Articoli di Ginaski Wop

Reggio Calabria: Viaggio al termine della notte! – intervista a Giuseppe Falcomatà –

Pubblicato il giugno 28, 2014

Giuseppe Falcomatà è uno dei candidati alle primarie PD che si terranno giorno 6 luglio 2014 a Reggio Calabria.
È giovane, e non nell’accezione fancazzìsta ed immatura. La sua gioventù è simile a quella di tanti altri giovani, anagraficamente o interiormente, che rappresenta la consapevolezza, il desiderio di cambiare le cose, il bisogno di andare avanti… una gioventù che continua ad interrogarsi e ad ascoltare, ma che è in grado anche di dare risposte!
Giuseppe Falcomatà reinterpreta in chiave contemporanea l’esistenzialismo di una società che ambisce ad uscire dal buio.
Si esprime con profonda cognizione – con fare acceso a tratti –  con considerazioni degne delle migliori intuizioni sociologiche, così come quando vede il concetto di solitudine facente parte del degrado urbano.
È molti anni ormai che sono andato via da Reggio… però adesso, magari, potrei anche tornare a casa!

 

Giuseppe Falcomatà

 

 

 

Reggio Calabria: cosa è accaduto in questi ultimi anni?
Negli ultimi dieci anni la nostra città ha vissuto un black out istituzionale che è culminato con lo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose… o meglio, per contiguità mafiose, che rappresenta un fatto che va oltre l’infiltrazione, in quanto la contiguità sta a significare che ‘ndrangheta e istituzioni si sono sedute insieme per decidere comunemente le sorti della città.
Questo, naturalmente, ha prodotto negli anni un accumulo di debiti con spreco di denaro e di risorse pubbliche che noi oggi paghiamo in termini di aumento di tasse e tributi comunali. Infatti, è bene dirlo per essere trasparenti al massimo, quanto accaduto porterà a dover affrontare un piano di equilibrio che nei prossimi dieci anni vedrà l’intera comunità reggina pagare tasse e tributi locali alle stelle a causa di inefficienze nella pubblica amministrazione.
È impossibile, dopo anni di buio, riportare in un solo istante la luce! Dunque, la prossima amministrazione si troverà a dover affrontare una prima fase di convalescenza che accompagni la nostra città ad uscire dalla malattia, a rimettersi in forze e rialzarsi in piedi.
È evidente che Reggio con le sue sole forze non ce la può fare, avremo quindi bisogno di un consistente aiuto da Roma.

Nel tuo programma citi una frase del sindaco La Pira: “[…] dare un compito alla città[…]”. Qual’è concretamente il compito?
Sì. La Pira conosceva, in quanto sindaco, le esigenze primarie di una città e sapeva bene che non basta amministrarla, ma bisogna darle un ruolo preciso, altrimenti la città muore.
Significa che ognuno di noi, ogni cittadino, non può più delegare agli altri le scelte amministrative perché di fatto delegherebbe quello che è il suo futuro. Nessuno può dirsi indifferente alle scelte politiche, perché la politica entra nella vita personale di ognuno di noi: dal semplice affitto degli impianti sportivi comunali, al parco, agli eventi culturali che danno lustro ad una comunità, alle infrastrutture che rendono i quartieri non soltanto semplici dormitori ma veri e propri luoghi in cui vivere la propria società.
Quindi, ognuno di noi deve avere un ruolo e deve fungere da pungolo per la pubblica amministrazione. Abbandoniamo l’istituto della delega, ed abbracciamo l’istituto dell’adesso tocca a noi! E diventiamo davvero protagonisti di quel che accade all’interno di palazzo San Giorgio.

Nel tuo programma parli di rieducare alla Bellezza… concetto che trovo interessante ma che immagino sia un processo lento e articolato specie in questo momento storico così vicino a quanto avevano descritto e predetto molti pensatori del ‘900 che vedevano nella natura umana del loro tempo e delle generazioni future quella Porcherìa, come la definirebbe Celine. Quel senso di anomìa e masochismo che difficilmente lascia trapelare emozione reale davanti alla bellezza…. qual’è il tuo punto di vista e come intendi procedere?
In tema citazionistisco, ne utilizzo una anche io: Peppino Impastato diceva “noi dobbiamo educare i cittadini alla bellezza”.

Il che, trasposto ad una realtà cittadina, vuol dire far conoscere al cittadino quel che è bello, e non soltanto nell’accezione prettamente estetica, ma anche classica, in quanto autentico, vero.
Questo significa non rassegnarsi alle brutture e far si che il nostro occhio non si abitui a cose che in realtà non dovrebbero esserci…Faccio un esempio: qualche tempo fa, tornando da scuola, mio nipote si sorprendeva del fatto che un camioncino della nettezza urbana stesse raccogliendo la spazzatura sia dentro che fuori dai cassonetti; io trovo che questo sia un episodio simbolico, perché se nell’immaginario di mio nipote la normalità era vedere i cassonetti stracolmi di spazzatura con i cumuli di immondizia ai lati, ed invece a stupirlo è stato il fatto che ci fosse un camioncino che la stesse raccogliendo…. è facile capire che la sfida è proprio questa.
Mio nipote che ha sette anni, non è mai vissuto in una città normale, dove un qualunque cittadino si sarebbe sorpreso della presenza di spazzatura e non del contrario.
Non abituiamoci al brutto, non abituiamoci all’immondizia, non abituiamoci alle facciate dei palazzi non rifinite, ai marciapiedi con le mattonelle sconnesse, alle strade piene di buche e alle piazze che diventano soltanto un ricovero per spacciatori e passeggiatrici.
Abituiamoci a difendere il decoro urbano e difenderemo una bellezza in senso ampio.
Durante uno degli incontri che abbiamo fatto nel corso di questa campagna elettorale una persona ha suggerito di non parlare più di assessorato alla cultura, dato che la cultura è necessaria in qualunque ambito della pubblica amministrazione, bensì di un assessorato alla Bellezza. Iniziativa che io trovo interessante.

La tua linea programmatica rappresenterebbe una vera svolta in città specie dal punto di vista dell’attenzione che poni nei confronti dell’ambiente e dell’ecologia. Quanto sarà complesso reimpostare un percorso di questo tipo in una città che vede istituzionalmente ancora nel cemento il progresso?
Non possiamo più continuare a ingolfare la nostra città di cemento. Fra i nostri obiettivi c’è un’edilizia a mattoni zero, riportando in vita quello che già c’è… sia esso un’aiuola, piuttosto che un marciapiede.
Ci sono zone della città, dove le sterpaglie sono così alte che ormai non si vede più nemmeno il marciapiede. È per questa ragione che in programma esiste un punto chiamato: la battaglia delle piccole cose: ripristiniamo il decoro urbano, cosa che oltretutto non rappresenta nulla di più di quanto già sarebbe imposto dal testo unico degli enti locali che vede fra le altre cose sostanziali la cura dei servizi essenziali, la raccolta dei rifiuti e l’illuminazione pubblica.
La più grande sfida è riportare la città alla normalità. E non mi riferisco soltanto ad ambiente e verde, o all’abbracciare concretamente una sfida che riguarda le energie rinnovabili, la sfida è anche recuperare tutte quelle opere pubbliche terminate e non consegnate, o non terminate perché l’azienda ha abbandonato il cantiere, o addirittura quelle opere che sono ancora in fase progettuale.
Il vero degrado non è rappresentato solo dal marciapiede sconnesso e i muri imbrattati… il vero degrado è la solitudine. Per evitare che nei quartieri si soffra di solitudine, dobbiamo renderli vivi! Ricchi di strutture ricettive, ricchi di spazi comuni che compongono l’aggregazione.
Pensa quanto può essere paradossale che in una città che potrebbe vivere all’aperto sei mesi l’anno, non ci sia un canestro da basket in una piazza o una porta da calcio. Mancano quei classici playground che in città come New York ad esempio hanno rivalutato determinati quartieri.

C’è un tema che per ragioni personali mi sta molto a cuore: la fuga dei cervelli, di cui inoltre si parla tanto in questi anni. Giorni fa ho casualmente riletto uno scritto di Corrado Alvaro, in cui l’autore parla dell’emigrante, ritenendo che il meridionale in generale ma il calabrese in particolare, emigra non tanto per una ricerca economica, o per un arricchimento monetario… bensì, per cambiare “stato”… come se si sentisse fondatore di una nuova civiltà, di una nuova generazione. È dunque inevitabile che molti dei nostri cervelli vadano via, o esiste un modo che possa trattenere le nostre anime migliori in terra evitando la diaspora?
Io non voglio fare il populista e sostenere che dobbiamo evitare la fuga dei cervelli o che dobbiamo trattenere i nostri cervelli in città.
Preferisco invece cambiare il punto di vista, e dire che l’esperienza formativa fuori, sia essa lavorativa o universitaria, deve essere una scelta del cittadino e non un obbligo.
Renzo Piano consiglia spesso di contaminarsi il più possibile di esperienze che possano arricchire il nostro io, e poi tornare nelle proprie città per mettere quelle esperienze e quella ricchezza acquisita a servizio della propria comunità, della città in cui si è nati.
Ben venga, quindi, chi decide scientemente di partire e arricchirsi di nuove esperienze, ma è anche importante consentire a chi intenda lavorare e studiare nella propria terra di poterlo fare.
Da un punto di vista universitario, nonostante pubblica amministrazione e atenei siano due enti del tutto indipendenti, non si può e non si deve escludere un’interazione fra le due parti.
Basti pensare a quanti progetti a favore della comunità cittadina potrebbero essere ricavati a costo zero da studenti delle nostre università messi a servizio della comunità. Mi riferisco al tema di recupero e classificazione di beni architettonici, storici, artistici e culturali; o per quanto riguarda la Facoltà di agraria, classificazione e riqualificazione di quello che è il patrimonio botanico della nostra città. Dunque, in tema di realizzazione concreta delle cosiddette smart cities di cui tanto si parla, perché non creare i giusti presupposti affinché tutto quello che viene creato all’interno della nostra Università possa essere messo al servizio della comunità in cui è stato creato?!
Naturalmente, per un giovane, rimanere qui non significa soltanto Università… una città universitaria è una città viva, che sviluppa la sua socialità, e che mantiene le saracinesche dei pub, e dei negozi e dei ristoranti attive fino a tarda ora. Questo è un altro aspetto, e rappresenta un’ulteriore conseguenza positiva.
Per quanto riguarda il mondo del lavoro, è opportuno chiarire un aspetto che rappresenta il punto di non ritorno e di discontinuità con quello che è accaduto a Reggio in dieci anni: la pubblica amministrazione non è tenuta a dare lavoro! Semmai, è tenuta a creare le condizioni affinché posano nascere occasioni.
L’unico modo per entrare all’interno di una pubblica amministrazione è mediante il concorso pubblico, cosa che negli ultimi dieci anni la nostra città non ha visto mai, perché si è venduta un’illusione che si potesse accedere al mondo del lavoro e della pubblica amministrazione con strumenti diversi da quelli previsti della procedura dell’udienza pubblica. E questo non ha creato lavoro… ha creato precariato e grossi disagi ai lavoratori delle società miste che operavano fino ad oggi nel comune di Reggio Calabria nettamente in forte sovrannumero, dato che se una ditta che potrebbe dar lavoro a cento dipendenti viene invece infarcita di trecento, va a fallire rapidamente.  Quindi adesso tutte queste persone si trovano davanti a un grande punto interrogativo, davanti aun futuro lavorativo incerto, anche sotto il profilo personale e familiare, e solo perché si è deciso di ingolfare questa società senza che ce ne fosse una reale necessità. In una città in cui la maggior parte delle famiglie sono monoreddito, se tutte queste persone andassero a casa ci troveremmo di fronte ad una situazione di forte emergenza sociale. È chiaro quindi che tutti questi punti interrogativi si debbano trasformare in punti esclamativi. Come? Intanto le società miste non ci sono più e non ci saranno più… e l’unica strada è quella di abbandonare l’idea del pubblico/privato,  e fare delle società in house, quindi a capitale interamente pubblico, e che diano garanzia di stabilità definitiva a queste famiglie.
Al di la del pubblico, ciò che funziona maggiormente nostra città, una delle fonti di maggiore impresa, è l’edilizia, e l’edilizia funziona se ci sono i cantieri aperti, così come i cantieri aperti funzionano se c’è un’amministrazione virtuosa che riesce a mettere in campo quei progetti non soltanto nella fase iniziale ma seguendo il progetto fino a conclusione.
Bisogna rimettere in moto il tessuto sociale della città. Noi abbiamo una grande risorsa che va assolutamente sbloccata: il Decreto Reggio, legge speciale fatta alla fine degli anni ’80 per la nostra città, ancora ricca di fondi e e ancora ricca di opere che possono essere utilizzate a servizio delle imprese, dei cantieri e delle opere pubbliche. Inoltre, come ho detto a inizio intervista, non possiamo non puntare sui fondi comunitari della programmazione 2014-2020… ci sono tantissimi denari, non abbiamo più scuse per dire che questi soldi arrivano e se ne vanno, perché non ci sarà più il filtro regionale, Reggio Città Metropolitana gestirà direttamente i fondi comunitari, quindi adesso non avremo più scuse. Se non saremo capaci di fare, come hanno fatto altre città d’europa che hanno cambiato volto grazie a questi fondi – prendi ad esempio Budapest in cui tutte le opere portano la targhetta: realizzato con i fondi comunitari – allora dovremo andare a casa perché non avremo più scuse.

Giuseppe Falcomatà

Ricordo l’epoca in cui a Reggio Calabria vennero aperti i primi lidi, impostati come strutture balneari che accoglievano un target ampio di clientela… E ricordo anche la piega che tali realtà hanno preso negli ultimi anni, realtà diametralmente opposta a quella precedente. Laddove diventassi sindaco di Reggio, quale sarà la tua posizione in merito? I lidi torneranno ad essere  stabilimenti balneari o resteranno discoteche a cielo aperto?
Naturalmente la mia riposta non può che essere d’accordo con quella che è la tua premessa.
Tra l’ altro non ha senso che il tutto si riduca ad un susseguirsi di discoteche messe una accanto all’altra… è uno spreco enorme avere queste strutture che dovrebbero mettere in simbiosi una città con il mare e sfruttarle solo in tal senso, specie dopo una conquista importante di quella giunta che andò a Roma, a suo tempo, a sbattere i pugni affinché il lungomare venisse strappato alle ferrovie e restituito alla città. Ci si potrebbe fare molto di più. Quelle realtà non nascono come discoteche, e noi dobbiamo puntare ad una città che da un punto di vista culturale offra maggiori spazi e maggiori occasioni di vivere la notte.
Ci sono tante iniziative che si possono realizzare, e a me quando dicono che con la cultura non si mangia, mi viene da ridere… basti pensare, infatti,  che in passato era stata avviata l’iniziativa de: Uno schermo sull’acqua, che era il Festival internazionale del cinema; oppure potremmo parlare dei Caffè Letterari… parliamo non solo di discoteca, ma anche di concerti, di musica dal vivo.. noi potremmo, possiamo e dobbiamo fare di tutto.
Ridurre la cosa a un susseguirsi di discoteche, intanto toglie dignità a quelle realtà che invece nascono come tali, precludendo a esse la possibilità di continuare a farlo, ed è un modo di interpretare il turismo che esclude anche tutto quel bacino di visitatori della terza età: basti pensare che non esistono bagni pubblici, non esiste una guardia medica funzionante in centro, un tempo esisteva un info-point adibito in uno splendido chioschetto in stile Liberty, che in seguito è stato chiuso e trasferito all’interno di un noto bar cittadino e che adesso non c’è neanche più.
Reggio città turistica passa da tutte queste premesse e precondizioni. Abbiamo tante risorse, e abbiamo tante esperienze positive da prendere come esempio… la Puglia, la zona del Salento, che puntando sul turismo ha rivalutato tutto un litorale incentrando l’attenzione sulla propria identità culturale. Il turismo non è dato solo da un accordo con Costa Crociere o con le compagnie aeree che portano i turisti di Vienna a Reggio ma che non consentono ai reggini di andare a Vienna, dato che a carte inverse non esiste un volo Reggio-Vienna… cosa del tutto paradossale!
Noi abbiamo un territorio ricco di cultura e di offerte paesaggistiche, che, laddove venisse circuitato in un sistema integrato farebbe sì che Reggio non sia soltanto una città dal turismo mordi e fuggi.
Inoltre, non esiste ancora un sito che sia patrimonio dell’UNESCO… a differenza di tante altre isole del turismo, vedi Ibiza che ha due siti UNESCO per la biodiversità.
Noi abbiamo tanto da offrire: mura greche, terme romane, l’antico castello… e tantissimi altri luoghi che una volta diventati accessibili potrebbero dare tanto al nostro turismo.

 

 

Reggio Calabria

Chiudo con una battuta… pare che il motto inciso sul simbolo personale di Tommaso Campanella, che era appunto una campanella che alludeva alla necessità di svegliarsi dal sonno dell’ignoranza e dell’accidia, recitava un: “Non tacerò”. Ahinoi, Campanella non ci è riuscito… ed è morto a Parigi, lontano da casa. Ti attende un’impresa davvero ardua!
Sì, è una sfida ardua. Questo viaggio è nato con un pizzico di follia, ma siamo accompagnati da ottimi compagni di viaggio, convinti che questo sia il percorro migliore…. ed esiste una Reggio viva, che non si abbandona all’antico brocardo del: non c’è niente… va tutto male, non si può far niente… c’è una città che vuole bene a se stessa e che non è contenta della situazione in cui si trova. C’è una città che intende reagire. Una città che per qualche anno ha delegato, ma che adesso ha voglia nuovamente di rimettersi in gioco… bisogna soltanto dare ai cittadini la possibilità di farlo!
Se queste primarie dovessero restare un qualcosa per addetti ai lavori, avremo fallito. Se invece queste diventano le primarie della città e dei cittadini, dove i cittadini stessi sono protagonisti direttamente del cambiamento, allora saremo davvero ad un passo dalla svolta.
Questo è l’anno zero per Reggio Calabria, e mai come ora la città è dei cittadini, che finalmente se ne possono riappropriare.

PRIMO SINGOLO DELLA ROCK BAND PROF.PLUM

Pubblicato il giugno 24, 2014

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Da oggi martedì 24 giugno è in tutte le radio il singolo “Gli infallibili” del PROF. PLUM, quartetto rock alternative originario della provincia di Como, che ha lanciato il 4 maggio scorso sul mercato discografico il nuovo disco “Governo Tecnico”, autoprodotto in associazione con Pixie Promotion e in distribuzione digitale con Made in Etaly.
Proprio come bombe programmate per esplodere nel cervello al semplice ascolto, le canzoni del Prof. Plum toccano temi di attualità bollente per le giovani generazioni che invecchiano male nelle province di un’Italia povera di belle speranze, di modelli virtuosi e di buone risorse. E con il primo singolo “Gli infallibili” il Prof. Plum grida l’importanza del coraggio di rinnovarsi e mettersi in discussione, per non frenare, non pietrificare l’evoluzione dell’individuo e della società intera, in nome di un’inutile coerenza a una presa di posizione apparentemente rassicurante, ma in realtà solo pesante per chi spaventato sprofonda intrappolato nel nulla. “La coerenza il più delle volte è paura di cambiare idea”, canta infatti il Prof. Plum. Argomenti impegnati e toni pesanti, insomma, per scuotere chi non si sente rappresentato più da nessuno e si fa governare da aspiranti supereroi incaricati di salvare tecnicamente il nostro piccolo mondo.

Il PROF. PLUM è composto da:
Andrea Ubbizzoni (voce e chitarre), Elia Bianchi (voce e chitarre), Francesco Nava (voce e basso), Alessio Bianchi (batteria)

Silvio Rodriguez chiede asilo politico

Pubblicato il giugno 23, 2014

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Stando a quanto pubblicato qualche ora fa dal sito web http://pepemail.blogspot.it/2014/06/canta-autor-cubano-silvio-rodriguez.html?m=1 il cantautore cubano Silvio Rodriguez si troverebbe in Cile e avrebbe chiesto asilo politico.
Silvio Rodriguez è conosciuto in Italia dal cosiddetto pubblico di nicchia – nel 1985 ha ricevuto il Premio Tenco, ed è tornato a cantare a Sanremo nell’edizione del Tenco 2002. Inoltre, artisti nostrani come Maria Monti, Fiorella Mannoia e Gigliola Cinquetti hanno inciso sue canzoni in italiano.
Il cantautore cubano, in Patria, ha da sempre rappresentato un grande punto di riferimento culturale per l’intero Paese. Ed il suo impegno sociale e politico è noto a tutti.
Laddove la notizia di una sua fuga e conseguente richiesta di asilo venisse confermata, rappresenterebbe un duro colpo per le istituzioni cubane e la cosa andrebbe sempre più confermando il totale fallimento della nuova gestione Castro, affidata ormai da anni a Raul, ormai sempre più concentrato su un’idea di “revolución económica” – basata su parametri e leggi al limite dell’assurdo e della legalità – e sempre più distanti da quei, se pur aleatori, parametri di moralizzazione che invece in passato avevano reso Cuba uno dei luoghi più pacifici, acculturati e talentuosi dell’America-Latina.
Se un’istituzione come Rodriguez abbandona la nave, c’è da attendere che emergano i retroscena che di certo lasciano presagire dinamiche gravissime sotto molti punti di vista…. Falle e lacune incolmabili nel sistema politico cubano ormai in balia di deliri, anacronismi e paradossi al limite del razzismo di ogni sorta.
Fa pensare però anche la scelta di consegnarsi alle autorità cilene, e non a quelle americane che nell’immediatezza avrebbero accettato l’autoesilio del cantautore – non fosse altro per fini propagandistici.
Anche in tal senso Rodriguez ha comunque, al momento, dimostrato una certa coerenza d’azione, rifiutando di “dare ragione” ai vicini U.S.A. che avrebbero a torto o a ragione strumentalizzato il gesto.
Chiedere asilo politico ad un Paese Latino, significa anche non sputare nel piatto in cui si è mangiato per anni… Significa semplicemente non accettarne la deriva!
Restiamo in attesa di ulteriori news a riguardo.

Editoriale – FUCK THE POWER

Pubblicato il aprile 30, 2014

 

 

 

Il potere logora chi non ce l’ha!


È la frase che per antonomasia definisce i disequilibri sociali ai quali la specie umana è sottoposta dalla notte dei tempi.
 Esistono vari tipi di potere che, come nella magia, potremmo suddividere in bianco e nero.
 Il primo, un potere innocuo, composto da particelle energetiche, talento, intelletto, capacità cognitive… vedi gli sciamani o i grandi pensatori, piuttosto che gli artisti e i creatori di energie Altre; e nel secondo caso, invece, un potere nocivo, quel tipo di potere che mira all’accrescimento di un singolo o di un collettivo e che inevitabilmente calpesta il diritto altrui pur di arrivare più o meno machiavellicamente al fine preposto.
 Il potere logora chi non ce l’ha… in entrambi i casi.
 Logora per mezzo dell’esasperazione che in molti può causare quel senso di impotenza straziante – citando un vecchio brano rap: gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili – oppure, in taluni casi, il senso di ammirazione nei confronti del potere può suscitare una metamorfosi emotiva che da vita all’invidia più spietata e distruttiva.

Il potere dunque, sia esso bianco o nero, logora. È un dato di fatto.

Quanto però accade in questa nostra folle epoca 2.0, tende a rivoluzionare drasticamente tale affermazione, donando al senso di logorio un aspetto più peculiare e surreale: capita sempre più spesso infatti che il potente di turno venga logorato dal suo stesso potere… come una sorta di implosione generata da una specie di autocombustione che porta all’inevitabile azzeramento del potere acquisito o conquistato.
 Ogni giorno, un potente dopo l’altro, cade… e ben venga, vittima della medesima vanità, della medesima dipendenza, del medesimo “peccato originale”… un peccato che pare sia quasi divenuto impossibile da gestire e dominare.
 Implodono Presidenti, Papi, dirigenti d’azienda, parvenu d’ultim’ora, pseudo-imprenditori e fighette o giullari asserviti alla Corte di questo o quell’imperatore.
 È un autofottersi, un delitto e castigo autogenerato.
 Il bersaglio ormai è reso sempre più nudo dall’assenza di quell’alone di mistero che un tempo, chissà, proteggeva le stanze dei bottoni e che oggi invece non può più fare a meno di mettersi in mostra… a miracol mostrare. Un potere take-away che si genera e si sgretola in un clik, in un baccanale, in un’intercettazione, in una dichiarazione dei redditi, in un nonnulla incontrollabile… e la gente, inizia a non credere più.
 Non è un caso che il flusso di elettori sia a sempre più in calo. La gente non beve più la storia del potere al popolo. La gente assiste allo spettacolo della caduta degli imperatori e ne accoglie benevolmente lo scempio in pubblica piazza.
 Non tocca altro che aspettare, e vedere chi sostituirà chi – inevitabile condizione – e conseguentemente, dunque, combatterlo – inevitabile condizione.

Perché il potere, inteso nella sua accezione decisionale, gerarchica, istituzionale, religiosa, non genera mai null’altro se non un logorio.
 Dunque, aspetteremo di sapere chi sarà il prossimo ad implodere per autocombustione o per volere popolare.

E nonostante l’Europa pare tenda a destra… io continuo comunque a vederci sempre più qualcosa di sinistro.

FUCK THE POWER!
Cheers!

 

 

Cover C mag maggio 2014 ok

                                                                                        Foto by Karen Natasja Wikstrand

Occupiamo il Valle!

Pubblicato il aprile 30, 2014

Quanto segue, è frutto di mie opinioni personali che molto probabilmente non incontreranno il consenso di molti. Quanto segue, è apparentemente intollerante e ben poco popolare.
Quanto segue è frutto di considerazioni libere, che non appartengono ad una collettività, bensì all’individuo.
Se lo ritieni opportuno, dunque, cambia pagina adesso. Io ti ho avvisato.

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È meglio un teatro occupato o un teatro libero?
Si sostituisce un potere con un altro potere?

È sulla base di queste considerazioni che la storia del teatro Valle mi puzza. Mi puzza di potere. Di élite!
La puzza è venuta a galla già quella sera che, a pochi giorni dall’avvenuta occupazione, una virgulta, apparentemente calata nel ruolo della manifestante motivata, vietò l’ingresso al teatro a mio fratello, che era andato a vedere cosa stesse succedendo, e che, prima di firmare l’adesione al Valle, avrebbe gradito entrare e capire… La risposta fu: “Se prima non firmi non entri!”.
Mio fratello, saggiamente, non firmò e andammo a sbronzarci, saggiamente, nel luogo più libero della città: il salone di casa!

Ripeto: si sostituisce un potere con un altro potere?
Non stiamo parlando di occupazione delle case. Non siamo di fronte a senzatetto che sfondano le porte di uno stabile dismesso e lo occupano acquisendo il sacrosanto diritto alla casa.
Non stiamo parlando di operai sottopagati e sfruttati che occupano la proprietà del padrone affinché questi ne riconosca i pieni e legittimi diritti. Non stiamo parlando di tanti altri casi in cui l’occupazione rappresenta l’unico mezzo efficace all’acquisizione di un diritto negato o di un valorizzare un bene abbandonato e donato alla comunità tutta.
Qui parliamo di un teatro che, una volta occupato NON può e non deve essere un bene elitista ed esclusivo.
La mia personale visione del teatro contemporaneo, già di base mi porterebbe a dire che il teatro è desueto in quanto tale. Nulla è più vecchio, nella peggiore accezione del termine, del proscenio. Esistono casi di workshop ecosolidali, che permettono l’espressione artistica avvalendosi dell’utilizzo – chiamala “occupazione temporanea” –  di spazi offerti dalla natura.
Un marciapiede, una piazza, un bosco, un qualsivoglia angolo di città, quello dovrebbe essere il palco! E il salario? Il cappello!
Perché prendere possesso di un bene(?) istituzionale, occupandolo per poi automaticamente istituzionalizzarlo mediante fondazioni e/o atti costitutivi e/o commissioni artistiche?
Siete degli artisti? Provate a inviare il vostro progetto al Valle! Chiedete di esibirvi. Tutto ciò che richiede un’accettazione da parte di una commissione, chiamala collettivo se preferisci, include a priori l’esistenza di un’istituzione. E istituzione equivale a potere.
E ribadisco il concetto di base che mi spinge a scrivere questo così impopolare – qualcuno lo definirebbe fascista – articolo: non si combatte il potere sostituendolo con un altro.
Non si sconfigge la mafia con un’altra mafia. Non si delegifera, legiferando.
Una volta occupato, il teatro sarebbe dovuto essere liberato la settimana successiva… consentendo a chicchessia, seguendo le pure logiche del quieto vivere e del reciproco rispetto deontologico, l’esibizione libera sul palco. Senza locandine, manifesti, commissioni, direttori artistici, artisti, o pseudo tali, posti a saggiare la validità di questo o quel progetto e gestendo calendari e disponibilità. (Ci tengo a precisare che non ho mai sottoposto un progetto al Valle, dunque, a te che adesso stai pensando: Scrive così perché non gli hanno concesso di esibirsi e quindi è frustrato! – sei fuori strada, amico/a!).
Persone realmente animate da spirito artistico non necessitano di occupare un bel nulla. L’artista dovrebbe oggi affollare le strade, armato di strumento musicale, macchina fotografica, telecamera, tele, spray, voce, mani, piedi, e occupare gli angoli di città ormai divenute tristi e vuote offrendo, in cambio di spontaneo compenso, il frutto della propria ispirazione.
Questa è una battaglia da combattere. Questo è destrutturare l’istituzione. Questo è contrapporsi al potere senza generarne uno peggiore!
Oppure, in alternativa, se l’ecosostenibilità non dovesse entusiasmarvi, facciamo un’occupazione turnificata!
Vale a dire che ogni 6 mesi cambia la “gestione” del teatro. Magari geograficamente: per i primi sei mesi, un collettivo di occupanti provenienti dalla Lombardia; altri 6 mesi, occupanti provenienti dalla Puglia; altri 6 mesi occupanti provenienti dal Trentino e, perché no, da italiani residenti all’estero e così via… disintegrando il potere di volta in volta proprio nel momento in cui si sta per consolidare.
Naturalmente, stesso dicasi per i vari Angelo Mai, con i loro palinsesti sempre occupati… molto più occupati dello stesso luogo! Intasati. Sempre saturi!
Sono d’accordo con chi intende combattere i poteri forti. Ma attenzione… appena sei tu, o voi, a diventare potere forte, è giusto che qualcuno vi prenda a calci in culo!
Dunque: Occupiamo il Valle? …Che ne dite?

Com’è triste La Habana

Pubblicato il aprile 16, 2014

Com’è triste La Habana

fra beat digitali e finanza

Com’è triste La Habana

occidentale e accidentale

senza un tavolo colmo di lattine ubriache su tavoli di incoscienza al Bar Sofia

Com’è triste La Habana

permissiva

mondana

senza contrabbassi a braccetto

e pedali

pedali e autostop

saccente e inodore… senza mulini a vento

Com’è triste La Habana

senza sè,

senza ma e senza se

…e senza ME

Bucanero ed inni di delirio tascabile in 70 cl

fuggìti

e ciocche sfuse di tabacco sfuso su lingua calda e accondiscendente

via via via… adesso non è

Com’è triste La Habana

cosciente e vincente

com’è triste

La Habana

 

 

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Foto by Ginaski Wop

L’uomo del Barrio

Pubblicato il marzo 31, 2014

ESERGO post-temporale

– Conobbi Beto nel 2004, a Centro Habana.
All’epoca, a Cuba, avere un cellulare era ancora un lusso.
Lui, andava in giro con un porta-cellulare nella cintura che fungeva da fontina per il suo serramanico…
10 anni dopo tornai a vivere a Centro Habana… Beto non aveva più il suo serramanico e andava in giro con un cellulare di ultima generazione…
Rapidamente mi fu chiaro che qualcosa era cambiato in quel Barrio! –

L'uomo del Barrio

Beto era l’uomo del Barrio.
Quarantacinque anni, capelli leggermente mossi, brizzolati, pettinati all’indietro, fronte spaziosa, occhi castani leggermente accinati, carnagione olivastra, labbra sottili e voce roca e profonda. Quando parlava lasciava scivolare da ogni ultima vocale un leggero vibrato, come fosse il retrogusto delle parole.
Sempre molto profumato, indossava delle camicie fasciate, sbottonate fino al petto facendo intravedere una sottile catena d’oro con un crocifisso. Pantaloni a tre quarti di giorno e jeans nord americani di notte.
Aveva una gran cura del suo look, tranne che per le scarpe. Amava indossare delle vecchie ciabatte estive che io avevo abbandonato nel ripostiglio di casa in quanto ormai le davo per distrutte. Lui era riuscito a ripararle e renderle come nuove, e da allora non se ne sbarazzava mai, come fossero un bottino pregiato. Non aveva nemmeno dovuto rubarle effettivamente, anzi, aveva compiuto un’ ottima e ben riuscita opera di riciclaggio.
Una grande cicatrice sul polso della mano destra, in ricordo di una vecchia rissa scoppiata quando lavorava presso il Cabaret Palermo come barman, giusto per sbarcare il lunario in maniera più o meno legale, finita con un colpo di machete inferto da una giovane mano inesperta che per fortuna non aveva avuto il tempo di affondare bene il colpo che avrebbe causato altrimenti un’inevitabile amputazione. “E pensare che l’ho cresciuto io quello stronzo. Io gli ho insegnato i trucchi della strada, e guarda un po’ come mi ha ripagato”, ripeteva più volte mentre esercitava i tendini stringendo e aprendo la mano.
Era abilissimo a soddisfare i desideri dei turisti rincoglioniti, che in fondo lui vedeva solo come un business da spremere e intimamente disprezzare, che arrivavano in cerca di sballo e donne giovani poco costose, immaginando di aver trovato il tanto ambito paradiso terrestre. Quel paradiso che avrebbero poi salutato dopo qualche settimana per tornare nei loro squallidi uffici, nel loro squallido Paese e fra le braccia di una famiglia della quale forse non avevano poi così tanta stima.
Uno degli optional di cui andava più fiero era un porta cellulare in cuoio con le cuciture fatte a mano, di quelli che si possono agganciare alla cintura dei pantaloni. Non sono mai riuscito a sapere dove lo avesse recuperato. Il fatto è che Beto non possedeva un cellulare, usava quell’oggetto come fondina per il suo serramanico. Quante volte di ritorno da una bevuta l’ho sentito dire: “Fratello, non sarà un cellulare di ultima generazione, ma ti assicuro che in certi casi con questo si comunica benissimo!”.
Quando ancora lavorava al Cabaret Palermo, spesso andavamo a trovarlo, e dopo la chiusura potevamo godere del privilegio di un club tutto per noi, con uno dei banconi circolari più grandi del mondo costruito intorno agli anni ’50, invitare un po’ di donne e fare gli Humphrey Bogart alle spese dell’ignaro gestore.
Sarà per questo che dopo qualche mese Beto venne licenziato.
“Ma chi se ne frega – ripeteva – tanto io lo facevo solo per dimostrare agli sbirri che un lavoro ce l’ho, altrimenti in questo periodo di repressione verrebbero a rompermi le palle chiedendomi come faccio a mantenermi realmente, visto che sono un disoccupato con precedenti penali. Vediamo che mi invento adesso”.
Era attento e riusciva a carpire in pochi minuti la personalità delle persone che aveva davanti agli occhi. Lui lo fiutava al volo se eri un cagasotto, un debosciato, un pervertito, uno in cerca di qualche striscia e un po’ di sesso, o se eri uno a posto, uno da rispettare.

In genere bevevamo rum, del resto per noi era semplicissimo, a cento metri da casa c’era il nostro El Dorado: La Casa Del Ron!
Entravi e tutte le pareti erano composte da bottiglie di rum provenienti da tutti i Paesi del mondo. Le scansie piene di stecche di sigarette e sigari.
Noi compravamo giornalmente tre o quattro bottiglie di Ron Añejo Oro, due pacchetti di Popular senza filtro per me e due pacchetti di Hollywood Blue per lui.
Quell’Añejo Oro era una goduria, ti faceva sentire disteso, aumentava la strafottenza e rendeva il dialogo più fluido.
Si parlava di musica, di donne, delle nostre rispettive famiglie, un po’ di tutto. Ma i temi che stavano più a cuore a Beto erano politica, fica e alcool.
Lui ricordava i tempi d’oro, quando i soldi non mancavano e quando con una manciata di dollari poteva riservare una bella suite in uno dei più prestigiosi hotel a cinque stelle della città per andarci con una bella donna e bere cockatil preparati ad arte fra un coito e l’altro.
Nonostante amasse sorseggiare rum e mangiare boniato fritto, alle volte si lamentava del fatto che si fosse stancato di bere sempre la stessa roba: “è una vita che bevo rum, questo Añejo Oro sarà anche ottimo ma ci vorrebbe qualcosa di diverso ogni tanto. Cazzo! Dove sono i russi? Che tornino i sovietici e portino Vodka a fiumi. Ormai nemmeno ricordo che gusto abbia”.
Io invece sentivo nostalgia del Gin. Era difficile reperirlo, specialmente se cercavi del buon Gin di marca. Oppure dovevi andare al bar di qualche rinomato hotel e pagare un capitale per bere una dose servita col contagocce.
“Dovresti provare il Beefeater, Beto. Quello si che è un vero Gin. Ma quanto prima me ne farò mandare una bottiglia e ti preparo io dei cocktail che non te li scordi più!”.
Ormai il Beefeater era diventato leggenda. Gli avevo anche descritto l’etichetta e a lui faceva sorridere che ci fosse raffigurata una guardia inglese: “Se una guardia deve vigilarmi anche mentre bevo preferisco sia straniera, così se mi arresta mi porta via da questo cesso”.
La sua voglia di emigrare era sconsiderata ed io vinto dalla curiosità un giorno gli chiesi come mai non avesse mai tentato la fuga come tanti suoi connazionali. Lui senza batter ciglio mi rispose: “Compadre, se vado via non mi interessa andare dagli Yuma, io cerco qualcosa che mi possa arricchire. Anche se non ho studiato, io ho la scuola della strada e sono certo di aver appreso molto più di quei rimbambiti che vanno all’università per studiare ciò che il capo gli impone da cinquant’anni. Con la cultura che mi son fatto, frequentando turisti, puttane e studiando la strada, credo che il vecchio continente sia il mio posto. Io vorrei vedere l’ Europa.  Ho talento e se mai andrò via di qui vorrò cambiar vita. Negli Stati Uniti non potrei mai, sarei visto come l’ultimo dei Tony Montana. Il mio posto è l’Europa!” diceva, mentre io pensavo “il mio posto è proprio qui”. Per una volta ero in disaccordo con il mio amico.

Era da un po’ di giorni che nel Barrio non si vedeva Beto, finché una mattina bussano alla porta. Apro e me lo ritrovo davanti. Eccolo, nella sua posa immancabile: una mano sul fianco destro leggermente inclinato, le sue (mie) ciabatte, pantaloni a tre quarti, camicia sbottonata, il suo inconfondibile profumo.
“Dov’ eri finito Beto?”
“Mi era arrivata voce che un tipo che fa il cameriere al Cohiba ha rubato una fornitura di alcolici. Mi son precipitato e guarda un po’ cosa ho qui per te. Mi è costata 15 verdoni fratello”.
Eccolo lì, l’uomo del Barrio con una bottiglia di Beefeater tappo blu.

Chiamammo subito il Duvi, mio fratello si mise al piano intonando tutte le canzoni nostalgiche che ci rendevano felici.
Decidemmo di non sciupare un tale regalo mixandolo con succhi di frutta, acqua tonica, lemon o quant’altro. Lo mandammo giù liscio. Senza ghiaccio.
A metà bottiglia andammo di fronte all’hotel Inglaterra, seduti all’ombra di un albero al Parque Central e guardando le finestre delle stanze abitate dai turisti continuammo a bere, certi di essere felici.
Molto più felici di loro, almeno fino alla fine della bottiglia.

La Sosta… la disintegrazione del tempo!

Pubblicato il marzo 31, 2014

Nel 1981 a Villa San Giovanni apre La Sosta.
Da allora, le porte del jazz club hanno visto passare fior fiore di jazzisti di fama mondiale e La Sosta ha rappresentato un meltin pot per tutti coloro che hanno deciso e decidono di raccontarsi e riconoscersi fra sound e voglia di vita, in una dimensione atemporale.
Incontro Mimmo: mente, braccia e cuore del club… ci conosciamo da una vita, ma, vuoi per il livello di rum e birra che abbiamo in corpo, o forse semplicemente per prenderci gioco di chissà chi o cosa, decidiamo di dare un tono iperformale all’intervista dandoci del Lei!
Benvenuti a La Sosta… Cheers!

Banco La Sosta

Com’è nata l’idea del jazz? E soprattutto come è nata l’idea di fare del jazz in un luogo in cui il jazz era inesistente…
L’idea è nata dal fatto che amo molto la vita ed il concetto fondamentale del vivere; e a mio avviso il jazz è un buon modo per amarla.

Il concept di questo numero di C magazine è incentrato sull’idea di Bar e Barrio… un locale puà essere un quartiere?
Il locale prevede un contesto notturno e di conseguenza nel corso degli anni diventa una sorta di confessionale. In tanti vengono qui al bancone e mi raccontano le loro storie. Una cosa spettacolare! Io faccio da mediatore attraverso la musica e l’alcol… posso far dimenticare o far gioire chi in quel momento ho davanti e mi racconta la sua vita. E alla fine ci si conosce un po’ tutti, proprio come in un rione. Sono un esaltatore di emozioni. In fondo tutti cerchiamo la felicità…

E qual’è l’etica del Suo “rione”?
La mia etica è che due occhi, un naso, una bocca, un corpo… fanno più di qualsiasi parola!

Qui alla Sosta hanno suonato tanti jazzisti di fama internazionale, e anche tanti cantautori della scena italiana, ricordo un Cammariere pre successo sanremese, Capossela… chi fra tutti Le è più rimasto nel cuore?
Sicuramente Claudio Lolli! Lolli, è un Guru. È uno che esprime in modo vero quel che sente e vive.
Anche Vinicio è un grande… ma Claudio Lolli è quello che mi ha lasciato di più, anche perché non si è mai allontanato dalla sua linea che è cercare di scardinare il vivere, cercare di far capire che la vita e troppo carina per lasciarcisi fottere da essa.

La gente si è allontana dal jazz o il jazz si è allontanato dalla gente?
Domanda da 100.000.000 di dollari…. Credo che un po’ in tutta Europa si stia perdendo il concetto culturale in generale. Poi dovremmo capire il perché. In fondo, cade Pompei, ma qualcuno l’ha fatta cadere… mi spiego?
Le racconto una storia: tempo fa, qui vicino, c’erano delle palme bellissime, che sono state tagliate… arrivata la primavera le rondini dovevano nidificare. Stormi incantevoli di rondini…
Non avendo dove andare si sono spostate su altri alberi poco più distanti da qui.
Alcune persone si sono lamentate del rumore causato dalla rondini, quindi sono stati tagliati anche gli altri alberi…
La musica e la cultura in fondo, non sono alberi in un concetto metafisico?
Se tu mi tagli via i rami, gli uomini dove andranno a deporre il nido?!

Dal Suo bancone passano tutti… persone di ogni estrazione sociale e culturale. Lei, inevitabilmente, ne assorbe ogni aspetto… la mattina dopo, quando si guarda allo specchio, chi o cosa è diventato?
Io tendo a non guardarmi allo specchio…. perché a volte non ho voglia di vedermi. Credo non esista comunque un’espressione in quanto tale. Ritengo che, come dice il detto, quando stiamo seduti sul cesso siamo chiunque!

Perché come logo per La Sosta ha deciso di adottare il simbolo dell’anarchia?
Era conforme ai tempi in cui ho aperto la Sosta. Adesso invece indica un luogo dove puoi fermarti, dove stare bene, in libertà emotiva… E poi di base io sono così, mi sento così, è un simbolo che mi identifica. Mi viene in mente il concetto di mano destra e mano sinistra: la mano sinistra è la mano del cuore, la destra invece ti dice che se vuoi andare a lavorare vai… fanciullo! Ma nell’opinione logica del concetto del vivere, non dovrebbe esistere né mano sinistra né mano destra… muoversi solo in un sentiero Altro.

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Il jazz può lenire la follia?
Assolutamente si! Il corpo è fatto di sensi… e la musica ti sposta dal tuo quotidiano.

Quindi meno manicomi e più jazz club?
Assolutamente! La musica è un superamento. Chi cantava blues cantava nelle risaie… La musica ti restituisce un po’ ciò che il mondo non ti ha dato!

Il bancone della sosta rappresenta una libreria spezzata in due. Forse l’aggegrazione rimette insieme i pezzi?
In senso filosofico si… e mi approprio della parola “filosofico”. Però l’idea originaria era di disintegrare il tempo. Perché la vita può essere anche altro… ad esempio, liberarsi.

Il fatto che nei bagni del Suo locale – e lo so per certo ovviamente – si siano consumati amplessi, La rende un po’ padre del piacere?
Ho amato questa cosa e la amo ancora. Amo la gente che durante la notte può lasciare una calza o una mutanda nel bagno. Non conosco la vita di queste persone o quel che fanno una volta che tornano a casa… ma quello che so, è che per una notte, nel mio locale, lei o lui hanno vissuto un momento spettacolare!

La Sosta percepisce finanziamenti pubblici per la stagione jazz?
Assolutamente no! Faccio tutto a spese mie, senza ricevere nulla di pubblico e istituzionale. È tutto autofinanziato, frutto del mio pane quotidiano. Affinchè la mia vita non sia mai un leccarci imperiale.

Una Sua definizione di club e di alcool
Stare bene nel mondo. Una definizione che può essere associata a qualunque cosa che ti fa stare bene. Puoi trovare questa condizione nella musica, nel cibo, in altri luoghi. Il club è un luogo in cui la gente si racconta.. un gioco di esistenze.

Nel frattempo Le ho scroccato 3 Marlboro… quanto Le devo?
mmmhh… 500 euro, anzi 300… anzi… quanto cazzo mi vuoi dare? (ride)

Chiudiamo così: consigli un brano da ascoltare a fine intervista, come se adesso fosse Lei a trasmetterlo ai lettori
Un brano di Luigi Tenco che si chiama Vedrai Vedrai…

i marciapiedi ci conoscono!

Pubblicato il marzo 31, 2014

NOME: VINCENZO COSTANTINO
ALIAS: CHINASKI
PROFESSIONE: POETA BARDO
CITAZIONE: “IL BAR NON TI REGALA RICORDI MA I RICORDI PORTANO SEMPRE AL BAR!

  …una passeggiata ideale fra marciapiedi sapienti ed etica da bar, con Vincenzo Costantino Chinaski, autore del libro: Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare, e del disco: Smoke.

chinaski foto

Mi pare assodato che il Bar è un elemento indispensabile nel (sopra)vivere dell’uomo – Il Bar non ti regala ricordi ma i ricordi ti portano sempre Al Bar. – invece, il Barrio è altrettanto indispensabile?
Il Bar non è essenziale, ma visto che esiste diventa un confessionale, un luogo di rifugio sentimentale e quando lo si scambia per una arena si crea confusione. Il quartiere è invece la tutela dei sentimenti, è il grembo …indispensabile.

Per te, da cosa è rappresentato il Barrio?
Dai luoghi del quartiere che mi concedono tregua e accoglienza, così come la gente del quartiere.

Credi ci sia stato un piano studiato dai cosiddetti poteri forti atto a farci chiudere tutti in casa a chattare nella nostra solitudine evitando dunque di popolare le strade?
Non credo nei piani prestabiliti, ma nell’indole umana a non riconoscere mai, o quasi mai l’oltre l’altrove e l’importanza che hanno le impronte che si lasciano camminando.

Il nuovo trend pare sia quello di prendersi molta cura di sé… smettere di fumare perché nuoce gravemente alla salute; fare jogging o andare in palestra; bere Responsabilmente; una dieta equilibrata…
Siamo destinati a diventare un popolo di sani oppure semplicemente moriremo sani?
Siamo destinati all’uguaglianza, all’omologazione, alla massificazione, siamo destinati alla quantità.
La qualità sarà come il merito, il gesto rivoluzionario.

Anni fa ho intervistato Capossela. Lui mi disse che tu sei quell’amico che conosce ed insegna le cose veramente indispensabili nella vita, ad esempio: “quando è opportuno ubriacarsi e quando non lo è.”
Puoi spiegarmi questo aspetto? Quando NON è opportuno e quando invece lo è particolarmente?
Ne parlo solo con gli amici, e in privato.

La discografia e la letteratura rappresentano un mercato particolarmente in crisi al momento. La gente è sempre più informata ma legge sempre meno, e ascolta musica su youtube ma non compra più cd.
Tu hai fatto un disco – bellissimo oltretutto – in cui leggi tue poesie su sottofondo/contorno musicale… non hai capito un cazzo oppure in fondo sei un inguaribile ottimista nonostante tutto?
Sono un inguaribile romantico perché non ho capito un cazzo , ma ho capito che le cose le fai a prescindere dalla quantità. non mi interessa quanto vende il mio disco, ma chi ha il coraggio di acquistarlo.

copertina

L’Uomo riuscirà a salvare l’Uomo?
Solo se riuscirà a capire e amare la donna.

I marciapiedi ci riconoscono?
No, ci conoscono, sono i custodi delle nostre solitudini.

Per un poeta Bardo, qual’è oggi il gesto più epico?
Sopravvivere di poesia.

Perché Ulisse ti è sempre stato sul cazzo?
Perché rappresenta il furbo, l’intelligenza al servizio del più forte.

Credi in Dio? E se si, come te lo immagini?
Credo nell’azzardo e nella scommessa e ho scommesso che qualcosa o qualcuno c’è, e se c’è
me lo immagino Donna, con peli pubici e ascellari bleu.

Pedro Juan Gutierrez sostiene che sia un tempo molto difficile per i poeti, perché non c’è nulla di bello di cui cantare o scrivere.
È possibile trovare lirismo nella “monnezza”. Ma, dove credi che oggi si possa trovare la bellezza?
Non mi riguarda, perché è relativo. Non cerco la bellezza ma solo vita, che mi faccia ridere o piangere per poi restituirla a chi non se ne accorge.
Sai quante lacrime e sorrisi sono andati persi e invece avrebbero potuto salvare le giornate.

Grazie per il tempo che mi hai dedicato. 
Prego.

.

Io non la Bevo!

Pubblicato il marzo 23, 2014

Dalle prime pagine de Il corpo non dimentica – di Violetta Bellocchio – pare che la forza di questo romanzo/taccuino/confessione sia il modo in cui la scrittrice mette in scena l’esasperazione di una condizione compulsiva, senza però rendere fascinoso il profilo dannato della protagonista, senza eroicizzarne la sostanza di cui essa abusa.
Ma più proseguo nella lettura e più mi rendo conto che dopo tutto, per quanto si voglia sottolineare l’aspetto ben poco romantico della sostanza in questione, trattasi sostanzialmente di un libro che in fondo mette in scena l’alcool e basta! Un libro che evidentemente lo protagonizza.

 

Birrarda

 

Non c’è poi tanto da interpretare, e l’eroicizzazione del luppolo, o la fascinazione che si può nutrire nei confronti della protagonista che potrebbe essere chiunque, o potrebbe essere quel sentimento autolesionista che alberga in molte persone, è inevitabile e viene a galla come la schiuma in una pinta di birra!
Vorrebbe essere uno psicodramma con uscita dal tunnel, come a dire: ce la si può fare! Ma altro non è se non un’elucubrazione palesemente di estrazione borghese, di quel borghese annoiato in pieno stile Oblomov, e che ha sempre in tasca quei 20, 25, 30 o chissà quanti euro da spendere per consumare il proprio delirio. Magari fra i lustri di un Happy Hour a Brera.
Non è l’operaio che fa la colletta con altri due o tre colleghi per comprare un grammo da pippare al suono delle 8 ore in fabbrica. Non è il dipsomaniaco disposto a rubare un’autoradio pur di soddisfare la propria distruzione e che già dal furto stesso ne viene fuori colpevole.
C’è il sapore costante dell’autocommiserazione popolana e cattolica, quell’autocommiserazione che lascia autoconvincere il personaggio che attraverso di essa possa lavare via il peccato delle sue “colpe”.
La prosa è diretta, come è giusto che sia. Cruda? Io direi semplicemente al dente!
Si scade banalmente nel girone del borghese che, uscito dalle tenebre, mette il punto al suo peccato, offrendolo a mo’ di agnello sacrificale a quanti vorranno e potranno bere (passatemi il termine) dalla fonte di chi ha vissuto sulla propria pelle il segno drammatico della perdizione; il borghesuccio che fa i conti con la coscienza e che lava via il peccato per mezzo del riconoscimento, dell’accettazione.
La vera forza del libro sta invece nel, neanche tanto latente, aspetto femminista. La peculiarità di tale lavoro è rappresentata dal fatto che sia una donna – quella che beve – ad abusare di quanto pareva fosse esclusiva maschile… chiamiamolo pure: effetto Winehouse; chiamiamolo pure: effetto Rehab; chiamiamolo pure: effetto Zelda Fitzgerald.
Se a scrivere Il corpo non dimentica fosse stato un uomo del 2014, state pur certi che editori, editors, e critici gli avrebbero dato addosso ricordandogli un forte ritardo sui tempi, e avrebbero tirato in ballo stimabili e compianti predecessori quali London, Baudelaire, Hemingway, Gutierrez, Lorca, e un milione di eccetera eccetera come a dire: Che volemmo fa? Er Bukowski de noartri?

Avrei confrontato volentieri le mie impressioni con l’autrice, entrando in punta di piedi, ma purtroppo, dopo aver comunicato il concept del mese di aprile (Bar e Barrios), riceviamo questa riposta dall’ufficio stampa che riporto testualmente: “Stiamo cercando di tenere il più “alto” possibile il libro e agganciarlo a Bar e Barrio non mi sembra molto il caso“…
Dunque, non resta altro che questo sapore di nulladifatto pari a quello che ti lascia in bocca il vomito della notte prima in uno stoico postsbronza senza colpe!
Molto più “alto” sarà stato forse, darsi in pasto a un talkshow altrettanto borghese, e sfamare e saziare la compassione di una presentatrice dalle smorfie tristi e contrite  come chi si compenetra nel tuo dolore e ne sa cogliere a pieno le ferite… annuendo, con la fronte corrugata. È “alto” scrivere della propria “porcheria” (nell’accezione Celineiana) senza però poi volersene invischiare? Agli editors l’ardua sentenza.

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