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Reggio Calabria: Viaggio al termine della notte! – intervista a Giuseppe Falcomatà –

Pubblicato il giugno 28, 2014

Giuseppe Falcomatà è uno dei candidati alle primarie PD che si terranno giorno 6 luglio 2014 a Reggio Calabria.
È giovane, e non nell’accezione fancazzìsta ed immatura. La sua gioventù è simile a quella di tanti altri giovani, anagraficamente o interiormente, che rappresenta la consapevolezza, il desiderio di cambiare le cose, il bisogno di andare avanti… una gioventù che continua ad interrogarsi e ad ascoltare, ma che è in grado anche di dare risposte!
Giuseppe Falcomatà reinterpreta in chiave contemporanea l’esistenzialismo di una società che ambisce ad uscire dal buio.
Si esprime con profonda cognizione – con fare acceso a tratti –  con considerazioni degne delle migliori intuizioni sociologiche, così come quando vede il concetto di solitudine facente parte del degrado urbano.
È molti anni ormai che sono andato via da Reggio… però adesso, magari, potrei anche tornare a casa!

 

Giuseppe Falcomatà

 

 

 

Reggio Calabria: cosa è accaduto in questi ultimi anni?
Negli ultimi dieci anni la nostra città ha vissuto un black out istituzionale che è culminato con lo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose… o meglio, per contiguità mafiose, che rappresenta un fatto che va oltre l’infiltrazione, in quanto la contiguità sta a significare che ‘ndrangheta e istituzioni si sono sedute insieme per decidere comunemente le sorti della città.
Questo, naturalmente, ha prodotto negli anni un accumulo di debiti con spreco di denaro e di risorse pubbliche che noi oggi paghiamo in termini di aumento di tasse e tributi comunali. Infatti, è bene dirlo per essere trasparenti al massimo, quanto accaduto porterà a dover affrontare un piano di equilibrio che nei prossimi dieci anni vedrà l’intera comunità reggina pagare tasse e tributi locali alle stelle a causa di inefficienze nella pubblica amministrazione.
È impossibile, dopo anni di buio, riportare in un solo istante la luce! Dunque, la prossima amministrazione si troverà a dover affrontare una prima fase di convalescenza che accompagni la nostra città ad uscire dalla malattia, a rimettersi in forze e rialzarsi in piedi.
È evidente che Reggio con le sue sole forze non ce la può fare, avremo quindi bisogno di un consistente aiuto da Roma.

Nel tuo programma citi una frase del sindaco La Pira: “[…] dare un compito alla città[…]”. Qual’è concretamente il compito?
Sì. La Pira conosceva, in quanto sindaco, le esigenze primarie di una città e sapeva bene che non basta amministrarla, ma bisogna darle un ruolo preciso, altrimenti la città muore.
Significa che ognuno di noi, ogni cittadino, non può più delegare agli altri le scelte amministrative perché di fatto delegherebbe quello che è il suo futuro. Nessuno può dirsi indifferente alle scelte politiche, perché la politica entra nella vita personale di ognuno di noi: dal semplice affitto degli impianti sportivi comunali, al parco, agli eventi culturali che danno lustro ad una comunità, alle infrastrutture che rendono i quartieri non soltanto semplici dormitori ma veri e propri luoghi in cui vivere la propria società.
Quindi, ognuno di noi deve avere un ruolo e deve fungere da pungolo per la pubblica amministrazione. Abbandoniamo l’istituto della delega, ed abbracciamo l’istituto dell’adesso tocca a noi! E diventiamo davvero protagonisti di quel che accade all’interno di palazzo San Giorgio.

Nel tuo programma parli di rieducare alla Bellezza… concetto che trovo interessante ma che immagino sia un processo lento e articolato specie in questo momento storico così vicino a quanto avevano descritto e predetto molti pensatori del ‘900 che vedevano nella natura umana del loro tempo e delle generazioni future quella Porcherìa, come la definirebbe Celine. Quel senso di anomìa e masochismo che difficilmente lascia trapelare emozione reale davanti alla bellezza…. qual’è il tuo punto di vista e come intendi procedere?
In tema citazionistisco, ne utilizzo una anche io: Peppino Impastato diceva “noi dobbiamo educare i cittadini alla bellezza”.

Il che, trasposto ad una realtà cittadina, vuol dire far conoscere al cittadino quel che è bello, e non soltanto nell’accezione prettamente estetica, ma anche classica, in quanto autentico, vero.
Questo significa non rassegnarsi alle brutture e far si che il nostro occhio non si abitui a cose che in realtà non dovrebbero esserci…Faccio un esempio: qualche tempo fa, tornando da scuola, mio nipote si sorprendeva del fatto che un camioncino della nettezza urbana stesse raccogliendo la spazzatura sia dentro che fuori dai cassonetti; io trovo che questo sia un episodio simbolico, perché se nell’immaginario di mio nipote la normalità era vedere i cassonetti stracolmi di spazzatura con i cumuli di immondizia ai lati, ed invece a stupirlo è stato il fatto che ci fosse un camioncino che la stesse raccogliendo…. è facile capire che la sfida è proprio questa.
Mio nipote che ha sette anni, non è mai vissuto in una città normale, dove un qualunque cittadino si sarebbe sorpreso della presenza di spazzatura e non del contrario.
Non abituiamoci al brutto, non abituiamoci all’immondizia, non abituiamoci alle facciate dei palazzi non rifinite, ai marciapiedi con le mattonelle sconnesse, alle strade piene di buche e alle piazze che diventano soltanto un ricovero per spacciatori e passeggiatrici.
Abituiamoci a difendere il decoro urbano e difenderemo una bellezza in senso ampio.
Durante uno degli incontri che abbiamo fatto nel corso di questa campagna elettorale una persona ha suggerito di non parlare più di assessorato alla cultura, dato che la cultura è necessaria in qualunque ambito della pubblica amministrazione, bensì di un assessorato alla Bellezza. Iniziativa che io trovo interessante.

La tua linea programmatica rappresenterebbe una vera svolta in città specie dal punto di vista dell’attenzione che poni nei confronti dell’ambiente e dell’ecologia. Quanto sarà complesso reimpostare un percorso di questo tipo in una città che vede istituzionalmente ancora nel cemento il progresso?
Non possiamo più continuare a ingolfare la nostra città di cemento. Fra i nostri obiettivi c’è un’edilizia a mattoni zero, riportando in vita quello che già c’è… sia esso un’aiuola, piuttosto che un marciapiede.
Ci sono zone della città, dove le sterpaglie sono così alte che ormai non si vede più nemmeno il marciapiede. È per questa ragione che in programma esiste un punto chiamato: la battaglia delle piccole cose: ripristiniamo il decoro urbano, cosa che oltretutto non rappresenta nulla di più di quanto già sarebbe imposto dal testo unico degli enti locali che vede fra le altre cose sostanziali la cura dei servizi essenziali, la raccolta dei rifiuti e l’illuminazione pubblica.
La più grande sfida è riportare la città alla normalità. E non mi riferisco soltanto ad ambiente e verde, o all’abbracciare concretamente una sfida che riguarda le energie rinnovabili, la sfida è anche recuperare tutte quelle opere pubbliche terminate e non consegnate, o non terminate perché l’azienda ha abbandonato il cantiere, o addirittura quelle opere che sono ancora in fase progettuale.
Il vero degrado non è rappresentato solo dal marciapiede sconnesso e i muri imbrattati… il vero degrado è la solitudine. Per evitare che nei quartieri si soffra di solitudine, dobbiamo renderli vivi! Ricchi di strutture ricettive, ricchi di spazi comuni che compongono l’aggregazione.
Pensa quanto può essere paradossale che in una città che potrebbe vivere all’aperto sei mesi l’anno, non ci sia un canestro da basket in una piazza o una porta da calcio. Mancano quei classici playground che in città come New York ad esempio hanno rivalutato determinati quartieri.

C’è un tema che per ragioni personali mi sta molto a cuore: la fuga dei cervelli, di cui inoltre si parla tanto in questi anni. Giorni fa ho casualmente riletto uno scritto di Corrado Alvaro, in cui l’autore parla dell’emigrante, ritenendo che il meridionale in generale ma il calabrese in particolare, emigra non tanto per una ricerca economica, o per un arricchimento monetario… bensì, per cambiare “stato”… come se si sentisse fondatore di una nuova civiltà, di una nuova generazione. È dunque inevitabile che molti dei nostri cervelli vadano via, o esiste un modo che possa trattenere le nostre anime migliori in terra evitando la diaspora?
Io non voglio fare il populista e sostenere che dobbiamo evitare la fuga dei cervelli o che dobbiamo trattenere i nostri cervelli in città.
Preferisco invece cambiare il punto di vista, e dire che l’esperienza formativa fuori, sia essa lavorativa o universitaria, deve essere una scelta del cittadino e non un obbligo.
Renzo Piano consiglia spesso di contaminarsi il più possibile di esperienze che possano arricchire il nostro io, e poi tornare nelle proprie città per mettere quelle esperienze e quella ricchezza acquisita a servizio della propria comunità, della città in cui si è nati.
Ben venga, quindi, chi decide scientemente di partire e arricchirsi di nuove esperienze, ma è anche importante consentire a chi intenda lavorare e studiare nella propria terra di poterlo fare.
Da un punto di vista universitario, nonostante pubblica amministrazione e atenei siano due enti del tutto indipendenti, non si può e non si deve escludere un’interazione fra le due parti.
Basti pensare a quanti progetti a favore della comunità cittadina potrebbero essere ricavati a costo zero da studenti delle nostre università messi a servizio della comunità. Mi riferisco al tema di recupero e classificazione di beni architettonici, storici, artistici e culturali; o per quanto riguarda la Facoltà di agraria, classificazione e riqualificazione di quello che è il patrimonio botanico della nostra città. Dunque, in tema di realizzazione concreta delle cosiddette smart cities di cui tanto si parla, perché non creare i giusti presupposti affinché tutto quello che viene creato all’interno della nostra Università possa essere messo al servizio della comunità in cui è stato creato?!
Naturalmente, per un giovane, rimanere qui non significa soltanto Università… una città universitaria è una città viva, che sviluppa la sua socialità, e che mantiene le saracinesche dei pub, e dei negozi e dei ristoranti attive fino a tarda ora. Questo è un altro aspetto, e rappresenta un’ulteriore conseguenza positiva.
Per quanto riguarda il mondo del lavoro, è opportuno chiarire un aspetto che rappresenta il punto di non ritorno e di discontinuità con quello che è accaduto a Reggio in dieci anni: la pubblica amministrazione non è tenuta a dare lavoro! Semmai, è tenuta a creare le condizioni affinché posano nascere occasioni.
L’unico modo per entrare all’interno di una pubblica amministrazione è mediante il concorso pubblico, cosa che negli ultimi dieci anni la nostra città non ha visto mai, perché si è venduta un’illusione che si potesse accedere al mondo del lavoro e della pubblica amministrazione con strumenti diversi da quelli previsti della procedura dell’udienza pubblica. E questo non ha creato lavoro… ha creato precariato e grossi disagi ai lavoratori delle società miste che operavano fino ad oggi nel comune di Reggio Calabria nettamente in forte sovrannumero, dato che se una ditta che potrebbe dar lavoro a cento dipendenti viene invece infarcita di trecento, va a fallire rapidamente.  Quindi adesso tutte queste persone si trovano davanti a un grande punto interrogativo, davanti aun futuro lavorativo incerto, anche sotto il profilo personale e familiare, e solo perché si è deciso di ingolfare questa società senza che ce ne fosse una reale necessità. In una città in cui la maggior parte delle famiglie sono monoreddito, se tutte queste persone andassero a casa ci troveremmo di fronte ad una situazione di forte emergenza sociale. È chiaro quindi che tutti questi punti interrogativi si debbano trasformare in punti esclamativi. Come? Intanto le società miste non ci sono più e non ci saranno più… e l’unica strada è quella di abbandonare l’idea del pubblico/privato,  e fare delle società in house, quindi a capitale interamente pubblico, e che diano garanzia di stabilità definitiva a queste famiglie.
Al di la del pubblico, ciò che funziona maggiormente nostra città, una delle fonti di maggiore impresa, è l’edilizia, e l’edilizia funziona se ci sono i cantieri aperti, così come i cantieri aperti funzionano se c’è un’amministrazione virtuosa che riesce a mettere in campo quei progetti non soltanto nella fase iniziale ma seguendo il progetto fino a conclusione.
Bisogna rimettere in moto il tessuto sociale della città. Noi abbiamo una grande risorsa che va assolutamente sbloccata: il Decreto Reggio, legge speciale fatta alla fine degli anni ’80 per la nostra città, ancora ricca di fondi e e ancora ricca di opere che possono essere utilizzate a servizio delle imprese, dei cantieri e delle opere pubbliche. Inoltre, come ho detto a inizio intervista, non possiamo non puntare sui fondi comunitari della programmazione 2014-2020… ci sono tantissimi denari, non abbiamo più scuse per dire che questi soldi arrivano e se ne vanno, perché non ci sarà più il filtro regionale, Reggio Città Metropolitana gestirà direttamente i fondi comunitari, quindi adesso non avremo più scuse. Se non saremo capaci di fare, come hanno fatto altre città d’europa che hanno cambiato volto grazie a questi fondi – prendi ad esempio Budapest in cui tutte le opere portano la targhetta: realizzato con i fondi comunitari – allora dovremo andare a casa perché non avremo più scuse.

Giuseppe Falcomatà

Ricordo l’epoca in cui a Reggio Calabria vennero aperti i primi lidi, impostati come strutture balneari che accoglievano un target ampio di clientela… E ricordo anche la piega che tali realtà hanno preso negli ultimi anni, realtà diametralmente opposta a quella precedente. Laddove diventassi sindaco di Reggio, quale sarà la tua posizione in merito? I lidi torneranno ad essere  stabilimenti balneari o resteranno discoteche a cielo aperto?
Naturalmente la mia riposta non può che essere d’accordo con quella che è la tua premessa.
Tra l’ altro non ha senso che il tutto si riduca ad un susseguirsi di discoteche messe una accanto all’altra… è uno spreco enorme avere queste strutture che dovrebbero mettere in simbiosi una città con il mare e sfruttarle solo in tal senso, specie dopo una conquista importante di quella giunta che andò a Roma, a suo tempo, a sbattere i pugni affinché il lungomare venisse strappato alle ferrovie e restituito alla città. Ci si potrebbe fare molto di più. Quelle realtà non nascono come discoteche, e noi dobbiamo puntare ad una città che da un punto di vista culturale offra maggiori spazi e maggiori occasioni di vivere la notte.
Ci sono tante iniziative che si possono realizzare, e a me quando dicono che con la cultura non si mangia, mi viene da ridere… basti pensare, infatti,  che in passato era stata avviata l’iniziativa de: Uno schermo sull’acqua, che era il Festival internazionale del cinema; oppure potremmo parlare dei Caffè Letterari… parliamo non solo di discoteca, ma anche di concerti, di musica dal vivo.. noi potremmo, possiamo e dobbiamo fare di tutto.
Ridurre la cosa a un susseguirsi di discoteche, intanto toglie dignità a quelle realtà che invece nascono come tali, precludendo a esse la possibilità di continuare a farlo, ed è un modo di interpretare il turismo che esclude anche tutto quel bacino di visitatori della terza età: basti pensare che non esistono bagni pubblici, non esiste una guardia medica funzionante in centro, un tempo esisteva un info-point adibito in uno splendido chioschetto in stile Liberty, che in seguito è stato chiuso e trasferito all’interno di un noto bar cittadino e che adesso non c’è neanche più.
Reggio città turistica passa da tutte queste premesse e precondizioni. Abbiamo tante risorse, e abbiamo tante esperienze positive da prendere come esempio… la Puglia, la zona del Salento, che puntando sul turismo ha rivalutato tutto un litorale incentrando l’attenzione sulla propria identità culturale. Il turismo non è dato solo da un accordo con Costa Crociere o con le compagnie aeree che portano i turisti di Vienna a Reggio ma che non consentono ai reggini di andare a Vienna, dato che a carte inverse non esiste un volo Reggio-Vienna… cosa del tutto paradossale!
Noi abbiamo un territorio ricco di cultura e di offerte paesaggistiche, che, laddove venisse circuitato in un sistema integrato farebbe sì che Reggio non sia soltanto una città dal turismo mordi e fuggi.
Inoltre, non esiste ancora un sito che sia patrimonio dell’UNESCO… a differenza di tante altre isole del turismo, vedi Ibiza che ha due siti UNESCO per la biodiversità.
Noi abbiamo tanto da offrire: mura greche, terme romane, l’antico castello… e tantissimi altri luoghi che una volta diventati accessibili potrebbero dare tanto al nostro turismo.

 

 

Reggio Calabria

Chiudo con una battuta… pare che il motto inciso sul simbolo personale di Tommaso Campanella, che era appunto una campanella che alludeva alla necessità di svegliarsi dal sonno dell’ignoranza e dell’accidia, recitava un: “Non tacerò”. Ahinoi, Campanella non ci è riuscito… ed è morto a Parigi, lontano da casa. Ti attende un’impresa davvero ardua!
Sì, è una sfida ardua. Questo viaggio è nato con un pizzico di follia, ma siamo accompagnati da ottimi compagni di viaggio, convinti che questo sia il percorro migliore…. ed esiste una Reggio viva, che non si abbandona all’antico brocardo del: non c’è niente… va tutto male, non si può far niente… c’è una città che vuole bene a se stessa e che non è contenta della situazione in cui si trova. C’è una città che intende reagire. Una città che per qualche anno ha delegato, ma che adesso ha voglia nuovamente di rimettersi in gioco… bisogna soltanto dare ai cittadini la possibilità di farlo!
Se queste primarie dovessero restare un qualcosa per addetti ai lavori, avremo fallito. Se invece queste diventano le primarie della città e dei cittadini, dove i cittadini stessi sono protagonisti direttamente del cambiamento, allora saremo davvero ad un passo dalla svolta.
Questo è l’anno zero per Reggio Calabria, e mai come ora la città è dei cittadini, che finalmente se ne possono riappropriare.

Ecco ‘Placebo’: il nuovo video di Camera d’Ascolto

Pubblicato il giugno 27, 2014

Era annunciato da settimane il nuovo video di Camera d’Ascolto e finalmente è stato pubblicato ufficialmente il 23 giugno.

Placebo” è il primo singolo tratto da “Figli della Crisi…di Nervi”, seconda prova in studio dei Camera d’Ascolto uscito per I Cuochi Music Company lo scorso 12 giugno e disponibile in streaming su Spotify, Deezer, iTunes e tutti i principali canali digitali, su distribuzione internazionale. Il videoclip è diretto da Steso, leader della band e vede la collaborazione di Federica Jude (camera) e Simone Gallo(editing). Nel singolo, featuring del trombettista Niccolò Pozzi.

 

PROSSIMI CONCERTI

 

04/07 | Milano, TNT Club
06/07 | Marcallo con Casone, MI, Marca Rock
12/07 | Milano, Maquis
18/07 | Como, OnAir Café in Unplugged
25/07 | Milano, La beata quartina dell’Alabama

 

 

PRIMO SINGOLO DELLA ROCK BAND PROF.PLUM

Pubblicato il giugno 24, 2014

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Da oggi martedì 24 giugno è in tutte le radio il singolo “Gli infallibili” del PROF. PLUM, quartetto rock alternative originario della provincia di Como, che ha lanciato il 4 maggio scorso sul mercato discografico il nuovo disco “Governo Tecnico”, autoprodotto in associazione con Pixie Promotion e in distribuzione digitale con Made in Etaly.
Proprio come bombe programmate per esplodere nel cervello al semplice ascolto, le canzoni del Prof. Plum toccano temi di attualità bollente per le giovani generazioni che invecchiano male nelle province di un’Italia povera di belle speranze, di modelli virtuosi e di buone risorse. E con il primo singolo “Gli infallibili” il Prof. Plum grida l’importanza del coraggio di rinnovarsi e mettersi in discussione, per non frenare, non pietrificare l’evoluzione dell’individuo e della società intera, in nome di un’inutile coerenza a una presa di posizione apparentemente rassicurante, ma in realtà solo pesante per chi spaventato sprofonda intrappolato nel nulla. “La coerenza il più delle volte è paura di cambiare idea”, canta infatti il Prof. Plum. Argomenti impegnati e toni pesanti, insomma, per scuotere chi non si sente rappresentato più da nessuno e si fa governare da aspiranti supereroi incaricati di salvare tecnicamente il nostro piccolo mondo.

Il PROF. PLUM è composto da:
Andrea Ubbizzoni (voce e chitarre), Elia Bianchi (voce e chitarre), Francesco Nava (voce e basso), Alessio Bianchi (batteria)

Silvio Rodriguez chiede asilo politico

Pubblicato il giugno 23, 2014

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Stando a quanto pubblicato qualche ora fa dal sito web http://pepemail.blogspot.it/2014/06/canta-autor-cubano-silvio-rodriguez.html?m=1 il cantautore cubano Silvio Rodriguez si troverebbe in Cile e avrebbe chiesto asilo politico.
Silvio Rodriguez è conosciuto in Italia dal cosiddetto pubblico di nicchia – nel 1985 ha ricevuto il Premio Tenco, ed è tornato a cantare a Sanremo nell’edizione del Tenco 2002. Inoltre, artisti nostrani come Maria Monti, Fiorella Mannoia e Gigliola Cinquetti hanno inciso sue canzoni in italiano.
Il cantautore cubano, in Patria, ha da sempre rappresentato un grande punto di riferimento culturale per l’intero Paese. Ed il suo impegno sociale e politico è noto a tutti.
Laddove la notizia di una sua fuga e conseguente richiesta di asilo venisse confermata, rappresenterebbe un duro colpo per le istituzioni cubane e la cosa andrebbe sempre più confermando il totale fallimento della nuova gestione Castro, affidata ormai da anni a Raul, ormai sempre più concentrato su un’idea di “revolución económica” – basata su parametri e leggi al limite dell’assurdo e della legalità – e sempre più distanti da quei, se pur aleatori, parametri di moralizzazione che invece in passato avevano reso Cuba uno dei luoghi più pacifici, acculturati e talentuosi dell’America-Latina.
Se un’istituzione come Rodriguez abbandona la nave, c’è da attendere che emergano i retroscena che di certo lasciano presagire dinamiche gravissime sotto molti punti di vista…. Falle e lacune incolmabili nel sistema politico cubano ormai in balia di deliri, anacronismi e paradossi al limite del razzismo di ogni sorta.
Fa pensare però anche la scelta di consegnarsi alle autorità cilene, e non a quelle americane che nell’immediatezza avrebbero accettato l’autoesilio del cantautore – non fosse altro per fini propagandistici.
Anche in tal senso Rodriguez ha comunque, al momento, dimostrato una certa coerenza d’azione, rifiutando di “dare ragione” ai vicini U.S.A. che avrebbero a torto o a ragione strumentalizzato il gesto.
Chiedere asilo politico ad un Paese Latino, significa anche non sputare nel piatto in cui si è mangiato per anni… Significa semplicemente non accettarne la deriva!
Restiamo in attesa di ulteriori news a riguardo.

Ho una tresca con la tipa nella vasca

Pubblicato il giugno 12, 2014

La tipa nella vasca del titolo, con cui ha una tresca l’autore/narratore è la Sirenetta di Copenaghen, protagonista del primo racconto di questa nuova e surreale raccolta. Si sussegue una collezione di novelle tratteggiate dall’amabile e rocambolesca voce narrante di Andrea G Pinketts, fra il noir e l’emblematico introdotte, ciascuna, da un’invocazione — in rima baciata — alle Muse.   Pinketts Tresca Vasca cover

Certo, si tratta di Muse molto speciali, non convenzionali ed il noir in questione, anche quando si intinge nelle anime più nere e nel sangue più innocente, presenta sempre — immancabilmente — il suo risvolto paradossale, lieve ed arguto. Una serie di pasticciacci sordidi ed esilaranti al contempo, in cui raccapriccio e umorismo convivono in un felicissimo ossimoro. Il lettore incontrerà molti personaggi indimenticabili: Gennaro camorrista in Danimarca, innamorato della già citata Sirenetta, una Befana che rapisce bambini alle giostre di Nizza;  Pedro, il comunista, re dei balli latini alle Feste dell’Unità. E ancora, enigmatiche seduttrici velate di nero, tossici dal destino apocalittico, bellimbusti riccioluti misteriosamente venerati al concorso di Miss Muretto. La penna ispirata di Pinketts, corre irresistibile fra neologismi tanto improvvisi quanto geniali, arguti e flessuosi giochi linguistici e una ricerca del paradosso dall’esito certo. Registri alti e citazioni profane uniti dalla logica ferrea della realtà: un luogo atroce, buffo e commovente dove orrido e sublime coesistono, sempre. E non resta che parlarne con benevola leggerezza.

 

 

Gambardellas – l’intervista

Pubblicato il maggio 22, 2014

 

 

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Mauro, non appari più da solo nelle foto ufficiali, ma siete a tutti gli effetti un trio.
Come mai quest’esigenza di cambiamento? O è stato un evolversi naturale della collaborazione di anni ormai con Grethel e Glenda Frassi?
Dopo l’uscita del primo album “Sloppy Sounds” nel febbraio 2013 avevo l’esigenza di mettere insieme una band per il tour. La scelta è ricaduta sulle persone con cui mi ero trovato meglio nel corso degli anni: tanto musicalmente quanto umanamente. Grethel e Glenda sono state le prime persone che ho contattato: la loro band precedente si era sciolta e sapevo che potevano portare un tocco ancora più personale nelle mie composizioni.
Da allora abbiamo portato a termine un tour italiano di più di 40 date e l’affiatamento tra noi è stato tale che è stato naturale passare a comporre come una band e non più come artista singolo.

Ho notato un notevole cambiamento anche nel look. Mi raccontate come mai e chi vi ha seguito?
Con l’ingresso ufficiale di Glenda e Grethel nella formazione i Gambardellas sono diventati una band a tutti gli effetti. Volevamo che questo nuovo Ep rappresentasse un nuovo inizio: le nuove canzoni hanno un tono più cupo rispetto a quelle dell’album precedente, volevamo che anche il nostro look seguisse questo mood. Ci siamo affidati ad un team di lavoro molto valido con cui abbiamo ricercato e creato il nostro nuovo look. Cogliamo l’occasione per ringraziare Zoe Vincenti per il servizio fotografico, Silvia Ortombina per lo styling e Moreno Cicoria per il make up: hanno saputo cogliere il nostro lato più dark.

Quali sono i vostri punti di riferimento in ambito musicale e no?
Ascoltiamo davvero di tutto e ci piace essere informati sulle ultime uscire discografiche. Nel periodo in cui stavamo componendo e registrando Ashes i dischi che più ascoltavamo erano gli ultimi di Queens of the stone age, Arctic Monkeys e Alt-j. Ultimamente invece gli album che più ci hanno entusiasmato sono stati quelli di St. Vincent, Anna Calvi, Warpaint e siamo in attesa del prossimo di Jack White. Ci piace mischiare le carte: blues ed elettronica.

Passiamo al disco e partiamo proprio dal titolo, Ashes. Un termine decisamente carico di significati, vi va di raccontarci qualcosa a riguardo?
La canzone ed il testo di Ashes nascono quasi per caso: è stata la prima canzone che abbiamo composto jammando come una band. In queste occasioni mi capita di cantare un testo non-sense in inglese, giusto per trovare una melodia valida, e quella volta in particolare la parola “ashes” continuava a tornarmi in mente. Ho deciso quindi di scrivere un testo che parlasse di rinascita e superamento dei propri limiti umani e che facesse riferimento a fatti molto personali. Ci siamo poi resi conto che il tema della rinascita si confaceva bene al periodo che stavamo attraversando: nuova musica, nuovo look, nuova band

Quanto è durata la produzione dell’ep di Ashes, che difficoltà avete incontrato, se ce ne sono state?
Lo scorso agosto ci siamo chiusi nella nostra sala prove e abbiamo cominciato a registrare delle pre produzioni. A fine mese avevamo composto circa 20 pezzi. Nonostante avessimo sufficiente materiale per poter registrare un disco abbiamo preferito temporeggiare ed uscire co un Ep di 4 pezzi, questo perché un album ha necessità di maggiore tempo e ragionamento per essere lavorato mentre noi volevamo uscire entro gennaio con un nuovo prodotto: un Ep ci è sembrata la scelta più sensata e coerente con il percorso di crescita che stiamo affrontando.
Le registrazioni del disco sono state davvero rapide e tranquille: le nostre pre-produzioni erano già molto dettagliate e tutti noi sapevamo cosa volevamo ottenere. In tutto abbiamo registrato e mixato l’Ep in una settimana presso l’Indiehub studio di Milano, l’Ep è stato prodotto da noi e da Giovanni Spinotti (ex collaboratore di Bob Clearmountain a Los Angeles) mentre il mastering è stato affidato a Lee Fletcher in UK.

La dimensione del live, se doveste descrivervi live in poche righe come definireste il vostro spettacolo?
Decisamente potente e coinvolgente, inoltre la nostra formazione particolare, con me alla batteria e voce principale e due ragazze che suonano e cantano alla grande ai miei lati, attrae da subito l’attenzione.

Ho letto che parteciperete al Woodstock Festival, il più grande festival in Europa, che l’anno scorso ha contato più di 400.000 presenze. Come credete che sarà esibirsi in una realtà così grande?
Non vediamo l’ora di suonare al Woodstock! Per noi sarà sicuramente una grande occasione ed una grande esperienza suonare davanti a così tanta gente all’estero. E’ stata davvero una sorpresa essere selezionati per questo festival: c’erano in palio 5 posti e band da tutto il mondo a contenderseli, quando é arrivata la notizia per noi è stato un onore e una conferma che il duro lavoro che facciamo per portare la nostra musica ad alti livelli è stato ripagato.

 

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Ci sono in programma altre date all’estero?
Quest’estate continueremo sicuramente il nostro tour italiano: ad ora l’Ashes tour conta 30 date e da qui ad Agosto contiamo di aggiungerne delle altre. Da settembre cercheremo di portare il live anche all’estero: i contatti ci sono ma non posso ancora rivelare i dettagli

State già lavorando al prossimo album? Ci dobbiamo aspettare altri cambiamenti?
Abbiamo già tanto materiale pronto, i nostri gusti musicali sono in continuo divenire ed il nostro affiatamento come band è costante, non sappiamo però ancora quando, come o con chi entrare in studio: per ora ci concentriamo sul tour anche se il prossimo album dovrà per forza rappresentare un ulteriore passo avanti per i Gambardellas.

 

 

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Aperitivo d’arte

Pubblicato il maggio 12, 2014

Dopo una partecipazione al Fotofestival di Copenhagen (2013) e alla mostra “I Luoghi dell’anima” a Genova (dicembre 2013 – gennaio 2014) è arrivato il momento per Karen Natasja Wikstrand di presentarsi al pubblico romano.

L’esposizione vedrà un estratto del suo progetto in corso “My Mobile Moments”, dettagli e attimi di vita “rubati” esclusivamente con l’aiuto di un cellulare.

The Death Of A Disco Dancer

Aperitivo d’Arte Electronic Art Cafe“
 – Giovedì 15 maggio 2014 solo da Camponeschi Wine Bar a Piazza Farnese 51 (Roma) 
L’aperitivo inizia alle 20.00 fino a tarda notte.
In mostra le fotografie di Karen Natasja Wikstrand e le opere di Maria Gloria Sirabella
. L’evento EAC è organizzato dal fondatore Umberto Scrocca e dalla curatrice Manuela Van.
www.electronicartcafe.com

Waterflower

KLOGR: Il Potere dell’Equilibrio

Pubblicato il aprile 30, 2014

I KLOGR è un progetto Alt-Rock di respiro internazionale che porta avanti con molta serietà un discorso musicale di tutto rispetto: ottime recensioni sugli album “Till You Decay” del 2011, l’EP “Till You Turn” e il nuovo “Black Snow”; numerosi videoclip, una partecipazione allo Sweden Rock Festival e vari tour USA ed Europei.  Le canzoni dei KLOGR sono impegnate da un punto di vista filosofico prima ancora che “politico”: gli album sinora pubblicati affrontano, infatti, uno dopo l’altro il rapporto fra uomo e società, uomo e responsabilità nei confronti di sè stesso, uomo e ambiente. Non mancano, nei testi dei KLOGR, le riflessioni sul potere moderno, quello inquinato e inquinante, quello dell’uomo egoista che si incarna in compagnie SpA o nelle decisioni superficiali dei singoli cittadini del pianeta. Abbiamo contattato via email Rusty, frontman e fondatore dei KLOGR, mentre stava attraversando l’Europa in Tourbus con i Prong per scoprire chi vince, secondo lui nello scontro sasso, carta, forbice fra amore, morte e denaro.

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Cosa significa KLOGR?
Il nome KLOGR deriva da una formula matematica.
La prima formula che spiega la relazione tra l’individuo e le sue sensazioni o stimoli.
S = K log R
Se mettiamo in relazione l’individuo (K) all’ambiente esterno che lo circonda ( R) ci rendiamo conto che non siamo davvero liberi ma soggetti a tutti gli input della società in cui viviamo.
Essere realmente liberi prevede una rilettura della società e non un condizionamento massivo da parte di essa.

In questo momento vi trovate in tour con i Prong e al vostro ritorno inizierete a promuovere il nuovo album “Black Snow” negli Stati Uniti.
Quante cose sono successe dal debutto del progetto, nel 2011 e oggi?
In che modo è evoluto il progetto?
Il tutto è andato ad una velocità inaspettata.
Abbiamo iniziato la nostra “carriera” con 10 concerti negli Stati Uniti perché il nostro primo bassista era di San Diego, in California.
Poi la necessità di condividere la nostra musica con più gente possibile ci ha dato la possibilità di suonare un po’ in tutta Europa.
Dopo il primo anno di promozione, il progetto ha subito un cambio di formazione e la causa è stata sposata dal trio Timecut: con loro ho pubblicato un Ep dove all’interno ci sono diverse collaborazioni, 2 brani mixati da Logan Mader (ex chitarrista dei Machine Head), un brano suonato da Maki dei Lacuna Coil, 2 brani prodotti da Olly dei The Fire.
Poi è arrivata la proposta del tour in Europa con i Prong.
Da lì la necessità di scrivere un nuovo disco. Con il nuovo disco è entrato a far parte del progetto anche il nuovo chitarrista Eugenio Cattini.
Ora siamo in attesa degli States, speriamo di poter fare dei tour anche in quella parte del globo.

Dove state andando? Quali sono, al di là del suonare dal vivo e arrivare con la vostra musica a più persone possibili, le aspirazioni del progetto Klogr?
Le aspirazioni del progetto si stanno concretizzando giorno dopo giorno. Io non suono per il puro piacere di suonare. Suono per catturare l’energia del pubblico e restituirla indietro a più persone possibili, trasformata.
Suono per condividere un pensiero, per condividere emozioni. So che alla gran parte del pubblico interessa solo la musica, ma per me la musica può far riflettere, può far pensare e può dare gli stimoli per fare del proprio meglio. Viviamo in un mondo dove alcune cose sono ancora “inaccettabili”, denunciarle con la propria musica è un privilegio e un modo per sperare di essere utile alla società.

Nei vostri album la componente testuale e concettuale è sempre molto importante. Sembra quasi che album dopo album ci sia un’evoluzione cosciente del KLOGR-pensiero. Si può dire che KLOGR, oltre che un progetto musicale è anche una ricerca filosofica?
Assolutamente. Ogni progetto richiede il 100% delle proprie energie e personalmente non ne investirei così tante solo per un piacere personale, sarebbe “egoistico”.
La filosofia che stiamo cercando è un modus operandi da vivere e attuare ogni giorno, nella nostra quotidianità. Non amo molto chi predica bene e razzola male, quindi cerco sempre di vivere con coerenza rispetto a ciò in cui credo.

Quali sono le coordinate imprescindibili per KLOGR?
Istinto. Rock. Emozioni. Coerenza.

Il tema centrale di questo numero di C MAGAZINE è il Potere. Cosa è il potere?
Il potere è per me l’illusione dell’uomo di vincere la morte attraverso l’autocompiacimento delle proprie azioni.
L’uomo vorrebbe essere Dio, e vede un Dio potente, per questo cerca il potere.

Potere e schiavitù sono concetti legati indissolubilmente? Cosa potrebbe rendere l’uomo libero (o, almeno, più libero)?
L’accettazione che l’unico vero potere al mondo è quello della natura. Lì saremmo davvero liberi.
La terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra.
La natura ha il più grande potere in assoluto, eppure ci lascia liberi di vivere, creare cose che ci rendono la vita “più confortevole”. Siamo “schiavi” della natura: se piove non ci puoi fare nulla (se non coprirti).
Siamo schiavi della natura e siamo gli esseri più liberi della terra.
Il potere e la schiavitù umana sono solo frutto dell’uomo e della società per controllare altri simili e trarne profitto.

Nel vostro nuovo album soprattutto, emerge un lato bellissimo dell’essere umano: la coscienza e l’auto-responsabilizzazione nei confronti della sopravvivenza del nostro pianeta e di altre forme di vita presenti su esso.
Pensi che questo tipo di risveglio sia possibile per tutti? Anche per le persone in cui il buio interiore è più profondo?
Se l’uomo desse alla vita lo stesso valore che da alla morte si.
Tutti hanno paura di morire, di lasciare quello che conoscono.
Se la vita e la morte avessero lo stesso valore nella nostra società (come dovrebbe essere per natura), ci verrebbe spontaneo auto-responsabilizzarci per preservare il nostro pianeta.
La massa purtroppo è controllabile ed è controllata da gente che pensa al profitto di oggi e non alla bellezza di domani.
Siamo animali stupidi.
Abbiamo il dono di essere gli animali più intelligenti (o con una coscienza elevata) e ci comportiamo come gli animali più stupidi.
Siamo l’unico animale che distrugge così pesantemente il proprio habitat.

La musica può cambiare gli stati d’animo?
Sì. Se l’anima sta cercando qualcosa per cui cambiare.

Sasso, carta, forbice. Ha più potere il denaro, la morte o l’amore?
L’uomo pensa di comprare la morte con il denaro.
L’amore è l’unica cosa che ti può far accettare la morte.
La morte è la cosa più naturale tra queste.
Quindi la morte ha più potere di tutti.

Che sensazioni dà il potere? E’ vero che rende pazzi? Esiste distinzione fra potere positivo e potere negativo?
Il potere della terra è positivo.
Il potere creato dall’uomo spesso è dedito al profitto quindi è negativo.
Trovare gente con un animo puro è la cosa più rara ad oggi

Se il potere è egoismo e schiavitù, allora la libertà viene dalla generosità e dalla rinuncia?
La libertà è in natura. L’uomo è egoista perché pensa di non essere accettato dagli altri.
Se l’uomo seguisse le leggi della natura sarebbe davvero libero, senza rinunce ma con tanta gratitudine.

Se tu fossi un dittatore con potere assoluto a livello globale, quali sono le prime 3 cose che cambieresti a livello legislativo?
Se fossi un dittatore chiederei alla natura di darmi un segno per guidare la gente nella direzione giusta.
Le leggi sono state fatte dall’uomo a scopo di controllo.
Comunque le tre leggi che inserirei sarebbero
1) Il benessere della persona deve rispettare l’ambiente in cui vive
2) La natura è l’unica legge da seguire realmente e deve essere rispettata al 100%
3) Non è la natura ad aver bisogno di “riserve naturali” ma l’uomo.

Qual è l’animale più potente della terra (uomo escluso, perché bara)?
La terra ha il suo equilibrio, non esistono animali più potenti di altri.
Un leone in Antartico morirebbe.
Un orso bianco in Africa morirebbe.
Ogni cosa è stata messa al suo posto in modo perfetto, questo si chiama equilibrio.

Se tu potessi avere poteri magici illimitati, cosa cambieresti immediatamente con la famosa “bacchetta magica”?
Cercherei di fare entrare nella testa della gente che la terra è una sola ed è esauribile, come la vita dell’uomo.

Cosa è il rock per te?
Un battito cardiaco, non potrei farne a meno

KLOGR sostengono attivamente, dal 2013, l’organizzazione internazionale Sea Shepherd, supportata da numerosi artisti del mondo della musica e dello spettacolo: Billy Corgan, Moby, Aerosmith, Shannen Doherty (la Brenda della serie tv Beverly Hills) per citarne alcuni.
Cosa fanno quelli di Sea Shepherd?
Cosa fanno di diverso rispetto ad altre organizzazioni che proclamano gli stessi scopi?
Cercano di informare il mondo su come non vengono rispettati gli eco sistemi.
Vanno sul campo, rischiano la propria pelle e cercano di fermare chi non rispetta la natura e le leggi internazionali.
Fanno da megafono a tutto quello che viene nascosto perché scomodo.
Cercano di ridare la dignità che la natura dovrebbe avere.
Cercano di difendere specie che hanno perso il loro potere perché sopraffatte dal potere dell’uomo.

Nelle recensioni al vostro nuovo album “Black Snow” viene spesso citato il bellissimo brano “Ambergris”. Di cosa parla?
È un dialogo tra un uomo e una balena.
Lo stesso uomo che, impotente, si scusa con lei per quello che sta accadendo.
Si scusa per quello che noi chiamiamo uomo e si fa portatore di un messaggio di pace, sperando di poter condividerlo con altri.

Con Black Snow avete pubblicato già due videoclip: “Draw Closer” e “Zero Tolerance”. Avremo modo di vederne altri?
Sì, il video oggi è uno dei migliori mezzi di comunicazione.
Purtroppo la gente oggi deve associare alla musica delle immagini e oggi non si può fare a meno dei video.
Pubblicheremo diversi video live del tour…e molto altro.

Ora Zulu – “…io cambierei pusher, fossi in te!”

Pubblicato il aprile 30, 2014

– (l’ora Zulu è il riferimento all’ora di Greenwich nel gergo della marina, e indica un riferimento preciso nel tempo) –

 

 

 

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0

 

 

 
99 posse, la colonna sonora dei miei 20 anni, quando in generale ero incazzato nero.
Dopo il liceo, nel 1990 mi “perdo” la pantera e le sue occupazioni perché finisco militare (in Marina). Noia, inutilità, pazzia.
In camerata avevo un nonno siciliano che ci faceva ascoltare solo Pantera e Sepultura. Ironia.
I miei ’90 ricordati da adesso sono buio e luci colorate. Avevo paura a sentire “Curre curre guaglio’ 2.0”.
Perché c’ero, e avevo da correre, e arrivavo sempre dopo. Con gli “amici” si andava a fare la TAZ, ci si faceva chiamare in 30 Luther Blissett. E in genere non c’ero, arrivavo dopo, arrivavo tardi. Eppure correvo, guaglione, non integrabile, parte di nessuna tribù. Correvo, o meglio ci provavo, finendo a passo d’uomo sul GRA insieme ai troppi individualisti da plotone.
O’ Zulu era per me uno strano uomo immenso e immensamente incazzato che sapevo enorme, tatuato e primitivo, capace di incagnare il collo e andare avanti a treno, tagliando una folla. Uomo di fronte e lato, con la sua fragilità, capace di strappare parole dalla carta e spingerle su in gola a una macchina da suono e da energia incredibile. Sempre incazzata. Lui e Zack de la Rocha (RATM)… O Zulu, non un individuo incazzato come me, lui sembrava essere la tribù, incarnarla e incatenarla al suo naso forato. E nei suoi testi ci sono tutti i fili emozionali della generazione che mi sono perso e che ricordo. La mia.

Poi
Poi non guardo più MTV; poi gli anni ’90 finiscono; poi c’è Genova e io non ci vado.
Spezia-Roma su un treno quel venerdì, con un’atmosfera strana e cupa. Il potere ci aveva fottuti di nuovo, e compievo trent’anni.

Poi un concerto, poco dopo, i 99, a Roma, non ricordo dove. Si salta, ma non volevo ballare, non c’era un cazzo da ballare. Intorno le facce sono cambiate, suona strano: i ’90 sono finiti (male) e il suono non sembra più il mio, ma quello di uno show. Non per colpa loro, siamo noi, noi che siamo cambiati.
Emigro. Perdo di vista i ’90. Continuo a correre.
Negli anni 2k ci sono riunioni, dischi belli, un sacco di storia che non vedo. Cerco Zulu (e Zack) ogni tanto e lo trovo dalla rete, con un gruppo che ha un nome da riserva indiana. Non mi sembra che stia bene. Canta le stesse cose. Poi qualcuno gli fa il necrologio e lui si incazza con un pezzo di prosa bellissimo. Ah, sta ancora bene!
Poi, poi…

Ora questa intervista. C’è un nuovo disco, Curre curre guaglió 2.0 e il 2.0 mi mette paura.
Lo ascolto con uno strano dubbio, traccia dopo traccia. La musica, ovvio, mi piace, ma non voglio che mi piaccia. Ho paura di trovare qualcosa che odio, un revival, un’operazione pseudo – commerciale. Non mi fido, magari è una maschera, e non le voglio più le maschere, come non le volevo venti anni fa, ma oggi in modo ancor più integralista.

E allora spingo. Mi dico “A Zulu lo piglio di petto”. Non voglio fare l’amarcord, non voglio pensare che persino i 99 siano solo ricordi, perché chi si ferma, sia pure solo per riprendere fiato, è perduto, spezzato, spazzato via. Cazzo, con questa idea di movimento ci ho scommesso tutta una gioventù, che e’ passata.

O’Zulu mi risponde ovviamente per le rime, e non potevo chiedere di meglio.
E adesso torno al disco, bello e commovente, e me lo risento traccia su traccia, sollevato.

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0

Ripetutamente. Avete detto cose importanti. È qualcosa di generazionale. Ho l’età tua. La mia colonna sonora degli anni ’90 ha le tue rime. Ha senso ripetere ripetutamente lo stesso gioco? Quale ripetizione ne crea il senso?
Non mi pare di aver ripetuto ripetutamente lo stesso gioco; 2 volte in venti anni non è ripetere ripetutamente ma, più semplicemente, approfittare di una data significativa per ribadire un concetto e ridare visibilità ed attualità ad un disco che, a quanto pare, non solo ha significato, ma continua a significare molto per molti giovani e meno giovani.

STRANO E STRANIERO SONO DUE DELLE MIE PAROLE PREFERITE. SI INTRECCIANO CON RUOLO E SITUAZIONE. IL RUOLO è QUELLO CHE LO STRANIERO RICOPRE, LA SITUAZIONE è QUELLA COSTRUITA AD ARTE PER FAR Sì CHE LE TUE CONSIDERAZIONI SIANO QUELLE PREVISTE. 99 NASCONO DA UNA SITUAZIONE OCCUPATA, UNA TRAIETTORIA IMPREVISTA CHE ESCE DAL RUOLO. QUAL è LA TRAIETTORIA OGGI? QUAL è LA SITUAZIONE?
Strano e straniero per me sono molto di più che delle parole… Descrivono abbastanza bene ciò che sono e ciò che alla fine sono sempre stato…. La traiettoria imprevista è stata quella di uscire dal nostro mondo, portando il messaggio molto al di là degli obiettivi previsti e quindi direi che oggi la traiettoria resta quella di sempre : autorappresentarsi, rendersi protagonisti del proprio destino, correre sempre e tenersi pronti all’imprevisto.

IL POTERE LO HAI ANNUSATO? LO ODII ANCORA?
Il potere non credo di averlo annusato più di chiunque altro, nel senso che c’è e che si fa annusare da tutti per “mestiere”… Ho annusato il successo, questo sì, e ne sono rifuggito con tutte le mie forze…. Ci siamo sciolti nel momento di massima popolarità e “potere contrattuale” e siamo ritornati solo quando li avevamo persi entrambi quasi completamente…….

CURRE CURRE GUAGLIò: 2.0 è GERGO DA CORPORATE.
IL WEB 2.0, LA SECONDA VERSIONE DI UN PRODOTTO.
LL DISCO NUOVO è INTARSIATO DI REMIX, DI PARTECIPAZIONI, DI PEZZI GIà ASCOLTATI, COmE SE AVESTE VOLUTO METTERE ASSIEME LE FORZE PER FARE UN SALTO DA QUALCHE ALTRA PARTE. “ARMATI DI IDEE E PARTI”. ABBIAMO SMESSO DI CORRERE?
Non so che disco hai sentito tu….. Nel mio diciamo Armati di idee , difendi la tua scelta e corri fino a quando le tue gambe correranno….. Noi non smettiamo mai di correre, è il tempo che ce lo impone.

LO SPAZIO AUTOGESTITO è UNO SPAZIO CHE TAGLIA UNA NARRATIVA DIFFERENTE ALL’INTERNO DEL TESSUTO. DICE AL POTERE « DI TE NON ME NE FOTTE UN CAZZO ».
BUONO, MA OGGI CHE FARESTI SE AVESSI 20 ANNI? DAI UNA IDEA POSITIVA A UN RAGAZZO O, COME ACCENNI IN SOGGETTI ATTIVI, DEVE FARE DA SOLO?
Continuo a non capire…. Soggetti attivi è un vero e proprio inno ai movimenti, all’agire collettivo, al difendere e mantenere integra la propria “differenza”…. Dove lo trovi l’accenno al dover fare da solo? Il senso generale della canzone è l’esatto opposto. mah……

POTERE E LIBERTà. IL POTERE SU COSA? E LA LIBERTà DA CHE?
Signor Marzullo, che dirle? Il potere di alcuni di determinare il futuro di altri e la libertà degli altri di lottare per autodeterminarlo?

MENTRE ERO STUDENTE, SARà STATO IL 1994, USCENDO DA UNA SALA DOVE AVEVO FATTO L’ANIMAZIONe A UNA FESTA DI PARGOLI DELLA “MEJO BORGHESIA ROMANA” MI TROVAI A UN PASSO DA GIULIO ANDREOTTI. NIENTE SCORTA ERA SOLO, PARLAVA CON UNO ALTO, FORSE SBARDELLA.
EBBI UN ATTIMO D’ESITAZIONE. POTEVO PROVARE A SPEZZARGLI IL COLLO, MA ERO VESTITO DA POWER RANGER, SAI QUEI DEFICENTI DA FILMETTO PSEUDOGIAPPONESE TIPO GOZILLA… NON AVREI POUTO EMULARE BRESCI VESTITO IN QUEL MODO. E PERSI L’OCCASIONE.
è PER QUESTO ECCESSO DI BUONA EDUCAZIONE O DI SENSO DEL RIDICOLO CHE SONO PARTE DI UNA GENERAZIONE DI SCONFITTI?
Non lo so fratellì…. Dovresti chiederlo ad un analista. Io non mi sento uno sconfitto e la mia generazione non mi ha mai eletto suo portavoce.

GENOVA? DOPO DI QUELLO IO SONO PARTITO, TU? COSA ABBIAMO IMPARATO?
Noi ci siamo sciolti ma non abbiamo imparato niente…. Lo sapevamo già.

 

 

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0

 

 

 

AVETE MESSO TUTTO IL DISCO ONLINE. POSSO CHIAMARVI, DICE IL SITO, E ORGANIZZARVI UN CONCERTO, IL TOUR è PER CENTRI SOCIALI. FUNZIONA?
Pare di sì, e funziona da 23 anni…. Un’altra strada è sempre possibile, basta praticarla.

NEL 2011 UNA GENERAZIONE DIVERSA DALLA TUA E DALLA MIA HA COMINCIATO A OCCUPARE I TEATRI, E LI TIENE BENE, LI ORGANIZZA, FA LE MOINE, CERCA DI FARE ALMENO FINTA CHE SIAMO UNA NAZIONE CIVILE, ANCHE SE HA OCCUPATO. MANCA DEL TUTTO L’ICONOCLASTIA DEL TEPPISTA. DOVE SONO I MAJAKOVSKI? SONO ANCHE LORO FINITI VITTIMA DI UNA RIVOLUZIONE?
Noi col Valle abbiamo fatto un video, all’Angelo mai abbiamo suonato e sosteniamo la Balena a Napoli… Non possiamo e non dobbiamo essere tutti uguali, le nostre differenze sono la nostra unica ricchezza e la capacità di farle convivere è la nostra unica via d’uscita.

ALDOVRANDI, E TUTTE LE ALTRE VITTIME DI RAPPRESAGLIA. AVETE MESSO IN UNA TRACCIA LA VOCE DI SUA MADRE CHE RACCONTA DI COME HANNO RIDOTTO IL RAGAZZINO. NON MI FA ARRABBIARE, MI SPINGE A PREMERE IL TASTO AVANTI SUL LETTORE. CHE NE PENSI?
Sinceramente inizio a pensare che hai assunto qualcosa che ti è iniziato a salire da metà intervista, e che ti sta prendendo male… Io cambierei pusher e riproverei, fossi in te ;-)
A parte le cazzate, penso che il tasto in avanti sia stato pensato per situazioni come la tua. Io piango ogni singola volta che lo risento, ma mi fa bene, dopo mi sento più forte di prima…. Se devi stare male, skippa, per carità.

IL POTERE DISTRUGGE L’UOMO. E NE FA A MENO. VISTA L’IMPORTANZA DELL’APPARTENENZA CHE SCORRE VIA DALLE CANZONI DEI 99, E LE TUE ESPERIENZE DI UOMO E MUSICISTA, TI VA DI DIRMI TE DI COSA FARESTI A MENO PUR DI DISTRUGGERE IL POTERE?
Non siamo certo noi a dover fare a meno di qualcosa per distruggere il potere…. Rigiro la domanda al famoso 1%. noi siamo i 99! La domanda corretta era cosa non faresti per distruggere il potere? e la risposta sarebbe stata :”con ogni mezzo necessario”

La musica per cambiare la percezione dell’esistente – intervista a Claudio Lolli

Pubblicato il aprile 30, 2014

CANTAUTORE E POETA, ARTISTA CHE HA INTERPRETATO 40 ANNI DELLA NOSTRA STORIA, CLAUDIO LOLLI RIFUGGE QUESTE DEFINIZIONI CON L’UMILTÀ DI CHI SA CHE LA STRADA DA PERCORRERE È ANCORA LUNGA E CHE CON IMMUTATA PASSIONE, DOPO 40 ANNI DI CARRIERA, CONTINUA A CALCARE LE SCENE DI TEATRI, PIAZZE E AUDITORIUM PER PORTARE LA SUA MUSICA SEMPRE IN PRIMA LINEA. CON LUI ABBIAMO AVUTO IL
PIACERE DI QUESTA INTERVISTA TELEFONICA.

 

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Trento, Roma, Bologna: cosa vuol dire tornare in tournée oggi per te?

Intanto vorrei saperlo anche io. Comunque non è proprio una tournée, ci stanno chiamando spesso e l’altra piccola precisazione è che io non ho mai smesso. Forse queste date sono state un po’ più pubblicizzate, ma concerti ne ho sempre fatti, alcuni anni di più, alcuni anni di meno, non ho praticamente smesso mai se non nei passati anni ‘80.

Quindi sempre in giro, sempre attivo…
Sì abbastanza, nei limiti che l’oggi consente ad uno come me, però sì, una trentina l’anno li faccio sempre.

Cantautore e poeta, conosci il valore delle parola…
Non esageriamo.

Dove un tempo il soggetto politico era la collettività, oggi si parla di “gente”. Secondo te cosa indica questo cambiamento lessicale?

Se posso permettermi “gente”, come “popolo”, è una parola che mi piace non troppo. Nel senso che è molto molto indistinta e si presta a qualunque utilizzo da parte di chiunque, mentre “collettività”, come mi pare che intendessi tu, ha una sua connotazione molto più precisa. Parlare di “gente”, parlare di “popolo”, vuol dire parlare di nulla insomma. La differenza mi sembra evidente e anche la causa di questa differenza. Le collettività in questo senso mi pare che esistano sempre meno e c’è tutto un rimescolamento abbastanza confuso di persone che si chiamano “gente”.

La canzone “Borghesia” nel 2000 dal vivo si trasformò. Tra “Il vento” e “Ti spazzerà via” aggiungesti la parola “forse”?

Sì, ci abbiamo messo un “forse” (ride).
Questo indica che quelle gioiose e furenti certezze degli anni ‘70 sono svanite?

Sì, direi di sì. Io la rappresento in modo molto ironico, la facciamo quasi sempre come bis, ultimo pezzo, perché insomma fa anche ridere. L’ho scritta quando avevo 17 anni e la conclusione era questa: “Un giorno il vento ti spazzerà via”. Ero convinto, ingenuamente convinto nel mio apprendistato politico e filosofico, che sarebbe stato inevitabile un cambiamento. Adesso naturalmente non lo sono più, quindi devo dirlo ai miei poveri spettatori.
Ma questa borghesia… se poi è sempre la stessa di allora…


Posso dire una cosa? Secondo me è pure peggio… Mi ricordo uno slogan “Agnelli e Pirelli, ladri gemelli.” Erano grandi famiglie, grandi borghesi anche abbastanza colti. Quelli che ci sono oggi francamente non mi sembrano dello stesso livello, mi sembrano molto, molto più piccolini, da tutti i punti di vista.

Chi o cosa avrebbe il potere oggi di spazzare via questa borghesia?
Una domanda di riserva?

Non la ho purtroppo, è quello che vorrei sapere anche io.
Non ho la risposta. Non lo so. A parte gli scherzi, è molto, molto difficile capire che direzione sta prendendo la società italiana, non mi sembra nemmeno che ci siano dei movimenti antagonisti credibili, ma ti dirò di più, nemmeno riformisti quasi credibili. Mi trovi veramente impreparato…
Nel 1976 “Ho visto anche gli zingari felici” decolla anche grazie al suo circolare nelle radio libere. Il potere allora per un magico istante fu davvero nelle mani della collettività. Senti di essere un figlio di quel particolare momento storico e politico? O come artista lo hai solo attraversato?

Guarda, un po’ tutt’e due. Adesso tu mi fai troppi complimenti, poeta, artista, son parole grosse. Un artista, se ha la sua voce, va avanti comunque, però certamente quei momenti collettivi seri ed importanti mi hanno aiutato molto e mi hanno, in un certo senso, portato alla luce con maggior facilità, ecco, hanno reso il parto più semplice. Allora si chiamavano Radio Libere, oggi si chiamano Radio Private, effettivamente c’è una bella differenza.

Dal 2010 hai preso parte a diverse attività antimafia. In cosa si concretizza secondo te la battaglia per togliere il potere alla mafia?

Anche qui non sono assolutamente preparato. La mafia è una specie di Stato nello Stato, di controstato quindi una volta che ci fosse eventualmente uno Stato serio, che funziona, credibile, vicino ai cittadini, penso che le potenzialità di questi controStati sarebbero molto minori. Questo è un parere da cittadino, che magari qualche esperto potrà trovare ridicolo.

 

Il tuo ultimo album, Lovesongs, del 2009, è una raccolta di sole canzoni d’amore. Come mai questa scelta? Ha ancora senso la canzone politica oggi o la consapevolezza sociale passa per altre vie?
Mi sembri abbastanza acuta. Sì, l’amore è un’esperienza profonda, un’esperienza vera e può avere un valore eversivo oggi, come tutte le esperienze vere in questo mondo, in questa società un po’ finta. Più tecnicamente, avevo l’impressione che nella mia lunga, ormai lunghissima, forse troppo lunga, carriera ci fossero state delle canzoni d’amore però passate un po’ inosservate di fronte a quelle che hanno avuto maggior ascolto, maggior evidenza, proprio forse perché erano più immediatamente politiche. Ho pensato che fosse giusto rivalutarle, riabilitarle, con arrangiamenti molto diversi, però riprenderle.

 

Cosa può fare la musica per cambiare gli equilibri di potere?

Ci può provare. La musica, nel momento in cui si pone il problema e l’obiettivo di modificare un po’ la percezione dell’esistente negli ascoltatori, in qualche misura contribuisce ad una piccola, lenta, minuscola modificazione culturale che ha ovviamente una valenza politica. Poi che cosa possa fare così nell’immediato, con un risultato immediato, questo è un’altra cosa. Una canzone non è un decreto legge.

 

Hai lavorato nelle scuole per molti anni a contatto con i ragazzi e in un’intervista hai detto che non ti permetti di educarli ad “andare contro”. Cosa bisognerebbe insegnare ai ragazzi oggi? E soprattutto in che modo?
Intendevo dire questo, cito così a memoria, quindi sicuramente sbagliata, una poesia di Erich Fried: “Chi dice ai suoi studenti di essere di destra è di destra. Chi insegna ai suoi studenti ad essere di sinistra è di destra, chi dice solamente quello che è, e che forse potrebbe anche eventualmente sba- gliare, potrebbe anche darsi che sia di sinistra.

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