Articoli di Silvia Cinti

Quando la tela dell’artista È la sua unica casa

Pubblicato il aprile 30, 2014

“Preferisco fissare le tele sul muro o sul pavimento. Ho bisogno dell’opposizione che mi dà una superficie dura. Sul pavimento mi trovo più a mio agio. Mi sento più vicino al dipinto, quasi come fossi parte di lui, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorarci da tutti e quattro i lati ed essere letteralmente “dentro” al dipinto”.

 

 

 

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L’arte non si tocca. L’arte piccolo grande serbatoio di creatività e maestosità riesce a catalizzare lo sguardo dell’osservatore a volte distratto, a volte perso. C’è chi ci credeva e chi invece ha fatto dell’arte la propria vocazione e, dall’uomo semplice che era, è diventato un artista a 360°.
In realtà tutti possono essere artisti, ma quello che conta davvero è sentirsi tale. Un artista, o almeno chi aspira a esserlo, deve, attraverso la tela, affascinare, catalizzare, coinvolgere il proprio pubblico, i suoi seguaci, i suoi sostenitori che, una volta colpiti da quello che vedono impazziranno come quasi fossero ragazzini estasiati durante un concerto rock.
Se l’artista riesce in questo allora si è conquistato di diritto l’aggettivo di uomo potente che riesce, diventando padrone della sua arte a realizzare un’opera grandiosa.
Andando avanti, il potere artistico si impossesserà di voi e vi renderà magici. Questo potere “amico”, insito dentro l’artista stesso, è un potere superiore, versatile, un potere che può colpire quell’osservatore a volte distratto, a volte perso e catturare la sua attenzione sotto molteplici punti di vista, e, una volta conquistato, quel potere che viene sprigionato dall’arte stessa ti fa rimanere imbalsamato davanti a quella benedetta tela.
L’America intera lo conosce benissimo e anche il resto del mondo: Jackson Pollock non può non essere conosciuto, perché la sua arte è unica e rivoluzionaria. La rivoluzione stessa è anche il potere di un artista, la sua forza.
Il senso del potere artistico in Pollock, non solo può essere un’arma tesa e affilata che sprigiona bellezza, ma anche un mezzo per portare avanti un proprio pensiero e soprattutto trasmettere la propria volontà al fruitore dell’opera in questione.
Le etichette non sono mai piaciute a nessuno, a Pollock tanto meno. Nonostante questo, la critica mondiale ha accostato l’arte di questo genio americano alla cosiddetta “action painting”, una tecnica di pittura che consiste nel dipingere la tela con ampi e veloci movimenti del pennello: attraverso la dinamicità di questo strumento e lo sgocciolare del colore, l’arte prende vita.
L’innovazione più importante di Pollock, all’interno di questo rapporto tra il colore e la tela si cela con l’utilizzo della tecnica chiamata “dripping”, “gocciolamento”: una vera e propria danza del colore che attraversa tutta la dimensione del lenzuolo bianco che viene tinteggiato attraverso gesti quasi coreografici. Le parole danza, coreografia, colore, tela non sono casuali quando si parla dell’Arte di Pollock.
Le opere così realizzate si presentano come un caotico intreccio di linee e macchie colorate, con una totale assenza di organizzazione razionale. Molti pensano invece ci sia una tecnica ben precisa e studiata in questo tipo di azione e che ogni colore, ogni tratto, ogni linea sinuosa abbia un significato.
La pittura è azione, sempre e, nel caso di Pollock non si può non rimanere sconvolti, innamorati, davanti alle sue creazioni.
Il potere della sua arte sta proprio in quello che egli riesce a trasmettere in ogni singolo lavoro. In ogni creazione l’osservatore si ritrova in una dimensione diversa e le emozioni che prova si alternano: dalla forza all’energia, dalla passione al caos più totale. Tutti gli stati dell’intimità umana possono essere toccati seguendo solo uno di quei tanti tratti gocciolanti di quella tela, il segreto sta nel non perdercisi dentro.
Pollock dedica una vita intera, non lunghissima purtroppo, alla pittura non tradizionale, rivoluzionaria sì, volta a toccare l’estremo, il selvaggio, alla scoperta del diverso, del particolare, fuori dalle righe. Il risultato è stupefacente.
Il potere era insito in Pollock: l’ha portato alla ribalta ed ha segnato la sua carriera come artista lungimirante che ha innamorato e sconvolto, in positivo, il mondo intero.
Facendo un passo indietro, se l’espressionismo astratto è in sintesi la combinazione dell’intensità emotiva e auto-espressiva degli artisti stessi, cui però si deve aggiungere un’immagine di ribellione, anarchica, idiosincratica e, secondo il pensiero di alcuni, talvolta nichilista, allora si può perfettamente capire come l’arte stessa non abbia solo il fine di donare bellezza, ma anche un altro valore ben preciso: quello di comunicare.
La comunicazione è potere; l’arte è una forma di comunicazione potente e di conseguenza l’arte stessa ha il potere di comunicare, deve farlo. Nemmeno questa volta le parole sono prese a caso.
Osservando in modo più approfondito l’espressionismo astratto ci accorgiamo come questa tecnica ha delle caratteristiche comuni, cui lo stesso Pollock fa riferimento nei suoi lavori. La predilezione per le ampie tele in canapa, l’enfasi per superfici particolarmente piatte, e un approccio a tutto campo, globale, grande, immenso, nel quale ogni area della tela viene curata allo stesso modo, fa capire come tutto è importante: non c’è un punto, un colore, una linea più in vista, ma tutta la tela è in primo piano, protagonista.

 

Senza titolo

La grandiosità dell’artista sta nel partire da questi presupposti stilistici e rendere la tela stessa un’opera nuova, inedita, meravigliosa, un mare in cui l’osservatore possa immergersi senza affogare. Il colore deve esaltare l’osservatore, non soffocarlo.
In ogni tela l’osservatore può ritrovare se stesso, un suo percorso e cercare di capire dove questo conduca. Quelle curve violente hanno sconvolto per un attimo il tuo animo e ti hanno dato un assaggio di un’azione nuova inesplorata, e, in quel momento, ti senti rilassato, assorbito e non vuoi più andare via.
“Quando sono “dentro” i miei quadri, non sono pienamente consapevole di quello che sto facendo. Solo dopo un momento di “presa di coscienza” mi rendo conto di quello che ho realizzato. Non ho paura di fare cambiamenti, di rovinare l’immagine e così via, perché il dipinto vive di vita propria. Io cerco di farla uscire”.
C’è una ragione più che valida se geni come Pollock si contano davvero sulle dita di una mano. La difficoltà dell’arte astratta sta proprio nel comunicare nonostante non si abbia un appoggio reale, tangibile su cui basarsi. Con il potere che l’arte è in grado di comunicare, la tela diventa la casa dell’artista e il suo padrone riesce a renderla espressiva, ma anche unica: veramente in pochi riescono in questo intento semi-utopico.
Allora, a chi crede che l’arte sia una cosa per tutti, si può dare questa risposta: l’arte è di tutti, ma non per tutti, e questo vale per tutte le sfide difficili, ecco perché esiste ancora un limite infrangibile tra la banalità, l’ovvietà e l’unicità e la bellezza.
Pollock è riuscito, in un modo tutto suo a rendere il genere artistico dell’espressionismo astratto un modo di vivere, uno stile artistico irripetibile che ha appassionato i suoi seguaci e, nonostante molti ci provino, di Pollock ne resta solo uno, e uno soltanto.

il Pigneto casa-base di ieri e domani

Pubblicato il marzo 31, 2014

Il Pigneto, quartiere romano situato alle spalle di Porta Maggiore, è un rione che non può essere lasciato in disparte. Chi non lo conosce e vive nella Capitale da un po’ deve documentarsi e, chi invece non ha mai avuto l’occasione di sentire questo ‘simpatico’ nome per la prima volta può proseguire questa lettura, che non vi tedierà, è una promessa.

 

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Il titolo suggerisce che questo luogo, sconosciuto per alcuni, è invece casa-base per altri; un universo sottostante la grande bellezza di Roma che, attraverso tutto quello che questa città può mostrare al suo pubblico, non solo composto da turisti e passanti, non deve essere dimenticato, anzi è carico di storia.
Questo rione racchiude un significato evocativo. Chi è nato qui converrà con queste parole: al Pigneto ne sono passati di grandi personalità di spicco che hanno passeggiato e conquistato una parte di questo quartiere che una volta era pieno di pini (da qui il nome Pigneto) e che adesso è un luogo che vanta copiose presenze indimenticabili. Giusto un paio di indizi: Pier Paolo Pasolini e Rossellini con il suo film Roma Città Aperta.
Questo storico quartiere delimitato come un triangolo dalla Casilina, la Prenestina e l’Acqua Bullicante, famoso soprattutto per aver ospitato le esplorazioni periferiche di Pasolini negli anni ‘60, adesso sta vivendo un periodo di fermento sociale e culturale. Il fatto curioso è che gli abitanti storici del Pigneto e i nuovi arrivati si mescolano con discrezione a chi nel quartiere è nato.
Questo fenomeno prende il nome di gentrificazione (in inglese, gentrification, deriva da “gentry”, termine che indica la piccola nobiltà inglese) appunto la gentrification del Pigneto con la quale si indicano, da gentrification, i cambiamenti socio-culturali in un’area, risultanti dall’acquisto di beni immobili da parte di una fascia di popolazione benestante in una comunità meno ricca.
Dall’esempio lampante di Londra, questi cambiamenti si verificano nelle periferie urbane, come il Pigneto, nelle zone con un certo degrado da un punto di vista edilizio e con costi abitativi bassi. Nel momento in cui queste zone vengono sottoposte a restauro e miglioramento urbano, tendono a far affluire su di loro nuovi abitanti ad alto reddito e ad espellere i vecchi abitanti a basso reddito, i quali non possono più permettersi di risiedervi.
Il problema del Pigneto è il il tumore che lo sta velocemente degradando: lo “spaccio”. Il rione strettamente denso di dinamiche commerciali, mette in moto dinamiche sociali ben note storicamente ai militanti politici di sinistra. Il quartiere pasoliniano è caratterizzato da una doppia realtà, da una parte un proletariato fatto di lavoratori dipendenti, piccoli artigiani e altrettanto piccoli commercianti, e una malavita inserita nel contesto sociale, una sorta di popolo del substrato del Pigneto.
Negli ultimi anni il Pigneto ha subito la progressiva trasformazione da quartiere popolare a zona ricercata, “cool”, con nuovi residenti spesso politicamente schierati a sinistra.
La moltiplicazione dei locali ha favorito inoltre la concentrazione serale e notturna di una popolazione di visitatori “occasionali, ma tendenzialmente stabili” fatta soprattutto di studenti, con qualche sostanziosa propaggine di sbandati, “tossici”, alcolizzati e pazzi cronici.
Non ci sono infatti, a Roma, molte altre “isole così, senza regole, e dove l’orario non è mai stato un problema”. Facendo un passo indietro e ricordando la sua cultura popolare antica, seppure disperatamente e in forme un po’ retro, si respira aria buona e per niente malata.
Questo luogo è ricco di retroscena infatti era stato scelto come scenario significativo per alcuni dei più importanti film del Neorealismo e non solo: da “Roma Città Aperta” (Rossellini, ‘45) a “Bellissima” (Visconti, ‘51); da “Domenica della brava gente” (Majano, ‘53) a “Il Ferroviere” (Germi, ‘55); da “Audace colpo dei soliti ignoti” (Loy, ‘60) per arrivare ad “Accattone” di Pasolini (‘60).
Perché il Pigneto? Forse per la particolarità della storia che nelle sue vie si è stratificata: un intreccio fatto di gente semplice, umile, ferrovieri, operai, botteghe artigianali che pullulavano in una periferia sorta a pochi passi dal centro di Roma. Questo luogo, che affettuosamente lo stesso Pasolini chiamava “La corona di spine che cinge la città di Dio”, è proprio il Pigneto: vera e propria isola urbana, una piccola città nella città.
Le storie dei residenti storici si plasmano con le voci dei nuovi abitanti, attratti in massa dal carattere così inusuale del quartiere, dal suo passato così presente. Da ieri a oggi si osserva l’incredibile commistione di lingue, stili di vita, compresenze, modalità relazionali e stratificazioni di senso presenti ovunque nelle vie del Pigneto.
Là, Pasolini aveva voluto girare Accattone, il suo primo film: “Erano giorni stupendi, in cui l’estate ardeva ancora purissima, appena svuotata un po’ dentro, dalla sua furia. Via Fanfulla da Lodi, nel cuore del Pigneto, con le casupole basse, i muretti screpolati, era di una granulosa grandiosità, nella sua estrema piccolezza; una povera, umile, sconosciuta stradetta, perduta sotto il sole, in una Roma che non era Roma”.
Nel Pigneto quindi vive questo doppia anima, una malata e irrisolta e l’altra carica di cultura e di bei ricordi. Qui, c’è movimento, sub-culture, divertimento, e sì, anche droga. Lo spacciatore dietro l’angolo e il punkabbestia con il fedele cane, che non ti vuole solo offrire una birra o chiederti gli spiccioli per prenderla, sono solo alcuni soggetti che si possono incrociare, ma c’è bella gente, bella con l’accezione di particolare.
Se più verso la via Roberto Malatesta che taglia la parte tranquilla del quartiere, sorgono case residenziali per le famiglie cordiali, verso il Pigneto, dal fantomatico ponticello in poi che attraversa i binari della stazione e lascia alle spalle la Circonvallazione Casilina, ci addentriamo nel clou del rione. Dai cani sciolti ai murales colorati, dalla puzza di birra ai tavolini fuori che ti invitano a fermarti a bere un cocktail con gusto, dalle bancarelle sfiziose di qualche commerciante di strada ai simpatici vucumprà che ormai vendono di tutto.
Quello che stupisce è come questo luogo di ritrovo dei giovani sia pieno anzi colmo di locali. La formula è vincente e crescono come funghi. Dai posti storici, a pochi passi dall’isola pedonale, Necci – una vera e propria istituzione del quartiere, un posto da segnarsi in agenda, con un ampio giardino e l’interno arredato in stile vintage – alla piacevole Bottiglieria dove puoi comodamente leggere un libro in compagnia di musica lounge, dal nuovo Birstrò, che sforna birre artigianali di propria produzione, a locali figli di questa zona in evoluzione, come l’Alvarado, al Pigneto.
Il solo baccano che si sente dalla strada, fa intendere come suoni bene la musica al Pigneto.
Quindi non solo birra a fiumi scorre in questo rione, ma cascate di musica di tutti i generi.
Qui quello che cerchi lo trovi e ne resti a volte soddisfatto altre volte sei inebriato, e non dalla droga, ma decidi di restarci o, per i più fortunati, di venirci a vivere….

Alvarado

Pubblicato il marzo 31, 2014

…io quello che cercavo l’ho trovato all’Alvarado Street, club in cui ho voluto dare un’occhiata dall’interno: le coordinate del GPS segnano Via Attilio Mori, 27 e quello che traspira suona più o meno così: Più realtà ricreate nello stesso spazio dal pub al club dove suona la musica più variegata e dinamica della scena culturale underground, diviso in due piani, questo locale offre diverse iniziative oltre alla musica dal vivo…

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Perché Alvarado? Centra con la citazione di Bukowski che compare nel vostro sito web? Perché sappilo: un buon locale, non si giudica solo dalla birra che offre e, anche se detto dall’ubriacone Bukowski non è comunque abbastanza…
Ovviamente il nome Alvarado Street è il nostro omaggio a quel vecchio beone di Hank! La citazione che hai visto sul quadro è presa dal suo romanzo “donne” e Alvarado Street è la via dove lo scrittore C.B. era solito bere e folleggiare nelle sue lunghe e folli notti.

In che anno è incominciata la vostra attività e soprattutto perché avete scelto il Pigneto come zona romana; c’è una ragione particolare e strategica oppure è capitato per caso?
La scelta è stata assolutamente mirata. Quando abbiamo aperto il locale, due anni fa, abbiamo puntato su questo quartiere perché è un luogo che offre tante possibilità dal punto di vista culturale e della vita notturna. Abbiamo cercato di miscelare questi due aspetti e la scelta è stata azzeccata.

Come siete subentrati nella gestione del Round Midnight e quali difficoltà avete incontrato?
Venendo tutti e due (Carlo e Giulio) da esperienze precedenti l’impatto è stato alquanto “soft” e positivo sin dal principio. Vivere la notte fa parte di noi e ci piace come scelta.

Qualcuno tra i gestori del locale è storicamente appartenuto alla vita del Pigneto, quindi in un certo senso si sente a casa, oppure già l’Alvarado è una casa vera e propria per voi?
Nessuno dei due  viveva o abitava o faceva parte della “scena del Pigneto”, ma ci siamo trovati benissimo sin dall’inizio. Inutile dirti che l’ Alvarado è ormai la nostra casa visto che passiamo qui la maggior parte delle nostre giornate e ne siamo contenti.

Qui è tutto davvero molto bello, di chi è stata l’idea?
Nostra, abbiamo impiegato parecchio tempo per tirare su il tutto poiché prima non c’era un locale qui! Quello che vedi è frutto della nostra inventiva.

La concorrenza è spietata e nemica dei locali affollati che alimentano l’isola del Pigneto. Come pensate di reagire a questa problematica? In sostanza cosa offre il vostro pub/club di più degli altri?
La presenza di parecchi locali in zona non è assolutamente qualcosa di negativo per noi, anzi. Una zona come questa richiama parecchie persone e poi ognuno sceglie. Certamente il nostro punto di forza è la continua programmazione dal punto di vista della musica live che svaria su tutti i generi che abbiano a che fare con il rock nell’accezione più ampia del termine. Oltre a questo abbiamo anche un’ottima scelta dal punto di vista birrario (con un’ampia proposta di prodotti artigianali), dei distillati in genere e l’offerta di cibi vari tra cui anche quelli vegetariani.

Quelli che frequentano Alvarado sono ragazzi e ragazze di quale fascia di età? Vi è tra loro lo skater, lo streetwriter, il nostalgico dallo stile indie-rock, oppure c’è semplicemente tanta gente normale? Te lo chiedo perché al Pigneto di gente normale neanche l’ombra…
La nostra clientela è molto variegata e solitamente è differente da serata a serata secondo il live che proponiamo. C’è da dire che una buona fetta di aficionados è rappresentata dai ragazzi della scena punkrock/punk/hc romana perché è questa tipologia che caratterizza il locale e rispecchia maggiormente i nostri gusti.

All’Alvarado suonano band, si beve ottima birra e soprattutto si incontra gente con cui scambiare opinione e si dibatte; è un punto di forza di un club quello di accomunare teste diverse sotto un unico tetto per far partorire qualcosa di creativo?
Assolutamente sì! Questo mix creativo è un’arma buona che dà sapore a quello che facciamo e ci sprona a continuare nella direzione che abbiamo intrapreso. Penso che lo scambio tra persone apparentemente “differenti” sia senza dubbio un punto di forza.

Hai parlato di musica dal vivo: è una carta vincente per il vostro locale? Ci sono prospettive o evoluzioni future?
Sì, è la NOSTRA carta vincente! A proposito di prospettive, approfitto per parlarti del nostro primo Festival che si terrà nei giorni 4 e 5 di Aprile. Il nome dell’evento è “BANNED IN PIGNETO” ed è il 1° fest punk hc che organizziamo in prima persona: dieci band provenienti da panorami nazionali e internazionali e due giorni di musica. Info https://www.facebook.com/events/274090599422017/?fref=ts

Raccontaci qualche concerto/evento che è stato particolarmente importante per la crescita non solo economica ma anche del nome Alvarado?
Viste le premesse precedenti (siamo amanti del punk hc) sicuramente un evento che ci ha gratificati parecchio è stato il concerto dei “LA CRISI”, storica band della scena punk hc: stesso tetto insomma.

Ai vostri concerti c’è qualche band che  supera l’altra, nel senso che nel locale premiate più un genere musicale oppure siete della filosofia più ce n’è meglio è?
Non c’è una vera e propria gerarchia. Qui abbiamo ospitato concerti dei più svariati generi: dal punk al folk, dal metal all’elettronica, dal dark all’hardcore ecc.

Quindi, com’è lavorare all’Alvarado?
Una bomba! Tanti nuovi amici e buona musica nel nostro locale, il tutto condito da ottima birra! Quale lavoro potremmo desiderare se non questo?

“Vuoti di Memoria” è il Rock ‘n’ Roll Bellezza!

Pubblicato il marzo 31, 2014

Pino Scotto è il Rock ‘n’ Roll! dai Vanadium ai Fire Trails dalla conduzione di un programma di Rock Tv “Database” alla realizzazione di nove album da solista, Pino Scotto è colui che cavalcata un’ onda non la lascia più…
Prodotto dalla Valery Records e in distribuzione dal 22 Aprile “Vuoti di Memoria” è l’ennesimo lavoro di Pino Scotto, un disco che esce a distanza di due dopo “Codici Kappaò”, un nuovo progetto ambizioso che richiama all’ordine la cultura del paese e smuove le coscienze di tutti.

Nel disco sono contemplate cinque cover in italiano con un brano inedito e altre cinque chicche internazionali con un inedito in inglese. Un viaggio nella memoria in cui s’incontrano brani con testi importanti scritti oltre mezzo secolo fa, interpretati da artisti come Renato Rascel, Luigi Tenco, Battiato, Graziani, Celentano, Elvis, Muddy Waters, Gary Moore, Ted Nugent e per finire, dai mitici Motörhead.
Anche in questo lavoro collaborazioni tra amici e conoscenti del grande leader che affascina e smuove anche i sassi silenziosi. Sono tutti pronti a calcare l’onda del successo con lui o meglio come lui, perché per Pino l’onda di celebrità c’è e c’è ancora, e proseguirà nonostante la crisi si faccia sentire ancora di più.

Pino non teme la tempesta, ma la affronta!

 

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Vuoti di memoria o riempire la memoria, questo disco è ricco di spunti presi dal passato e rappresenta una possibilità per alcuni di ritrovare vecchi brani intramontabili e per altri invece scoprirli per la prima volta. È stato questo il senso del tuo disco? Musica e cultura sono le due facce di questo album da solista, una sorta di acculturamento per le menti svuotate degli adolescenti che ti seguono che sono fagocitati da tante nefandezze che circolano in tv e sul web…
Assolutamente sì. Ho scelto delle cover vecchissime. La mia intenzione era fare una semi  operazione di musica-cultura, questo era l’obiettivo da cui partivo e spero di esserci riuscito anche per far conoscere a queste nuove generazioni dei pezzi storici importanti.

In molte delle cover che hai scelto, sono ridondanti certi temi tra cui: il lavoro, la crisi, i soldi e altri focus ancora. C’è quindi una verità in questi testi e soprattutto un’attualità sconcertante? Il fatto che molti artisti di mezzo secolo fa già scrivevano di queste problematiche fa pensare a quanto è bloccata la situazione e che non  sia facile da risolvere. È questo il messaggio più forte che viene fuori?
Esatto. Anzi, ce ne fossero di persone che dicano come stanno le cose adesso considerando i problemi gravi e irrisolti presenti nella nostra società. Vasco Rossi e Ligabue in sostanza parlano sempre delle stesse tematiche…

Leggendo i testi dei cantautori si scoprono questioni di un certo rilievo…
Sono tutti temi importanti. È il concept dei testi della mia vita da quando ho incominciato a scrivere.

L’ispirazione per questo disco com’ è arrivata?
Mentre ero in tour con Codici Kappaò (uscito per la Valery Records due anni fa, ndr) stavo già pensando al nuovo disco ed ero in ansia perché mi rendevo conto che tutte le proposte in giro erano vecchie, già risentite mille volte. Poi una sera dopo un concerto, mi trovavo in albergo a Roma ed ho visto un servizio sul fascismo, e il pezzo “È arrivata la bufera” di Renato Rachel che c’è nell’album era stato scritto proprio come protesta contro il fascismo; allora mi sono detto che dovevo recuperare questi brani importanti di quei tempi scritti da autore solenni, così mi sono messo all’opera.

Nel disco ci sono più cover che brani inediti perché questa scelta? Parliamo un attimo dei due brani inediti sono uno in inglese e uno in italiano…
Sì esatto, nel disco ci sono due inediti uno in italiano e uno in inglese. Quello in italiano s’intitola “La resa dei conti” e l’altro “Rock ‘n‘ roll core”.

Com’ è avvenuta la selezione delle cover, hai fatto tutto da solo?
Io mi prendo il merito di tutto e a me andranno anche le critiche. Perché mi sono reso conto che spesso ho sentito i consigli degli altri, ma poi mi sono pentito e allora ho scelto io così poi se la colpa è mia, almeno lo so.

La cover non è mai stata una soluzione che tu hai abbracciato o di cui condividevi l’esigenza, spesso e volentieri hai inveito contro le tribute band e le cover band. Che piega hanno preso queste rivisitazioni di questi brani nel tuo disco?
Io spero che si capisca che questo non è un cd di cover ma un’operazione culturale vera e propria.

In tutti i pezzi ripercorsi e rivisitati è facilmente riscontrabile un atteggiamento da vero rocker, come ci riesci? Come si fa a restare credibile e non essere finto nonostante canti un pezzo che non è di tua creazione?
Voglio mantenere la credibilità facendo quello che già faccio sul disco, il live sarà esattamente come il disco.

Il sound vero e reale del disco è sano rock ‘n’ roll c’è stata una difficoltà nell’adattare questi pezzi originali del cantautorato italiano al tuo style rock?
Il sound è rock ‘n’ roll. Ma la difficoltà non è stata solo quella ma anche rifare tutti gli arrangiamenti. Se facevo un album d’inediti, ci mettevo un quarto del tempo che impiegavo per fare tutto il disco.

C’è del tuo in questo disco e si sente…
Naturale ho cercato di dare una veste rock a questi brani. “È arrivata la bufera” di Rachel o il brano di Tenco “E se ci diranno” non sono facilmente compatibili con un sound rock ma spero di aver fatto un buon lavoro.

Di Elvis Presley hai sempre parlato non bene, ma benissimo, belle parole spese anche per i Motörhead da quanto è che avevi in mente di costruire un cd con queste strabilianti canzoni che tutti dovrebbero conoscere?
Io sono nato con Elvis, e grazie ad un suo pezzo “Jailhouse Rock” ho visto la luce. Avevo 15 o 16 anni vivevo a Monte di Procida, un paesino in provincia di Napoli lì quei tempi si ascoltava solo Rita Pavone e Celentano. Un giorno un mio amico che lavorava sulle navi ha portato un 45 giri e ho sentito quella canzone ed ho capito che c’era musica seria in giro.

C’è una canzone alla quale sei più legato? Una cover che avevi da sempre desiderato realizzare?
Un omaggio a Elvis che avevo da sempre voluto fare, ma non ho mai avuto la possibilità, gli devo veramente tanto. Una cover che ci tenevo a registrare era quella di Gary Moore “Still got the blues”.

Non sarà stato facile scegliere tra tutte queste pietre miliari della storia del rock mondiale…
Tutte le scelte che ho fatto sono state dettate un po’ dalla rabbia sociale un po’ per una scelta artistica di persone che mi sono sempre piaciute. Anche per i Motörhead, non ho scelto un pezzo famoso ma tratto dal secondo album, il tipo che canta con me è il secondo cantante degli Iron Maiden si chiama Blaze Bayley.

In questo disco hanno collaborato Olly Riva, Blaze Bayley (Iron Maiden) che hai appena citato, Nathaniel Peterson (già bassista di Eric Clapton, John Lee Hooker ecc), Maurizio Solieri, Ricky Portera, Mario Riso, raccontaci quest’esperienza con questi mostri sacri del rock alcuni di fama internazionale.
Ci sono un po’ meno collaborazioni rispetto agli altri album, in realtà ne volevo anche meno però quando ho iniziato c’è stato un po’ il passaparola con amici come Maurizio Solieri, Fabio Treves e così è nato il disco piano piano. Anche nel pezzo “È arrivata la bufera” quello che canta con me è Drupi, uno che in Italia aveva successo trenta anni fa e che invece adesso lavora tantissimo nei paesi dell’Est.

Come siete finiti insieme in studio di registrazione?
Un giorno ero fuori dallo studio e gli ho detto di venire dentro a cantare un pezzo insieme. Così nascono le cose migliori senza pensarci.

Come al solito il tour sarà ricco di date perché tu sei uno che si sposta parecchio, quanto è importante il live per Pino Scotto?
Naturale è in quel momento che si vede chi è il cantante e chi il musicista. Purtroppo adesso non c’è tutta questa trasparenza ed onestà: la gente va a fare i live con le basi registrate…

Il “Vuoti di memoria Tour” partirà il 4 aprile, il disco invece uscirà il 22 aprile per la Valery Records…
Il tour parte da Desio in provincia di Milano, in questo locale ci faccio anche un progetto per i bambini in Centro America, altre iniziative le stiamo facendo con la dottoressa Caterina Vetro con il progetto “Rainbowprojects” http://www.rainbowprojects.it. Adesso stiamo portando avanti una clinica a Cobán in Guatemala. Quindi la prima del mio tour la farò in questo locale dove faccio tutti i concerti per i bambini e quella sera non si pagherà il biglietto.
Deve essere una festa. Le altre date già confermate sono indicate nel sito http://www.pinoscotto.it

Quali sono le reazioni che avrà il tuo pubblico e i tuoi fan? Qualche anticipazione sulle canzoni che saranno presentate ai concerti?
Il pubblico si deve aspettare il solito Pino Scotto arrabbiato con tutta la gente che sta distruggendo il mondo e specialmente l’Italia.
Il live sarà basato per metà sui nuovi brani anche le cover e l’altra metà sui classici che faccio da qualche anno.

Qualche retroscena?
Nel disco c’è il bassista di Eric Clapton Nathaniel Peterson con cui ho cantato il brano “Hoochie Coochie Man” e con la band Twin Dragons ho fatto io come solista anche delle date nei paesi dell’Est, con noi c’era anche il nuovo chitarrista dei Guns n’ Roses Ron Bumblefoot.  Mi dispiace molto che qui in Italia di gente famosa che suona con cantanti affermati non ce n’è, non ci sono le stessa disponibilità come all’estero.

Insomma Pino nove dischi da solista chissà quanti altri ancora…?  
Non lo so vedremo, io non penso mai né a ieri né a domani, penso solo a oggi.

The Divinos – Mai così “Divi”!

Pubblicato il marzo 1, 2014

Chi più ne ha ne metta. questa la filosofia di una band tutto fuorché tradizionale.
I The Divinos, artisti, musicisti e attori amatoriali, hanno fatto in modo che la musica fosse la risposta ai loro sogni. così sempre.

Dall’ispirazione al cinema italoamericano se ne vedono e se ne vendono tanti di miti: alcuni restano impressi, altri lasciano una flebile scia che mano a mano scompare… ma quando l’omaggio è costruttivo e ben confezionato tutti in silenzio lo ascoltano.
spaghetti western è uno dei tanti.
Dal rock all’elettronica dal musical all’opera, i The Divinos hanno le carte in regola per proporsi come nuova realtà musicale, teatrale? Perché no, sia nel mercato italiano che estero.
L’idea del gruppo è frutto della mente del songwriter Max Russo accompagnato dal suo fedele collaboratore “Chiazzetta”.

I The Divinos sono prima una famiglia poi un gruppo.
Incominciano con il botto, scegliendo come palcoscenico il londra el bow, famoso locale inglese; Le coordinate rimandano alla superlativa camnden town, focolaio di tantissime band che si fanno le ossa nei club. nel 2011 la band avrà il primo assaggio della parola successo.
Tuttavia la fase più creativa avviene nel giugno 2012 quando escono il primo singolo e il primo video: The Divino Code che viene trasmesso nei canali interrativi italiani.
Le sorprese non sono finite: i The Divinos collaborano anche con radio rock e stazione birra.
Finalmente, dimostrazione che nessun sacrificio è invano, nel maggio del 2013 firmano per la Valery Records. L’uscita e la distribuzione mondiale del disco The Divino Code è avvenuta nel settembre 2013, ma i The Divinos vogliono ancora comunicarci qualcosa…
L’attesa di vederli performanti in un live è un sassolino che desideriamo toglierci.

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The Divinos è un nome evocativo, a cosa è dovuta l’ispirazione?
Il nome doveva richiamare elementi italiani, qualcosa simile a The Sopranos, ma evoca anche il gusto e la ricerca del meglio. La vera fonte d’ispirazione è un ristorante a Los Angeles che si chiamava appunto Divino, da lì è nato tutto il resto.

3 è il numero perfetto, o meglio 5 se si parla di una band, solitamente ogni strumento è legato ad un musicista sul palco. Nel vostro caso, nella vostra family, è presente anche una donna. Che meccanismo innesca in un processo musicale questo valore aggiunto? La scelta del piano è in sintonia con il genere della band?
L’aggiunta di un membro femminile nel gruppo è legato alla scelta dello strumento: il piano. Cercavo un tocco classico e vellutato che si legasse con tutto il resto.

Scorrendo i vostri brani è difficile definirvi con un genere musicale preciso, anzi a volte le etichette (rock, blues, emo…) neanche piacciono ai musicisti di un certo calibro, ma se proprio doveste essere rappresentati con un sound a quale famiglia apparterrebbe?
Difficile dare una definizione netta al nostro genere. Possiamo definirci Drama crime rock retro.

Avete firmato un contratto con l’etichetta discografica Valery Records; come funziona una collaborazione con una label e quanto è libero il pensiero di un artista? Puoi spiegarci come inizia a prendere forma un disco…?
Innanzitutto siamo onoratissimi di far parte di un’altra grande Famiglia, oltre la nostra di musicisti, ovvero la Valery Records che in Italia a livello rock alternative è la numero uno. Oggi il concetto di label è molto diverso dal passato. La differenza tra una buona label e una non buona, sono i contatti. Una volta, anche le etichette indipendenti avevano dei soldi per finanziare tutto.. Oggi purtroppo no: è cambiato tutto… Per quanto riguarda il pensiero dell’artista, siamo totalmente liberi.. Anzi la Valery ci dà solo consigli per crescere meglio. L’elaborazione di un disco è un processo lungo: prima c’è la fase creativa pura dove butti giù tutte le idee; poi inizia la fase di scelta del materiale che prepari in un piccolo studietto in casa..e lì inizia a prendere un po’ forma la linea da seguire. Successivamente si va in studio e si fanno le famose linee guide, ovvero voce e chitarra e con il produttore in questione si crea il sound del disco e si registrano piano piano tutte le parti. Il disco è come un figlio: lo vedi crescere piano piano. Alla fine, come ultimo step, arriva il mastering e poi c’è tutto il mondo promozionale video, copertina, foto concerti…

Nella copertina del vostro album The Divino Code, sembra che state recitando una parte: è finzione oppure ognuno di voi nella vostra family è attore e musicista allo stesso tempo?
Io provengo da una formazione di performer ovvero attore – cantante di musical. Sono principalmente un cantante che ha sempre scritto musica Nel gruppo tutti recitiamo un parte sul palco, ma ognuno di noi resta comunque se stesso nel mondo dei Divinos.

Se la performance live per voi è concepita come vero e unico show allora il pubblico dovrà restare attonito. Quanto conta il feedback emotivo che voi trasmettete e ricevete dai vostri fan?
Il feedback conta moltissimo: sia quello virtuale che quello diretto e umano dal vivo. Ti posso raccontare due momenti bellissimi: il concerto di Barcellona dove la gente non ci conosceva, eppure dopo pochi minuti cantava i nostri brani e quando finimmo di suonare un pezzo, la gente continuava a cantare chiedendoci di riprendere il tema della canzone appena terminata. Un episodio analogo è successo all’ultimo concerto a Roma. Io dico sempre che si deve creare la magia, se avviene questo allora sei sulla strada giusta.

Il disco The Divino Code vi rappresenta, la musica siete voi o almeno lo spettatore si aspetta di ritrovarvi sul disco come sul palco. Ma la domanda è se vi sentite a vostro agio sul mainstage: quanto conta questa prova per voi?
Il live conta moltissimo, è il motivo per cui facciamo musica. Io sul palco mi sento a casa, non vorrei mai scendere; penso che dal vivo siamo anche più diretti e più emotivi, questa è anche la nostra forza.

I Divinos, sono un prodotto promettente ma giovane. Se c’era già qualcosa che bolliva in pentola perché non vi siete adoperati prima per una data zero?
Bella domanda! Perché ognuno di noi era impegnato in altri progetti e in più si era alla ricerca dell’idea e dell’intuizione giusta che poi è arrivata.

Siamo nel 2014: Facebook è nelle nostre vite da ormai da dieci anni, qualcosa di buono almeno in materia di social media marketing ha giovato al vostro lavoro da musicisti?
Sì moltissimo, tutto quello che stiamo facendo è grazie al web; le strategie di marketing sono essenziali per poi arrivare al live. Abbiamo fatto molta pubblicità via web; ti apre al mondo ma allo stesso tempo devi anche contraddistinguerti dagli altri cercando di essere unico nel tuo genere per poter essere seguito dai fan.

Un consiglio per le band emergenti in Italia che vogliono salire sulla ‘divina’ giostra dello showbusiness?
Uno non basterebbe, ci sarebbe bisogno di un “coach band”, perché la strada è lunga, lunghissima e ci vuole tantissima determinazione, curiosità e apertura mentale. Un’evoluzione interna ed esterna che coinvolga il sound, essere unici: questo fa tutta la differenza del mondo.

Progetti futuri e/o sogni nel cassetti?
Progetti futuri: promozione e uscita del nuovo video registrato a Parigi; tour in Olanda, Belgio e Spagna e il Grammy Award in Georgia.
Sogni nel cassetto: entrare nel circuito dei grandi festival europei diffondendo il “codice divino” in tutto il mondo.

L’Altrove Qui!

Pubblicato il marzo 1, 2014

“Cosa ci faccio qui?” se lo starà ancora chiedendo Bruce Chatwin, uomo-viaggiatore dedito all’arte e alla fotografia, narratore di strabilianti storie e acuto osservatore del mondo, morto di AIDS all’età di 48 anni.
Magro, occhi azzurri, capelli biondi, eterno ragazzo, Chatwin sapeva raccontare le sue storie avventurose grazie ad una comunicazione visiva-letteraria unica. Viveva in prima persona e poi faceva in modo che l’altro, il suo interlocutore, si trovasse in quell’altrove, mai utopico sì reale, che Chatwin scopriva in ogni suo viaggio.
Dal Sud America all’Asia, dall’Asia all’Australia, il nostro eroe annotava scrupolosamente ogni singola realtà in cui andava ad imbattersi. Se a quel tempo l’idea di una vita nomade era eccitante, per Chatwin non doveva rimanere un’idea, ma un’esperienza tangibile.
“Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma”.
“Il cambiamento è la sola cosa per cui valga la pena vivere”.
Queste parole trasudano dalle lettere e dai saggi scritti dallo storycatcher per antonomasia, colui che ha fatto del “Wonder Voyage”, il “viaggio meraviglia”, la sua casa, una casa mobile, se vogliamo usare un ossimoro calzante.
Nessuno di noi ha delle coordinate prestabilite da seguire, la vita è come te la fai, è qui o altrove, tutto dipende da che partita stai giocando; per Chatwin quell’altrove era composto da luoghi, modi e culture del viaggio che hanno in un secondo momento disegnato la mappa della sua vita.

L’azzurro era il colore preferito da Vasili Kandinski, non c’è da stupirsi visto che dietro a quella tinteggiatura si celano copiosi significati che potrebbero alludere a diverse trame: dalla ricerca di un altrove inesplorato o al far emergere una forza evocativa non indifferente da cui trarre ispirazione.
Trasparente come l’acqua e il cielo, l’azzurro è il più immateriale dei colori. E il più profondo. Perché l’occhio vi si può perdere senza ostacoli, giù giù fino a scoprire un altrove che non si potrebbe cogliere attraverso uno sguardo superficiale della tela.
Scriveva il pittore russo: “Più l’azzurro è profondo e più richiama l’idea di infinito, suscitando la nostalgia della purezza e del soprannaturale…”.
Kandiski è uno dei padri dell’Espressionismo di fine ‘800 che ha spezzato il filo rosso con la tradizione e ha cercato di rendere il reale, astratto, non più schiavo di pre-concetti o verità inesplorate.
L’intento era quello di creare una grande famiglia di forme, linee e colori emancipati che strizzassero l’occhio alla formula del ‘giàdettogiàvisto’.
Durante tutta la sua fase creativa, lunghissima, Kandisky cerca di mettere in scena un palcoscenico dell’altrove, di quell’esserci al di là di ogni apparenza. Il risultato è strabiliante.
“Andare in Islanda a trovare i Sigur Rós”.
Strane creature provenienti da terre lontanissime, alieni o umani, dall’Islanda i Sigur Rós tracciano un loro percorso che solo a pensare al loro paese di provenienza, sembra essere connotato dal concetto di altrove.
Partoriti insieme all’ultima fatica musicale Valtari, i sedici filmmakers, prodotti con le melodie del gruppo post-rock e i registi di ogni parte del Globo, sono l’ennesima dimostrazione che i Sigur Rós sono figli di un altro Pianeta. Questa non è solo un’affermazione ma la verità.
Il concept#14 ispirato a Valtari diretto da Christian Larson con le coreografie di Sidi Larbi Cherkaoui attira l’attenzione dell’occhio incuriosito, schiavo della musica evocativa che gira nel web.
“I’ve always been inspired by dance, so I wanted to tell a short story with dialogue through movement, without anyone saying anything”.
In effetti proprio questo viene rappresentato nel corto di 10 minuti, un tempo così breve, ma intenso  per le emozioni che regala:sembra tutto fuorché rapido.
L’uomo e la donna danzano insieme corpo a corpo e attorno a loro una massa cementificata di grattacieli, fumo, grigio ovunque, ma appena loro iniziano a ballare, ecco la luce.
La danza come arte, ma soprattutto come sperimentazione del proprio essere. I due performers si cercano, si trovano, si innamorano e affondano il reciproco mood emotivo nel partner: quell’altrove che stavano ambedue aspettando. Un altrove fatto di amore e luminosità, un altrove talmente intimo che sfugge al controllo, così passionale da voler bucare lo schermo per entrarci. “We never meant our music to come with a pre-programmed emotional response. We don’t want to tell anyone how to feel and what to take from it”.

Con i The Fire è nata una nuova stella Supernova

Pubblicato il gennaio 20, 2014

Incontri. Incontri fortuiti o combinati hanno segnato la nascita, lo sviluppo e l’attuale successo di una band italiana che può vantare di avere un pubblico anche all’estero, ingrediente imprescindibile per realtà tangibili come i The Fire.
Oliviero Riva in arte Olly ed Andre, mente e cuore dei Madbones insieme ai suoi fedelissimi stanno facendo proprio un buon lavoro e con il terzo disco “Supernova” sono cresciuti ed hanno imparato che più si va avanti, più gli stimoli aumentano e con questi anche l’attenzione e il riscontro del pubblico.
I The Fire non sono né l’ultima né la penultima delle band anzi. Le loro numerose partecipazioni a Festival di spicco internazionali e l’opportunità di dividere il palco con incredibili artisti della scena rock mondiale dimostra come questo gruppo abbia la stoffa per lasciare il segno, un segno dal gusto rock.

Proprio di rock stiamo parlando, vivo dal ritmo incalzante che cattura l’orecchio dell’ascoltatore e non lo abbandona nemmeno per un istante.
Il disco intero è un concentrato di sonorità rock e pop tanto che alcuni ritornelli delle canzoni restano in testa per l’efficacia e l’immediatezza dei testi.
Supernova è il disco dei The Fire, un disco maturo e compatto, godibile dall’inizio alla fine, puntellato da piacevoli riff ad alto contenuto rock. 

I fan dei The Fire non resteranno delusi, nemmeno questa volta.

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Supernova è il vostro terzo disco, quello buono, non che gli altri siano da meno, ma con il tempo il suono si lima e la ricerca anche nel messaggio dei testi aumenta e s’intensifica, è successo così anche per questo disco dei The Fire?
I dischi come le canzoni partono da un’ idea generale di songwriting e di messaggio, ma puntualmente, il punto di arrivo risulta sempre diverso dall’ idea originale. Per Supernova l’intento era quello di proporre una linea più melodica e raffinata, dare più spazio alle canzoni rispetto ai riff. Forse questa scelta non ha trovato d’accordo i più rocckettari ma, io scrivo in base a quello che provo, a quello che mi emoziona. La musica è soprattutto libertà di espressione.

Nel vostro nuovo album, Supernova uscito per la Valery Records, si contano dieci brani, di cui due sono caratterizzati dalla presenza di due personalità di spicco: AlteriA e Pino Scotto.
Che familiarità avete con questi artisti e quanto la loro collaborazione è servita per dare un valore aggiunto a questo lavoro?
Diciamo che AlteriA e Pino sono due personaggi che gravitano intorno al progetto Rezophonic, quindi prima di tutto sono amici poi colleghi.
Mentre scrivevo il testo “Follow me”, nella seconda strofa ho pensato subito ad Alteria., lei era perfetta in quella canzone e infatti non sbagliavo!.
Per quanto riguarda Pino invece la collaborazione è nata attraversi il suo disco “Codici Kappaò”. Stavo scrivendo delle canzoni per lui e “Business Trash” era un pezzo dei The Fire che sembrava avvicinarsi al suo mondo. Di comune accordo abbiamo deciso di usarlo sui nostri rispettivi dischi. Non ho idea se queste collaborazioni abbiano portato a qualcosa di buono ma sono felice di aver condiviso questo progetto con personaggi che stimo molto.

Il precedente disco Abracadabra, uscito nel 2009, ha avuto un successo non indifferente e con il tour promozionale del disco, avete avuto la possibilità di girare all’estero. Quali sono le aspettative per questo nuovo progetto? Che aspirazioni avete? E com’è suonare nei club aldifuori dell’Italia?
Anche se sono passati pochi anni, nel 2009 i tempi erano un po’ più fertili per la musica quindi avevamo molto entusiasmo e avendo anche un manager all’estero abbiamo avuto valide esperienze. Al momento la situazione musicale in Italia è critica. I locali chiudono, c’è crisi. Credo che band che hanno quasi vent’anni di carriera musicale non si meritano questo tipo di trattamento. Odio lamentarmi ma le cose diventano sempre più difficili per la musica ‘alternativa’ e in generale per le band che propongono pezzi propri. All’estero puoi rimediare un tour come gruppo spalla a una band conosciuta, sennò ti accontenti di suonare gratis. Insomma la situazione non è illuminante nemmeno aldilà della penisola.

Per ogni gruppo italiano o straniero la prova del nove, è il live. Cosa si deve aspettare il pubblico da un vostro concerto?
Non è facile giudicare i The Fire dall’esterno, ma dal mio punto di vista, senza presunzione, credo che le caratteristiche principali sono: potenza, melodia, un suono sincero e un po’ di sano divertimento.

Di questi tempi è sempre più difficile fare buona musica in Italia. Ad esempio voi puntate all’estero. È una scappatoia oppure semplicemente è più stimolante uscire dagli schemi e tentare una nuova strada?
Stimolante in effetti è la parola giusta; cantare in inglese aiuta infatti ad andarsene da questa ‘patria del nulla’. Perchè coltivare un orticello che non dà frutti?. Non tentare di varcare la sogna e peggio, non provarci nemmeno, sono gli errori più gravi.

I brani sono tutti in inglese eccetto “Tu sei solo mia” e “Business Trash”. La scelta della lingua inglese è congeniale, non solo perché permette di arrivare ad un pubblico più ampio e diversificato ma anche perché è più orecchiabile e rimane in testa. La preferenza è voluta? Vi sentite a vostro agio con l’inglese nonostante l’Italia è il vostro paese?

L’inglese è congeniale per creare un suono più internazionale e più completo a livello armonico. Le vocali che si pronunciano nell’italiano spesso rendono spigoloso un cantato e lo rendono poco musicale. La scelta quindi dell’inglese è sia di natura musicale che d’ascolto. Poi con l’aiuto di Marta Innocenti, ottima cantante e songwriter, abbiamo trovato una forma ottimale sia per quanto riguarda le tematiche dei brani che i testi. Lei è un portento, mi sa leggere nella testa!.

Nel 2014 l’uso dei social media è diventato lo strumento maggiormente utilizzato per informarsi e tenersi in contatto, voi da band come sfruttate i social media? Pensate che Facebook e Twitter abbiano accorciato le distanze ed abbiano abbattuto le barriere facendo avvicinare artisti e fan? A tale proposito che rapporto intrattenete con i vostri fruitori e quanto i social media aiutano a mantenere viva la vostra celebrità?
Il rapporto è buono e la risposta è “SI”. I social aiutano ad accorciare le distanze, ma questa vicinanza che pone allo stesso piano artista e fan non va vista con cautela. Io non vorrei mai avere la mail di Tom Waits (il mio idolo) sapere che è come tutti gli altri mortali, lui è un ‘marziano’ che scrive canzoni incredibili, dirige tempeste sonore e riesce a rendere teatrale qualsiasi cosa, anche la più banale. Non bramo la celebrità, ma credo che l’amore per la musica spesso sia un’ alchimia tra le note, le parole, le atmosfere e come l’artista le inscena. Tuttavia credo che le parole “speciale” e “irraggiungibile” trasferite su Facebook si annullerebbero totalmente. Rompere questa magia è un sacrilegio.

Nel video “Claustrofobia”, una donna è obbligata a tenere una gabbia per uccelli in testa, ma nonostante questo scomodo e limitante “intralcio” riesce comunque a vestirti, truccarsi, toccarsi… quanto vi sentite voi liberi di esprimervi con la vostra musica? E quanto la libertà di espressione, sonora, dialettica, mediatica è importante per la crescita artistica e personale dei The Fire?
La musica viene concepita il più delle volte come intrattenimento e non come Arte. Vista come un passatempo, non viene presa sul serio e questo è un enorme peccato. Io lavoro, amo, vivo e respiro solo con la musica, non ho altro nella vita che mi dà di più se non ovviamente, mia moglie. La libertà di scrivere, suonare, cantare, creare è una necessità, oltre che un lavoro.

C’è un artista o una band con cui vi piacerebbe collaborare o addirittura suonare insieme, se non è già successo?
Assolutamente Foo Fighters o il mio idolo di sempre Tom Waits. Sogni ovviamente…

  

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