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Reggio Calabria: Viaggio al termine della notte! – intervista a Giuseppe Falcomatà –

Pubblicato il giugno 28, 2014

Giuseppe Falcomatà è uno dei candidati alle primarie PD che si terranno giorno 6 luglio 2014 a Reggio Calabria.
È giovane, e non nell’accezione fancazzìsta ed immatura. La sua gioventù è simile a quella di tanti altri giovani, anagraficamente o interiormente, che rappresenta la consapevolezza, il desiderio di cambiare le cose, il bisogno di andare avanti… una gioventù che continua ad interrogarsi e ad ascoltare, ma che è in grado anche di dare risposte!
Giuseppe Falcomatà reinterpreta in chiave contemporanea l’esistenzialismo di una società che ambisce ad uscire dal buio.
Si esprime con profonda cognizione – con fare acceso a tratti –  con considerazioni degne delle migliori intuizioni sociologiche, così come quando vede il concetto di solitudine facente parte del degrado urbano.
È molti anni ormai che sono andato via da Reggio… però adesso, magari, potrei anche tornare a casa!

 

Giuseppe Falcomatà

 

 

 

Reggio Calabria: cosa è accaduto in questi ultimi anni?
Negli ultimi dieci anni la nostra città ha vissuto un black out istituzionale che è culminato con lo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose… o meglio, per contiguità mafiose, che rappresenta un fatto che va oltre l’infiltrazione, in quanto la contiguità sta a significare che ‘ndrangheta e istituzioni si sono sedute insieme per decidere comunemente le sorti della città.
Questo, naturalmente, ha prodotto negli anni un accumulo di debiti con spreco di denaro e di risorse pubbliche che noi oggi paghiamo in termini di aumento di tasse e tributi comunali. Infatti, è bene dirlo per essere trasparenti al massimo, quanto accaduto porterà a dover affrontare un piano di equilibrio che nei prossimi dieci anni vedrà l’intera comunità reggina pagare tasse e tributi locali alle stelle a causa di inefficienze nella pubblica amministrazione.
È impossibile, dopo anni di buio, riportare in un solo istante la luce! Dunque, la prossima amministrazione si troverà a dover affrontare una prima fase di convalescenza che accompagni la nostra città ad uscire dalla malattia, a rimettersi in forze e rialzarsi in piedi.
È evidente che Reggio con le sue sole forze non ce la può fare, avremo quindi bisogno di un consistente aiuto da Roma.

Nel tuo programma citi una frase del sindaco La Pira: “[…] dare un compito alla città[…]”. Qual’è concretamente il compito?
Sì. La Pira conosceva, in quanto sindaco, le esigenze primarie di una città e sapeva bene che non basta amministrarla, ma bisogna darle un ruolo preciso, altrimenti la città muore.
Significa che ognuno di noi, ogni cittadino, non può più delegare agli altri le scelte amministrative perché di fatto delegherebbe quello che è il suo futuro. Nessuno può dirsi indifferente alle scelte politiche, perché la politica entra nella vita personale di ognuno di noi: dal semplice affitto degli impianti sportivi comunali, al parco, agli eventi culturali che danno lustro ad una comunità, alle infrastrutture che rendono i quartieri non soltanto semplici dormitori ma veri e propri luoghi in cui vivere la propria società.
Quindi, ognuno di noi deve avere un ruolo e deve fungere da pungolo per la pubblica amministrazione. Abbandoniamo l’istituto della delega, ed abbracciamo l’istituto dell’adesso tocca a noi! E diventiamo davvero protagonisti di quel che accade all’interno di palazzo San Giorgio.

Nel tuo programma parli di rieducare alla Bellezza… concetto che trovo interessante ma che immagino sia un processo lento e articolato specie in questo momento storico così vicino a quanto avevano descritto e predetto molti pensatori del ‘900 che vedevano nella natura umana del loro tempo e delle generazioni future quella Porcherìa, come la definirebbe Celine. Quel senso di anomìa e masochismo che difficilmente lascia trapelare emozione reale davanti alla bellezza…. qual’è il tuo punto di vista e come intendi procedere?
In tema citazionistisco, ne utilizzo una anche io: Peppino Impastato diceva “noi dobbiamo educare i cittadini alla bellezza”.

Il che, trasposto ad una realtà cittadina, vuol dire far conoscere al cittadino quel che è bello, e non soltanto nell’accezione prettamente estetica, ma anche classica, in quanto autentico, vero.
Questo significa non rassegnarsi alle brutture e far si che il nostro occhio non si abitui a cose che in realtà non dovrebbero esserci…Faccio un esempio: qualche tempo fa, tornando da scuola, mio nipote si sorprendeva del fatto che un camioncino della nettezza urbana stesse raccogliendo la spazzatura sia dentro che fuori dai cassonetti; io trovo che questo sia un episodio simbolico, perché se nell’immaginario di mio nipote la normalità era vedere i cassonetti stracolmi di spazzatura con i cumuli di immondizia ai lati, ed invece a stupirlo è stato il fatto che ci fosse un camioncino che la stesse raccogliendo…. è facile capire che la sfida è proprio questa.
Mio nipote che ha sette anni, non è mai vissuto in una città normale, dove un qualunque cittadino si sarebbe sorpreso della presenza di spazzatura e non del contrario.
Non abituiamoci al brutto, non abituiamoci all’immondizia, non abituiamoci alle facciate dei palazzi non rifinite, ai marciapiedi con le mattonelle sconnesse, alle strade piene di buche e alle piazze che diventano soltanto un ricovero per spacciatori e passeggiatrici.
Abituiamoci a difendere il decoro urbano e difenderemo una bellezza in senso ampio.
Durante uno degli incontri che abbiamo fatto nel corso di questa campagna elettorale una persona ha suggerito di non parlare più di assessorato alla cultura, dato che la cultura è necessaria in qualunque ambito della pubblica amministrazione, bensì di un assessorato alla Bellezza. Iniziativa che io trovo interessante.

La tua linea programmatica rappresenterebbe una vera svolta in città specie dal punto di vista dell’attenzione che poni nei confronti dell’ambiente e dell’ecologia. Quanto sarà complesso reimpostare un percorso di questo tipo in una città che vede istituzionalmente ancora nel cemento il progresso?
Non possiamo più continuare a ingolfare la nostra città di cemento. Fra i nostri obiettivi c’è un’edilizia a mattoni zero, riportando in vita quello che già c’è… sia esso un’aiuola, piuttosto che un marciapiede.
Ci sono zone della città, dove le sterpaglie sono così alte che ormai non si vede più nemmeno il marciapiede. È per questa ragione che in programma esiste un punto chiamato: la battaglia delle piccole cose: ripristiniamo il decoro urbano, cosa che oltretutto non rappresenta nulla di più di quanto già sarebbe imposto dal testo unico degli enti locali che vede fra le altre cose sostanziali la cura dei servizi essenziali, la raccolta dei rifiuti e l’illuminazione pubblica.
La più grande sfida è riportare la città alla normalità. E non mi riferisco soltanto ad ambiente e verde, o all’abbracciare concretamente una sfida che riguarda le energie rinnovabili, la sfida è anche recuperare tutte quelle opere pubbliche terminate e non consegnate, o non terminate perché l’azienda ha abbandonato il cantiere, o addirittura quelle opere che sono ancora in fase progettuale.
Il vero degrado non è rappresentato solo dal marciapiede sconnesso e i muri imbrattati… il vero degrado è la solitudine. Per evitare che nei quartieri si soffra di solitudine, dobbiamo renderli vivi! Ricchi di strutture ricettive, ricchi di spazi comuni che compongono l’aggregazione.
Pensa quanto può essere paradossale che in una città che potrebbe vivere all’aperto sei mesi l’anno, non ci sia un canestro da basket in una piazza o una porta da calcio. Mancano quei classici playground che in città come New York ad esempio hanno rivalutato determinati quartieri.

C’è un tema che per ragioni personali mi sta molto a cuore: la fuga dei cervelli, di cui inoltre si parla tanto in questi anni. Giorni fa ho casualmente riletto uno scritto di Corrado Alvaro, in cui l’autore parla dell’emigrante, ritenendo che il meridionale in generale ma il calabrese in particolare, emigra non tanto per una ricerca economica, o per un arricchimento monetario… bensì, per cambiare “stato”… come se si sentisse fondatore di una nuova civiltà, di una nuova generazione. È dunque inevitabile che molti dei nostri cervelli vadano via, o esiste un modo che possa trattenere le nostre anime migliori in terra evitando la diaspora?
Io non voglio fare il populista e sostenere che dobbiamo evitare la fuga dei cervelli o che dobbiamo trattenere i nostri cervelli in città.
Preferisco invece cambiare il punto di vista, e dire che l’esperienza formativa fuori, sia essa lavorativa o universitaria, deve essere una scelta del cittadino e non un obbligo.
Renzo Piano consiglia spesso di contaminarsi il più possibile di esperienze che possano arricchire il nostro io, e poi tornare nelle proprie città per mettere quelle esperienze e quella ricchezza acquisita a servizio della propria comunità, della città in cui si è nati.
Ben venga, quindi, chi decide scientemente di partire e arricchirsi di nuove esperienze, ma è anche importante consentire a chi intenda lavorare e studiare nella propria terra di poterlo fare.
Da un punto di vista universitario, nonostante pubblica amministrazione e atenei siano due enti del tutto indipendenti, non si può e non si deve escludere un’interazione fra le due parti.
Basti pensare a quanti progetti a favore della comunità cittadina potrebbero essere ricavati a costo zero da studenti delle nostre università messi a servizio della comunità. Mi riferisco al tema di recupero e classificazione di beni architettonici, storici, artistici e culturali; o per quanto riguarda la Facoltà di agraria, classificazione e riqualificazione di quello che è il patrimonio botanico della nostra città. Dunque, in tema di realizzazione concreta delle cosiddette smart cities di cui tanto si parla, perché non creare i giusti presupposti affinché tutto quello che viene creato all’interno della nostra Università possa essere messo al servizio della comunità in cui è stato creato?!
Naturalmente, per un giovane, rimanere qui non significa soltanto Università… una città universitaria è una città viva, che sviluppa la sua socialità, e che mantiene le saracinesche dei pub, e dei negozi e dei ristoranti attive fino a tarda ora. Questo è un altro aspetto, e rappresenta un’ulteriore conseguenza positiva.
Per quanto riguarda il mondo del lavoro, è opportuno chiarire un aspetto che rappresenta il punto di non ritorno e di discontinuità con quello che è accaduto a Reggio in dieci anni: la pubblica amministrazione non è tenuta a dare lavoro! Semmai, è tenuta a creare le condizioni affinché posano nascere occasioni.
L’unico modo per entrare all’interno di una pubblica amministrazione è mediante il concorso pubblico, cosa che negli ultimi dieci anni la nostra città non ha visto mai, perché si è venduta un’illusione che si potesse accedere al mondo del lavoro e della pubblica amministrazione con strumenti diversi da quelli previsti della procedura dell’udienza pubblica. E questo non ha creato lavoro… ha creato precariato e grossi disagi ai lavoratori delle società miste che operavano fino ad oggi nel comune di Reggio Calabria nettamente in forte sovrannumero, dato che se una ditta che potrebbe dar lavoro a cento dipendenti viene invece infarcita di trecento, va a fallire rapidamente.  Quindi adesso tutte queste persone si trovano davanti a un grande punto interrogativo, davanti aun futuro lavorativo incerto, anche sotto il profilo personale e familiare, e solo perché si è deciso di ingolfare questa società senza che ce ne fosse una reale necessità. In una città in cui la maggior parte delle famiglie sono monoreddito, se tutte queste persone andassero a casa ci troveremmo di fronte ad una situazione di forte emergenza sociale. È chiaro quindi che tutti questi punti interrogativi si debbano trasformare in punti esclamativi. Come? Intanto le società miste non ci sono più e non ci saranno più… e l’unica strada è quella di abbandonare l’idea del pubblico/privato,  e fare delle società in house, quindi a capitale interamente pubblico, e che diano garanzia di stabilità definitiva a queste famiglie.
Al di la del pubblico, ciò che funziona maggiormente nostra città, una delle fonti di maggiore impresa, è l’edilizia, e l’edilizia funziona se ci sono i cantieri aperti, così come i cantieri aperti funzionano se c’è un’amministrazione virtuosa che riesce a mettere in campo quei progetti non soltanto nella fase iniziale ma seguendo il progetto fino a conclusione.
Bisogna rimettere in moto il tessuto sociale della città. Noi abbiamo una grande risorsa che va assolutamente sbloccata: il Decreto Reggio, legge speciale fatta alla fine degli anni ’80 per la nostra città, ancora ricca di fondi e e ancora ricca di opere che possono essere utilizzate a servizio delle imprese, dei cantieri e delle opere pubbliche. Inoltre, come ho detto a inizio intervista, non possiamo non puntare sui fondi comunitari della programmazione 2014-2020… ci sono tantissimi denari, non abbiamo più scuse per dire che questi soldi arrivano e se ne vanno, perché non ci sarà più il filtro regionale, Reggio Città Metropolitana gestirà direttamente i fondi comunitari, quindi adesso non avremo più scuse. Se non saremo capaci di fare, come hanno fatto altre città d’europa che hanno cambiato volto grazie a questi fondi – prendi ad esempio Budapest in cui tutte le opere portano la targhetta: realizzato con i fondi comunitari – allora dovremo andare a casa perché non avremo più scuse.

Giuseppe Falcomatà

Ricordo l’epoca in cui a Reggio Calabria vennero aperti i primi lidi, impostati come strutture balneari che accoglievano un target ampio di clientela… E ricordo anche la piega che tali realtà hanno preso negli ultimi anni, realtà diametralmente opposta a quella precedente. Laddove diventassi sindaco di Reggio, quale sarà la tua posizione in merito? I lidi torneranno ad essere  stabilimenti balneari o resteranno discoteche a cielo aperto?
Naturalmente la mia riposta non può che essere d’accordo con quella che è la tua premessa.
Tra l’ altro non ha senso che il tutto si riduca ad un susseguirsi di discoteche messe una accanto all’altra… è uno spreco enorme avere queste strutture che dovrebbero mettere in simbiosi una città con il mare e sfruttarle solo in tal senso, specie dopo una conquista importante di quella giunta che andò a Roma, a suo tempo, a sbattere i pugni affinché il lungomare venisse strappato alle ferrovie e restituito alla città. Ci si potrebbe fare molto di più. Quelle realtà non nascono come discoteche, e noi dobbiamo puntare ad una città che da un punto di vista culturale offra maggiori spazi e maggiori occasioni di vivere la notte.
Ci sono tante iniziative che si possono realizzare, e a me quando dicono che con la cultura non si mangia, mi viene da ridere… basti pensare, infatti,  che in passato era stata avviata l’iniziativa de: Uno schermo sull’acqua, che era il Festival internazionale del cinema; oppure potremmo parlare dei Caffè Letterari… parliamo non solo di discoteca, ma anche di concerti, di musica dal vivo.. noi potremmo, possiamo e dobbiamo fare di tutto.
Ridurre la cosa a un susseguirsi di discoteche, intanto toglie dignità a quelle realtà che invece nascono come tali, precludendo a esse la possibilità di continuare a farlo, ed è un modo di interpretare il turismo che esclude anche tutto quel bacino di visitatori della terza età: basti pensare che non esistono bagni pubblici, non esiste una guardia medica funzionante in centro, un tempo esisteva un info-point adibito in uno splendido chioschetto in stile Liberty, che in seguito è stato chiuso e trasferito all’interno di un noto bar cittadino e che adesso non c’è neanche più.
Reggio città turistica passa da tutte queste premesse e precondizioni. Abbiamo tante risorse, e abbiamo tante esperienze positive da prendere come esempio… la Puglia, la zona del Salento, che puntando sul turismo ha rivalutato tutto un litorale incentrando l’attenzione sulla propria identità culturale. Il turismo non è dato solo da un accordo con Costa Crociere o con le compagnie aeree che portano i turisti di Vienna a Reggio ma che non consentono ai reggini di andare a Vienna, dato che a carte inverse non esiste un volo Reggio-Vienna… cosa del tutto paradossale!
Noi abbiamo un territorio ricco di cultura e di offerte paesaggistiche, che, laddove venisse circuitato in un sistema integrato farebbe sì che Reggio non sia soltanto una città dal turismo mordi e fuggi.
Inoltre, non esiste ancora un sito che sia patrimonio dell’UNESCO… a differenza di tante altre isole del turismo, vedi Ibiza che ha due siti UNESCO per la biodiversità.
Noi abbiamo tanto da offrire: mura greche, terme romane, l’antico castello… e tantissimi altri luoghi che una volta diventati accessibili potrebbero dare tanto al nostro turismo.

 

 

Reggio Calabria

Chiudo con una battuta… pare che il motto inciso sul simbolo personale di Tommaso Campanella, che era appunto una campanella che alludeva alla necessità di svegliarsi dal sonno dell’ignoranza e dell’accidia, recitava un: “Non tacerò”. Ahinoi, Campanella non ci è riuscito… ed è morto a Parigi, lontano da casa. Ti attende un’impresa davvero ardua!
Sì, è una sfida ardua. Questo viaggio è nato con un pizzico di follia, ma siamo accompagnati da ottimi compagni di viaggio, convinti che questo sia il percorro migliore…. ed esiste una Reggio viva, che non si abbandona all’antico brocardo del: non c’è niente… va tutto male, non si può far niente… c’è una città che vuole bene a se stessa e che non è contenta della situazione in cui si trova. C’è una città che intende reagire. Una città che per qualche anno ha delegato, ma che adesso ha voglia nuovamente di rimettersi in gioco… bisogna soltanto dare ai cittadini la possibilità di farlo!
Se queste primarie dovessero restare un qualcosa per addetti ai lavori, avremo fallito. Se invece queste diventano le primarie della città e dei cittadini, dove i cittadini stessi sono protagonisti direttamente del cambiamento, allora saremo davvero ad un passo dalla svolta.
Questo è l’anno zero per Reggio Calabria, e mai come ora la città è dei cittadini, che finalmente se ne possono riappropriare.

Ho una tresca con la tipa nella vasca

Pubblicato il giugno 12, 2014

La tipa nella vasca del titolo, con cui ha una tresca l’autore/narratore è la Sirenetta di Copenaghen, protagonista del primo racconto di questa nuova e surreale raccolta. Si sussegue una collezione di novelle tratteggiate dall’amabile e rocambolesca voce narrante di Andrea G Pinketts, fra il noir e l’emblematico introdotte, ciascuna, da un’invocazione — in rima baciata — alle Muse.   Pinketts Tresca Vasca cover

Certo, si tratta di Muse molto speciali, non convenzionali ed il noir in questione, anche quando si intinge nelle anime più nere e nel sangue più innocente, presenta sempre — immancabilmente — il suo risvolto paradossale, lieve ed arguto. Una serie di pasticciacci sordidi ed esilaranti al contempo, in cui raccapriccio e umorismo convivono in un felicissimo ossimoro. Il lettore incontrerà molti personaggi indimenticabili: Gennaro camorrista in Danimarca, innamorato della già citata Sirenetta, una Befana che rapisce bambini alle giostre di Nizza;  Pedro, il comunista, re dei balli latini alle Feste dell’Unità. E ancora, enigmatiche seduttrici velate di nero, tossici dal destino apocalittico, bellimbusti riccioluti misteriosamente venerati al concorso di Miss Muretto. La penna ispirata di Pinketts, corre irresistibile fra neologismi tanto improvvisi quanto geniali, arguti e flessuosi giochi linguistici e una ricerca del paradosso dall’esito certo. Registri alti e citazioni profane uniti dalla logica ferrea della realtà: un luogo atroce, buffo e commovente dove orrido e sublime coesistono, sempre. E non resta che parlarne con benevola leggerezza.

 

 

Fumo

Pubblicato il aprile 30, 2014

Cerchi di fumo emetto, avvolgo,  evaporo;  ormai privati del sano e velenoso tramite contenuto nella loro assenza.
Quanta radice di vita vera ebbe a cornice quegli impalpabili dipinti
descritti da invisibile mano.
Che se potessi averne antologia mi ciberei di essa oltre il dolore.
Librato e arcano con sottile bilancia da speziale ne peserei ogni ansa, ogni respiro.
E con acuta lente da regista
ne renderei immortale la strabiliante genesi.
Libidine di piatti speziati e forti e di robusti nettari e di afrori
ne generò, stuprando il seme, l’imprevedibile arte fatua.
E noi tesi a carpire o ad ignorare ostentando sottane, ovvero
lucido acciaio e palle di fuoco, rubavamo ai giorni,
tributavamo alle notti e con un ghigno acceso,
pisciando in terra,urlavamo al domani
come se il tempo altro non fosse,
null’altro chiedesse
che cerchi di fumo.

KLOGR: Il Potere dell’Equilibrio

Pubblicato il aprile 30, 2014

I KLOGR è un progetto Alt-Rock di respiro internazionale che porta avanti con molta serietà un discorso musicale di tutto rispetto: ottime recensioni sugli album “Till You Decay” del 2011, l’EP “Till You Turn” e il nuovo “Black Snow”; numerosi videoclip, una partecipazione allo Sweden Rock Festival e vari tour USA ed Europei.  Le canzoni dei KLOGR sono impegnate da un punto di vista filosofico prima ancora che “politico”: gli album sinora pubblicati affrontano, infatti, uno dopo l’altro il rapporto fra uomo e società, uomo e responsabilità nei confronti di sè stesso, uomo e ambiente. Non mancano, nei testi dei KLOGR, le riflessioni sul potere moderno, quello inquinato e inquinante, quello dell’uomo egoista che si incarna in compagnie SpA o nelle decisioni superficiali dei singoli cittadini del pianeta. Abbiamo contattato via email Rusty, frontman e fondatore dei KLOGR, mentre stava attraversando l’Europa in Tourbus con i Prong per scoprire chi vince, secondo lui nello scontro sasso, carta, forbice fra amore, morte e denaro.

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Cosa significa KLOGR?
Il nome KLOGR deriva da una formula matematica.
La prima formula che spiega la relazione tra l’individuo e le sue sensazioni o stimoli.
S = K log R
Se mettiamo in relazione l’individuo (K) all’ambiente esterno che lo circonda ( R) ci rendiamo conto che non siamo davvero liberi ma soggetti a tutti gli input della società in cui viviamo.
Essere realmente liberi prevede una rilettura della società e non un condizionamento massivo da parte di essa.

In questo momento vi trovate in tour con i Prong e al vostro ritorno inizierete a promuovere il nuovo album “Black Snow” negli Stati Uniti.
Quante cose sono successe dal debutto del progetto, nel 2011 e oggi?
In che modo è evoluto il progetto?
Il tutto è andato ad una velocità inaspettata.
Abbiamo iniziato la nostra “carriera” con 10 concerti negli Stati Uniti perché il nostro primo bassista era di San Diego, in California.
Poi la necessità di condividere la nostra musica con più gente possibile ci ha dato la possibilità di suonare un po’ in tutta Europa.
Dopo il primo anno di promozione, il progetto ha subito un cambio di formazione e la causa è stata sposata dal trio Timecut: con loro ho pubblicato un Ep dove all’interno ci sono diverse collaborazioni, 2 brani mixati da Logan Mader (ex chitarrista dei Machine Head), un brano suonato da Maki dei Lacuna Coil, 2 brani prodotti da Olly dei The Fire.
Poi è arrivata la proposta del tour in Europa con i Prong.
Da lì la necessità di scrivere un nuovo disco. Con il nuovo disco è entrato a far parte del progetto anche il nuovo chitarrista Eugenio Cattini.
Ora siamo in attesa degli States, speriamo di poter fare dei tour anche in quella parte del globo.

Dove state andando? Quali sono, al di là del suonare dal vivo e arrivare con la vostra musica a più persone possibili, le aspirazioni del progetto Klogr?
Le aspirazioni del progetto si stanno concretizzando giorno dopo giorno. Io non suono per il puro piacere di suonare. Suono per catturare l’energia del pubblico e restituirla indietro a più persone possibili, trasformata.
Suono per condividere un pensiero, per condividere emozioni. So che alla gran parte del pubblico interessa solo la musica, ma per me la musica può far riflettere, può far pensare e può dare gli stimoli per fare del proprio meglio. Viviamo in un mondo dove alcune cose sono ancora “inaccettabili”, denunciarle con la propria musica è un privilegio e un modo per sperare di essere utile alla società.

Nei vostri album la componente testuale e concettuale è sempre molto importante. Sembra quasi che album dopo album ci sia un’evoluzione cosciente del KLOGR-pensiero. Si può dire che KLOGR, oltre che un progetto musicale è anche una ricerca filosofica?
Assolutamente. Ogni progetto richiede il 100% delle proprie energie e personalmente non ne investirei così tante solo per un piacere personale, sarebbe “egoistico”.
La filosofia che stiamo cercando è un modus operandi da vivere e attuare ogni giorno, nella nostra quotidianità. Non amo molto chi predica bene e razzola male, quindi cerco sempre di vivere con coerenza rispetto a ciò in cui credo.

Quali sono le coordinate imprescindibili per KLOGR?
Istinto. Rock. Emozioni. Coerenza.

Il tema centrale di questo numero di C MAGAZINE è il Potere. Cosa è il potere?
Il potere è per me l’illusione dell’uomo di vincere la morte attraverso l’autocompiacimento delle proprie azioni.
L’uomo vorrebbe essere Dio, e vede un Dio potente, per questo cerca il potere.

Potere e schiavitù sono concetti legati indissolubilmente? Cosa potrebbe rendere l’uomo libero (o, almeno, più libero)?
L’accettazione che l’unico vero potere al mondo è quello della natura. Lì saremmo davvero liberi.
La terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra.
La natura ha il più grande potere in assoluto, eppure ci lascia liberi di vivere, creare cose che ci rendono la vita “più confortevole”. Siamo “schiavi” della natura: se piove non ci puoi fare nulla (se non coprirti).
Siamo schiavi della natura e siamo gli esseri più liberi della terra.
Il potere e la schiavitù umana sono solo frutto dell’uomo e della società per controllare altri simili e trarne profitto.

Nel vostro nuovo album soprattutto, emerge un lato bellissimo dell’essere umano: la coscienza e l’auto-responsabilizzazione nei confronti della sopravvivenza del nostro pianeta e di altre forme di vita presenti su esso.
Pensi che questo tipo di risveglio sia possibile per tutti? Anche per le persone in cui il buio interiore è più profondo?
Se l’uomo desse alla vita lo stesso valore che da alla morte si.
Tutti hanno paura di morire, di lasciare quello che conoscono.
Se la vita e la morte avessero lo stesso valore nella nostra società (come dovrebbe essere per natura), ci verrebbe spontaneo auto-responsabilizzarci per preservare il nostro pianeta.
La massa purtroppo è controllabile ed è controllata da gente che pensa al profitto di oggi e non alla bellezza di domani.
Siamo animali stupidi.
Abbiamo il dono di essere gli animali più intelligenti (o con una coscienza elevata) e ci comportiamo come gli animali più stupidi.
Siamo l’unico animale che distrugge così pesantemente il proprio habitat.

La musica può cambiare gli stati d’animo?
Sì. Se l’anima sta cercando qualcosa per cui cambiare.

Sasso, carta, forbice. Ha più potere il denaro, la morte o l’amore?
L’uomo pensa di comprare la morte con il denaro.
L’amore è l’unica cosa che ti può far accettare la morte.
La morte è la cosa più naturale tra queste.
Quindi la morte ha più potere di tutti.

Che sensazioni dà il potere? E’ vero che rende pazzi? Esiste distinzione fra potere positivo e potere negativo?
Il potere della terra è positivo.
Il potere creato dall’uomo spesso è dedito al profitto quindi è negativo.
Trovare gente con un animo puro è la cosa più rara ad oggi

Se il potere è egoismo e schiavitù, allora la libertà viene dalla generosità e dalla rinuncia?
La libertà è in natura. L’uomo è egoista perché pensa di non essere accettato dagli altri.
Se l’uomo seguisse le leggi della natura sarebbe davvero libero, senza rinunce ma con tanta gratitudine.

Se tu fossi un dittatore con potere assoluto a livello globale, quali sono le prime 3 cose che cambieresti a livello legislativo?
Se fossi un dittatore chiederei alla natura di darmi un segno per guidare la gente nella direzione giusta.
Le leggi sono state fatte dall’uomo a scopo di controllo.
Comunque le tre leggi che inserirei sarebbero
1) Il benessere della persona deve rispettare l’ambiente in cui vive
2) La natura è l’unica legge da seguire realmente e deve essere rispettata al 100%
3) Non è la natura ad aver bisogno di “riserve naturali” ma l’uomo.

Qual è l’animale più potente della terra (uomo escluso, perché bara)?
La terra ha il suo equilibrio, non esistono animali più potenti di altri.
Un leone in Antartico morirebbe.
Un orso bianco in Africa morirebbe.
Ogni cosa è stata messa al suo posto in modo perfetto, questo si chiama equilibrio.

Se tu potessi avere poteri magici illimitati, cosa cambieresti immediatamente con la famosa “bacchetta magica”?
Cercherei di fare entrare nella testa della gente che la terra è una sola ed è esauribile, come la vita dell’uomo.

Cosa è il rock per te?
Un battito cardiaco, non potrei farne a meno

KLOGR sostengono attivamente, dal 2013, l’organizzazione internazionale Sea Shepherd, supportata da numerosi artisti del mondo della musica e dello spettacolo: Billy Corgan, Moby, Aerosmith, Shannen Doherty (la Brenda della serie tv Beverly Hills) per citarne alcuni.
Cosa fanno quelli di Sea Shepherd?
Cosa fanno di diverso rispetto ad altre organizzazioni che proclamano gli stessi scopi?
Cercano di informare il mondo su come non vengono rispettati gli eco sistemi.
Vanno sul campo, rischiano la propria pelle e cercano di fermare chi non rispetta la natura e le leggi internazionali.
Fanno da megafono a tutto quello che viene nascosto perché scomodo.
Cercano di ridare la dignità che la natura dovrebbe avere.
Cercano di difendere specie che hanno perso il loro potere perché sopraffatte dal potere dell’uomo.

Nelle recensioni al vostro nuovo album “Black Snow” viene spesso citato il bellissimo brano “Ambergris”. Di cosa parla?
È un dialogo tra un uomo e una balena.
Lo stesso uomo che, impotente, si scusa con lei per quello che sta accadendo.
Si scusa per quello che noi chiamiamo uomo e si fa portatore di un messaggio di pace, sperando di poter condividerlo con altri.

Con Black Snow avete pubblicato già due videoclip: “Draw Closer” e “Zero Tolerance”. Avremo modo di vederne altri?
Sì, il video oggi è uno dei migliori mezzi di comunicazione.
Purtroppo la gente oggi deve associare alla musica delle immagini e oggi non si può fare a meno dei video.
Pubblicheremo diversi video live del tour…e molto altro.

Ora Zulu – “…io cambierei pusher, fossi in te!”

Pubblicato il aprile 30, 2014

– (l’ora Zulu è il riferimento all’ora di Greenwich nel gergo della marina, e indica un riferimento preciso nel tempo) –

 

 

 

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0

 

 

 
99 posse, la colonna sonora dei miei 20 anni, quando in generale ero incazzato nero.
Dopo il liceo, nel 1990 mi “perdo” la pantera e le sue occupazioni perché finisco militare (in Marina). Noia, inutilità, pazzia.
In camerata avevo un nonno siciliano che ci faceva ascoltare solo Pantera e Sepultura. Ironia.
I miei ’90 ricordati da adesso sono buio e luci colorate. Avevo paura a sentire “Curre curre guaglio’ 2.0”.
Perché c’ero, e avevo da correre, e arrivavo sempre dopo. Con gli “amici” si andava a fare la TAZ, ci si faceva chiamare in 30 Luther Blissett. E in genere non c’ero, arrivavo dopo, arrivavo tardi. Eppure correvo, guaglione, non integrabile, parte di nessuna tribù. Correvo, o meglio ci provavo, finendo a passo d’uomo sul GRA insieme ai troppi individualisti da plotone.
O’ Zulu era per me uno strano uomo immenso e immensamente incazzato che sapevo enorme, tatuato e primitivo, capace di incagnare il collo e andare avanti a treno, tagliando una folla. Uomo di fronte e lato, con la sua fragilità, capace di strappare parole dalla carta e spingerle su in gola a una macchina da suono e da energia incredibile. Sempre incazzata. Lui e Zack de la Rocha (RATM)… O Zulu, non un individuo incazzato come me, lui sembrava essere la tribù, incarnarla e incatenarla al suo naso forato. E nei suoi testi ci sono tutti i fili emozionali della generazione che mi sono perso e che ricordo. La mia.

Poi
Poi non guardo più MTV; poi gli anni ’90 finiscono; poi c’è Genova e io non ci vado.
Spezia-Roma su un treno quel venerdì, con un’atmosfera strana e cupa. Il potere ci aveva fottuti di nuovo, e compievo trent’anni.

Poi un concerto, poco dopo, i 99, a Roma, non ricordo dove. Si salta, ma non volevo ballare, non c’era un cazzo da ballare. Intorno le facce sono cambiate, suona strano: i ’90 sono finiti (male) e il suono non sembra più il mio, ma quello di uno show. Non per colpa loro, siamo noi, noi che siamo cambiati.
Emigro. Perdo di vista i ’90. Continuo a correre.
Negli anni 2k ci sono riunioni, dischi belli, un sacco di storia che non vedo. Cerco Zulu (e Zack) ogni tanto e lo trovo dalla rete, con un gruppo che ha un nome da riserva indiana. Non mi sembra che stia bene. Canta le stesse cose. Poi qualcuno gli fa il necrologio e lui si incazza con un pezzo di prosa bellissimo. Ah, sta ancora bene!
Poi, poi…

Ora questa intervista. C’è un nuovo disco, Curre curre guaglió 2.0 e il 2.0 mi mette paura.
Lo ascolto con uno strano dubbio, traccia dopo traccia. La musica, ovvio, mi piace, ma non voglio che mi piaccia. Ho paura di trovare qualcosa che odio, un revival, un’operazione pseudo – commerciale. Non mi fido, magari è una maschera, e non le voglio più le maschere, come non le volevo venti anni fa, ma oggi in modo ancor più integralista.

E allora spingo. Mi dico “A Zulu lo piglio di petto”. Non voglio fare l’amarcord, non voglio pensare che persino i 99 siano solo ricordi, perché chi si ferma, sia pure solo per riprendere fiato, è perduto, spezzato, spazzato via. Cazzo, con questa idea di movimento ci ho scommesso tutta una gioventù, che e’ passata.

O’Zulu mi risponde ovviamente per le rime, e non potevo chiedere di meglio.
E adesso torno al disco, bello e commovente, e me lo risento traccia su traccia, sollevato.

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0

Ripetutamente. Avete detto cose importanti. È qualcosa di generazionale. Ho l’età tua. La mia colonna sonora degli anni ’90 ha le tue rime. Ha senso ripetere ripetutamente lo stesso gioco? Quale ripetizione ne crea il senso?
Non mi pare di aver ripetuto ripetutamente lo stesso gioco; 2 volte in venti anni non è ripetere ripetutamente ma, più semplicemente, approfittare di una data significativa per ribadire un concetto e ridare visibilità ed attualità ad un disco che, a quanto pare, non solo ha significato, ma continua a significare molto per molti giovani e meno giovani.

STRANO E STRANIERO SONO DUE DELLE MIE PAROLE PREFERITE. SI INTRECCIANO CON RUOLO E SITUAZIONE. IL RUOLO è QUELLO CHE LO STRANIERO RICOPRE, LA SITUAZIONE è QUELLA COSTRUITA AD ARTE PER FAR Sì CHE LE TUE CONSIDERAZIONI SIANO QUELLE PREVISTE. 99 NASCONO DA UNA SITUAZIONE OCCUPATA, UNA TRAIETTORIA IMPREVISTA CHE ESCE DAL RUOLO. QUAL è LA TRAIETTORIA OGGI? QUAL è LA SITUAZIONE?
Strano e straniero per me sono molto di più che delle parole… Descrivono abbastanza bene ciò che sono e ciò che alla fine sono sempre stato…. La traiettoria imprevista è stata quella di uscire dal nostro mondo, portando il messaggio molto al di là degli obiettivi previsti e quindi direi che oggi la traiettoria resta quella di sempre : autorappresentarsi, rendersi protagonisti del proprio destino, correre sempre e tenersi pronti all’imprevisto.

IL POTERE LO HAI ANNUSATO? LO ODII ANCORA?
Il potere non credo di averlo annusato più di chiunque altro, nel senso che c’è e che si fa annusare da tutti per “mestiere”… Ho annusato il successo, questo sì, e ne sono rifuggito con tutte le mie forze…. Ci siamo sciolti nel momento di massima popolarità e “potere contrattuale” e siamo ritornati solo quando li avevamo persi entrambi quasi completamente…….

CURRE CURRE GUAGLIò: 2.0 è GERGO DA CORPORATE.
IL WEB 2.0, LA SECONDA VERSIONE DI UN PRODOTTO.
LL DISCO NUOVO è INTARSIATO DI REMIX, DI PARTECIPAZIONI, DI PEZZI GIà ASCOLTATI, COmE SE AVESTE VOLUTO METTERE ASSIEME LE FORZE PER FARE UN SALTO DA QUALCHE ALTRA PARTE. “ARMATI DI IDEE E PARTI”. ABBIAMO SMESSO DI CORRERE?
Non so che disco hai sentito tu….. Nel mio diciamo Armati di idee , difendi la tua scelta e corri fino a quando le tue gambe correranno….. Noi non smettiamo mai di correre, è il tempo che ce lo impone.

LO SPAZIO AUTOGESTITO è UNO SPAZIO CHE TAGLIA UNA NARRATIVA DIFFERENTE ALL’INTERNO DEL TESSUTO. DICE AL POTERE « DI TE NON ME NE FOTTE UN CAZZO ».
BUONO, MA OGGI CHE FARESTI SE AVESSI 20 ANNI? DAI UNA IDEA POSITIVA A UN RAGAZZO O, COME ACCENNI IN SOGGETTI ATTIVI, DEVE FARE DA SOLO?
Continuo a non capire…. Soggetti attivi è un vero e proprio inno ai movimenti, all’agire collettivo, al difendere e mantenere integra la propria “differenza”…. Dove lo trovi l’accenno al dover fare da solo? Il senso generale della canzone è l’esatto opposto. mah……

POTERE E LIBERTà. IL POTERE SU COSA? E LA LIBERTà DA CHE?
Signor Marzullo, che dirle? Il potere di alcuni di determinare il futuro di altri e la libertà degli altri di lottare per autodeterminarlo?

MENTRE ERO STUDENTE, SARà STATO IL 1994, USCENDO DA UNA SALA DOVE AVEVO FATTO L’ANIMAZIONe A UNA FESTA DI PARGOLI DELLA “MEJO BORGHESIA ROMANA” MI TROVAI A UN PASSO DA GIULIO ANDREOTTI. NIENTE SCORTA ERA SOLO, PARLAVA CON UNO ALTO, FORSE SBARDELLA.
EBBI UN ATTIMO D’ESITAZIONE. POTEVO PROVARE A SPEZZARGLI IL COLLO, MA ERO VESTITO DA POWER RANGER, SAI QUEI DEFICENTI DA FILMETTO PSEUDOGIAPPONESE TIPO GOZILLA… NON AVREI POUTO EMULARE BRESCI VESTITO IN QUEL MODO. E PERSI L’OCCASIONE.
è PER QUESTO ECCESSO DI BUONA EDUCAZIONE O DI SENSO DEL RIDICOLO CHE SONO PARTE DI UNA GENERAZIONE DI SCONFITTI?
Non lo so fratellì…. Dovresti chiederlo ad un analista. Io non mi sento uno sconfitto e la mia generazione non mi ha mai eletto suo portavoce.

GENOVA? DOPO DI QUELLO IO SONO PARTITO, TU? COSA ABBIAMO IMPARATO?
Noi ci siamo sciolti ma non abbiamo imparato niente…. Lo sapevamo già.

 

 

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0

 

 

 

AVETE MESSO TUTTO IL DISCO ONLINE. POSSO CHIAMARVI, DICE IL SITO, E ORGANIZZARVI UN CONCERTO, IL TOUR è PER CENTRI SOCIALI. FUNZIONA?
Pare di sì, e funziona da 23 anni…. Un’altra strada è sempre possibile, basta praticarla.

NEL 2011 UNA GENERAZIONE DIVERSA DALLA TUA E DALLA MIA HA COMINCIATO A OCCUPARE I TEATRI, E LI TIENE BENE, LI ORGANIZZA, FA LE MOINE, CERCA DI FARE ALMENO FINTA CHE SIAMO UNA NAZIONE CIVILE, ANCHE SE HA OCCUPATO. MANCA DEL TUTTO L’ICONOCLASTIA DEL TEPPISTA. DOVE SONO I MAJAKOVSKI? SONO ANCHE LORO FINITI VITTIMA DI UNA RIVOLUZIONE?
Noi col Valle abbiamo fatto un video, all’Angelo mai abbiamo suonato e sosteniamo la Balena a Napoli… Non possiamo e non dobbiamo essere tutti uguali, le nostre differenze sono la nostra unica ricchezza e la capacità di farle convivere è la nostra unica via d’uscita.

ALDOVRANDI, E TUTTE LE ALTRE VITTIME DI RAPPRESAGLIA. AVETE MESSO IN UNA TRACCIA LA VOCE DI SUA MADRE CHE RACCONTA DI COME HANNO RIDOTTO IL RAGAZZINO. NON MI FA ARRABBIARE, MI SPINGE A PREMERE IL TASTO AVANTI SUL LETTORE. CHE NE PENSI?
Sinceramente inizio a pensare che hai assunto qualcosa che ti è iniziato a salire da metà intervista, e che ti sta prendendo male… Io cambierei pusher e riproverei, fossi in te ;-)
A parte le cazzate, penso che il tasto in avanti sia stato pensato per situazioni come la tua. Io piango ogni singola volta che lo risento, ma mi fa bene, dopo mi sento più forte di prima…. Se devi stare male, skippa, per carità.

IL POTERE DISTRUGGE L’UOMO. E NE FA A MENO. VISTA L’IMPORTANZA DELL’APPARTENENZA CHE SCORRE VIA DALLE CANZONI DEI 99, E LE TUE ESPERIENZE DI UOMO E MUSICISTA, TI VA DI DIRMI TE DI COSA FARESTI A MENO PUR DI DISTRUGGERE IL POTERE?
Non siamo certo noi a dover fare a meno di qualcosa per distruggere il potere…. Rigiro la domanda al famoso 1%. noi siamo i 99! La domanda corretta era cosa non faresti per distruggere il potere? e la risposta sarebbe stata :”con ogni mezzo necessario”

La musica per cambiare la percezione dell’esistente – intervista a Claudio Lolli

Pubblicato il aprile 30, 2014

CANTAUTORE E POETA, ARTISTA CHE HA INTERPRETATO 40 ANNI DELLA NOSTRA STORIA, CLAUDIO LOLLI RIFUGGE QUESTE DEFINIZIONI CON L’UMILTÀ DI CHI SA CHE LA STRADA DA PERCORRERE È ANCORA LUNGA E CHE CON IMMUTATA PASSIONE, DOPO 40 ANNI DI CARRIERA, CONTINUA A CALCARE LE SCENE DI TEATRI, PIAZZE E AUDITORIUM PER PORTARE LA SUA MUSICA SEMPRE IN PRIMA LINEA. CON LUI ABBIAMO AVUTO IL
PIACERE DI QUESTA INTERVISTA TELEFONICA.

 

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Trento, Roma, Bologna: cosa vuol dire tornare in tournée oggi per te?

Intanto vorrei saperlo anche io. Comunque non è proprio una tournée, ci stanno chiamando spesso e l’altra piccola precisazione è che io non ho mai smesso. Forse queste date sono state un po’ più pubblicizzate, ma concerti ne ho sempre fatti, alcuni anni di più, alcuni anni di meno, non ho praticamente smesso mai se non nei passati anni ‘80.

Quindi sempre in giro, sempre attivo…
Sì abbastanza, nei limiti che l’oggi consente ad uno come me, però sì, una trentina l’anno li faccio sempre.

Cantautore e poeta, conosci il valore delle parola…
Non esageriamo.

Dove un tempo il soggetto politico era la collettività, oggi si parla di “gente”. Secondo te cosa indica questo cambiamento lessicale?

Se posso permettermi “gente”, come “popolo”, è una parola che mi piace non troppo. Nel senso che è molto molto indistinta e si presta a qualunque utilizzo da parte di chiunque, mentre “collettività”, come mi pare che intendessi tu, ha una sua connotazione molto più precisa. Parlare di “gente”, parlare di “popolo”, vuol dire parlare di nulla insomma. La differenza mi sembra evidente e anche la causa di questa differenza. Le collettività in questo senso mi pare che esistano sempre meno e c’è tutto un rimescolamento abbastanza confuso di persone che si chiamano “gente”.

La canzone “Borghesia” nel 2000 dal vivo si trasformò. Tra “Il vento” e “Ti spazzerà via” aggiungesti la parola “forse”?

Sì, ci abbiamo messo un “forse” (ride).
Questo indica che quelle gioiose e furenti certezze degli anni ‘70 sono svanite?

Sì, direi di sì. Io la rappresento in modo molto ironico, la facciamo quasi sempre come bis, ultimo pezzo, perché insomma fa anche ridere. L’ho scritta quando avevo 17 anni e la conclusione era questa: “Un giorno il vento ti spazzerà via”. Ero convinto, ingenuamente convinto nel mio apprendistato politico e filosofico, che sarebbe stato inevitabile un cambiamento. Adesso naturalmente non lo sono più, quindi devo dirlo ai miei poveri spettatori.
Ma questa borghesia… se poi è sempre la stessa di allora…


Posso dire una cosa? Secondo me è pure peggio… Mi ricordo uno slogan “Agnelli e Pirelli, ladri gemelli.” Erano grandi famiglie, grandi borghesi anche abbastanza colti. Quelli che ci sono oggi francamente non mi sembrano dello stesso livello, mi sembrano molto, molto più piccolini, da tutti i punti di vista.

Chi o cosa avrebbe il potere oggi di spazzare via questa borghesia?
Una domanda di riserva?

Non la ho purtroppo, è quello che vorrei sapere anche io.
Non ho la risposta. Non lo so. A parte gli scherzi, è molto, molto difficile capire che direzione sta prendendo la società italiana, non mi sembra nemmeno che ci siano dei movimenti antagonisti credibili, ma ti dirò di più, nemmeno riformisti quasi credibili. Mi trovi veramente impreparato…
Nel 1976 “Ho visto anche gli zingari felici” decolla anche grazie al suo circolare nelle radio libere. Il potere allora per un magico istante fu davvero nelle mani della collettività. Senti di essere un figlio di quel particolare momento storico e politico? O come artista lo hai solo attraversato?

Guarda, un po’ tutt’e due. Adesso tu mi fai troppi complimenti, poeta, artista, son parole grosse. Un artista, se ha la sua voce, va avanti comunque, però certamente quei momenti collettivi seri ed importanti mi hanno aiutato molto e mi hanno, in un certo senso, portato alla luce con maggior facilità, ecco, hanno reso il parto più semplice. Allora si chiamavano Radio Libere, oggi si chiamano Radio Private, effettivamente c’è una bella differenza.

Dal 2010 hai preso parte a diverse attività antimafia. In cosa si concretizza secondo te la battaglia per togliere il potere alla mafia?

Anche qui non sono assolutamente preparato. La mafia è una specie di Stato nello Stato, di controstato quindi una volta che ci fosse eventualmente uno Stato serio, che funziona, credibile, vicino ai cittadini, penso che le potenzialità di questi controStati sarebbero molto minori. Questo è un parere da cittadino, che magari qualche esperto potrà trovare ridicolo.

 

Il tuo ultimo album, Lovesongs, del 2009, è una raccolta di sole canzoni d’amore. Come mai questa scelta? Ha ancora senso la canzone politica oggi o la consapevolezza sociale passa per altre vie?
Mi sembri abbastanza acuta. Sì, l’amore è un’esperienza profonda, un’esperienza vera e può avere un valore eversivo oggi, come tutte le esperienze vere in questo mondo, in questa società un po’ finta. Più tecnicamente, avevo l’impressione che nella mia lunga, ormai lunghissima, forse troppo lunga, carriera ci fossero state delle canzoni d’amore però passate un po’ inosservate di fronte a quelle che hanno avuto maggior ascolto, maggior evidenza, proprio forse perché erano più immediatamente politiche. Ho pensato che fosse giusto rivalutarle, riabilitarle, con arrangiamenti molto diversi, però riprenderle.

 

Cosa può fare la musica per cambiare gli equilibri di potere?

Ci può provare. La musica, nel momento in cui si pone il problema e l’obiettivo di modificare un po’ la percezione dell’esistente negli ascoltatori, in qualche misura contribuisce ad una piccola, lenta, minuscola modificazione culturale che ha ovviamente una valenza politica. Poi che cosa possa fare così nell’immediato, con un risultato immediato, questo è un’altra cosa. Una canzone non è un decreto legge.

 

Hai lavorato nelle scuole per molti anni a contatto con i ragazzi e in un’intervista hai detto che non ti permetti di educarli ad “andare contro”. Cosa bisognerebbe insegnare ai ragazzi oggi? E soprattutto in che modo?
Intendevo dire questo, cito così a memoria, quindi sicuramente sbagliata, una poesia di Erich Fried: “Chi dice ai suoi studenti di essere di destra è di destra. Chi insegna ai suoi studenti ad essere di sinistra è di destra, chi dice solamente quello che è, e che forse potrebbe anche eventualmente sba- gliare, potrebbe anche darsi che sia di sinistra.

Se fossi un dittatore!

Pubblicato il aprile 30, 2014

Catapultato nello star system del mondo dell’arte da un giorno all’altro grazie al clamore mediatico sollevato da una sua opera gigante affissa sulla facciata di un palazzo nel centro di Poznan in Polonia; Max Papeschi ha realizzato più di un centinaio di mostre in giro per il mondo in soli cinque anni. Nato come autore e regista televisivo, il creativo milanese ha recentemente pubblicato per Sperling & Kupfler il suo primo libro “Vendere svastiche e vivere felici. Ovvero: come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell’arte contemporanea”. Noi di C MAGAZINE l’abbiamo incontrato per parlare insieme a lui di questa novità editoriale e per chiedergli che cosa ne pensa del potere.

 

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È uscito con Sperling & Kupfler il tuo primo libro “Vendere Svastiche e vivere felici – Ovvero: come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell’arte contemporanea” si tratta di un manuale, di un romanzo o di una biografia?
Si tratta di un’autobiografia semi-seria che poi diventa quasi un romanzo nella seconda parte. L’ho diviso in due tempi, come se fosse un film perché il mio immaginario è stato influenzato tantissimo da quello dal cinematografico.

Quindi non insegna a vendere opere d’arte come suggerirebbe il titolo del libro?
Non è un manuale, nel senso tecnico del termine. Quando lo è, lo è fra le righe. Poi sta al lettore capire quando sto scherzando e quando sto parlando seriamente.

Èla storia di Max Papeschi con delle parti romanzate…
È la storia di Max Papeschi.

Come mai Sperling&Kupfler ti ha chiesto di scrivere una autobiografia romanzata?
Più che altro è andata così: stavamo facendo una riunione con Alessandra Torre e Francesca Micardi perché inizialmente l’idea era quella di girare un documentario sulla mia storia, ma la produzione era ancora ferma. Fra le altre cose, durante la riunione, avevo tirato fuori questa finta copertina.
Dopo la storia di Poznan avevo costruito per provocazione questa finta copertina con il titolo (che poi è rimasto) “Vendere svastiche e vivere felici – ovvero come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell’arte contemporanea”. L’idea era un libro sotto vetro come opera autoironica. Sono decine le idee che butto lì, disfo, preparo e poi lascio in una cartella “idee” che magari non tocco più. Alcune invece mi tornano in mente. Ricordo che durante la riunione e ho tirato fuori questa copertina, non so se per farla vedere come titolo o cosa e parlando abbiamo detto “beh effettivamente anche come libro sarebbe interessante.” A quel punto l’abbiamo proposta a Sperling che ha accettato.

È un tema ricorrente, nella tua storia, quello delle idee che si trasformano..
Sì! Spesso le idee che funzionano sono quelle che arrivano per caso, almeno per quanto mi riguarda. Le operazioni che ho fatto per caso sono quelle che sono andate meglio. Se invece mi metto sulla strada di “voglio fare qualcosa”, quella cosa spesso non accade.

…oppure diventa un’altra cosa…
Diciamo che il destino ha influenzato tantissimo la mia carriera, nel bene e nel male.

Nel male?
Tipo fare un film che poi non è uscito in sala.

Ne parlerai anche nel libro?
Assolutamente si: questo libro racconta anche di sconfitte, non solo delle cose belle che mi sono capitate recentemente. Racconta anche tutta la prima parte della mia vita in cui ho avuto una serie di esperienze negative o “formative”…tante volte quando si sbaglia si dice che sono esperienze formative, ma in realtà sono solo esperienze negative. Quando un progetto su cui lavori per un lungo periodo non va in porto, è una sconfitta. Puoi raccontartela come vuoi ma alla fine quello è.

Sei passato dal mondo del teatro a quello del cinema, della televisione e al mondo dell’arte. Quali differenze hai riscontrato?
La differenza più forte che si riscontra nel mondo dell’arte, rispetto ad altri ambienti è che non c’è nessun tipo di censura. Anzi addirittura devi stare attento tu a non cercare la provocazione a tutti i costi. Lo dico proprio io che paradossalmente passo per essere uno degli artisti più provocatori. Metà dei giornali che parlano di me, titolano con: “le provocazioni di Max Papeschi…”..in realtà son cazzate perché serve ai giornalisti metterle così.

Perché un’opera che raffigura un bombardamento sponsorizzato da Coca Cola (riferimento ad un’opera di Papeschi) non ti sembra provocatoria?
Non vedo la provocazione: in quell’opera sto parlando di un fatto reale, sto raccontando come sono fatte le cose, spostando un po’ la realtà, ma non ci vedo niente di provocatorio. C’è gente che ha messo un cesso in mostra in una galleria d’arte nel 1917, poi c’è stata la merda in un barattolo o il Papa schiacciato da un meteorite. A livello di provocazioni, il mondo dell’arte ha già dato abbastanza, secondo me.

 

 

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Non pensi di essere un provocatore di pensieri e riflessioni?
Penso di essere uno che racconta il suo tempo.

Come è stato scrivere il libro?
In passato ho scritto per il cinema, per il teatro e per la televisione. Però è un tipo di scrittura completamente differente, perché sono dialoghi e poi il prodotto finale non è mai lo scritto, quindi sai già che quando giri cambierai molto del testo.
Questa volta è stato diverso: all’inizio non sapevo bene come raccontare in prima persona, mi mancava proprio la cifra stilistica. Lavorandoci con le due co-autrici, Francesca Micardi e Alessandra Torre abbiamo fatto queste interviste lunghissime, che sono diventate una sorta di autoanalisi. Alla fine mi sono accorto che la cosa migliore era raccontare la storia in prima persona, in tono colloquiale, come se lo stessi facendo a voce. Quindi ho iniziato a scrivere in questo modo per rendere più scorrevole la lettura e lo stile molto simile a quello di una conversazione.

 

Il tema di questo numero di C MAGAZINE è il Potere. Che cosa è il potere secondo te?
Ci sono due tipi di potere secondo me: il potere sano, che è quello che permette di fare le cose. E’ molto più importante, anche in una carriera artistica. Il potere di chiamare i migliori collaboratori a lavorare con te o per esempio, di fare questo libro ed essere pubblicato da una casa editrice importante.

Quindi il potere visto come possibilità…
Sì! Il potere visto come possibilità. Il potere visto come numero di contatti che hai, con cui sei in grado di interagire alla pari e quindi con cui puoi creare delle cose belle e sviluppare la tua forma di pensiero senza troppe limitazioni. Anche i soldi stessi, la possibilità data dai soldi… di produrre qualcosa, che sia una mostra, che sia un libro, che sia un film, di distribuire la cosa a livello mondiale..fanno parte del potere inteso in senso sano.
Il potere in senso negativo, invece è quello della prevaricazione sugli altri, l’esercizio del potere per il potere.

Se tu fossi un dittatore con poteri assoluti, quali leggi promulgheresti a livello globale? Le primissime che ti vengono in mente..
No guarda, farei una sola cosa: abolirei la dittatura per legge.

…e come seconda?
Beh, se ho abolito la dittatura…

Le persone che hanno troppo potere poi impazziscono?
Si crea una piramide sotto di loro costituita dalle persone peggiori. Il peggio di solito si muove nella parte medio-alta della piramide più che nel vertice.

Ti sta bene come è il mondo?
No. Non mi sta bene com’è ma credo che le soluzioni non vadano trovate con la bacchetta magica. La vita consiste nel nascere e risolvere problemi finché non si muore. Tu immaginati una vita eterna. La gente non sa cosa fare la domenica, figurati se non esistesse la morte che noia infinita.

Ha più potere il denaro, la morte o l’amore? A livello di grandi numeri, per l’umanità, in questo periodo storico…
Non è una questione di periodo storico. Secondo me è sempre la morte quella che governa le nostre scelte. Noi ci troviamo qua per un periodo limitato di tempo senza neanche sapere bene le regole del gioco. I soldi…l’amore…sono cose che vanno e che vengono, mentre invece il senso della morte è una cosa che conosciamo fin da bambini. Per quello costruiamo imperi, accumuliamo soldi o cerchiamo amore.
La tragedia, la spada di Damocle che abbiamo sulle nostre teste ci rende umani. Non esisterebbe l’amore senza il senso della morte.

Eros e Thanatos?
No, non l’eros, l’amore. Quando ami una persona è perché sai che il periodo di permanenza su questo pianeta è limitato. Quando dici “per tutta la vita” è perché sai che la vita finisce.

Non credi nell’amore eterno…
Non esiste l’amore eterno, perché c’è la morte, grazie a Dio, a salvarci dall’insostenibilità dell’amore eterno.

Se tu potessi scegliere fra mortalità e immortalità?
Sono un cagasotto, quindi ci penserei. Ti direi: mortale, ma potendo decidere io quando finire. Non vorrei essere condannato all’immortalità.
Una volta qualcuno, non ricordo chi, ha detto che la vita è una partita a poker in cui non sai che carte hai e che carte hanno gli altri, sai solo una cosa: che ad un certo punto arriverà qualcuno e sbatterà per terra il tavolo facendo cascare tutto quello che hai vinto.

 

 

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Gli esseri umani giocano, ma nel loro gioco spesso, per vincere, sfruttano altri animali oppure esseri umani. Ci dovrebbe essere un limite, secondo te, in questo gioco oppure è più bello che sia completamente libero?
No, non è bello per niente, ma è nella natura umana che sia così.
E’ chiaro che prima o poi lo sfruttamento degli animali finirà.
Questa cosa è già accaduta negli Stati Uniti, quando è stata abolita la schiavitù.
Il comunismo ha però dimostrato che non si può imporre a tavolino l’uguaglianza.
Questa cosa può succedere soltanto se chi è sfruttato ha coscienza di esserlo (questo vale per gli uomini e non per gli animali, chiaramente) e se chi sfrutta ha coscienza di ciò che sta facendo.

Trovo che la seconda parte sia interessante. In che modo avviene il cambiamento interiore nello sfruttatore?
Deve essere insopportabile il concetto dello sfruttamento per lo sfruttatore stesso.

Ma se lo delega ad altri pur di non vederlo?
È uguale, nel senso che tutti ormai sappiamo cosa succede, viviamo in un mondo di sovrainformazione. Lo sanno tutti cosa succede agli animali, come vengono messi in batteria i polli e tutto il resto è che non ce ne sbatte un cazzo. Sono molto pochi quelli a cui interessa veramente.
Alla collettività ancora non importa abbastanza da rinunciare a delle cose. Secondo me è una mentalità che andrà cambiando…e ti parla uno che mangia carne.

Nelle tue opere accosti figure assolute del male come Adolf Hitler, a icone globali dell’innocenza, come i personaggi della Disney. Cosa vuoi dire con questo accostamento? Esiste il male?
Il male assoluto e il bene assoluto sono rappresentabili, ma non esistono per davvero, secondo me.

I campi di concentramento, per fare un esempio, non erano dei luoghi in cui risiedeva il male?
Erano dei luoghi terribili, ma erano dei luoghi che riflettevano quella che è la natura umana. Nella storia ce ne sono stati tanti: dai Gulag, ai campi della morte dei Khmer Rossi, pensa che ancora adesso esistono posti come Guantanamo.

Pensi che chiunque agirebbe allo stesso modo? Tutti sarebbero aguzzini, se posti nella condizione di farlo o di doverlo fare?
Sembrerebbe di sì, perché in nessuno di questi regimi, neanche di quelli attuali, ci sono molti disertori. Questo fa pensare che perfino la morale sia una cosa che ha a che fare con la morale degli altri, non con la propria.

Quanto di autentico e quanto di ipocrita c’è, in questo senso, nella società di oggi?
C’è una parte autentica. Non importa che sia autentica perché ognuno lo crede fermamente dentro sé stesso o che sia semplicemente una morale comune, l’importante è che ci sia. Facciamo l’esempio delle pellicce, un argomento che a te, animalista sta a cuore. Cosa ha fatto morire veramente il mercato delle pellicce?
La vergogna. Le pellicce non hanno smesso di essere vendute per motivi di coscienza ma perché la gente si vergognava a portarle.

Animali salvi grazie al conformismo, quindi?
Se vuoi è conformismo del bene, ma è sempre molto meglio che il conformismo del male. La prima e la seconda generazione, quando parliamo di cambiamenti e di tendenze morali, magari si adeguando per vergogna e conformismo, quelle successive invece spesso si rendono conto delle ragioni di fondo del cambiamento.
Secondo me c’è un lento meccanismo di miglioramento, non è vero che il mondo va sempre peggio.

Quindi sei ottimista nei confronti dell’essere umano
Sono ottimista sulla lunghissima distanza.

Cosa ti aspetti dal mondo della letteratura?
Non mi aspetto niente dal mondo della letteratura. Spero dal mondo dei lettori che il mio libro piaccia e diverta.

Tu leggi molto?
Io leggevo moltissimo, ora leggo molto meno, devo ammetterlo, per colpa di internet che mi porta via un sacco di tempo e del fatto che comunque ho poco tempo libero.

I tuoi scrittori preferiti?
I primi che mi vengono in mente sono Ballard,Vonnegut, Mc Donald, Mitchell e Palahniuk fino a qualche libro fa.

Cosa cercavi nei libri?
Ho iniziato da ragazzino a leggere, con dei libri impegnativi, come 1984 di Orwell.
Mi è sempre piaciuta la fantapolitica.
Ballard diceva che per capire il presente la cosa migliore è leggere i libri di fantascienza, ti fanno capire a cosa tende il presente, quali sono le paure attuali.

Il lettore ideale del tuo libro che cosa cerca e che cosa troverà?
Ho cercato di non scrivere un libro solo per persone dell’ambiente dell’arte.
Questa è una storia un po’ assoluta, una storia di sconfitte dalle quali possono nascere nuove opportunità.

Un libro che ispirerà altre persone?
Spero di no. Vedo già su internet dei piccoli mostri che fanno lavori come i miei con il digitale sperando di replicare ciò che è successo a me.

Ti dà fastidio?
No, non mi dà fastidio, mi dispiace per loro perché non arriveranno mai a niente finché imitano i modelli degli altri. Devono far qualcosa di loro. E’ sbagliato cercare di copiare un modello. Va bene fare omaggi, va bene perfino rubare delle idee, ma mai cercare di copiare un modello nel suo insieme.
Vale sempre la pena avere una propria visione, altrimenti tanto vale fare un lavoro non creativo.

I tuoi progetti per l’immediato futuro?
Ci saranno una serie di mostre legate alla presentazione del libro. Poi a fine settembre presento in Giappone una serie ancora inedita. Sto pensando anche a progetti che non sono direttamente legati al mondo dell’arte, ma è ancora presto per parlarne.

Pornoterrorismo, il corpo da prigione ad arma

Pubblicato il aprile 30, 2014

«Esiste per caso fusione più bella di quella tra le parole “porno” e “terrorismo”? L’erotica del terrore, un territorio inesplorato che si apre davanti a noi come un cadavere in attesa dell’autopsia. Allo stesso modo in cui i funerali mi fanno ridere, l’immagine di un bel cadavere, a volte, mi può far bagnare le mutande. La prima sensazione è che non si potrà mai superare l’imbarazzo della situazione, l’umiliazione imposta dalla società quando qualcosa di politicamente scorretto ci seduce. Ma si supera, oh sì, si supera masturbandocisi su: un primo atto di culto al terrore. L’unico modo di vincerlo è lasciandosene sedurre, trasformandosi nella sua tenera amichetta».
(Pornoterrorismo, Diana Torres, Malatempora, 2014)

 

 

 

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La liberazione dai poteri che normano il corpo e la sessualità passa attraverso i gesti distruttivi ed iconoclasti del pornoterrorismo ideato e praticato dalla spagnola Diana J.Torres, eiaculatrice precoce, spaccapalle, grande cagna e troia per vocazione.

Diana, che dal 2001 si mette in gioco nel campo di battaglia dei codici culturali con azioni dirette e workshop sul corpo spesso dedicati allo squirting (l’eiaculazione femminile), è stata ad aprile in tour in Italia per presentare il suo libro Pornoterrorismo, edito dalla casa editrice Malatempora. Nell’ambito del tour, l’11 aprile del 2014, Diana sale sul palco del Forte Prenestino a Roma, accompagnata da Slavina, traduttrice delle sue poesie in italiano, e si spoglia. Un evento simile non è una novità al Forte Prenestino: le mura di questa fortezza romana dell’Ottocento hanno visto questo ed altro, attraversate da decenni di iconoclastia punk, e già in altre occasioni le tette di Diana hanno avuto modo di guardare quelle mura. Ma il pornoterrorismo attacca e colpisce sempre come fosse la prima volta.

I capezzoli di Diana, oscenamente imbellettati di rosso, ci osservano come un secondo paio di occhi. La pornoterrorista sale in scena dopo aver presentato il suo libro nel quale racconta, tra testi critici, racconti brevi e poesie, quali sono i punti chiave da scardinare nell’immaginario erotico per ribaltare il potere della norma costrittiva e diventare i nuovi figli ibridi di una futura umanità.

Utopia, fantascienza, misticismo, stregoneria e grand guignol si alternano nella performance di Diana J. Torres che, dalla teoria alla pratica, individua cinque campi di azione per scardinare il potere a partire dai corpi:

1. Pratiche erotiche non catalogate
2. Sessualità terrorizzante: quella dei bambini e quella dei disabili
3. Sadomasochismo
4. Esibizionismo
5. Crisi dell’identità di genere

 

Durante la conferenza, Diana ci spiega la sua esperienza per ognuna di queste voci trattate in altrettanti capitoli del libro, condivide con noi la sua strategia di attacco e analizza le ragioni per cui ognuno di questi punti è una zona sensibile del potere, una zona erogena di un corpo normativo che quando viene toccata reagisce in modo macroscopico destrutturando ogni equilibro castrante.

In un passo del libro di Diana dedicato all’identità di genere, che secondo lei è la più destabilizzante delle zone di intervento pornoterrorista, leggiamo: “…I generi sessuali sono una presa in giro, un macabro scherzo che il sistema ci gioca per farci avere più paura di non saperci adeguare ai suoi schemi. Non sapere con certezza (o non far sapere con certezza agli/lle altri/e) se si è uomini o donne è terrorista dall’inizio alla fine. La cosa più importante che ti viene consegnata quando vieni al mondo è il tuo genere: te lo danno come una specie di kit di sopravvivenza dal quale non potrai mai liberarti, perché da esso dipende la tua felicità, la tua fortuna, la realizzazione dei tuoi sogni. Solo che un giorno ti rendi conto che senza di esso non solo puoi sopravvivere perfettamente, ma sei anche molto più libero/a, anche se produrrai uno stridio ovunque tu vada, quando ti muoverai in società”  – (Pornoterrorismo, Diana Torres, Malatempora, 2014, p.119).

Dalla teoria alla pratica, Diana durante l’esibizione mette in atto, con il suo corpo sui nostri corpi, pratiche erotiche non catalogate, sessualità terrorizzante, messa in discussione dell’identità di genere  e sadomasochismo, il tutto condito ovviamente da un’abbondante dose di esibizionismo.

“Siete dei figli di puttana / voi che mi guardate / da queste celle di punizione, / da questi posti di lavoro, / da questi affitti di merda, / siete dei figli di puttana.” (Figli di puttana, p. 168, Diana J. Torres, op. cit.)

La performance è costruita per assaltare i muri della nostra prigione. Diana J. Torres, ben assestata sulle spalle dei giganti della body art come ggAllin, Annie Sprinkle, Ron Athey, Lydia Lunch e Franko B., ci guarda con gli occhi delle sue tette attraverso le sbarre della nostra cella e ci consegna le chiavi per aprire la prigione e liberare la bestia. Saremo noi poi gli unici responsabili delle conseguenze, ci avverte Diana stessa in un disclaimer sul finire del rituale, quasi di sfuggita, quando ormai è troppo tardi per tirarsi indietro.

Quello di Diana in scena è un corpo osceno che sputa, squirta, vomita, piange lacrime di sale emulando le mistiche che si infliggevano umiliazioni corporali per divellere le porte della prigione castrante della norma.

Diana non si limita a parlare dell’umiliazione dei nostri orifizi trascurati, negati o colpevolizzati, organi di un corpo che non viene esplorato o idolatrato abbastanza. Diana mostra cosa vuol dire oltrepassare le mura della prigione della norma e con le narici aspira sale come fosse cocaina dopo averne sparso un chilo tra lei e noi per delimitare uno spazio sacro di sicurezza.

Gli orifizi che la pornoterrorista mette in discussione sono accessi diretti alle viscere della mente.

Diana mette in atto il suo autodafé. Tradizione cattolica ed eresia si intrecciano in una danza propiziatoria. Intanto, tra lacrime di sangue e lacrime di sale appena sniffato, tra sputi e parolacce da bruciare in un rituale sabbatico, mentre un gruppo di giovani arabi fa foto e video con lo smartphone per testimoniare increduli il tornado culturale nel quale sono stati risucchiati, una ragazzina dietro di noi urla: “Vogliamo ballare!”.
Diana ha aperto il portale del suo corpo con un microfono infilato in vagina e invita qualcuno a suonarla con le percussioni. Un ragazzino in bilico tra la pubertà e l’età adulta sale in scena a suonare il corpo pornoterrorista con la sensibilità di un percussionista alla scoperta di un nuovo strumento.
Le vibrazioni salgono dal basso, le fiamme che bruciano l’insulto e le etichette si perdono verso l’alto.

Noi ce ne andiamo con il nostro libro nuovo in tasca e la frase di Primo Moroni che prende forma nel lobo frontale, lì vicino alle gemme di sale: “Condividere saperi senza fondare poteri.” Perché là dove si scardina un potere, immediatamente se ne insedia un altro, più subdolo, più nascosto, ma sempre figlio dell’ideologia che cristallizza e uccide ogni vita.
Ogni gesto è rivoluzionario quando nasce dall’esplorazione e dall’accettazione di noi stessi e per questo il mio consiglio è: leggete il libro di Diana J. Torres, ma sappiate che la forma del vostro desiderio liberato è quel mistero inconoscibile che ancora oggi vi spinge a ballare.

 

 

 

 

 

– Testo Agnese Trocchi –

Quando la tela dell’artista È la sua unica casa

Pubblicato il aprile 30, 2014

“Preferisco fissare le tele sul muro o sul pavimento. Ho bisogno dell’opposizione che mi dà una superficie dura. Sul pavimento mi trovo più a mio agio. Mi sento più vicino al dipinto, quasi come fossi parte di lui, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorarci da tutti e quattro i lati ed essere letteralmente “dentro” al dipinto”.

 

 

 

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L’arte non si tocca. L’arte piccolo grande serbatoio di creatività e maestosità riesce a catalizzare lo sguardo dell’osservatore a volte distratto, a volte perso. C’è chi ci credeva e chi invece ha fatto dell’arte la propria vocazione e, dall’uomo semplice che era, è diventato un artista a 360°.
In realtà tutti possono essere artisti, ma quello che conta davvero è sentirsi tale. Un artista, o almeno chi aspira a esserlo, deve, attraverso la tela, affascinare, catalizzare, coinvolgere il proprio pubblico, i suoi seguaci, i suoi sostenitori che, una volta colpiti da quello che vedono impazziranno come quasi fossero ragazzini estasiati durante un concerto rock.
Se l’artista riesce in questo allora si è conquistato di diritto l’aggettivo di uomo potente che riesce, diventando padrone della sua arte a realizzare un’opera grandiosa.
Andando avanti, il potere artistico si impossesserà di voi e vi renderà magici. Questo potere “amico”, insito dentro l’artista stesso, è un potere superiore, versatile, un potere che può colpire quell’osservatore a volte distratto, a volte perso e catturare la sua attenzione sotto molteplici punti di vista, e, una volta conquistato, quel potere che viene sprigionato dall’arte stessa ti fa rimanere imbalsamato davanti a quella benedetta tela.
L’America intera lo conosce benissimo e anche il resto del mondo: Jackson Pollock non può non essere conosciuto, perché la sua arte è unica e rivoluzionaria. La rivoluzione stessa è anche il potere di un artista, la sua forza.
Il senso del potere artistico in Pollock, non solo può essere un’arma tesa e affilata che sprigiona bellezza, ma anche un mezzo per portare avanti un proprio pensiero e soprattutto trasmettere la propria volontà al fruitore dell’opera in questione.
Le etichette non sono mai piaciute a nessuno, a Pollock tanto meno. Nonostante questo, la critica mondiale ha accostato l’arte di questo genio americano alla cosiddetta “action painting”, una tecnica di pittura che consiste nel dipingere la tela con ampi e veloci movimenti del pennello: attraverso la dinamicità di questo strumento e lo sgocciolare del colore, l’arte prende vita.
L’innovazione più importante di Pollock, all’interno di questo rapporto tra il colore e la tela si cela con l’utilizzo della tecnica chiamata “dripping”, “gocciolamento”: una vera e propria danza del colore che attraversa tutta la dimensione del lenzuolo bianco che viene tinteggiato attraverso gesti quasi coreografici. Le parole danza, coreografia, colore, tela non sono casuali quando si parla dell’Arte di Pollock.
Le opere così realizzate si presentano come un caotico intreccio di linee e macchie colorate, con una totale assenza di organizzazione razionale. Molti pensano invece ci sia una tecnica ben precisa e studiata in questo tipo di azione e che ogni colore, ogni tratto, ogni linea sinuosa abbia un significato.
La pittura è azione, sempre e, nel caso di Pollock non si può non rimanere sconvolti, innamorati, davanti alle sue creazioni.
Il potere della sua arte sta proprio in quello che egli riesce a trasmettere in ogni singolo lavoro. In ogni creazione l’osservatore si ritrova in una dimensione diversa e le emozioni che prova si alternano: dalla forza all’energia, dalla passione al caos più totale. Tutti gli stati dell’intimità umana possono essere toccati seguendo solo uno di quei tanti tratti gocciolanti di quella tela, il segreto sta nel non perdercisi dentro.
Pollock dedica una vita intera, non lunghissima purtroppo, alla pittura non tradizionale, rivoluzionaria sì, volta a toccare l’estremo, il selvaggio, alla scoperta del diverso, del particolare, fuori dalle righe. Il risultato è stupefacente.
Il potere era insito in Pollock: l’ha portato alla ribalta ed ha segnato la sua carriera come artista lungimirante che ha innamorato e sconvolto, in positivo, il mondo intero.
Facendo un passo indietro, se l’espressionismo astratto è in sintesi la combinazione dell’intensità emotiva e auto-espressiva degli artisti stessi, cui però si deve aggiungere un’immagine di ribellione, anarchica, idiosincratica e, secondo il pensiero di alcuni, talvolta nichilista, allora si può perfettamente capire come l’arte stessa non abbia solo il fine di donare bellezza, ma anche un altro valore ben preciso: quello di comunicare.
La comunicazione è potere; l’arte è una forma di comunicazione potente e di conseguenza l’arte stessa ha il potere di comunicare, deve farlo. Nemmeno questa volta le parole sono prese a caso.
Osservando in modo più approfondito l’espressionismo astratto ci accorgiamo come questa tecnica ha delle caratteristiche comuni, cui lo stesso Pollock fa riferimento nei suoi lavori. La predilezione per le ampie tele in canapa, l’enfasi per superfici particolarmente piatte, e un approccio a tutto campo, globale, grande, immenso, nel quale ogni area della tela viene curata allo stesso modo, fa capire come tutto è importante: non c’è un punto, un colore, una linea più in vista, ma tutta la tela è in primo piano, protagonista.

 

Senza titolo

La grandiosità dell’artista sta nel partire da questi presupposti stilistici e rendere la tela stessa un’opera nuova, inedita, meravigliosa, un mare in cui l’osservatore possa immergersi senza affogare. Il colore deve esaltare l’osservatore, non soffocarlo.
In ogni tela l’osservatore può ritrovare se stesso, un suo percorso e cercare di capire dove questo conduca. Quelle curve violente hanno sconvolto per un attimo il tuo animo e ti hanno dato un assaggio di un’azione nuova inesplorata, e, in quel momento, ti senti rilassato, assorbito e non vuoi più andare via.
“Quando sono “dentro” i miei quadri, non sono pienamente consapevole di quello che sto facendo. Solo dopo un momento di “presa di coscienza” mi rendo conto di quello che ho realizzato. Non ho paura di fare cambiamenti, di rovinare l’immagine e così via, perché il dipinto vive di vita propria. Io cerco di farla uscire”.
C’è una ragione più che valida se geni come Pollock si contano davvero sulle dita di una mano. La difficoltà dell’arte astratta sta proprio nel comunicare nonostante non si abbia un appoggio reale, tangibile su cui basarsi. Con il potere che l’arte è in grado di comunicare, la tela diventa la casa dell’artista e il suo padrone riesce a renderla espressiva, ma anche unica: veramente in pochi riescono in questo intento semi-utopico.
Allora, a chi crede che l’arte sia una cosa per tutti, si può dare questa risposta: l’arte è di tutti, ma non per tutti, e questo vale per tutte le sfide difficili, ecco perché esiste ancora un limite infrangibile tra la banalità, l’ovvietà e l’unicità e la bellezza.
Pollock è riuscito, in un modo tutto suo a rendere il genere artistico dell’espressionismo astratto un modo di vivere, uno stile artistico irripetibile che ha appassionato i suoi seguaci e, nonostante molti ci provino, di Pollock ne resta solo uno, e uno soltanto.

Dalla pornografia al “realismo sessuale”, la rivoluzione cinematografica delle Ragazze del Porno.

Pubblicato il aprile 30, 2014

Alzi la mano chi non ha mai guardato un film porno. Ammettetelo! Anche voi, nell’intimità delle vostre stanze, quando il desiderio monta, la noia vi pervade, la passione si accende, cominciate a cambiar canale in TV cercando del materiale pornografico oppure navigate online alla ricerca dell’immagine giusta, dello spunto che darà libero sfogo alle vostre fantasie.

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Ma chi è che produce e confeziona per noi l’immaginario pornografico?  Molto spesso, anzi spessissimo, sono gli uomini a stare dietro la macchina da presa e a dirigere e produrre i film porno. È un potere sottile ma intrusivo quello di chi produce pornografia, un potere che si insinua tra i nostri fluidi, nei nostri centri dell’eccitazione, decide il ritmo del godimento: la ripetizione dell’atto meccanico è il mantra a cui i piaceri sono asserviti e l’eiaculazione maschile è l’unico traguardo da raggiungere.

La giornalista Tiziana Lo Porto ha riflettuto sulla pornografia e sulla sua produzione in Italia e ha deciso che fosse il momento  di far emergere l’immaginario delle donne. Nasce così il progetto “Le Ragazze del Porno”, dieci registe italiane che si cimenteranno con la produzione di altrettanti cortometraggi pornoerotici. Un progetto per il quale le ragazze hanno lanciato una campagna di finanziamento dal basso su indiegogo realizzando un video-appello che sulla rete è diventato subito un piccolo caso. In fondo tutti sono subito pronti ad eccitarsi quando si sente parlare di donne e pornografia. Ma come starà andando in realtà questa campagna di finanziamento? E soprattutto: ma cosa è la pornografia?
Abbiamo rivolto le nostre domande direttamente alle Ragazze del Porno che hanno risposto nella persona della regista Monica Stambrini.

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C’è tanta confusione attorno al termine pornografia. Per qualcuno è qualcosa che serve ad eccitarsi, per altri è la manifestazione dell’osceno, secondo il dizionario etimologico è l’illustrazione delle attività delle prostitute. Potete definire con esattezza cosa intendete voi per pornografia?
Nell’usare la parola pornografia per i nostri corti intendiamo la rappresentazione della sessualità in modo esplicito, senza censure, sia da un punto di vista visivo che narrativo. Si potrebbe anche definire “realismo sessuale”. 
La sessualità riguarda la vita e l’immaginario di tutte/i, perché la sua rappresentazione dev’essere prerogativa solo del porno e non del cinema?   Nella letteratura e nell’arte… c’è molta più sessualità che non nel cinema – anche perché c’è meno censura. Io credo che il cinema vorrebbe poter raccontare in modo molto più esplicito il sesso, solo che non lo può fare perché cade nella censura che ne limita la distribuzione. 
Ma di nuovo (come negli anni ’60 e ’70) il cinema si sta cominciando a ribellare alle regole e infatti negli ultimi festival di cinema si fa un gran parlare di scene di sesso esplicite in film d’autore.



Perché i corti delle ragazze del porno saranno pornoerotici e non pornografici?
Credo che finché non gireremo i nostri corti sarà difficile dare delle definizioni. Le sceneggiature sono un’indicazione, poi quando si mette in scena una sceneggiatura molto può cambiare. Il confine fra erotismo e pornografia è abbastanza labile e soggettivo. E noi siamo tutte registe diverse, soggetti diversi. Lì è il bello.

Tra le reazioni dell’italiano medio al vostro video-appello per il crowdfunding, sui social network ci sono state le classiche: “A me non mi dicono niente”, “Non me le scoperei”, “Belle tette”. Secondo voi la vostra operazione potrà servire a bastonare lo stordimento culturale di questo soggetto sociale? O non si corre il rischio di creare un prodotto di successo che però non modificherà l’ignoranza dilagante?
Direi che per ora, già il nostro coming out ha modificato qualcosa. Noi, viste come belle o brutte, normali o stravaganti, giovani o vecchie, registe più o meno famose, osiamo esporci. Comunque le critiche erano prevedibili, l’entusiasmo con cui siamo state accolte meno, ci hanno sorpreso. Direi che è già un traguardo, al di là del prodotto – che ci impegneremo di fare al meglio per noi e per tutti quelli che aspettano con ansia e/o scetticismo.

Una pornografia ideata da donne sarà più ricca di personaggi ed emozioni“, dite nel vostro video-appello. I maschi non sono capaci di fare un pornografia ricca di personaggi ed emozioni? È un problema di genere o un problema di domanda e offerta sul mercato?
Io personalmente non credo sia tanto una questione di genere quanto di domanda e offerta appunto. la pornografia è sempre stata vista come un prodotto per uomini, fatto da uomini. Dal momento che il mercato si apre, si apre anche il genere. O viceversa. E sperimenta linguaggi e narrazioni nuove o diverse.

Erika Lust, Candida Royalle, Annie Sprinkle, sono alcune delle donne più celebri che sono passate dal ruolo di attrici porno a quello di registe del porno. Mettersi dietro alla   telecamera è una presa di potere? Avete anche voi una storia simile? E in che modo il vostro porno si relaziona con il loro e con quello di tutte le donne che fanno già pornografia?
Mettersi dietro ad una macchina da presa è una presa di potere enorme. Le donne illustri che hai citato ne hanno dato piena dimostrazione. Loro sono pioniere, e lavorano dal di dentro dell’industria del porno. Noi arriviamo da tutt’altro background ma ovviamente anche a loro ci siamo ispirate, ci hanno dato coraggio. Io ho una passione particolare per Annie Sprinkle – sta veramente facendo delle cose molto belle e anche politiche, con ironia.

Una pornografia diversa sarà ancora pornografia?
Non son fatta per le definizioni. Non lo so, questione di moda.

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A marzo avete lanciato una campagna di finanziamento su indiegogo per produrre la raccolta dei 10 corti. A circa un mese dal lancio dell’appello, come sta andando la campagna?
Allora, proprio oggi abbiamo fatto un ragionamento sulla questione: ad oggi mancano 37 giorni e abbiamo 3300 euro su 15000 che chiediamo per girare (spesando solo le spese vive) i 3 corti che lanceranno il progetto di lungometraggio fatto di almeno 6 corti. Diciamo che la nostra colletta online, ovvero il crowdfunding https://www.indiegogo.com/projects/le-ragazze-del-porno/x/5464697#home non sta andando molto bene paragonato alla visibilità che abbiamo avuto (in Italia) come ragazze del porno. Forse anche solo perché non tutti capiscono come fare a mettere soldi su un progetto online. Stiamo infatti pensando di fare dei tutorial, ma a breve perché a fine maggio è già finita. Comunque invece in parallelo, senza strategie, abbiamo fatto una vendita di opere di artisti vari, Art for Porn, che è andata molto bene, e ne faremo altre anche a Milano forse Bologna e Venezia. Art for Porn è stato un bellissimo evento e la solidarietà fra artisti (esattamente come stiamo facendo noi registe-ragazze del porno fra di noi) di questi tempi è particolarmente incoraggiante.

Ultima domanda: il direttore irresponsabile vorrebbe partecipare in (s)veste di attore… Si può?
Certo. Faremo dei provini aperti a tutti gli interessati, non solo ad attori, fra giugno e luglio. Fra Roma e Milano, per ora. Vi faremo sapere sui nostri siti le date precise.

 

https://www.indiegogo.com/projects/le-ragazze-del-porno/x/5464697#home
https://www.facebook.com/lrdpms
http://www.leragazzedelporno.org
twitter   @ragazzedelporno

– Testo Agnese Trocchi –

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