Articoli di Paola Doria

La Pasqua secondo Clint

Pubblicato il aprile 11, 2014

Il barrio degli sconosciuti che poi diventano più importanti dei parenti…

Riflettendo sul concept di questo mese mi è venuto subito in mente che esistono vari modi di interpretare il barrio ovvero il quartiere.

Spesso associamo il concetto di quartiere ad un qualcosa di positivo, piccole realtà, nuclei famigliari che convivono negli stessi spazi e condividono le loro esistenze in (più o meno) armonia.

Un esempio antitetico che però crea una “scuola” a parte può essere il quartiere di Clint Eastwood in “Gran Torino”.

Gran_Torino_poster

Uno spazio periferico, a tratti non molto raccomandabile (baby gang e delinquenza), un tracciato perfetto della realtà americana in cui tutti vivono nel loro recinto ma non sanno e non vogliono sapere chi c’è di fianco o di fronte a loro.

Walt Kowalski è un uomo pieno di rancore e di odio. Ha appena perso la moglie e si ritrova a combattere con il dolore della perdita e della solitudine. Solo. I figli sono indefinibili (meglio scrivere così per non iniziare con gli insulti): lo trattano da deficiente, se ne fregano altamente della sua condizione, cinicamente proseguono i loro affari e lo vorrebbero controllato e controllabile in una casa di riposo (questo mi ricorda un altro film, “Up”).

Il personaggio di Eastwood sembra “tutto d’un pezzo” ma è più complesso di quello che sembra. Inoltre si chiama, non a caso, Kowalski come il protagonista di “Quel tram chiamato desiderio” che vedeva protagonista un Marlon Brando all’apice della sua carriera.

Kowalski è in parte la sintesi dei film interpretati da Eastwood: lo ricordiamo sempre come il duro dagli occhi di ghiaccio che non si piega mai al volere altrui e vive a modo suo in un mondo che lo emargina.

In parte anche questo Kowalski è così: da “buon” veterano della guerra in Corea proprio non sopporta i suoi nuovi vicini, una famiglia asiatica di etnia Hmong, allontana malamente il giovane parroco che cerca di portargli conforto per la morte della moglie e persino gli insulsi figli.

Preferisce vivere il suo dolore rinchiudendosi nella “casa museo” (della felicità con la moglie), bere tutte le birre che vuole in veranda con l’amato cane. Sarà invece il mondo a scontrarsi con lui quando incontra i vicini di casa asiatici e un po’ “caciaroni” che turbano la sua quiete.

Il ragazzino Thao e la sorella Sue sono perseguitati da una baby gang e le vicende conflittuali un bel giorno capitano proprio nella proprietà di Kowalski. Da quel momento anche se con un po’ di riluttanza iniziale il granitico veterano si affeziona a quei ragazzi tanto da cercare di salvarli dalle violenze dei piccoli delinquenti di quartiere. Walt riscopre cosa vuol dire amare arrivando al sacrificio estremo per il bene dei due giovani.

Questo finale un po’ cristologico è stato molto criticato in patria (troppo buonista secondo la critica americana) ma credo che in questa risoluzione inaspettata delle vicende dei protagonisti sia insita la vera forza del film. Eastwood rimane sempre il ruvido regista che non vuole autocompiacimento e autocelebrazione. Lui racconta storie e nei suoi film sono le storie e non l’estetica a farla da padroni. È scarno, essenziale, ed i colori sono le mezze tinte della vita quotidiana delle persone normali. E altrettanto sono scarne le musiche composte dal figlio (“O Sole mio” rifatti al pianoforte!). L’occhio del regista è un testimone oculare apparentemente obiettivo di quello che avviene in un giorno qualunque in un posto qualunque. Ma è appunto questa mancanza apparente di pretese che è la forza di tutti i lavori di Eastwood.

Clint Eastwood è il regista del sapore autentico (anche se non sempre piacevole) della vita e la sua essenzialità ci permette di scavare nell’animo umano dei personaggi ma anche nei nostri cuori.

Una Doria abbraccia un’altra Doria…

Pubblicato il marzo 28, 2014

… quando l’Altrove si trova celato nel mistero e noi ciechi brancoliamo nelle tenebre…

 

Siamo la nazione dei favoritismi ai parenti… e dunque posso farlo anch’io. Di parente proprio non si tratta ma abbiamo lo stesso nome. Sto parlando della Tavola Doria che finalmente è ritornata in “patria”, a Firenze, nella culla silenziosa dove è nata. Potevo esimermi di rallegrarmi insieme a voi di una simile notizia?

La mia quasi omonima ne ha viste di cose e non solo per la sua veneranda età. Il viaggio della Tavola D. (permettetemi di chiamarLa così, Le dà un’allure principesca, stile Lady D.) è degno di quello che cantò Omero, quello dell’uomo dalla mente colorata.

 

Leonardo_da_vinci,_Battle_of_Anghiari_(Tavola_Doria)

Dopo mille peripezie, giri intorno al mondo, trafugamenti e acquisti in buona fede (ce n’è per tutti i gusti, quasi da farci un film) il Dipinto è tornato a tutti gli effetti patrimonio dello Stato Italiano e assegnato al Museo degli Uffizi. Fino al 29 giugno verrà esposto in sala 16.

La nostra D. torna alle sue origini, respirerà l’aria fiorentina e virtualmente abbraccerà quella stanza (il Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio) in cui dovrebbe essere celata (con il famoso motto “Cerca Trova”) la Battaglia di Anghiari di Leonardo.

Il mistero nasconde ai nostri occhi quello che la Tavola Doria ci mostra. È lei l’unico “indizio” del giallo del dipinto ad encausto leonardesco che ha fatto scervellare i più grandi studiosi di storia dell’arte.

La Tavola Doria è un bozzetto di mano (forse) di Leonardo e raffigura il particolare centrale della famosa battaglia (1503 -1505) andata perduta dietro l’opera successiva di Giorgio Vasari. Ed il Giorgio da bravo studioso pensa ai posteri e lascia il suo motto per indicare che la sua opera forse è solo un velo dietro cui si cela l’opera del Maestro di Vinci.

Prende il nome dai suoi primi proprietari, i Doria (quelli genovesi…) che lo acquistarono nel 1621. Il dipinto passò poi nelle mani di un altro della casata, Doria d’Angri che lo vendette all’asta a metà Novecento circa ad un marchese anche lui genovese che lo portò con sé in Svizzera. Passò poi in Germania e nei primi anni Novanta fu acquistato in buona fede in Giappone dal Tokyo Fuji Art Museum anche se il dipinto risultava “wanted – ricercato” dalla Polizia italiana.

Nel 2008 era ancora in Svizzera, al sicuro dietro le fredde pareti di un caveau e dobbiamo ringraziare anche la diplomazia giapponese se ci è concesso oggi di riaverlo “a casa”.

Guardando la Tavola Doria non posso non chiedermi come doveva essere l’originale di Leonardo. E la mente va all’ultima visita fiorentina a Palazzo Vecchio dove sono stata come minimo mezz’ora a fissare l’opera vasariana cercando quel “Cerca Trova”.

La Tavola Doria è per noi un po’ come il materializzarsi del mito della caverna: percepiamo la magnificenza, la bellezza e il pathos della Battaglia di Anghiari non per quello che è realmente ma attraverso le ombre dipinte sulla tavola da questa mano benevola che ci ha voluto lasciare un segno.

Speriamo un giorno, forse non troppo lontano, di essere accecati dal fulgore dell’opera perduta di Leonardo. Accecati dalla Verità, dalla Bellezza e dalla Purezza del suo gesto pittorico e catapultati all’interno di un conflitto di corpi, di spade e di anime.

L’apparizione della Marmotta Sempiterna

Pubblicato il marzo 21, 2014

Sono le 6 del 2 febbraio e Phil si appresta a rivivere per l’ennesima volta il giorno della Marmotta, qui a Punxsutawney.
Che importa a Phil di quel noioso roditore che cerca di batterlo nelle previsioni del tempo. Una marmotta che annuncia la primavera? Mah. Lui è uno scienziato, ha un approccio scientifico alla meteorologia e sa benissimo che arriverà una bufera di neve che lo intrappolerà per sempre nella ridente località del roditore. Una cosa non sa però. Che quel reiterarsi continuo della stessa identica giornata cambierà qualcosa. Sembra un paradosso: una giornata dopo l’altra, una la fotocopia delle precedenti e ciononostante i cambiamenti si verificano.

 

Closeup_groundhog

 
Phil le ha provate tutte per liberarsi di quella stramaledetta festa della marmotta, di rompere la routine (è proprio il caso di dirlo) per ricominciare a vivere. Si è avvelenato, buttato da una finestra, fulminato, drogato, gettato da una rupe con la macchina ma niente da fare alla mattina si svegliava sempre alle 6 in punto con la musica di “I’ve got you baby” di Sonny e Cher nella sua stanza della sua pensioncina.
All’inizio era divertente poter reiterare all’infinito la medesima giornata: ti sbronzi e non hai postumi, vai a letto con tutte le donne carine del paese e loro non si ricordano di te, fai le pazzie più pazze che non hai mai osato fare nella tua vita e il giorno dopo è come se niente fosse… Ma tutta questa scemenza a lungo andare logora e Phil tenta ogni forma di suicidio. E niente, rinasce ogni volta alle 6 di mattina… Niente ha più senso fino a quando non si innamora della sua collega, la dolce Rita. Tenta ogni cosa per conquistarla e ogni volta va in bianco. Così capisce che non è il mondo esterno che deve cambiare ma è lui ed il suo rapporto verso la gente di quel piccolo e buffo posto sperduto chissà dove in Pennsylvania. Inizia a far fruttare anche le giornate – fotocopia: impara a scolpire nel ghiaccio, diventa un abile pianista, studia i poeti francesi… e soprattutto capisce che non sono gli altri che devono fare qualcosa per lui ma è lui che, conoscendo già gli eventi della giornata, può far qualcosa per renderla più speciale per ognuno degli abitanti di Punxsutawney. Fa da cupido a due giovani innamorati, salva la vita al primo cittadino che si stava strangolando con un boccone di bistecca e cerca di far sopravvivere un vecchio senzatetto che ogni sera, immancabilmente, morirà in ospedale “perché era arrivata la sua ora”.
La sua vita ricomincerà a scorrere solo quando lascerà da parte ogni egoismo e si dedicherà agli altri, confessando il suo amore a Rita.

 

Groundhog_Day_(movie_poster)
In America si dice “giorno della marmotta” per indicare una giornata grigia, senza niente che possa entusiasmarci. Spesso le nostre giornate sono “da marmotta” immersi nella solita routine quotidiana del lavoro che ci ruba gran parte della giornata. Se riuscissimo a colorare quelle giornate monotone non sarebbe bellissimo? Riuscire a capire che dare è la prima mossa da fare per ricevere… A noi non è concesso di rivivere all’infinito la stessa giornata e se potessimo scegliere avremmo preferito una giornata particolare, piena di gioie, di emozioni, di sole.
Invece ci tocca, come a Phil, “il giorno della marmotta”. Le difficoltà si devono sempre trasformare in opportunità e spetta a noi fare la nostra parte per rendere speciale la vita di quelli che incontriamo sul nostro cammino.

Il Cuore Ghiacciato di Oscar

Pubblicato il marzo 14, 2014

Settimana scorsa abbiamo elogiato l’Accademy per i film premiati nella cerimonia al Dolby Theatre di L.A.
Ma gli scivoloni sono sempre dietro l’angolo… soprattutto se si pattina sul ghiaccio. Stiamo ovviamente parlando della nomination al miglior film d’animazione, il disneyano “Frozen”.

 

Frozen

Tutti gli amanti della moda sanno che il caldo colore dorato della statuetta più famosa non va d’accordo con le tonalità fredde azzurro – grigie del paese dei ghiacci. Avete per caso visto qualche video metal ambientato in Ghiacciolandia con il gruppo vestito d’oro? Gli Him e i Nightwish erano rigorosamente vestiti di nero e argento (che s’intona meglio con il bianco neve). Nella storia del rock forse solo i Lacuna Coil osarono (è il caso di dirlo) l’oro perché vestiti da Dolce & Gabbana nel ristorante del duo fashion.
Comunque la statuetta a “Frozen” proprio non mi va giù, è una stalattite che mi si è impiantata in gola. E vi posso dire che io da scema l’ho anche visto al cinema! L’unico motivo: la gag del pupazzo di neve Olaf, l’unica cosa decente del film.
Cara Accademy avete premiato una pellicola carina dal punto di vista estetico ma vuota e inconsistente (gelida!) nella sostanza. La storia di “Frozen” doveva essere ispirata alla fiaba “La Regina delle Nevi”, ma qui ovviamente Disney si è dimenticato la Regina e ha messo solo la neve. Il bello non fa di un film un capolavoro: ci vuole cuore, anima e passione, cose che in questo film creato solo per sbancare al botteghino non ho visto. Dove sono finiti i vostri cuori, quelli che hanno creato “Lilly e il Vagabondo”, “Red e Toby Nemiciamici”, “Gli Aristogatti” e “Oliver & Company”?

I vostri cuori si sono ghiacciati insieme alla vostra creatività.
Siamo sicuri che non ci fosse di meglio tra i film di animazione di questa lagna canterina? C’era, eccome!
C’era Miyazaki con “Kaze Tachinu – Si alza il vento”, il film che il grande regista giapponese ha creato e ripensato da una vita ed ispirato alla figura di suo padre.
E poi ancora “I Croods”. L’ho visto anche questo, non ero molto entusiasta all’inizio ma devo dire che è stato un film simpatico, allegro, con tante gag divertenti e mai idiote. Insomma sono entrata al cinema arricciando il naso e sono uscita col sorriso…
L’”effetto Di Caprio” invece va a pennello per i Minion i poveri e gialli cosini (sembrano delle pillole giganti, ma pillole di buonumore!) il cui colore si intonava perfettamente con la tonalità luminosa dell’Oscar. “Cattivissimo Me 2” è stato messo a tacere anche se ammetto è stato più riuscito del precedente con questa tribù giallo sole più scatenata che mai.

Cattivissimo me 2

Ed infine tenerissimi i disegni di “Ernest e Célestine”, film franco – belga con sceneggiatura di Daniel Pennac. Il cinema francese d’animazione ci regala sempre delle chicche come “Vie d’un chat” di qualche anno fa (se non lo avete visto, cercatelo perché è delizioso!)
In conclusione posso dire che quelli del 2014 sono proprio gli Oscar dell’Altrove: per l’animazione hanno davvero guardato Altrove.

2014: Odissea nell’Altrove

Pubblicato il marzo 6, 2014

Finisce sempre così, con la morte. Prima però c’è stata la vita nascosta sotto il bla bla bla bla… È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo, bla bla bla bla…
Altrove c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque che questo romanzo abbia inizio. In fondo è solo un trucco, sì, un trucco”.

La_grande_bellezza da wikipedia

Questo è l’excipit del film di Paolo Sorrentino premiato agli Oscar. Sinceramente tutti ne stanno parlando e non volevo farlo perché mi piace andare controcorrente. Ma quest’ultima frase, essendo l’altrove il concept del mese, mi ha dato il la per parlare di questo ma anche di altri film che un altrove ce l’hanno anche se a volte i personaggi sono troppo ciechi e non riescono a vederlo.

La Grande Bellezza forse non esiste, forse non riusciamo a comprenderla e dobbiamo accontentarci di vivere quei pochi o tanti istanti di serenità. La Grande Bellezza del passato che non può tornare ed essere replicato o modificato, la Grande Bellezza delle occasioni mancate e del “come sarebbe andata se…” un po’ alla “Sliding Doors”. Ho trovato molti punti in comune tra “La Grande Bellezza” e “Lost in Translation” con protagonista un ottimo Bill Murray.

L’Altrove è il Silenzio. L’assenza di rumore che avvolge le vicende di Solomon Northup, il protagonista del pluripremiato “12 anni schiavo”.

Il silenzio di questo film è fatto di vuoti, di mancanze, di soprusi e di frustate. Di speranza che il domani riservi un destino migliore. È il silenzio dell’obbedienza che dovevano ai padroni ma anche quello della dignità che nonostante tutto questi esseri umani, (mal)trattati come cose, non riescono a perdere. L’assenza di suoni avvolge i sentimenti di Solomon come a congelarli, a custodirli in un lato remoto della memoria perché parte di un passato che forse non rivedrà mai.

“12 anni schiavo” è anche un film sulla Natura: il paesaggio che circonda le persone e che continua silenzioso la propria vita, come se non si curasse delle vicende umane in contrasto netto con la Natura degli uomini; i “selvaggi” carichi di umanità e speranza mentre i padroni (eccezion fatta per il personaggio di Benedict Cumberbatch) rivelano la loro natura selvaggia di bestie votate solo a far profitto.

12 anni schiavo da wikipedia

L’Altrove della malattia invece ci viene mostrato da “August: Osage County”.

Una streepitosa Meryl Streep ci mostra la vera natura disperata dell’esistenza nell’assenza della salute fisica. Tormentata da un tumore alla bocca, piena fino al collo di farmaci, vaga come ubriaca per la sua casa prigione con la sola ora d’aria per il funerale del marito, suicidatosi. Anche qui si parla di silenzi: il silenzio di chi non ce la fa più a sopportare una vita che non è più vita e decide così di andare sul lago e anziché pescare, tuffarsi per sempre nelle sue acque verdognole.

Dallas_Buyers_Club da wikipedia

Ed infine, the last but not the least, l’Altrove del Diverso in “Dallas Buyers Club”, il Calvario di un malato di AIDS scacciato dalla società che lo aveva prima accolto che combatte per la sua vita, per quel che resta della sua vita.

Il cinema pionieristico dell’Altrove

Pubblicato il marzo 1, 2014

– Spazio, ultima frontiera. Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise…. –

 

 

No, Star Trek, il Capitano Kirk e il vulcaniano Spok non erano ancora nati.
L’Altrove viene sempre associato alla fantascienza, alla scoperta di nuovi mo(n)di, alla fuga dalla realtà. Ovviamente questi tre elementi del cocktail variano a seconda dell’epoca in cui ci troviamo.
L’Altrove viene sempre e comunque inteso come qualcosa di totalmente estraneo che porta un po’ di inquietudine (forse la paura dello sconosciuto) nella vita dell’uomo. Ma non è sempre così, soprattutto al cinema.

 

Le_Voyage_dans_la_lune da wikipedia

Il primo pioniere dell’Altrove è senza dubbio l’amatissimo Georges Melies. Prestigiatore, presto si accorge delle potenzialità del mezzo cinematografico e riproduce i suoi trucchi su pellicola per portarli nelle case… ops, nickelodeon (nickel – odeon) di tutto il mondo.
Le opere di Georges Melies ci fanno esplorare l’Altrove con la fantasia e ci fanno scoprire mondi sconosciuti attraverso gli effetti speciali rudimentali che il grande cineasta francese inscenava davanti all’occhio della macchina da presa. Spesso l’approccio all’Altrove del papà della fantascienza (come mi piace definirlo) era molto leggero, divertente. Ma comunque mai banale. E trasportava grandi e piccini con viaggi in pillole verso il sorriso e la poesia. Ci ha fatto conoscere per primo gli abitanti della Luna (Voyage dans la Lune, 1902) con i loro sgargianti colori e ci ha fatto incontrare simpatiche note che suonavano posizionate in un insolito pentagramma (Le Melòmane, 1903). Ma non solo… Ci ha anche catapultato per primo in interessanti periodi storici (Jeanne d’Arc, 1900 e L’Affaire Dreyfus, 1899) e ci ha fatto scoprire il freddo dei ghiacci ne La Conquête du Pole del 1912, l’ultimo film di successo prima della bancarotta.

Proseguendo il nostro percorso storico tra le pellicole dell’Altrove troviamo degli italiani… i Futuristi che l’Altrove lo ricercavano con mezzi tutti loro, d’avanguardia, per distrarre l’uomo moderno dalla vita monotona che conduceva. Altrove = fuga dalla realtà.
“Il cinematografo futurista che noi prepariamo, deformazione gioconda dell’universo, sintesi alogica e fuggente della vita mondiale, diventerà la migliore scuola per i ragazzi: scuola di gioia, di velocità, di forza, di temerarietà e di eroismo. Il cinematografo futurista acutizzerà, svilupperà la sensibilità, velocizzerà l’immaginazione creatrice, darà all’intelligenza un prodigioso senso di simultaneità e di onnipresenza. Il cinematografo futurista collaborerà così al rinnovamento generale sostituendo la rivista (sempre pedantesca), il dramma (sempre previsto) e uccidendo il libro (sempre tedioso e opprimente). Le necessità della propaganda ci costringeranno a pubblicare un libro di tanto in tanto. Ma preferiamo esprimerci mediante il cinematografo, le grandi tavole di parole in libertà e i mobili avvisi luminosi […] Nel film futurista entreranno come mezzi di espressione gli elementi più svariati: dal brano di vita reale alla chiazza di colore, dalla linea alle parole in libertà, dalla musica cromatica e plastica alla musica di oggetti. Esso sarà insomma pittura, architettura, scultura, parole in libertà, musica di colori, linee e forme, accozzo di oggetti e realtà caotizzata. Offriremo nuove ispirazioni alle ricerche dei pittori i quali tendono a forzare i limiti della letteratura marciando verso la pittura, l’arte dei rumori e gettando un meraviglioso ponte tra la parola e l’oggetto reale” (Manifesto del Cinema Futurista, 1916).
Lo spettatore del cinema futurista era letteralmente bombardato da un’allegra accozzaglia di suoni, luci, immagini e parole che simultaneamente cercavano di costruire un possibile significato. Sergei_Eisenstein_03 da wikipedia
Altrove come fuga dalla realtà anche per la particolare visione che Sergej Ejzenstejin aveva dei capolavori Disney. Il mitico Walt, creatore di Topolino, era per l’inventore del montaggio delle attrazioni colui che ha dato il più alto contributo all’arte in America. Aveva paura della perfezione assoluta delle opere di Disney tanto che queste non riuscivano solo a colpire lo spettatore dal punto di vista estetico ma toccavano, con ogni mezzo tecnico, le corde più segrete dei pensieri, delle immagini mentali e dei sentimenti umani. “Così dovevano agire – diceva il cineasta russo – le prediche di San Francesco d’Assisi, così ci incantano i dipinti del Beato Angelico, così ci affascina Andersen e Alice nel suo paese delle meraviglie. Disney è semplicemente al di là del bene e del male”. Ed in questa sospensione dalla realtà l’uomo cerca di dimenticare per un paio d’ore, alcune volte di più, ciò che lo circonda. Il cinema di Disney, secondo Ejzenstejin, è strumento di consolazione e di elevazione per l’uomo moderno, per “coloro che sono vincolati da ore di dura fatica, dai minuti regolamentati di pausa e dalla precisione matematica del tempo, coloro la cui vita è regolata dal cent di dollaro”.
E veniamo a noi… Ha senso cercare ancora l’Altrove nel cinema? O è l’Altrove che si è insinuato nella nostra vita rendendola alienata e alienante? O semplicemente l’Altrove è un altro nome, forse più filosofico, per chiamare il bisogno insito nell’uomo di sognare, di pensare che esistano mondi paralleli in cui tutto è possibile? Forse il mondo dei nostri sogni, l’Altrove, abita solo nella nostra mente e siamo noi gli attori protagonisti di queste vicende. L’uomo è nato regista, ancor prima della nascita del cinema. Bastava chiudere gli occhi e l’Altrove apriva le sue luminose porte…

L’eutanasia delle operazioni nostalgia

Pubblicato il febbraio 21, 2014

Il passato non è affatto morto, anzi non è nemmeno passato”.

Che questa frase sia di Faulkner o di Allen poco importa… almeno per noi, visto che la Sony ha lanciato una bella querela per una delle battute più celebri di “Midnight in Paris”.

La commedia di Allen proprio cade a pennello per una riflessione che stavo facendo negli ultimi tempi e che riguarda le cosiddette “operazioni nostalgia”. In questi anni si vedono un fiorire di siti web, incontri e collezionisti fanatici degli anni Settanta e Ottanta. La maggior parte degli “adepti” a questa strana setta sono proprio i non più giovanissimi nati tra la seconda metà degli anni 70 e tutti gli anni 80.

Purtroppo per queste persone il ricordo non è solo tale, diventa mania, collezionismo, un hobby.

Anche in passato, più di una volta, abbiamo sentito l’elogio dei tempi che furono perché legati alla giovinezza, ad un periodo della vita spensierato che chi ricordava lo associava alla libertà, alla mancanza di vincoli o di doveri.

Oggi quello delle operazioni nostalgia è un ricordo “malato”, una scusa per scappare dalla vita quotidiana e dai suoi problemi.

Il protagonista di “Midnight in Paris” avrebbe voluto vivere nell’epoca per lui d’oro della vita passata (letteratura, arte, cinema), gli anni Venti ma già la giovane che conosce nel suo viaggio improbabile in una Parigi altrettanto improbabile aveva nostalgia di un’altra epoca dorata: la seconda metà  dell’Ottocento dalle imprecise pennellate vigorose degli Impressionisti.

E’ quello che sta accadendo anche a noi oggi? Si stava bene in un ipotetico passato anche se magari non l’abbiamo vissuto in pieno (o magari non l’abbiamo neanche visto)?

Forse il passato ci sembra così roseo, o dorato (come uno preferisce) perché è la via più semplice che ci conduce alla serenità.

Il Vagheggiamento di un glorioso passato ormai perduto è un’aspirazione ricorrente nell’animo umano, in tutte le epoche storiche.

Si sceglie consciamente di guardare con una lacrimuccia al passato romantico piuttosto di accettare la banalità, l’insoddisfazione ed i problemi del presente, o l’incerto sguardo sfocato verso il futuro.

L’ossessione per il passato è la nostra droga a buon mercato?

Questa è la conclusione a cui è arrivato anche Allen nel film. Infatti attribuisce a Paul, uno dei personaggi questa profonda riflessione: “Nostalgia è negazione – negazione di un presente doloroso… Il nome di questa negazione è pensare ad un’epoca d’oro – l’erronea nozione che vi è un periodo migliore di quello in cui si vive – è un volo nell’immagine romantica di coloro che trovano difficile vivere nel presente”.

Siamo la generazione della nostalgia, siamo la generazione morta nell’animo, piegata dagli eventi, incapace di cambiarli perché non ha peso, siamo gli eterni snobbati, gli eterni fanciulli che non combineranno mai niente di buono nella loro vita, siamo quelli che verranno sempre per ultimi. Ma fare come lo struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia non ci salverà. Stiamo vivendo in una sorta di limbo in cui una televisione ipotetica ci fa rivedere le immagini del bel passato come in una “cura Ludovico”. Ci stiamo uccidendo, perché troppa nostalgia diventa eutanasia.

Ed allora ecco che proliferano il lassismo, l’indifferenza verso tutto e tutti.

Ma guardandoci allo specchio tutti i giorni dobbiamo ripeterci: non siamo struzzi, siamo uomini. Gli uomini del passato che però vivevano il loro presente hanno cambiato il mondo e se lo hanno fatto degli uomini che non avevano i mezzi e le tecnologie che noi abbiamo oggi, perché non possiamo farlo anche noi?

La nostalgia sono sabbie mobili, sono le scuse che ci raccontiamo perché è più comodo vivere essendo trascinati dagli eventi che viverli direttamente rischiando di prendere delle grandi legnate sui denti.  Sono tempi duri e bisogna essere coraggiosi.

L’uomo deve imparare dal passato ma vivere il presente con uno sguardo lucido e forte, proteso verso il Futuro. Il presente è oggi, è dire: “vivo dunque sono, sono dunque agisco”. Il presente è l’azione ed è il primo passo verso il cambiamento. Il presente siamo noi; dunque lasciamoci alle spalle la nostalgia ed affrontiamo con coraggio le sfide che ci riserva il presente, le opportunità ma anche le nostre paure.

 

La Malaeducaciòn dell’arte

Pubblicato il febbraio 14, 2014

Be polite, please. No noi non saremo “polite”… anzi. La grande arte, quella che ogni giorno riempie i musei e gli spazi espositivi di tutto il mondo non può permettersi il lusso di esserlo perché per mantenere la sua funzione primaria deve essere urlante (proprio come “Il Grido” di Edvard Munch), deve colpire come un proiettile al cuore, tagliente come la lama di una katana.

The_Scream da wikipedia

 

L’artista è un mascalzone che vi coglie di sorpresa con un pugno allo stomaco e vi guarda spietato dicendovi “apri gli occhi, questo è il mondo in cui viviamo”.

La maleducazione dell’arte è un fatto innegabile e il quadro protetto dalla tranquilla reverenza della sala museale, vi afferra per la gola regalandovi visioni che lusingano ed incantano ma anche che mettono a dura prova il vostro equilibrio ed il vostro sangue freddo.

Lasciate ogni speranza voi che… pensavate, che entrando nei silenziosi e poco affollati (ahimè) musei, di trascorrere un paio d’ore, lontano dal freddo e dalla pioggia battente dell’inverno, al calduccio comodi comodi, perdendovi nelle epoche passate.

La comfort art non è arte. Punto. Tutti i grandi autori del passato che noi oggi definiamo “classici” nel loro contesto hanno smosso le acque e sono stati in prima linea per difendere il diritto di passaggio della Novità che avanzava in mezzo al fuoco nemico dei conservatori. Caravaggio, Van Gogh, David o Picasso erano il Futuro che avanzava, che cercava inesorabilmente di spazzare via il vecchiume che li circondava. Non era più semplice percorrere la strada già battuta, il cui fine dell’arte era quello del procurare piacere estetico? Questo se ci pensiamo bene è riduttivo. L’arte deve colpire i sensi, deve stupire e sorprendere e soprattutto deve ridare senso alle esistenze svuotate di significato in cui gli orrori sono divenuti ordinaria amministrazione.

 

PicassoGuernica da wikipedia

Ecco la svolta da esteta morale e moralista l’arte conquista il suo ruolo di ridare vita al Frankenstein dell’arte. Ci si allontana dal conosciuto e si esplorano spazi ignoti. L’artista come un Capitano Kirk che prende una via nuova ma non sa bene neanche lui dove arriverà ma sa solo una cosa… ha bisogno di quella dose di unknown se no la sua esistenza non ha scopo. Nasce così l’astratto… L’uomo si allontana dalla riproduzione fedele della realtà (quello ora è compito della fotografia) e scientificamente sonda le geometrie ed i volumi. La scienza non è la risoluzione dei problemi umani, il problema è insito nell’uomo e nel suo rapporto con quello che lo circonda. E l’arte cambia ancora definizione e viene utilizzata come seduta psicoanalitica, come uno strumento che ci mette in comunicazione con le nostre paure più profonde. E ce le fa comprendere… Il potere esorcizzante e taumaturgico dell’arte.

Il dipinto ci dice qualcosa su come è il mondo, è una fonte di saggezza eterna che ci suggerisce come stare nella nostra pelle. Ecco a cosa serve l’arte. A porci delle domande? E sono le domande la parte più interessante, non le risposte.

L’arte fa paura. Ha un potere inconscio di trascinare le masse. È pericolosa e quindi va occultata in modo che non sprigioni il suo messaggio rivoluzionario. Ma l’artista riesce sempre a vincere, lui o le sue opere, perché non si può fermare il vento del cambiamento.

Un’ultima cosa dedicata a te, proprio a te, che stai leggendo queste righe… Non essere prigioniero della solita routine. Davanti ad un quadro lasciati trasportare dai suoi colori, dall’energia del gesto pittorico che l’artista ha impresso sulla tela. Lascia che il tuo sguardo sia invaso dal trip cromatico e rifletti. Perché l’arte è davvero l’unica cosa che ci rende vivi. Umani esistenti oggi che guardano al passato con riconoscenza e protesi con speranza e vigore verso il futuro.

Il Lato Oscuro della … Bellezza. Intervista a Rino Stefano Tagliafierro

Pubblicato il febbraio 7, 2014

Una sera, feci sedere la Bellezza sulle mie ginocchia. E la trovai amara. E l’ingiuriai”

(Arthur Rimbaud)

 

 

La Vita. La Morte. Il Tempo che fugge. L’Uomo. E la Bellezza. Questi sono i grandi interrogativi dell’esistenza umana a cui l’essere vivente ha sempre cercato, in tutte le epoche ed in tutte le discipline di dare una risposta.

L’artista armato di penna, di pennello, di segno grafico o scalpello ha sempre lottato, forse invano, ha sempre combattuto un’eterna battaglia con la Bellezza per farla emergere dal proprio operato. Ma spesso, secondo le parole di Baudelaire, una volta trovata, urla tutto il suo spavento davanti alla Perfezione, come un in un quadro di Edvard Munch.

La Bellezza, “BEAUTY”, è la tematica dell’ultimo lavoro di Rino Stefano Tagliafierro, regista e animatore sperimentale che ha creato una protonarrazione sulla tematica partendo dai dipinti più famosi dal Rinascimento al Simbolismo. I dipinti diventano vivi, e grazie al lavoro di Tagliafierro acquistano movimento. In inglese il film viene chiamato “Motion Picture” ovvero immagine (fissa) in movimento e qui il regista ha applicato alla lettera questo concetto. Tagliafierro come un moderno Virgilio ci conduce con raffinatezza alla scoperta del ciclo vitale della Bellezza: la nascita, la gioventù, l’amore, la corruzione della bellezza e infine la Morte.

 

 

Schermata

 

 

Qual è il tuo rapporto con il mondo dell’arte?

Ho sempre amato l’arte e tutto il mio percorso scolastico fonda le sue basi su di essa. In tutte le sue forme, l’arte è sempre stata per me un’enorme fonte d’ispirazione e, fin da piccolo, i miei genitori mi hanno trasmesso questa passione portandomi a visitare mostre di grandi artisti. Ricordo ancora il primo incontro con le opere di Dalì che hanno segnato profondamente tutto il mio percorso.

Come è nata l’idea per “BEAUTY”?

BEAUTY” è nato dall’esigenza di raccontare tutte le principali emozioni umane che caratterizzano la vita di ogni singola persona. Ho pensato di servirmi dell’arte classica per rappresentarle perchè è in grado di suscitare in me le emozioni più intense.

La durata del processo creativo, le (eventuali) difficoltà incontrate

La parte più lunga e impegnativa è stata la ricerca e la selezione delle immagini che è durata anni mentre, per quanto riguarda la realizzazione pratica,ho impiegato circa cinque mesi. Tecnicamente “BEAUTY” non stato è complesso da realizzare, ma c’è voluto molto tempo e pazienza: prima ho elaborato le immagini con un software di fotoritocco utilizzando il cut out digitale – procedimento che consiste nel ritagliare i personaggi dal fondo ricostruendo e ridisegnando le parti nascoste – poi ho animato i soggetti con un software di animazione e, infine, ho passato il lavoro al sound designer Enrico Ascoli che si è occupato dell’audio.

Nel tuo lavoro si esalta la bellezza dei dipinti “classici”. Da statici sono diventati in movimento: qual è il quid emotivo – estetico – concettuale che acquistano i personaggi dei dipinti con il movimento?

La mia intenzione era quella di rappresentare un ipotetico shooting video con personaggi reali che compiono delle azioni in quel preciso luogo e in quel preciso istante.

Tu mostri la bellezza nelle diverse fasi della vita ma anche la bellezza che si tramuta in “altro”, una bellezza che si corrompe. Cosa secondo la tua visione porta la bellezza alla corruzione? È la bellezza che uccide e che quindi cela un suo lato oscuro o è qualcosa di esterno che uccide la bellezza ? Nel movimento che hai impresso alle figure dei dipinti c’è comunque qualcosa di sospetto. La sensazione è quella che questo movimento porti un cambiamento radicale ma non in senso positivo: il movimento porta un anti climax, porta a mostrare un lato oscuro…

Prima dell’animazione e del cinema anche grandi artisti come Hogarth o Bosch solevano inserire nei loro dipinti, allusioni o riferimenti di altro tipo. L’arte “alta” si travestiva… in “BEAUTY” si trasmuta in una sorta di mostro che se non controllato porta morte e distruzione…

BEAUTY” è un progetto che si serve della bellezza per raccontare le emozioni: quando mostro la bellezza che si corrompe, non sto realmente parlando di estetica ma sto cercando di rappresentare visivamente un’emozione forte e contrastante. Il lato oscuro è sicuramente presente in tutti i miei lavori e amo metterlo in scena perchè credo che sia uno degli aspetti più affascinanti dell’animo umano.

BEAUTY” porta a una riflessione del rapporto che esiste tra l’arte e il cinema. Spesso i grandi registi si sono avvalsi della collaborazione di artisti per far ridere (il caso di Gilliam e i Monty Python), per creare atmosfere (ad esempio Dalì in Spellbound di Hitchcock) oppure per narrare storie (sempre Dalì e la sua collaborazione con Disney per “Destino”). Ma mai per scuotere così le menti…

Sicuramente con “BEAUTY” ho rischiato molto perchè, a differenza degli esempi che hai citato, il mio video non racconta una storia ma, servendosi dell’arte che diventa quindi l’unica protagonista, trasforma le emozioni in immagini visive. Questo forse è il suo punto di forza.

Ad un certo punto gli occhi di alcuni ritratti diventano bianchi, la Morte sopraggiunge e trasforma i loro tratti… e diventano come vampiri. Anche il cinema è una sorta di vampiro visto che anche la pellicola alla luce muore… Che rapporto sussiste tra il cinema, l’arte e la bellezza oggi?

Credo che il cinema sia semplicemente un altro aspetto dell’Arte, un metodo differente di espressione. Partendo da questo presupposto, trovo naturale lo scambio e la contaminazione tra il cinema, la pittura, scultura, performance, fotografia, ecc.

Tutta l’arte tende alla ricerca della bellezza, non necessariamente quella estetica, ma quella che smuove le coscienze accendendo qualcosa all’improvviso.

Anche “The Guardian” ha recensito il tuo lavoro…

Speravo molto nel successo di “BEAUTY” ma non immaginavo nulla di simile, il mio intento era semplicemente quello di presentarlo ai festival principali e farlo conoscere il più possibile. L’attenzione per “BEAUTY” da tutte le parti del mondo mi ha sicuramente stupito ed è stata soprattutto la Francia, che è molto aperta a questo tipo di progetti, a mostrarsi la più interessata realizzando diversi articoli cartacei, web e servizi televisivi.

Progetti futuri?

Visto che il progetto “BEAUTY” è appena nato, voglio proporlo nei principali festival in giro per il mondo e, contemporaneamente, prendermi il tempo per elaborare un’idea che sta prendendo forma nella mia mente. Voglio realizzare un cortometraggio animato con una tecnica molto particolare che approfondisce la mia ricerca sul movimento.

 

 

Gli spot del cattivo gusto: canone Rai

Pubblicato il gennaio 24, 2014

Chiamate l’Esorcista! In questi giorni ho visto una cosa che mi ha davvero sconvolta… letteralmente. Il mio rapporto con il media dell’oppio dei popoli (come definiva la tv in un’intervista Leonardo Sciascia) è altalenante. Non sono una tv addicted e la accendo solo se c’è qualcosa che mi interessa, sempre meno ultimamente per la verità.
L’altro ieri, facendo zapping mi sono imbattuta in uno dei canali Rai e ho visto i nuovi spot del pagamento entro fine mese del canone.

 

 

RAI

 

Dovete sapere che ci sono cose che mi mandano in bestia: le questioni di principio, le ingiustizie, la maleducazione e… il cattivo gusto. E purtroppo è con rammarico che devo dirvi che di quest’ultimo proprio si tratta. L’oggetto dello scandalo sono appunto i nuovi spot che vedono protagoniste famiglie apparentemente comuni come la mia o la vostra o quella del vicino di casa. Dico apparentemente, perché chi ha visto le “réclame” (per dirla alla Mike Bongiorno) sa di cosa parlo… Un momento qualunque della giornata casalinga in famiglia, i bambini, il nonno e la moglie sono davanti alla tv beati e tranquilli. È anche però il momento della giornata in cui si vagliano le bollette da pagare. I “malcapitati” di turno (mamma, nipote e marito) vedono la busta con il canone Rai da pagare e la… accartocciano. In quel preciso istante si aprono le cataratte del cielo, l’Armageddon ed il Ragnaroek arrivano nella casa: come la busta la tv si accartoccia smettendo la sua funzione primaria. E qui ne abbiamo per tutti i gusti… I bambini si accendono come micce colorate stile Uomo Torcia dei Fantastici 4 invocando la fine del mondo, il nonno stile Bruce Lee si arma del bastone da passeggio per colpire urlante il nipote “scellerato” e la moglie amante di soap opera si trasforma in una Erinni, una (brutta) screaming queen che farebbe da coro ai Led Zeppelin nella loro “Immigrant Song”.

Bene, alla luce di tutto ciò non posso esimermi di dire la mia. Quello che mi ha lasciato di stucco è il cattivo gusto con cui “mamma Rai” ci ricorda il nostro dovere di contribuenti. Non voglio dire che il canone non sia da pagare (anche se avevamo tutti esultato alla notizia bufala della sua abolizione), anzi…Sto dicendo che la pubblicità si può fare ma con garbo ed eleganza, che a questo punto mi viene da dire non è quasi più di casa.

Ve la vedete una BBC che fa uno spot del genere?

Cara Rai, hai pensionato le “signorine buonasera” ma perché non riesumarle per questo genere di spot “di servizio”? Io preferirei vedere una novella Maria Giovanna Elmi che mi ricordi di pagare il canone che non subirmi orde di bambini urlanti, mogli che vivono per le telenovelas e Kung Fu Nonni. Siamo la patria di grandi imperatori come Cesare che hanno sempre combattuto e sconfitto i barbari, perché farli ritornare in vita? Siamo la nazione della creatività, dell’estro e della moda perché non sfruttare le (poche ahimè) capacità creative che ci rimangono per qualcosa di costruttivo e positivo e dare alle “comunicazioni di servizio” il loro giusto peso?

Il tempo fugge se vogliamo costruire qualcosa di bello, solido e duraturo ma c’è sempre tempo per il cattivo gusto e le mere imitazioni.

Questi spot mi hanno fatto pensare una cosa: non c’è limite al brutto e peggio ancora al banale e non so cosa darei per essere una specie di Dottor Parnassus in viaggio della mente del creativo (no chiamiamolo pubblicitario che ha un’accezione più neutra) che ha inventato questi spot. Forse ne vedrei delle belle…

Cara Rai, come ultima cosa ti chiedo un enorme favore: per il 2015 rimedia al tuo errore e non creare più spot così brutti, mettilo nella lista dei buoni propositi per quest’anno. E ricordati per il buon gusto “Non è mai troppi tardi”.

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