamo volerne consumare sempre di più. Non è bello.

Cambiamo discorso. Il famigerato libertino Donatien Alphonse François de Sade, si provò a dare una definizione senza pregiudizi della realtà.
Scrisse un libro intitolato “La filosofia del Budoir” in cui si alternava un incontro di sesso spinto a disquisizioni filosofiche.
Scrisse in definitiva che l’universo di infiniti soli, di galassie pronte a collidere tra loro, di mondi che si distruggono in esplosioni immense o gelano, in cui l’uomo è un caso assurdo, non ha che un solo principio razionale, una legge naturale implacabile e reale, quella del piacere, e che quindi l’unica cosa da fare per assecondare la legge della natura sia fottere. Ti senti vicino a questo genere di pensiero?
Magari, lui ci ha fatto pure la galera! Io mi considero uno piccolino al confronto. Ecco, un seguace, un epigono.

Ma dai, non ti interesserebbe fare una cosa del genere, in cui si mischia pornografia e disquisizione filosofica?
Perché no!? Mi hanno chiamato di recente a Milano a fare del coaching per persone che lavorano ad alti livelli, e volevano che gli parlassi del sesso.
Una platea di 1200 persone. Io mi dicevo Ma che gli racconto a questi?. E lui mi ha detto Rilassati, partiamo come un’intervista e poi vai, fai come vuoi, improvvisa. Sorprendentemente mi sono trovato a mio agio e alla fine ho parlato per un’ora e mezzo. Vedi, quando decisi di fare questa carriera non avevo certo la prospettiva che ha uno che inizia oggi: mica era un lavoro allora, mica lo potevi dire in giro. L’ho fatto per scelta, e affrontato in un certo modo, costruendo con l’esperienza. Ho una moglie strepitosa, due figli bellissimi, non rappresento certo il tipico esempio di pornoattore. Quindi alla platea ho parlato più che altro di me, delle scelte della vita, e non di di sesso, e ho avuto grande attenzione e interesse. Mi sono sentito a mio agio.

Tutto sommato direi che sei un buon artigiano, che conosce la sua arte…
Ecco sì, un buon artigiano…

Roy Paci

Pubblicato il gennaio 29, 2014

Rosario Paci, detto Roy per esigenza eufonica, trombettista, musicista, arrangiatore, produttore, imprenditore musicale nato ad Augusta 44 anni fa; emigrante, tornante. È per ora esportato dalla Sicilia alla Puglia, a Lecce, dove ha messo su una casa di produzione musicale che sforna lavori di prestigio dalla canzone d’autore allo skapunkboh, alla musica d’avanguardia (http://www.posadanegrostudios.com).
Se scorrete la pagina su Wikipedia esce il ritratto eclettico di qualcuno che negli ultimi venticinque anni oltre che aver lavorato come un pazzo ha anche saputo scegliere a chi dire di no.

Roy Paci

E non sembra andare per il sottile perché suona con i famosi, ma inoltre scopre talenti e li produce.  Da una sbirciata su Wikipedia – perdonatemi la lista – spuntano Negrita, Vinicio Capossela, Piero Pelù, Samuele Bersani, Luca Barbarossa,Teresa De Sio, Bluebeaters, Mau Mau, Linea 77, Giorgio Conte, Nicola Arigliano, Cesare Basile, 99 Posse, Subsonica, Marlene Kuntz, Frankie HI-NRG MC, Carlo Actis Dato, e stranieri quali Manu Chao, Eric Mingus, Sean Bergin, Ned Rothemberg, John Edwards, Amy Denio, Han Bennink, Walter Weibous, Flying Luttembachers, New York Ska Jazz Ensemble, Zap Mama, Trilok Gurtu, Tony Levin, Macaco, Gogol Bordello, Mike Patton.
Ginaski ordina e io domando. Molto cortese Roy risponde.

Musicista, auto-esportato, esportabile, con la storia in mezzo mondo, salti fuori nei miei ricordi di una festa ambiente sud pugliese nel 2007, una specie di idolo pazzo su un palco stretto. Da questo sud da cui oramai si va e viene un po’ come ci pare… Tu dove vivi ora?
Io vivo sempre in giro nel mondo, ma mi vanto di aver creato un bellissimo luogo della musica in Puglia, esattamente a Lecce. Ho messo su degli studi di registrazione professionali (Posada Negro Studios) dove registrano un sacco di amici e stiamo dando a vita delle interessanti produzioni audiovisive che presto vedranno la luce.

La cosa che mi colpiì quella volta è che i ragazzi del Gargano conoscevano tutte le tue canzoni a memoria… e anche mi colpì che esistesse una scena underground che mischiava rap e taranta tra i ventenni di lì. La cosa sorprese me che sono ignorante, ma per te è probabilmente ovvia. Cosa ne pensi di queste commistioni, dove vedi succedere le cose musicalmente più interessanti oggi?
Le commistioni nella musica sono la linfa vitale della musica stessa. Senza le contaminazioni si avrebbe un appiattimento creativo che non darebbe alcun risultato innovativo. Mi considero un bastardo perché non sono stato mai un musicista ortodosso e ho sempre rifiutato le etichettature.
In un mondo senza confini si ha la percezione più limpida dello sviluppo della creatività, in ogni campo dell’arte. Tra i vari Paesi nel mondo dove vedo un incredibile scena culturale metto il Giappone al primo posto.

E dieci anni fa?
Dieci anni fa, tutti i gruppi nati nel fermento delle posse e dei vari centri di produzione indipendente hanno creato in Italia una scena indipendente veramente importante. Mi riferisco a gruppi come gli Almamegretta, Casino Royale, Mau Mau e subito dopo ovviamente anche i miei Aretuska! Eh eh eh

È forse il segno che stiamo reinventando di nuovo, in un’altra incarnazione, la musica folk?
Il folk inteso come folklore ovvero sapere del popolo, ha sempre una parte determinante nella formazione di nuovi stili e commistioni. La conoscenza della radice popolare è fondamentale: mio nonno diceva: “prima di curriri a sapiri camminari” (prima di correre devi imparare a camminare).

Ho letto che ti sei prodotto da solo, hai prodotto altre band, sei riuscito a portare in Sicilia artisti importanti e allo stesso tempo a farne uscire dal ghetto alcuni che sono diventati importanti. Come hai fatto?
Ho iniziato circa 17 anni fa con la mia piccola etichetta indipendente a produrre dischi che altrimenti le major non avrebbero mai prodotto. Da lì, è stato un continuo appassionarsi a progetti e musicisti che hanno alimentato a far crescere la scuderia musicale.
Etnagigante nel frattempo, grazie a valorose e preziose persone come Manuela e Grazia, è diventata una sorta di bacino creativo che realizza eventi, festival, produzioni audio/video e gran parte dei tour degli artisti della Label.

Adesso stai producendo qualche giovane? Vale la pena produrre giovani, investire su giovani? Quali?
Bisogna sempre aiutare i giovani talenti, perché sono loro che ci permettono di confrontarci con l’underground vero, quello delle cantine, dei garage, degli sforzi e sacrifici di chi cerca con tutte le forze di emergere dal costrittivo territorio italiano. Da un po’ di tempo, ad esempio, abbiamo creduto in un bravissimo giovane cantautore di nome Diodato, che quest’anno sarà anche a Sanremo. Ma nella nostra etichetta abbiamo anche proposte musicali che si confrontano senza temere confronti col panorama internazionale come i fortissimi See You Downtown.

Tu hai lavorato a diverse colonne sonore, in particolare mi riferisco al film Se chiudi gli occhi di Lisa Romano. Mi racconteresti un po’ il cinema dal tuo punto di vista? E come vedi oggi un cinema in cui si può anche raccontare una storia con pochi soldi? Sai, per me è come quando la musica uscì dagli studi di registrazione e farla diventò a portata di chiunque: oggi è cosi’ per il cinema. Non so, magari non ha senso parlare di cinema invece che di musica…
Il cinema ha da sempre occupato un posto fondamentale nella mia vita. Ho scritto per 8 colonne sonore, ho avuto anche un Nastro d’Argento e una candidatura al David di Donatello per La Febbre di D’Alatri. Amo morbosamente il grande Lynch e il contributo indissolubile delle musiche di Badalamenti. In Italia penso che registi come Sorrentino e Virzì stiano facendo un ottimo lavoro e i risultati si vedono. La cosa importante per scrivere un bel film per quanto mi riguarda è lo stupore, che possa stordire il fruitore e lo trasporti verso immaginari visivi e sonori del tutto imprevedibili.

A proposito di Sorrentino, per C magazine ho visto e recensito La Grande Bellezza, che mi è  sembrato un film poetico, bello, commovente ma un po’ tossico nel modo in cui toglie ogni speranza alla generazione nuova. Non dico nulla di male e spero Sorrentino vinca l’Oscar, ma vorrei anche annusare altri messaggi, altre utopie, anche irrazionali, anche senza speranza. Che ne pensi dell’utopia?
Sono d’accordo con te sull’uso dei messaggi irrazionali nel cinema, che facciano vacillare le certezze dei botteghini, che possano sovvertire l’uso smodato delle leccate trame amorose che racchiudono una certa ovvietà di facciata. L’utopia ha un ruolo importante nell’esprimere concetti nati dal sogno, come contraddizione del reale. Del resto De Andrè diceva “un uomo senza sogni, senza utopie, senza ideali sarebbe un cinghiale laureato in matematica pura”. Sono sempre più convinto che per immaginare il futuro bisogna partire dalle rovine del presente, dribblando il riduzionismo semplicistico del pensiero totalitario, e proiettandosi in uno stato di perpetua mutazione.

Sapendo di doverti fare delle domande ho cercato qualche ispirazione su you tube e ho trovato questo link: http://www.youtube.com/watch?v=RbwtwFMhCdA
Genova per me è stata la goccia in più che mi spinse a emigrare. Personalmente non ci andai e quel luglio, impotente, da solo in una Roma deserta, ricordo che spaccai il televisore a manate. Ti vedo nel video intonare Bella Ciao in mezzo alla marching band sul lungomare e mi sembra di assistere a una storia che non è successa, che non ha visto nessuno, al film caduto qui da un universo parallelo. Mi racconti cosa ti dice a te questo clip di Genova? Se vuoi…
Genova è stata una prova inconfutabile del regime occulto in cui riversa da anni il nostro Paese. Preferisco non ricordare lo schifo e la violenza che abbiamo subito in quei giorni di repressione militare che ha scavalcato i limiti dell’umanità.

Ok, magari possiamo parlare di musica, un’ultima domanda del tutto irrazionale: qual è la tua nota preferita, il si bemolle, il sol? E che colore ha?
La mia nota preferita è il mi bemolle, la stessa tonalità di quei blues della grande Billie Holiday che si piantano nel cuore. Esprime esplosione, sia nell’accezione gioiosa che in quella triste del termine. Il suo colore è il marrone, quel colore che non esiste nell’arcobaleno, ma che infonde nell’uomo un costante bisogno di ricerca d’armonia e di benessere fisico.
Si dice generalmente che chi predilige il marrone è una persona positiva e soddisfatta della vita che conduce. Sarò per caso io?

…Grazie Roy, buon lavoro!

Intellettuali Segnaposto

Pubblicato il gennaio 14, 2014

Ribadisco che la storia dei cervelli in fuga mi stà sullo stomaco. Altrove stiamo crescendo, che si sia rimasti in Italia o meno. Non solo di numeri, e ho già più volte ribadito che siamo andati via perché ci avete sbattuti fuori, non per egoismo.

Stamattina però, parlando con un amico ho trovato un nuovo argomento alternativo da proporvi al posto di queste quisquilie sui giovani egoisti che vanno via dal belpaese: il problema dell’intellettuale segnaposto.
Si nota infatti da qui la presenza di giovani direttori di riviste, giovani opinionisti, giovani assistenti universitari, professori e dirigenti d’azienda, tutti a stipendio pieno, tutti giovani e dinamici, di cui non si capirebbe altrimenti la funzione. Occupare il posto è ciò che fanno.

Lo stimolo di questa riflessione mattutina mi viene in modo del tutto incidentale da questa coppia di ritagli di rete passatami da Ginaski:

gq fake 1

gq fake 2

Leggete e considerate cosa viene prima e cosa viene dopo…

Di fronte a cotali pezzi di immane giornalismo e di bravura prima rido, poi mi incazzo…

Stiamo parlando di riviste a larga tiratura, che divulgano mode e si permettono magari pure di stroncare una qualche onesta band di provincia per sport. Sono persone giovani che fanno da occhi orecchie di culture giovanili… che si permettono di dare lezioni sulla qualità… E i cui direttori (ovviamente) segnaposto hanno solidi stipendi, i cui pochi redattori (segnaposto) saranno pure pagati per “selezionare veline”, come questa.
Nel solo caso dell’intellettuale da editoria periodica (per tacere degli altri) è risaputo unanimemente che agli scrittori  di contenuti non arrivano manco i compensi per pagare l’usura dei polpastrelli sulla tastiera. “EH, hai scritto per (nome testata) mica vorrai essere pagato!?”… ma neppure ringraziato o avvisato di una mancata pubblicazione…

Perché nella mia seppur minima esperienza personale, questa gente giovane e inutile, perfettamente capace di comprare contenuti altrove per foraggiare hipsters e stronzi d’ogni risma, neppure si degna di scrivere due righe per rifiutarti un pezzo che gli hai scritto su richiesta.

Non fanno danni grossi questi personaggi, non dicono in genere nulla di interessante e neppure nulla di completamente banale, assolvono la loro funzione, e stamattina ho capito quale: segnare che il posto esiste ma è  occupato da loro. Torna a mente Nietzche quando diceva:”Anime grette io vi detesto, che in voi di buono non c’è nulla e di cattivo quasi nulla”.

Copiano articoli, inventano, bevono con la gente che piace, comprano consulenze, se hanno un problema se lo fanno risolvere dal sottoposto. Sono giovani rampanti o mezzi giovani scafati. Mentre noi si emigrava loro hanno preso il posto (di papà) o si sono fatti raccomandare dallo zio prete. E dopo dieci anni eccoli lì, che ci giudicano, che ci selezionano con occhio critico, ci chiamano “scappati”… sono loro, gli “intellettuali segnaposto a stipendio pieno”.

La loro unica funzione? Occupare il posto di uno bravo, indipendente, sveglio, aggressivo e eticamente non malleabile. Quello deve sparire, perché il posto c’è, ma è occupato… Non dico che ce ne è uno che occupa il posto mio, io non sono così geniale da meritare un posto di bidello…

Aggiungo una cosa: oggi ho anche visto un clip in rete che non mi è piaciuto. Si intitola “lo diresti al tuo idraulico?” e ha hashtag #coglioneNo.

http://m.youtube.com/watch?v=sd5mHHg1ons&desktop_uri=%2Fwatch%3Fv%3Dsd5mHHg1ons

Perché non mi è piaciuto?
Innanzitutto he un prodotto hipster arrogante di quelli che si svelano per appartenere al genere di cultura che fingono di voler combattere. Poi la volgarità del darsi del coglione è di berlusconiana memoria e dovrebbe insospettirvi. Poi il giovane idraulico non reagisce, cosa che farebbe con un sorriso mettendoti in mano (tu si che non sai fare un cazzo, lui almeno sa riparare il tuo cagatoio) ergo 250 euro per mezz’ora di lavoro…

Poi guardate bene: il linguaggio da hipster che da visibilità è fasullo, in realtà non è quasi mai un segnaposto del genere, tuo coetaneo, a non pagarti, ma lo stronzo di 50 anni che prende i soldi europei o pubblici e li inguatta dopo aver pagato chi di competenza. Un segnaposto, meschino e inutile, che se la tira. E quindi sto video è propaganda anti giovani che si aggiunge a una dura realtà quotidiana. Che oltre che non essere pagati, ad emigrare, a contare un cazzo essere presi per il culo dai pubblicitari anche no, grazie. E poi la strizzata d’occhio finale? “Nessuno dei freelance che hanno prodotto questo video è stato pagato”. Come dire: come siamo simpatici. I creativi sarebbero utili quanto un idraulico (e non è vero!) e sono pure masochisti.

Oramai è sera, l’incazzatura del momento mi è passata un po’, e voglio concludere questo piccolo pezzetto con una nota positiva.

Come liberarsi dell’intellettuale segnaposto (senza commettere reati)?

Riconoscendolo e cambiando tavolo, cercando di non diventare mai un loro complice o emulo oppure, con coraggio, togliendo il personaggio-cartellino di torno e sedendosi al posto che occupava in modo risibile gridando la propria nullità di prepotenza, creando altro, in un circuito meno puttanaio e puttaniere.

Testo di Federico Bonelli

Woman on Top

Pubblicato il gennaio 4, 2014

Liza Donnelly, cartoonist.
She is wise, she rises the flag for a feminine and subtle humanism, full of wit and irony. She’s been publishing on The New Yorker Magazine since more than thirty years. But not only that.

She has also spoken at TED and the United Nations, her drawings are on forbes.com and on half-a-dozen different blogs, and she has been around the world as a Cultural Envoy for the US State Department.

She has published 15 books of which, the last, “Women on Men” is dedicated to the feminine side of humor.
I had no idea about her before I had her book in my hands, and now that I do, even if only through some questions and answers, I can reccommend to explore her work, on-line if you cannot find a good paper copy of the New Yorker, maybe stealing it from the library.
As far as I am concerned, Liza, can teach a lot, with her witty and careful eye, about how the world is seen from the other half of the sky.

dancer NY

Women on Men opens with a nude blonde woman dancing in an iconic free jump. It evoked in me the clichè-image of 70s sexploitation movies about nudists in Europe, I don’t know why… She is free and happy and has no worries about her looks. Is that your state of bliss?
I like drawing the female form, in a “free” way as you put it. I think that what I was thinking by including her as a symbol is that she (and the other such figures in the book) are a symbol of “everyman” as embodied in a woman. Happy, playful, free, laughing.

You say in your introduction that for a woman humor had a value that had to be hidden, and only recently female humor went mainstream. Can you give me some examples?
For people who are oppressed, humor often has to be confined to their own group. It is too risky to make fun of the oppressor, obviously! This has been true historically for minorities, and although women are not a “minority,” they have historically not been in control in society. So the group uses humor amongst themselves as a coping mechanism. Of course there are individual exceptions: in the 1960’s, American comedian Phyllis Diller made fun of men, as did writer Dorothy Parker. And they also made fun of women. But generally speaking, mainstream humor has been by men. Now it is changing. Women are brashly making fun of men more and more.

I am aware about the courting habits of Americans, as you talk about in your book, but mainly via secondary sources. When Harry Met Sally…, Sex and the City etc. “Dating” as a process seems so standardized. Is it really like this?
No, it’s really not that standardized! What you see in movies and television are usually stereotypes of what actually happens.

Can you imagine a different way?
The word “dating” is so problematic, we should retire it and find another word. In American we now have the term “hooking up,” and I’m not even sure what that means. But the best way, I think, is to become friends with someone, know them as a person. Know all their idiosyncrasies and quirks and then maybe you will fall in love, if you haven’t already.

So (if I refer to the world in your book) it works like this: you notice someone at a party with a drink in your hand, you date him and have dinner, drink some wine, after sex there’s another drink (a cigarette would be politically incorrect, I suppose) and you drink a coffee with a friend to talk about ups and downs… seems always that the topic moment needs a drink…
What’s your favorite drink?
Haha, that’s very funny. It’s true, but maybe it’s just my cartoons. I have to give the people something to do while they are saying their witty remarks. I should learn to have my cartoon people do other things! I love coffee, and also a nice glass of pinot noir.

About the concept of “having sex”. It is to connect an emotional state with a possession. It fits with all that shopping and sipping I suppose. I like better the idea of making love. As I understand the “bad jokes” about sex conventions, they are a revenge against the same type of bad jokes that men had been spreading for centuries. Is that enough to put the woman on top?
That’s quite a provocative question! I don’t believe any relationship between the sexes should involve possession. Love is about shared admiration and shared letting go. If you love someone, you let them be who they want to be, and in fact you help them to be who they want to be. So, for generations, women have not always been able to be who they want to be. It’s time to redress the balance. I don’t propose that women be on top. We need to share ourselves equally, and take turns being on top. I know that on the surface, the title “Women On Men” has a sexual connotation– but in reality I mean it to refer to free speech. The title of my book implies that women now have a voice and can use it as they want.

Personally I think the best reaction to orgasm is laughter, what do you think, do you happen to laugh during and after lovemaking?
Sometimes! Sex is a bizarre activity, when you think about it. I guess that’s the point: don’t think!

I love the idea of you. But not you.” Is one of the punch lines I really love. Is this something you have really said to someone?
No! I am not that clever in real life. Rarely do the captions come verbatim from life. This caption represents what all of us have done at one point in our lives. We have an idea of who we want in a partner, and you know what? People don’t always measure up to our desires. We have to relax and, as we say in American, “go with the flow.” The person you end up with as your partner will most likely not fit all the requirements you had. But you love them anyway.

I fear that man use suspenders because it hides well the belly. What about that?
How can suspenders hide the belly? They are very thin strips of elastic! I think suspenders are a look, an affectation, an attempt at a style, and of course that is fair game for humor.

Woman dirty jokes vs man dirty jokes, again, is it camaraderie?
Certainly, why not?

I remember that I had a not very nice first meeting with New York, I have hated the guts of the city. It was 1995. Hated that people asking me change were three times as big as me, hated that stepping on the street reminded me stepping on a million movie sets, hated the mix of expensive places and shaggy shops, hated that the measure of everything was the dollar. And hated to find a used condom under my bed in the hotel. I guess the city changed a lot in twenty years. If I would like to give NY a second chance, Where should I start? Is New York the city you always lived in? And wanted to?
I grew up in Washington, DC, and the first time I was in New York as a student, I fell in love and knew I had to find a way to make it my home. I love the variety, the diversity of people that one finds in New York City. Yes, it’s expensive and often dirty and there are many money-hungry people there (as in most big cities). But I like to look beyond those things and see it as a mix of humanity co-existing and trying to live a dream. Also, despite the rumors, New Yorkers can be very friendly, and I think New Yorkers have a great sense of humor. They have to, they live in such close proximity to one another! Give us another chance!

You know that I love you, even though I don’t retweet you, right?
What is the frontier for miscommunication in modern life and how important is social network/computer time in it?

Liza Donnelly - autrice del libro Woman on Man

Liza Donnelly – author of the book Women on Men

 

We are all on a learning curve to know how to communicate with the new tools of social media and texting. But I am a fan of these things, if used them responsibly. I see it as a way to increase our connectivity around the world, and a way to make us understand our shared humanity.

Is social network second hand intimacy or only a totalitarian media? Is it fun?
It is fun, but it could end up being too controlling. We have to be careful how we use it, and how it uses us.

You know how sometimes your partner starts using a new word… and using it a lot? Make him stop it. New words need to be cleared first. By you.
So, really our roleplay, man vs woman vs makes everyone at ease in the end. But what would be your Utopia? The perfect society, the most respectful of what woman really are?

Well, yes! The perfect society would be where men respect women and women respect men and women respect women and men respect men…and all the genders in between! And we all allow each other to realize our full potentials.

If you die before I do, can I sit there?
If no one is sitting there first, then be my guest!

La Donna Sopra

Pubblicato il gennaio 1, 2014

Liza Donnelly, di professione vignettista. È una donna saggia, portabandiera di un umanesimo al femminile allo stesso tempo sottile, ironico e intelligente. Pubblica sul The New Yorker da oltre trent’anni ma non solo. Ha parlato al TEDX e alle Nazioni Unite, pubblica regolarmente su forbes.com e su una mezza dozzina di blog e gira il mondo come inviato culturale del dipartimento di stato americano.

Ha pubblicato 15 libri tematici, l’ultimo Women on Men dedicato all’umorismo al femminile che ho letto prima di intervistarla.

Io non la conoscevo affatto prima di avere in mano il libro; e ora che ho avuto il piacere di farlo, anche attraverso delle domande e delle risposte, non posso che consigliare a tutti di esplorare il suo lavoro, magari on-line se proprio non vi va di procurarvi qualche bella copia su carta del The New Yorker fregandolo in edicola.

Per quanto riguarda me, Liza con il suo humor e il suo occhio affettuoso sulla realtà ha molto da insegnare riguardo a come vede il mondo, con perspicacia e disincanto, l’altra metà del cielo.

Liza Donnelly

Women on Men si apre con il disegno di una bionda, nuda, impegnata in un iconico salto di danza. Mi ricorda non so perché le immagini un po’ cliché dei film sexy degli anni ’60 pieni di “europee nudiste”. 

Sembra libera, felice, non ha preoccupazioni sul proprio corpo o sul modo in cui appare. Rappresenta il tuo “stato di grazia”?

A me piace disegnare la forma femminile, se vuoi, anche “in forma libera”. Credo che ciò a cui pensavo usandola come simbolo d’apertura, è che lei (come anche altre figure nel libro) serve a rappresentare la mia versione al femminile dell’uomo qualsiasi. Felice, giocherellona, libera e che se la ride.

Nella tua introduzione racconti che per una donna lo humour doveva rimanere privato, tra donne, e che solo recentemente l’umorismo al femminile è diventato mainstream. Ci puoi fare qualche esempio?

Per le persone che sono oppresse l’umorismo è in genere confinato all’interno. Burlarsi dell’oppressore sarebbe ovviamente troppo pericoloso!

Questo è possibile riscontrarlo nella storia in molte minoranze. Ovviamente le donne non sono una minoranza in senso stretto, ma precedentemente non avevano posizioni di controllo nella società.  Quindi, come dinamica di gruppo, si usava l’umorismo per autodifesa.  Chiaramente ci sono delle eccezioni, come ad esempio l’attrice americana Phyllis Diller che si prendeva gioco degli uomini benissimo. Penso anche alla scrittrice Dorothy Parker.  Entrambe scherzavano anche sulle donne, naturalmente.  Ma volendo parlare in generale, lo humour ha avuto fino a poco fa una connotazione al maschile. Adesso cambia tutto. Le donne stanno irriverentemente imponendo il loro umorismo sugli uomini con gran soddisfazione.

Come molti altri, conosco il modo americano di corteggiarsi solo da fonti secondarie, sia “Harry ti presento Sally”  o “Sex and the City”. In questo corteggiamento la prova del nove, l’appuntamento, sembra un evento abbastanza standardizzato. È davvero così?

No, è proprio il contrario! Quello che vedi al cinema o in televisione è uno stereotipo di ciò che davvero succede.

E puoi immaginare dei modi differenti?

La parola “appuntamento” è piena di problemi, dovremmo ritirarla dal mercato delle parole e trovarne un’altra.  In America si usa dire sempre di più: “hooking up” (“attaccare all’amo”) e non sono neppure ben sicura di cosa davvero voglia dire.  Certo, il modo migliore sarebbe di fare amicizia con una persona, conoscerla, conoscerne bene le idiosincrasie, i difetti, e poi semmai innamorarsi pure, se non ti è già successo.

Be’, osservando il tuo libro, quello che succede spesso è che tu noti qualcuno ad un party mentre sorseggi il tuo drink, gli dai un appuntamento che poi è  inevitabilmente una cena con del vino; dopo il sesso c’è un altro giro di bicchieri (forse la sigaretta non si usa più perché è politicamente scorretta), e mentre parli degli alti e bassi della tua relazione con un’amica sorseggi caffè. Direi che il momento iconico ha sempre bisogno di qualcosa da bere. Qual è il tuo drink preferito?

Ahah, questa è divertente. È vero… ma forse solo nei miei disegni. Devo pur dare ai personaggi qualcosa da fare mentre dicono la battuta! Dici che dovrei insegnare ai miei pupazzetti a fare cose differenti?!

A me piace il caffè. E anche un buon bicchiere di Pinot nero.

A proposito del concetto anglosassone di “having sex”: mi sembra che consista nel connettere uno stato emozionale con una cosa che si può avere. Può  andare con tutto quello shopping e quel sorseggiare. A me, invece, piace più l’idea di “Fare l’amore” (to make love). Mi sembra  di capire che le tue battute sul sesso abbiano anche la funzione catartica di controbilanciare secoli di umorismo al maschile. Veramente ti basta mettere la donna sopra?  

Ah, questa è una domanda provocatoria!

Io non credo che il possesso debba entrare in nessuna forma di relazione tra i sessi.  L’amore è condividere l’ammirazione e  lasciarsi andare.  Se ami qualcuno lo lasci essere ciò che vuole essere, e in effetti lo aiuti a diventarlo.  Però per generazioni, alle donne è stato impedito di diventare ciò che volevano essere. È venuto il momento di pareggiare il bilancio.  Non propongo che basti mettere la donna “sopra”…  dobbiamo imparare a dividerci equamente il compito e a starci un po’ per uno.

Lo so che a prima vista il titolo del libro strizza l’occhio al doppiosenso, ma in realtà intendo riferirmi più al diritto di parola. Il titolo del libro implica che ora che le donne hanno diritto a palare possono dire quello che vogliono.

Per conto mio credo che la migliore reazione all’orgasmo sia la risata. Tu che ne pensi? Ti è mai capitato di ridere mentre facevi l’amore? O dopo?

Qualche volta! A pensarci bene il sesso è un’attività bizzarra. Penso sia proprio questo il punto cruciale: non pensare!

“Sono innamorata dell’idea di te, ma non di te”  è una delle battute che ho più amato nel libro. È qualcosa che hai mai detto a qualcuno?

No! non sono così veloce nella vita vera.  Di rado le mie vignette corrispondono a cose successe davvero nella mia realtà.

Lì parlo di qualcosa che a un certo punto della nostra vita abbiamo fatto un po’ tutti.  Ci siamo fatti un’idea dominante di ciò che volevamo nel nostro partner. Poi  lui non si conforma ai nostri desideri e sembra un problema. Dovremmo rilassarci e, come si dice in America, “go with the flow”.

Le persone con cui finirai per stare meglio non sono mai come te le eri costruite a tavolino. E ci stai perché in definitiva ti piacciono così.

Io ipotizzo che gli uomini usino le bretelle per nascondere la pancia. Tu che ne dici? 

Ma dai, come fanno le bretelle a nascondervi la pancia?  Sono solo delle fettucce d’elastico! Per me le bretelle sono un tentativo un po’ patetico di mostrare gusto, di farsi notare, e quindi meritano come minimo di essere oggetto di ridicolo.

Nel tuo gioco a trovare gli equivalenti tra battute al maschile e quelle al femminile c’è del cameratismo?

Ma certo, e perché no?!

Mi ricordo che venni a New York nel 1995 e la odiai. Odiavo il fatto che le persone che mi chiedevano una moneta fossero tre volte me; odiavo che a ogni passo mi sembrasse di essere sul set di un film, e odiavo la commistione di lusso e miseria; odiavo l’idea che tutto fosse misurabile in dollari e che mi avessero fatto trovare un preservativo usato sotto il letto in albergo. 

Credo che la città negli ultimi venti anni sia cambiata parecchio.

Se volessi dare una seconda possibilità a New York da dove dovrei cominciare? La Grande Mela è il luogo in cui hai sempre vissuto e voluto vivere?

Io sono cresciuta a Washington DC.  Arrivai a NY da studente e capii subito che avrei dovuto fare in modo di viverci. Adoro la moltitudine di persone diverse che puoi trovare a New York City.  Certo è costosa, a volte sporca e può’ sembrare che la gente sia attaccata ai soldi (come nella maggior parte delle città).  Ma mi piace guardare oltre questa apparenza e vedere come tutte queste persone si possano accomunare dalla voglia di viversi un sogno.

E poi, nonostante la fama, i Newyorchesi sono molto amichevoli e hanno un modo molto tipico di ridere.

Devono poterlo fare perché vivono così ammonticchiati gli uni sugli altri!  Su dai… dacci un’altra occasione!

“Caro, lo sai che ti amo anche se non ti faccio il retweet vero?”. 

Quale credi che sia la frontiera del non capirsi nella società di oggi, e quale il ruolo del tempo impiegato nella rete, o nella medesima stanza di fronte a due schermi differenti?

Liza Donnelly - autrice del libro Woman on Man

Liza Donnelly – autrice del libro Women on Men

Sai, siamo ancora all’interno di un periodo di apprendimento per quanto riguarda i “social media”.  Ma devo dire che sono un’entusiasta di questi mezzi quando riesco a usarli responsabilmente. Li vedo come un modo per connetterci col mondo, un’occasione per capire cosa di umano ci accomuni.

Quindi il social media non è un’intimità di seconda mano o un mezzo totalizzante? È divertente?

Be’, è divertente. Ma può finire per essere troppo uno strumento di controllo. Bisogna stare attenti a come lo si usa e a come lui usa noi.

“Lo sai, è come quando il tuo uomo comincia a usare una parola nuova… e la usa parecchio???

Fallo smettere. Le parole devono essere approvate. Da TE”… Quindi, questo gioco di ruoli, la donna contro l’uomo, tutti contro tutti, serve a mettere tutti a proprio agio. Ma qual è per te la società ideale? La società che meglio rispetta l’essenza dell’essere donna?

Appunto! La società perfetta in cui le donne rispettano gli uomini, e gli uomini le donne, e le donne le donne, e gli uomini gli uomini…ed ogni possibile variazione di genere nel mezzo si rispetta! E in cui tutti diamo spazio agli altri per fargli realizzare ciò che sono nel migliore dei modi possibili.

Se tu muori prima di me posso sedere sulla tua poltrona?

Se non ci si siede prima qualcun altro fai pure!

Testo di Federico Bonelli

 

La vita di Adele

Pubblicato il gennaio 1, 2014

Avevo letto della vita d’adele quando ha vinto a cannes, dopo che hanno crocifisso Abdellatif Kechiche per le scene spinte, dicendo che solo una donna aveva il diritto di parlare dell’amore saffico… Figurarsi un uomo, eterosessuale, e per di piu’ d’origine araba. Tanto per servire il pregiudizio nella variante piu’ schifosa. Il film l’ho visto ieri. eh sì! il vostro recensore/misuratore non e’ uno che va a vedere l’ultimo film uscito, piuttosto uno che si affanna a recuperare le puntate precedenti, vi rincorre.

Se vi aspettate un film per vojeurs, che vi costringa ad accavallare le gambe e vi rivitalizzi il lavorio di coppia lasciate perdere.

È una storia d’amore, tra una ragazzina di liceo, Adele e una studente di Belle Arti aspirante pittrice, Emma.

Kechiche rimane addosso ad Adele, le stà vicino, sul viso, per tutto il film. Ma ci sono altre cose nascoste nel film, preziose. Avrebbe detto Rousseau:

« Sors de ton enfance, ami, réveille-toi ! » Emma esce dall’infanzia, risvegliandosi “mercè d’amore” (come nei sonetti di Giordano Bruno) e il risveglio in fondo si giustifica con se stesso.

Torniamo alla storia d’amore, saffica per destino e non necessariamente tale, che si svincola dai costrutti sociali con i loro pregiudizi senza doverli neppure combattere più di tanto, ne svela la vecchiezza, perché poi, in fondo nessuno ci crede piu’ troppo, solo i brutti. E con delicatezza Adele evita di portarli a scuola, o in famiglia, per pudore non per vergogna.

Adele impara molte cose in questo viaggio, a mangiare le ostriche per esempio, e che le porte del sentire autentico sono porte in cui si entra da soli. Adele fa esperienza, un’ esperienza fisica, passionale, emozionale. Attraverso la passione Adele sente. Per questo è vicina la macchina da presa, per questo ci fa sentire i corpi, gli umori, i brividi.

La regia si concentra nel mostrarci cosa sia “sentire”.

Non è scontato, e lo potrete osservare per il tempo dovuto e dalla distanza più intima possibile.

E non mi riferisco solo al sesso, di cui s’era parlato fin troppo. Mi riferisco all’emozione. Su quella siamo ancora impreparati, è un mistero.

Citavo Rousseau. Non è un caso, perché la polemica che ha investito la regia dopo Cannes è figlia di un contesto sociale preciso. Il film entra in questi pregiudizi (non sugli omosessuali, ma di classe, di censo). Le questioni di classe non prescindono dalla liberazione politica, o sessuale. E in questo la scrittura del film è estremamente attenta, precisa, con rimandi visivi rigorosi. Adele non ha altra piccola vanità che di essere bella in blu, sempre un po’ triste se fuori posto. Léa Seydoux, attrice molto pulita nei panni di Emma, è la pittrice autoreferenziale, e in fondo viziata, capace di una durezza spietata nel perseguire se stessa.

Adèle Exarchopoulos, sulla cui faccia passano le tre ore di storia, è splendida, costantemente in bilico tra un disegno di Manara e una mocciosa. La bravura della regia è di aver trovato nel montaggio il modo di non farla mai cadere negli estremi: è pur vero che hanno girato 300 ore di materiale…

Quindi: non è un film sull’omosessualità, ne’ uno per vojeur. È un film sull’amore, sulla sua durezza del labirinto che porta prima alle porte del cielo e poi a quelle dell’inferno, non sempre in quest’ordine, e sulla solitudine.

E ora qualche nota per chi di noi vuole fare film oltre che vederli e guarda con un certo occhio. Non credete che sia stato facile. Ci vuole un amore eccezionale per l’arte per rendere così vivi questi personaggi, per seguirli mentre fanno l’amore, mentre si muovono o parlano o si annusano o leccano. Amore incondizionato per l’arte non solo del regista ma di tutta la crew, se pensate che in media ci sono 6/7 persone sul set insieme a loro, a reggere microfoni, attenti alla messa a fuoco, a seguire le coreografie, ad aggiustare una luce o un filo di trucco, a cogliere uno scricchiolio… E quello che noi vediamo poi al cinema, grandissimo sullo schermo, è il risultato di questo artigianato sublime: due esseri umani con la loro infinita bellezza mentre fanno l’amore, sorridono, mangiano, si innamorano, si odiano, tremano…

A proposito, siccome il film ricalca le impronte del miglior Cassavetes prendetevi l’opera omnia del regista greco americano e riguardatela nei dettagli. Soprattutto Faces e Killing of a Chinese Bookie. Kechiche nel suo lavoro gli deve molto, per la messa in scena e il lavoro con gli attori e il modo con cui gli fa portare il testo; per le scelte di cinematografia, con luci minime e quasi sempre due camere per non dover fare più takes quando l’energia è quella giusta.

Il film è girato molto bene. Da Sofian el Fani che opera con coerenza drammaturgica alla fotografia. Ha girato a mano, e con una lente piuttosto veloce (leggo in rete che si tratta di zoom  Angénieux 28-76 mm T2.6 su un corpo canon C300, un bel matrimonio di vecchia scuola e digitale).

Un’ ultima cosa, che ho apprezzato molto: i famosi quadri di Emma, la pittrice viziatella e stronza, non si vedono molto, ma servono solo per rimbalzare la luce.

Vedere il loro colore pieno di ego usato per rimbalzare sulla faccia di “carne e sangue” di Adele la dice lunga sulla gerarchia dei personaggi per Kechiche.

  

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