Articoli di C magazine

Gambardellas – l’intervista

Pubblicato il maggio 22, 2014

 

 

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Mauro, non appari più da solo nelle foto ufficiali, ma siete a tutti gli effetti un trio.
Come mai quest’esigenza di cambiamento? O è stato un evolversi naturale della collaborazione di anni ormai con Grethel e Glenda Frassi?
Dopo l’uscita del primo album “Sloppy Sounds” nel febbraio 2013 avevo l’esigenza di mettere insieme una band per il tour. La scelta è ricaduta sulle persone con cui mi ero trovato meglio nel corso degli anni: tanto musicalmente quanto umanamente. Grethel e Glenda sono state le prime persone che ho contattato: la loro band precedente si era sciolta e sapevo che potevano portare un tocco ancora più personale nelle mie composizioni.
Da allora abbiamo portato a termine un tour italiano di più di 40 date e l’affiatamento tra noi è stato tale che è stato naturale passare a comporre come una band e non più come artista singolo.

Ho notato un notevole cambiamento anche nel look. Mi raccontate come mai e chi vi ha seguito?
Con l’ingresso ufficiale di Glenda e Grethel nella formazione i Gambardellas sono diventati una band a tutti gli effetti. Volevamo che questo nuovo Ep rappresentasse un nuovo inizio: le nuove canzoni hanno un tono più cupo rispetto a quelle dell’album precedente, volevamo che anche il nostro look seguisse questo mood. Ci siamo affidati ad un team di lavoro molto valido con cui abbiamo ricercato e creato il nostro nuovo look. Cogliamo l’occasione per ringraziare Zoe Vincenti per il servizio fotografico, Silvia Ortombina per lo styling e Moreno Cicoria per il make up: hanno saputo cogliere il nostro lato più dark.

Quali sono i vostri punti di riferimento in ambito musicale e no?
Ascoltiamo davvero di tutto e ci piace essere informati sulle ultime uscire discografiche. Nel periodo in cui stavamo componendo e registrando Ashes i dischi che più ascoltavamo erano gli ultimi di Queens of the stone age, Arctic Monkeys e Alt-j. Ultimamente invece gli album che più ci hanno entusiasmato sono stati quelli di St. Vincent, Anna Calvi, Warpaint e siamo in attesa del prossimo di Jack White. Ci piace mischiare le carte: blues ed elettronica.

Passiamo al disco e partiamo proprio dal titolo, Ashes. Un termine decisamente carico di significati, vi va di raccontarci qualcosa a riguardo?
La canzone ed il testo di Ashes nascono quasi per caso: è stata la prima canzone che abbiamo composto jammando come una band. In queste occasioni mi capita di cantare un testo non-sense in inglese, giusto per trovare una melodia valida, e quella volta in particolare la parola “ashes” continuava a tornarmi in mente. Ho deciso quindi di scrivere un testo che parlasse di rinascita e superamento dei propri limiti umani e che facesse riferimento a fatti molto personali. Ci siamo poi resi conto che il tema della rinascita si confaceva bene al periodo che stavamo attraversando: nuova musica, nuovo look, nuova band

Quanto è durata la produzione dell’ep di Ashes, che difficoltà avete incontrato, se ce ne sono state?
Lo scorso agosto ci siamo chiusi nella nostra sala prove e abbiamo cominciato a registrare delle pre produzioni. A fine mese avevamo composto circa 20 pezzi. Nonostante avessimo sufficiente materiale per poter registrare un disco abbiamo preferito temporeggiare ed uscire co un Ep di 4 pezzi, questo perché un album ha necessità di maggiore tempo e ragionamento per essere lavorato mentre noi volevamo uscire entro gennaio con un nuovo prodotto: un Ep ci è sembrata la scelta più sensata e coerente con il percorso di crescita che stiamo affrontando.
Le registrazioni del disco sono state davvero rapide e tranquille: le nostre pre-produzioni erano già molto dettagliate e tutti noi sapevamo cosa volevamo ottenere. In tutto abbiamo registrato e mixato l’Ep in una settimana presso l’Indiehub studio di Milano, l’Ep è stato prodotto da noi e da Giovanni Spinotti (ex collaboratore di Bob Clearmountain a Los Angeles) mentre il mastering è stato affidato a Lee Fletcher in UK.

La dimensione del live, se doveste descrivervi live in poche righe come definireste il vostro spettacolo?
Decisamente potente e coinvolgente, inoltre la nostra formazione particolare, con me alla batteria e voce principale e due ragazze che suonano e cantano alla grande ai miei lati, attrae da subito l’attenzione.

Ho letto che parteciperete al Woodstock Festival, il più grande festival in Europa, che l’anno scorso ha contato più di 400.000 presenze. Come credete che sarà esibirsi in una realtà così grande?
Non vediamo l’ora di suonare al Woodstock! Per noi sarà sicuramente una grande occasione ed una grande esperienza suonare davanti a così tanta gente all’estero. E’ stata davvero una sorpresa essere selezionati per questo festival: c’erano in palio 5 posti e band da tutto il mondo a contenderseli, quando é arrivata la notizia per noi è stato un onore e una conferma che il duro lavoro che facciamo per portare la nostra musica ad alti livelli è stato ripagato.

 

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Ci sono in programma altre date all’estero?
Quest’estate continueremo sicuramente il nostro tour italiano: ad ora l’Ashes tour conta 30 date e da qui ad Agosto contiamo di aggiungerne delle altre. Da settembre cercheremo di portare il live anche all’estero: i contatti ci sono ma non posso ancora rivelare i dettagli

State già lavorando al prossimo album? Ci dobbiamo aspettare altri cambiamenti?
Abbiamo già tanto materiale pronto, i nostri gusti musicali sono in continuo divenire ed il nostro affiatamento come band è costante, non sappiamo però ancora quando, come o con chi entrare in studio: per ora ci concentriamo sul tour anche se il prossimo album dovrà per forza rappresentare un ulteriore passo avanti per i Gambardellas.

 

 

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Aperitivo d’arte

Pubblicato il maggio 12, 2014

Dopo una partecipazione al Fotofestival di Copenhagen (2013) e alla mostra “I Luoghi dell’anima” a Genova (dicembre 2013 – gennaio 2014) è arrivato il momento per Karen Natasja Wikstrand di presentarsi al pubblico romano.

L’esposizione vedrà un estratto del suo progetto in corso “My Mobile Moments”, dettagli e attimi di vita “rubati” esclusivamente con l’aiuto di un cellulare.

The Death Of A Disco Dancer

Aperitivo d’Arte Electronic Art Cafe“
 – Giovedì 15 maggio 2014 solo da Camponeschi Wine Bar a Piazza Farnese 51 (Roma) 
L’aperitivo inizia alle 20.00 fino a tarda notte.
In mostra le fotografie di Karen Natasja Wikstrand e le opere di Maria Gloria Sirabella
. L’evento EAC è organizzato dal fondatore Umberto Scrocca e dalla curatrice Manuela Van.
www.electronicartcafe.com

Waterflower

Astenia e alterazioni della sfera sessuale

Pubblicato il aprile 30, 2014

L’omeopatia osserva un iter diagnostico molto articolato per definire la causa (eziologia) e la cura dell’astenia.
In linea generale l’astenia è un sintomo che il paziente ri- ferisce nella maniera più varia.
“Mi sento stanco… mi sento senza forze… vorrei dormire tutto il giorno… etc.”

La mancanza di forza, di “potere” nel fare qualcosa e la stanchezza sono il comune denominatore di tutte le forme di astenia.
Spesso, però, è solo un sintomo punta di un iceberg il cui vero volto è per esempio una sindrome depressiva: “Non ho voglia di far nulla, non ho motivazioni e piaceri di vita per cui sono stanco di tutto…” 
Vi è la stanchezza reattiva in tutti quei soggetti che devono e vogliono essere sempre performanti sul lavoro, con gli amici, a scuola o all’università.
 A volte l’astenia può essere l’espressione di patologie gravi.

 

Omeopatia

 

 

In omeopatia è necessario comprendere esatta- mente l’origine di tale sintomo, coglierne le sfu- mature e i ritmi rispetto alle attività quotidiane nell’ottica di trovare il rimedio più adatto per la prescrizione finale.
Non sarebbe sufficiente un intero magazine per ad-
dentrarci nelle costituzioni e nelle diatesi omeopatiche ma è importante accennare al fatto che la conformazione fisica e la storia fisiologica e patologica di ognuno di
 noi sono alla base della tipizzazione dei diversi tipi di astenia.
Alla stanchezza in generale è sempre più collegato il problema della astenia sessuale intesa come mancanza di potere sessuale che in un contesto maschile è più da interpretare non solo come una difficoltà a trovare il vigore fisico durante l’atto ma anche come la mancanza di libido; in un contesto più femminile (con tutte le eccezioni del caso che non sono riconducibili a una regola generale) il concetto di potere sessuale è più legato alla libido intesa come l’interesse e/o il desiderio di avere una rapporto.
 Non sono oggetto di questa breve trattazione tutti i casi di dispareunia (difficoltà nell’avere un rapporto sessuale) in cui i problemi di base sono infezioni genitali (specialmente per la donna).

 

Phosporicum Acidum:
Marcata astenia e stanchezza fin dal mattino, soggetti in genere magri, longilinei, molto sensibili e fantasiosi. Tendenti all’ipotensione. In ge- nere alterazione nella durata dei rapporti sessuali.Si stancano subito. Libido variabile. Donne molto sensibili ed emotive spesso con fervida immaginazione anche in ambito erotico.
Kalium Phoshoricum:
Esaurimento e stanchezza dopo sforzi mentali (eccessivo studio, abusi in genere)
Nux Vomica:
Nelle persone iper competitive, attive, spesso alcolisti o fumatori, collerici, in genere manager o soggetti che devono per forza riuscire nella vita, che danno molto importanza al denaro come affermazione economica.
 Periodi di mancanza di vigore sessuale con alterazioni che si presentano durante un rapporto che in genere inizia in maniera normale.
Conium Maculatum:

Impotenza o mancanza di libido dopo lunga astinenza sessuale.
Vertigini e sintomi gastroenterici. Stanchezza
Natrum Carbonicum:
Spossatezza dopo una insolazione
Thuya:
Stanchezza e disinteresse verso tutto su base spesso depressiva.
Un ultimo messaggio mi è d’obbligo.
A volte il miglior rimedio per problemi di libido e per l’astenia sessuale è cercare di incontrare un partner che ci faccia veramente sentire bene!

La musica per cambiare la percezione dell’esistente – intervista a Claudio Lolli

Pubblicato il aprile 30, 2014

CANTAUTORE E POETA, ARTISTA CHE HA INTERPRETATO 40 ANNI DELLA NOSTRA STORIA, CLAUDIO LOLLI RIFUGGE QUESTE DEFINIZIONI CON L’UMILTÀ DI CHI SA CHE LA STRADA DA PERCORRERE È ANCORA LUNGA E CHE CON IMMUTATA PASSIONE, DOPO 40 ANNI DI CARRIERA, CONTINUA A CALCARE LE SCENE DI TEATRI, PIAZZE E AUDITORIUM PER PORTARE LA SUA MUSICA SEMPRE IN PRIMA LINEA. CON LUI ABBIAMO AVUTO IL
PIACERE DI QUESTA INTERVISTA TELEFONICA.

 

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Trento, Roma, Bologna: cosa vuol dire tornare in tournée oggi per te?

Intanto vorrei saperlo anche io. Comunque non è proprio una tournée, ci stanno chiamando spesso e l’altra piccola precisazione è che io non ho mai smesso. Forse queste date sono state un po’ più pubblicizzate, ma concerti ne ho sempre fatti, alcuni anni di più, alcuni anni di meno, non ho praticamente smesso mai se non nei passati anni ‘80.

Quindi sempre in giro, sempre attivo…
Sì abbastanza, nei limiti che l’oggi consente ad uno come me, però sì, una trentina l’anno li faccio sempre.

Cantautore e poeta, conosci il valore delle parola…
Non esageriamo.

Dove un tempo il soggetto politico era la collettività, oggi si parla di “gente”. Secondo te cosa indica questo cambiamento lessicale?

Se posso permettermi “gente”, come “popolo”, è una parola che mi piace non troppo. Nel senso che è molto molto indistinta e si presta a qualunque utilizzo da parte di chiunque, mentre “collettività”, come mi pare che intendessi tu, ha una sua connotazione molto più precisa. Parlare di “gente”, parlare di “popolo”, vuol dire parlare di nulla insomma. La differenza mi sembra evidente e anche la causa di questa differenza. Le collettività in questo senso mi pare che esistano sempre meno e c’è tutto un rimescolamento abbastanza confuso di persone che si chiamano “gente”.

La canzone “Borghesia” nel 2000 dal vivo si trasformò. Tra “Il vento” e “Ti spazzerà via” aggiungesti la parola “forse”?

Sì, ci abbiamo messo un “forse” (ride).
Questo indica che quelle gioiose e furenti certezze degli anni ‘70 sono svanite?

Sì, direi di sì. Io la rappresento in modo molto ironico, la facciamo quasi sempre come bis, ultimo pezzo, perché insomma fa anche ridere. L’ho scritta quando avevo 17 anni e la conclusione era questa: “Un giorno il vento ti spazzerà via”. Ero convinto, ingenuamente convinto nel mio apprendistato politico e filosofico, che sarebbe stato inevitabile un cambiamento. Adesso naturalmente non lo sono più, quindi devo dirlo ai miei poveri spettatori.
Ma questa borghesia… se poi è sempre la stessa di allora…


Posso dire una cosa? Secondo me è pure peggio… Mi ricordo uno slogan “Agnelli e Pirelli, ladri gemelli.” Erano grandi famiglie, grandi borghesi anche abbastanza colti. Quelli che ci sono oggi francamente non mi sembrano dello stesso livello, mi sembrano molto, molto più piccolini, da tutti i punti di vista.

Chi o cosa avrebbe il potere oggi di spazzare via questa borghesia?
Una domanda di riserva?

Non la ho purtroppo, è quello che vorrei sapere anche io.
Non ho la risposta. Non lo so. A parte gli scherzi, è molto, molto difficile capire che direzione sta prendendo la società italiana, non mi sembra nemmeno che ci siano dei movimenti antagonisti credibili, ma ti dirò di più, nemmeno riformisti quasi credibili. Mi trovi veramente impreparato…
Nel 1976 “Ho visto anche gli zingari felici” decolla anche grazie al suo circolare nelle radio libere. Il potere allora per un magico istante fu davvero nelle mani della collettività. Senti di essere un figlio di quel particolare momento storico e politico? O come artista lo hai solo attraversato?

Guarda, un po’ tutt’e due. Adesso tu mi fai troppi complimenti, poeta, artista, son parole grosse. Un artista, se ha la sua voce, va avanti comunque, però certamente quei momenti collettivi seri ed importanti mi hanno aiutato molto e mi hanno, in un certo senso, portato alla luce con maggior facilità, ecco, hanno reso il parto più semplice. Allora si chiamavano Radio Libere, oggi si chiamano Radio Private, effettivamente c’è una bella differenza.

Dal 2010 hai preso parte a diverse attività antimafia. In cosa si concretizza secondo te la battaglia per togliere il potere alla mafia?

Anche qui non sono assolutamente preparato. La mafia è una specie di Stato nello Stato, di controstato quindi una volta che ci fosse eventualmente uno Stato serio, che funziona, credibile, vicino ai cittadini, penso che le potenzialità di questi controStati sarebbero molto minori. Questo è un parere da cittadino, che magari qualche esperto potrà trovare ridicolo.

 

Il tuo ultimo album, Lovesongs, del 2009, è una raccolta di sole canzoni d’amore. Come mai questa scelta? Ha ancora senso la canzone politica oggi o la consapevolezza sociale passa per altre vie?
Mi sembri abbastanza acuta. Sì, l’amore è un’esperienza profonda, un’esperienza vera e può avere un valore eversivo oggi, come tutte le esperienze vere in questo mondo, in questa società un po’ finta. Più tecnicamente, avevo l’impressione che nella mia lunga, ormai lunghissima, forse troppo lunga, carriera ci fossero state delle canzoni d’amore però passate un po’ inosservate di fronte a quelle che hanno avuto maggior ascolto, maggior evidenza, proprio forse perché erano più immediatamente politiche. Ho pensato che fosse giusto rivalutarle, riabilitarle, con arrangiamenti molto diversi, però riprenderle.

 

Cosa può fare la musica per cambiare gli equilibri di potere?

Ci può provare. La musica, nel momento in cui si pone il problema e l’obiettivo di modificare un po’ la percezione dell’esistente negli ascoltatori, in qualche misura contribuisce ad una piccola, lenta, minuscola modificazione culturale che ha ovviamente una valenza politica. Poi che cosa possa fare così nell’immediato, con un risultato immediato, questo è un’altra cosa. Una canzone non è un decreto legge.

 

Hai lavorato nelle scuole per molti anni a contatto con i ragazzi e in un’intervista hai detto che non ti permetti di educarli ad “andare contro”. Cosa bisognerebbe insegnare ai ragazzi oggi? E soprattutto in che modo?
Intendevo dire questo, cito così a memoria, quindi sicuramente sbagliata, una poesia di Erich Fried: “Chi dice ai suoi studenti di essere di destra è di destra. Chi insegna ai suoi studenti ad essere di sinistra è di destra, chi dice solamente quello che è, e che forse potrebbe anche eventualmente sba- gliare, potrebbe anche darsi che sia di sinistra.

Pornoterrorismo, il corpo da prigione ad arma

Pubblicato il aprile 30, 2014

«Esiste per caso fusione più bella di quella tra le parole “porno” e “terrorismo”? L’erotica del terrore, un territorio inesplorato che si apre davanti a noi come un cadavere in attesa dell’autopsia. Allo stesso modo in cui i funerali mi fanno ridere, l’immagine di un bel cadavere, a volte, mi può far bagnare le mutande. La prima sensazione è che non si potrà mai superare l’imbarazzo della situazione, l’umiliazione imposta dalla società quando qualcosa di politicamente scorretto ci seduce. Ma si supera, oh sì, si supera masturbandocisi su: un primo atto di culto al terrore. L’unico modo di vincerlo è lasciandosene sedurre, trasformandosi nella sua tenera amichetta».
(Pornoterrorismo, Diana Torres, Malatempora, 2014)

 

 

 

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La liberazione dai poteri che normano il corpo e la sessualità passa attraverso i gesti distruttivi ed iconoclasti del pornoterrorismo ideato e praticato dalla spagnola Diana J.Torres, eiaculatrice precoce, spaccapalle, grande cagna e troia per vocazione.

Diana, che dal 2001 si mette in gioco nel campo di battaglia dei codici culturali con azioni dirette e workshop sul corpo spesso dedicati allo squirting (l’eiaculazione femminile), è stata ad aprile in tour in Italia per presentare il suo libro Pornoterrorismo, edito dalla casa editrice Malatempora. Nell’ambito del tour, l’11 aprile del 2014, Diana sale sul palco del Forte Prenestino a Roma, accompagnata da Slavina, traduttrice delle sue poesie in italiano, e si spoglia. Un evento simile non è una novità al Forte Prenestino: le mura di questa fortezza romana dell’Ottocento hanno visto questo ed altro, attraversate da decenni di iconoclastia punk, e già in altre occasioni le tette di Diana hanno avuto modo di guardare quelle mura. Ma il pornoterrorismo attacca e colpisce sempre come fosse la prima volta.

I capezzoli di Diana, oscenamente imbellettati di rosso, ci osservano come un secondo paio di occhi. La pornoterrorista sale in scena dopo aver presentato il suo libro nel quale racconta, tra testi critici, racconti brevi e poesie, quali sono i punti chiave da scardinare nell’immaginario erotico per ribaltare il potere della norma costrittiva e diventare i nuovi figli ibridi di una futura umanità.

Utopia, fantascienza, misticismo, stregoneria e grand guignol si alternano nella performance di Diana J. Torres che, dalla teoria alla pratica, individua cinque campi di azione per scardinare il potere a partire dai corpi:

1. Pratiche erotiche non catalogate
2. Sessualità terrorizzante: quella dei bambini e quella dei disabili
3. Sadomasochismo
4. Esibizionismo
5. Crisi dell’identità di genere

 

Durante la conferenza, Diana ci spiega la sua esperienza per ognuna di queste voci trattate in altrettanti capitoli del libro, condivide con noi la sua strategia di attacco e analizza le ragioni per cui ognuno di questi punti è una zona sensibile del potere, una zona erogena di un corpo normativo che quando viene toccata reagisce in modo macroscopico destrutturando ogni equilibro castrante.

In un passo del libro di Diana dedicato all’identità di genere, che secondo lei è la più destabilizzante delle zone di intervento pornoterrorista, leggiamo: “…I generi sessuali sono una presa in giro, un macabro scherzo che il sistema ci gioca per farci avere più paura di non saperci adeguare ai suoi schemi. Non sapere con certezza (o non far sapere con certezza agli/lle altri/e) se si è uomini o donne è terrorista dall’inizio alla fine. La cosa più importante che ti viene consegnata quando vieni al mondo è il tuo genere: te lo danno come una specie di kit di sopravvivenza dal quale non potrai mai liberarti, perché da esso dipende la tua felicità, la tua fortuna, la realizzazione dei tuoi sogni. Solo che un giorno ti rendi conto che senza di esso non solo puoi sopravvivere perfettamente, ma sei anche molto più libero/a, anche se produrrai uno stridio ovunque tu vada, quando ti muoverai in società”  – (Pornoterrorismo, Diana Torres, Malatempora, 2014, p.119).

Dalla teoria alla pratica, Diana durante l’esibizione mette in atto, con il suo corpo sui nostri corpi, pratiche erotiche non catalogate, sessualità terrorizzante, messa in discussione dell’identità di genere  e sadomasochismo, il tutto condito ovviamente da un’abbondante dose di esibizionismo.

“Siete dei figli di puttana / voi che mi guardate / da queste celle di punizione, / da questi posti di lavoro, / da questi affitti di merda, / siete dei figli di puttana.” (Figli di puttana, p. 168, Diana J. Torres, op. cit.)

La performance è costruita per assaltare i muri della nostra prigione. Diana J. Torres, ben assestata sulle spalle dei giganti della body art come ggAllin, Annie Sprinkle, Ron Athey, Lydia Lunch e Franko B., ci guarda con gli occhi delle sue tette attraverso le sbarre della nostra cella e ci consegna le chiavi per aprire la prigione e liberare la bestia. Saremo noi poi gli unici responsabili delle conseguenze, ci avverte Diana stessa in un disclaimer sul finire del rituale, quasi di sfuggita, quando ormai è troppo tardi per tirarsi indietro.

Quello di Diana in scena è un corpo osceno che sputa, squirta, vomita, piange lacrime di sale emulando le mistiche che si infliggevano umiliazioni corporali per divellere le porte della prigione castrante della norma.

Diana non si limita a parlare dell’umiliazione dei nostri orifizi trascurati, negati o colpevolizzati, organi di un corpo che non viene esplorato o idolatrato abbastanza. Diana mostra cosa vuol dire oltrepassare le mura della prigione della norma e con le narici aspira sale come fosse cocaina dopo averne sparso un chilo tra lei e noi per delimitare uno spazio sacro di sicurezza.

Gli orifizi che la pornoterrorista mette in discussione sono accessi diretti alle viscere della mente.

Diana mette in atto il suo autodafé. Tradizione cattolica ed eresia si intrecciano in una danza propiziatoria. Intanto, tra lacrime di sangue e lacrime di sale appena sniffato, tra sputi e parolacce da bruciare in un rituale sabbatico, mentre un gruppo di giovani arabi fa foto e video con lo smartphone per testimoniare increduli il tornado culturale nel quale sono stati risucchiati, una ragazzina dietro di noi urla: “Vogliamo ballare!”.
Diana ha aperto il portale del suo corpo con un microfono infilato in vagina e invita qualcuno a suonarla con le percussioni. Un ragazzino in bilico tra la pubertà e l’età adulta sale in scena a suonare il corpo pornoterrorista con la sensibilità di un percussionista alla scoperta di un nuovo strumento.
Le vibrazioni salgono dal basso, le fiamme che bruciano l’insulto e le etichette si perdono verso l’alto.

Noi ce ne andiamo con il nostro libro nuovo in tasca e la frase di Primo Moroni che prende forma nel lobo frontale, lì vicino alle gemme di sale: “Condividere saperi senza fondare poteri.” Perché là dove si scardina un potere, immediatamente se ne insedia un altro, più subdolo, più nascosto, ma sempre figlio dell’ideologia che cristallizza e uccide ogni vita.
Ogni gesto è rivoluzionario quando nasce dall’esplorazione e dall’accettazione di noi stessi e per questo il mio consiglio è: leggete il libro di Diana J. Torres, ma sappiate che la forma del vostro desiderio liberato è quel mistero inconoscibile che ancora oggi vi spinge a ballare.

 

 

 

 

 

– Testo Agnese Trocchi –

Dalla pornografia al “realismo sessuale”, la rivoluzione cinematografica delle Ragazze del Porno.

Pubblicato il aprile 30, 2014

Alzi la mano chi non ha mai guardato un film porno. Ammettetelo! Anche voi, nell’intimità delle vostre stanze, quando il desiderio monta, la noia vi pervade, la passione si accende, cominciate a cambiar canale in TV cercando del materiale pornografico oppure navigate online alla ricerca dell’immagine giusta, dello spunto che darà libero sfogo alle vostre fantasie.

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Ma chi è che produce e confeziona per noi l’immaginario pornografico?  Molto spesso, anzi spessissimo, sono gli uomini a stare dietro la macchina da presa e a dirigere e produrre i film porno. È un potere sottile ma intrusivo quello di chi produce pornografia, un potere che si insinua tra i nostri fluidi, nei nostri centri dell’eccitazione, decide il ritmo del godimento: la ripetizione dell’atto meccanico è il mantra a cui i piaceri sono asserviti e l’eiaculazione maschile è l’unico traguardo da raggiungere.

La giornalista Tiziana Lo Porto ha riflettuto sulla pornografia e sulla sua produzione in Italia e ha deciso che fosse il momento  di far emergere l’immaginario delle donne. Nasce così il progetto “Le Ragazze del Porno”, dieci registe italiane che si cimenteranno con la produzione di altrettanti cortometraggi pornoerotici. Un progetto per il quale le ragazze hanno lanciato una campagna di finanziamento dal basso su indiegogo realizzando un video-appello che sulla rete è diventato subito un piccolo caso. In fondo tutti sono subito pronti ad eccitarsi quando si sente parlare di donne e pornografia. Ma come starà andando in realtà questa campagna di finanziamento? E soprattutto: ma cosa è la pornografia?
Abbiamo rivolto le nostre domande direttamente alle Ragazze del Porno che hanno risposto nella persona della regista Monica Stambrini.

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C’è tanta confusione attorno al termine pornografia. Per qualcuno è qualcosa che serve ad eccitarsi, per altri è la manifestazione dell’osceno, secondo il dizionario etimologico è l’illustrazione delle attività delle prostitute. Potete definire con esattezza cosa intendete voi per pornografia?
Nell’usare la parola pornografia per i nostri corti intendiamo la rappresentazione della sessualità in modo esplicito, senza censure, sia da un punto di vista visivo che narrativo. Si potrebbe anche definire “realismo sessuale”. 
La sessualità riguarda la vita e l’immaginario di tutte/i, perché la sua rappresentazione dev’essere prerogativa solo del porno e non del cinema?   Nella letteratura e nell’arte… c’è molta più sessualità che non nel cinema – anche perché c’è meno censura. Io credo che il cinema vorrebbe poter raccontare in modo molto più esplicito il sesso, solo che non lo può fare perché cade nella censura che ne limita la distribuzione. 
Ma di nuovo (come negli anni ’60 e ’70) il cinema si sta cominciando a ribellare alle regole e infatti negli ultimi festival di cinema si fa un gran parlare di scene di sesso esplicite in film d’autore.



Perché i corti delle ragazze del porno saranno pornoerotici e non pornografici?
Credo che finché non gireremo i nostri corti sarà difficile dare delle definizioni. Le sceneggiature sono un’indicazione, poi quando si mette in scena una sceneggiatura molto può cambiare. Il confine fra erotismo e pornografia è abbastanza labile e soggettivo. E noi siamo tutte registe diverse, soggetti diversi. Lì è il bello.

Tra le reazioni dell’italiano medio al vostro video-appello per il crowdfunding, sui social network ci sono state le classiche: “A me non mi dicono niente”, “Non me le scoperei”, “Belle tette”. Secondo voi la vostra operazione potrà servire a bastonare lo stordimento culturale di questo soggetto sociale? O non si corre il rischio di creare un prodotto di successo che però non modificherà l’ignoranza dilagante?
Direi che per ora, già il nostro coming out ha modificato qualcosa. Noi, viste come belle o brutte, normali o stravaganti, giovani o vecchie, registe più o meno famose, osiamo esporci. Comunque le critiche erano prevedibili, l’entusiasmo con cui siamo state accolte meno, ci hanno sorpreso. Direi che è già un traguardo, al di là del prodotto – che ci impegneremo di fare al meglio per noi e per tutti quelli che aspettano con ansia e/o scetticismo.

Una pornografia ideata da donne sarà più ricca di personaggi ed emozioni“, dite nel vostro video-appello. I maschi non sono capaci di fare un pornografia ricca di personaggi ed emozioni? È un problema di genere o un problema di domanda e offerta sul mercato?
Io personalmente non credo sia tanto una questione di genere quanto di domanda e offerta appunto. la pornografia è sempre stata vista come un prodotto per uomini, fatto da uomini. Dal momento che il mercato si apre, si apre anche il genere. O viceversa. E sperimenta linguaggi e narrazioni nuove o diverse.

Erika Lust, Candida Royalle, Annie Sprinkle, sono alcune delle donne più celebri che sono passate dal ruolo di attrici porno a quello di registe del porno. Mettersi dietro alla   telecamera è una presa di potere? Avete anche voi una storia simile? E in che modo il vostro porno si relaziona con il loro e con quello di tutte le donne che fanno già pornografia?
Mettersi dietro ad una macchina da presa è una presa di potere enorme. Le donne illustri che hai citato ne hanno dato piena dimostrazione. Loro sono pioniere, e lavorano dal di dentro dell’industria del porno. Noi arriviamo da tutt’altro background ma ovviamente anche a loro ci siamo ispirate, ci hanno dato coraggio. Io ho una passione particolare per Annie Sprinkle – sta veramente facendo delle cose molto belle e anche politiche, con ironia.

Una pornografia diversa sarà ancora pornografia?
Non son fatta per le definizioni. Non lo so, questione di moda.

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A marzo avete lanciato una campagna di finanziamento su indiegogo per produrre la raccolta dei 10 corti. A circa un mese dal lancio dell’appello, come sta andando la campagna?
Allora, proprio oggi abbiamo fatto un ragionamento sulla questione: ad oggi mancano 37 giorni e abbiamo 3300 euro su 15000 che chiediamo per girare (spesando solo le spese vive) i 3 corti che lanceranno il progetto di lungometraggio fatto di almeno 6 corti. Diciamo che la nostra colletta online, ovvero il crowdfunding https://www.indiegogo.com/projects/le-ragazze-del-porno/x/5464697#home non sta andando molto bene paragonato alla visibilità che abbiamo avuto (in Italia) come ragazze del porno. Forse anche solo perché non tutti capiscono come fare a mettere soldi su un progetto online. Stiamo infatti pensando di fare dei tutorial, ma a breve perché a fine maggio è già finita. Comunque invece in parallelo, senza strategie, abbiamo fatto una vendita di opere di artisti vari, Art for Porn, che è andata molto bene, e ne faremo altre anche a Milano forse Bologna e Venezia. Art for Porn è stato un bellissimo evento e la solidarietà fra artisti (esattamente come stiamo facendo noi registe-ragazze del porno fra di noi) di questi tempi è particolarmente incoraggiante.

Ultima domanda: il direttore irresponsabile vorrebbe partecipare in (s)veste di attore… Si può?
Certo. Faremo dei provini aperti a tutti gli interessati, non solo ad attori, fra giugno e luglio. Fra Roma e Milano, per ora. Vi faremo sapere sui nostri siti le date precise.

 

https://www.indiegogo.com/projects/le-ragazze-del-porno/x/5464697#home
https://www.facebook.com/lrdpms
http://www.leragazzedelporno.org
twitter   @ragazzedelporno

– Testo Agnese Trocchi –

La Fine all’Alba… al Teatro Golden

Pubblicato il aprile 24, 2014

La fine all’alba è un’opera noir e crepuscolare ambientata all’interno di una banca dove si sono asserragliati 5 rapinatori, ognuno appartenente ad organizzazioni criminali diverse, con 3 ostaggi: il direttore della banca, una ragazza affascinata da uno dei rapinatori e un
signore anziano che era andato a chiedere un mutuo. La consapevolezza che quella potrebbe essere la loro ultima notte produce nei banditi complesse riflessioni sulla propria esistenza, nella ipotetica e sofferta scelta tra l’ergastolo, e quindi il ritorno in carcere, e la morte. Ognuno dei rapinatori non ce l’ha fatta a vivere nella normalità ma tra i 5 personaggi c’è un infiltrato e l’epilogo è alle porte.
La regia dello spettacolo, in scena dal 25 al 28 Aprile presso il Teatro Golden di Roma è di Francesco Cinquemani.

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Si dice che dietro ogni comico si nasconda una forte malinconia… Adesso hai smesso i panni della satira e ti confronti con un contesto drammatico, dalle tinte noir. Come ti ci trovi? E cosa ti ha spinto ad accettare questo copione?
Come tu stesso hai detto, dietro ogni comico c’è una grande malinconia e drammaticità. È proprio forse questo lato che per forte contrapposizione mi porta a sdrammatizzare cercando la comicità che mi appaga nel rispondere a quel lato di me più nascosto.
Come mi ci trovo? Fortemente motivato da una realtà che pochi conoscono e che invece farebbero bene a conoscere, riuscendo ad apprezzare fino in fondo il valore della Libertà.
Naturalmente non ho smesso di fare il comico, ma spettacoli come questo rappresentano un modo attraverso il quale chi è più riconosciuto come me, può affrontare tematiche importanti come queste.

Lavorare con dei detenuti cosa ti sta insegnando?
I “detenuti”… pardon, gli attori con cui ho il privilegio di affiancare in palcoscenici sono bravissimi… Molto meglio di tanti liberi che farebbero bene ad andarsi a nascondere.

Salutaci con una battuta, se ti va…
Una risata per il finale di questa intervista è che le istituzioni sono state Latitanti! Ovviamente mi assumo le responsabilità di questa battuta essendo io stesso un comico molto Ricercato!
Un ringraziamento voglio farlo anche ad Augusto Guerrieri che è stato il collante fra me e Antonio Turco.

YELLOW MOOR

Pubblicato il aprile 18, 2014

Il 21 marzo è uscito per Prismopaco Records, l’omonimo album d’esordio di YELLOW MOOR, nuovo progetto di Andrea Viti (Karma, Afterhours, Juan Mordecai, e diverse collaborazioni internazionali tra cui Mark Lanegan e Nick Cave) e Silvia Alfei, artista visiva, song-writer, danzatrice e performer. Tutto è nato da una domanda di Silvia ad Andrea, in moto, a maggio, mentre costeggiavano una landa di fiori gialli (Yellow Moor, appunto): “Perché non facciamo un disco? Non credi sia arrivato il momento?”.


Di lì a poco, quel campo di fiori gialli avrebbe fatto da culla a un progetto, che non è solo musicale. Yellow Moor è un’esperienza, una testimonianza vera e tangibile di voler fare qualcosa per cambiare la propria vita.

 

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La prima domanda è per Andrea: di certo il tuo nome non è nuovo nel panorama musicale italiano, viste le tue precedenti esperienze nei Karma e negli Afterhours, per citarne solo un paio. In che modo credi abbiano influenzato questo disco?
Ho cercato di imparare il più possibile dagli amici e collaboratori musicisti con cui ho lavorato.
Nel progetto dei Yellow Moor c’è un rimando a certe sonorità “desertiche” e blues che hanno caratterizzato il lavoro “Juan Mordecai” che avevo realizzato con David Moretti e il resto dei Karma nel 2007. Per quanto riguarda Karma e Afterhours non sono un punto di riferimento sostanziale in questo primo disco dei Yellow Moor pur essendo stati importantissimi per la mia formazione. Quello che per me è stata invece l’influenza maggiore è la collaborazione che ho avuto e che tuttora porto avanti con Fausto Rossi.
Come è nato il progetto Yellow Moor? La biografia racconta di un cambio di vita importante che da Milano vi ha portato in un cascinale immerso nella natura. Come mai questa esigenza di allontanarsi dalla città?
Per una serie di vicessitudini, alcuni anni fa, quando facevamo ancora continuamente spola tra Milano e le zone in cui viviamo ora, sentivamo sempre di più la necessità di una casa/studio, sia per riuscire a fare meglio il nostro lavoro in ambito musicale, sia per cercare di realizzare insieme un progetto di più ampio respiro, che potesse accogliere altri artisti di vari ambiti creativi, dove poter coltivare i nostri interessi in maniera più libera. Non siamo poi così distanti dalla città e teniamo comunque un piede dentro ciò che può offrire. Milano è difficile da vivere quando si cerca di essere indipendenti, soprattutto se non hai “molto soldo in tasca” ma è una città in cui puoi trovare la possibilità di conoscere e frequentare tante realtà creative, soprattutto in ambito musicale.
La scelta di vivere immersi nella natura è stata sì una piccola sfida ma diciamo che non ci siamo arrivati totalmente impreparati, entrambi siamo cresciuti fin da piccoli con forti legami alla natura, soprattutto con la montagna.
Quando ci siamo incontrati, abbiamo iniziato a collaborare per creare i progetti sonori di alcune performance nell’ambito della danza contemporanea ed è nato il progetto Dual Lyd (Doppio Suono). Abbiamo anche realizzato alcune performances dove Andrea utilizza un set live elettro- acustico e dove Silvia interagisce con il movimento, il segno grafico e alcuni interventi noise. Con Dual Lyd abbiamo creato le colonne sonore per spettacoli teatrali e sonorizzazioni video di altri artisti e coreografi. E’ stato abbastanza naturale, nel frattempo, far crescere le idee per un disco. Abbiamo realizzato metà delle registrazioni di Yellow Moor nel nostro home-studio e l’altra metà presso gli studi Sotto il mare di Verona affidandoci al sound engineer Luca Tacconi con il quale Andrea aveva già collaborato per la produzione artistica di altre band.

Quali sono state invece le difficoltà nell’aver compiuto una scelta del genere?
Fare una scelta non è stato così difficile come si può pensare. Volevamo lavorare ognuno per le sue passioni e condividerne alcune tra cui quella che ci unisce di più, la musica.
La difficoltà non è stata nel fatto di aver scelto di rimettere in sesto un posto e spostarci, questa è la parte gioiosa e quello per cui abbiamo lottato e che oggi, guardando quello che abbiamo fatto, ci rende anche orgogliosi. La difficoltà è stata a livello fisico perché abbiamo dovuto fare tutto noi due da soli e ci sono stati momenti in cui abbiamo pensato di non farcela o che stavamo chiedendo troppo a noi stessi. Siamo convinti però che, in questo momento, la scelta più giusta è riuscire a ricavare sempre più tempo per ciò che amiamo fare se pur, per sostenerci, sia sempre necessario incasellare anche mille altre cose.
Per Yellow Moor non ci siamo quindi messi fretta e abbiamo atteso di avere tutti i pezzi pronti, le idee ben chiare rispetto al sound che volevamo e un budget di partenza, prima di catalizzare la band per le registrazioni in studio e il team che ci ha seguito per la fase di uscita e che tuttora ci supporta in questo momento delicato di promozione e organizzazione di un tour.

Il disco ha richiesto tre anni di lavoro, quali sono state le maggiori difficoltà? Ci sono degli episodi significativi che hanno segnato in modo particolare l’album?
Silvia: “ Il disco è cresciuto piano nel riflesso di ciò che ha attraversato la nostra sensibilità.
A un certo punto, si dice: “Il vaso è pieno” ed è quello il momento in cui si avverte la necessità creativa. Abbiamo lavorato intensamente entrambi alla produzione artistica di questo progetto cercando di averne cura, confrontandoci sempre sulle direzioni da prendere in ogni fase.
Andrea ha alle spalle una carriera musicale molto importante che però ha subìto una sorta di standby per alcuni anni. Tornare con un progetto come questo e rimettersi in gioco, è sicuramente un atto di grande coraggio. Io ho semplicemente lanciato il sasso nell’acqua scrivendo il primo testo del disco “Yellow Flowers” e da lì tutto è partito. Andrea mi ha spinto poi a entrare sempre di più nel lavoro.
Nei tre anni successivi, oltre a scrivere e comporre per Yellow Moor ci siamo dedicati anche al progetto Dual Lyd e ovviamente lavorato per altre situazioni (Andrea come bassista per altri musicisti, io come danzatrice per progetti personali e per alcune compagnie), per questo le tempistiche sono state così dilatate.
Per quanto riguarda gli episodi che hanno segnato l’album, per noi ogni brano ha in se qualcosa di particolarmente significativo.
Ad esempio: “Ghost” è un pezzo che racconta un momento di grande solitudine che ho attraversato, un periodo durissimo in una sorta di strano limbo in cui mi ero sentita sconfitta e dove tutto mi sembrava senza senso ma, “Toccare il fondo” aveva in sé il principio di una rinascita ed è stato fondamentale per realizzare nuove cose.
“Castle burned”, uno dei testi scritti a due mani, è un grido di ribellione verso le imposizioni di una società che tende spesso a opprimere le figure creative e a limitarne la libertà e l’apertura, imponendo modelli precostituiti e affossando la possibilità di espressione, limitando gli spazi per l’arte e la cultura. Ci si ritrova così a camminare su sentieri pericolosi, costretti a cambiare strada, lavoro o a restare immobilizzati. C’è gente che non sa cosa vuol dire spendere la propria vita per l’arte e che non ne ha rispetto, capita così che venga a volte distrutto ciò che è stato costruito con cura e fatica.
Alcune esperienze di Andrea hanno sicuramente segnato l’unico testo da lui scritto interamente “Out of the city”. Una fuga dalla città, lasciando dietro le spalle tutti e tutto quello che può arrestare i desideri e le speranze, senza paura di ciò che sarà, continuando a sognare e a credere in se stesso.
“Seven Lizards” è un brano che “scorre” veloce come un fiume, le immagini si susseguono in una
sequenza di visioni e pensieri che mi hanno colta uno dei primi pomeriggi lontana dalla città. Affacciata alla finestra osservavo i boschi e i campi, mi rendevo conto che sarebbe stato un buon posto dove poter ritrovare un sorriso.

Come nascono le canzoni?
Le canzoni possono nascere in vari modi, è possibile partire dal testo e lasciare che siano le parole a dare incipit per la composizione ritmica e melodica oppure il contrario.
In questo nostro primo disco la maggior parte dei brani sono nati partendo proprio dai testi; è stato ciò che raccontavano a spingere il mood e a farci capire come avremmo potuto sviluppare la struttura, la composizione, le voci e gli arrangiamenti.
In questo modo il testo e la musica hanno forse trovato la giusta coerenza e anche quel po’ di originalità che contraddistingue il nostro lavoro nonostante la scelta, voluta e cercata, di proporre un disco con brani dalle caratteristiche “old style”, che evocano echi americani e anglosassoni di band storiche che abbiamo sempre ascoltato e che prendiamo come punto di riferimento per ricreare però qualcosa di personale.

La copertina del disco raffigura un cuore sanguinante, comunica quindi un certo percorso di ‘sofferenza’ che avete dovuto attraversare nella vostra vita privata? Quanto c’è di autobiografico nelle vostre canzoni?
Nelle nostre canzoni di autobiografico c’è moltissimo.
Volevamo un lavoro sincero, senza una ricercatezza fittizia.
Un cuore stretto tra le spine che torna a battere e riaccende la visione delle cose; è avvolto tra i rami e le sue radici poggiano sullo sfondo giallo intenso di una landa.
La copertina è stata affidata a un bravissimo illustratore, Alberto Corradi.
Alberto ha messo tutta la sua creatività e il suo stile, per regalarci un’immagine immediata, forte e poetica che centra perfettamente tutto il senso dell’album.

 

Yellow Moor Cover web

 

Una domanda per te Silvia: il tuo curriculum vanta numerose esperienze anche come performer. Quanto la danza ha inciso sul momento della scrittura o sull’interpretazione dei testi?
Porto la mia esperienza di danzatrice e il mio legame alla musica e alla ricerca in maniera totale.
La scrittura di un testo è come la creazione di una performance, di una coreografia o di una composizione istantanea.
Un inizio, uno sviluppo, una fine e qualche volta una “sorpresa”.
In maniera semplice, senza artifici, senza fronzoli.
Anche nelle mie performance lavoro così.
Arriva un’idea, spesso accade d’improvviso. La approfondisco, ne estrapolo l’essenza e la trasferisco a un livello comunicativo, che siano parole, azioni, immagini o movimenti danzati.
Nel canto è stato fondamentale l’aiuto di Andrea che mi ha spinta a cercare un mio modo di interpretare, capire come migliorare e cosa avrei potuto fare per affiancarlo.
Ho sempre amato cantare ma questa è stata la prima volta all’interno di un disco. Cerco un mio modo di portare la voce nel canto attraverso una naturalità espressiva che mi permetta di trovare agio e forza ma che soprattutto faccia funzionare il pezzo. E’ stato un passaggio quasi obbligato a un certo punto, passare dal silenzio della danza al suono della voce. Nonostante io abbia coltivato la vocalità nel teatro, imparare a usare meglio la voce nel canto e renderla espressiva è un percorso difficile ma straordinario che voglio approfondire. Anche la voce in qualche modo può danzare.

Il progetto nasce da voi due, ma dal vivo invece come vi presentate?
Nei nostri live abbiamo con noi tre dei quattro musicisti che hanno realizzato le registrazioni di alcuni brani del disco in studio. Francesco Cappiotti alla chitarra acustica ed elettrica, Simone Marchioretti alla batteria e Guglielmo Cappiotti al piano elettrico. Tre musicisti preparatissimi, propositivi e ottimi amici.
Il progetto è nato da noi due ma fin dall’inizio la nostra idea è stata quella di fare un lavoro che presupponesse un live il più possibile vicino al sound del disco.
La proposta live è per dei concerti principalmente in elettrico nonostante ci presentiamo a volte anche in acustico per le radio e altri contesti più intimi.

Avete recentemente pubblicato il vostro primo video, “Castle Burned”, realizzato da Francesco Collinelli, che denuncia una sorta di gabbia dentro la quale viviamo, una certa alienazione quotidiana sia del corpo che della mente. Ci potete dire qualcosa in più sull’esperienza della realizzazione di questo video?
A Francesco Collinelli abbiamo lasciato sostanzialmente “carta bianca”.
Volevamo avesse molta libertà interpretativa.
Ha ascoltato il brano e ci ha immediatamente proposto una sceneggiatura molto accattivante. Rispetto ai suoi precedenti lavori ci ha confidato che avrebbe voluto sperimentare qualcosa di diverso. Lo abbiamo subito sentito entusiasta e ci siamo fidati totalmente delle sue scelte e delle sue proposte. Grazie alla location concessa dalla compagnia “Quelli di Grock” abbiamo girato il video sfruttando riprese in interno e in esterno. E’ stata una giornata di riprese molto intensa ma anche molto divertente. Per il video Francesco ha chiamato tre attori: Gaia Grassi, Pietro Tolve, il bambino protagonista insieme a Gianni Parodi (un attore dalle innumerevoli esperienze teatrali) e tutti noi della band. Il risultato è un video che spinge il brano e che ritmicamente trattiene l’attenzione alle immagini, è molto cinematografico e con innesti di playback perfettamente inanellati alla storia narrata.

Ascoltando l’album, si ha davvero l’impressione di intraprendere un viaggio e chiunque lo ascolti può riadattarlo alla propria esperienza privata. Il vostro viaggio è appena cominciato. Direzione?
Un tour in Italia e non solo…? ;)

 

 

 

 

 

 

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