Articoli dalla Categoria “CONTEMPORARY ART

Quando la tela dell’artista È la sua unica casa

Pubblicato il aprile 30, 2014

“Preferisco fissare le tele sul muro o sul pavimento. Ho bisogno dell’opposizione che mi dà una superficie dura. Sul pavimento mi trovo più a mio agio. Mi sento più vicino al dipinto, quasi come fossi parte di lui, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorarci da tutti e quattro i lati ed essere letteralmente “dentro” al dipinto”.

 

 

 

Number 17

 
L’arte non si tocca. L’arte piccolo grande serbatoio di creatività e maestosità riesce a catalizzare lo sguardo dell’osservatore a volte distratto, a volte perso. C’è chi ci credeva e chi invece ha fatto dell’arte la propria vocazione e, dall’uomo semplice che era, è diventato un artista a 360°.
In realtà tutti possono essere artisti, ma quello che conta davvero è sentirsi tale. Un artista, o almeno chi aspira a esserlo, deve, attraverso la tela, affascinare, catalizzare, coinvolgere il proprio pubblico, i suoi seguaci, i suoi sostenitori che, una volta colpiti da quello che vedono impazziranno come quasi fossero ragazzini estasiati durante un concerto rock.
Se l’artista riesce in questo allora si è conquistato di diritto l’aggettivo di uomo potente che riesce, diventando padrone della sua arte a realizzare un’opera grandiosa.
Andando avanti, il potere artistico si impossesserà di voi e vi renderà magici. Questo potere “amico”, insito dentro l’artista stesso, è un potere superiore, versatile, un potere che può colpire quell’osservatore a volte distratto, a volte perso e catturare la sua attenzione sotto molteplici punti di vista, e, una volta conquistato, quel potere che viene sprigionato dall’arte stessa ti fa rimanere imbalsamato davanti a quella benedetta tela.
L’America intera lo conosce benissimo e anche il resto del mondo: Jackson Pollock non può non essere conosciuto, perché la sua arte è unica e rivoluzionaria. La rivoluzione stessa è anche il potere di un artista, la sua forza.
Il senso del potere artistico in Pollock, non solo può essere un’arma tesa e affilata che sprigiona bellezza, ma anche un mezzo per portare avanti un proprio pensiero e soprattutto trasmettere la propria volontà al fruitore dell’opera in questione.
Le etichette non sono mai piaciute a nessuno, a Pollock tanto meno. Nonostante questo, la critica mondiale ha accostato l’arte di questo genio americano alla cosiddetta “action painting”, una tecnica di pittura che consiste nel dipingere la tela con ampi e veloci movimenti del pennello: attraverso la dinamicità di questo strumento e lo sgocciolare del colore, l’arte prende vita.
L’innovazione più importante di Pollock, all’interno di questo rapporto tra il colore e la tela si cela con l’utilizzo della tecnica chiamata “dripping”, “gocciolamento”: una vera e propria danza del colore che attraversa tutta la dimensione del lenzuolo bianco che viene tinteggiato attraverso gesti quasi coreografici. Le parole danza, coreografia, colore, tela non sono casuali quando si parla dell’Arte di Pollock.
Le opere così realizzate si presentano come un caotico intreccio di linee e macchie colorate, con una totale assenza di organizzazione razionale. Molti pensano invece ci sia una tecnica ben precisa e studiata in questo tipo di azione e che ogni colore, ogni tratto, ogni linea sinuosa abbia un significato.
La pittura è azione, sempre e, nel caso di Pollock non si può non rimanere sconvolti, innamorati, davanti alle sue creazioni.
Il potere della sua arte sta proprio in quello che egli riesce a trasmettere in ogni singolo lavoro. In ogni creazione l’osservatore si ritrova in una dimensione diversa e le emozioni che prova si alternano: dalla forza all’energia, dalla passione al caos più totale. Tutti gli stati dell’intimità umana possono essere toccati seguendo solo uno di quei tanti tratti gocciolanti di quella tela, il segreto sta nel non perdercisi dentro.
Pollock dedica una vita intera, non lunghissima purtroppo, alla pittura non tradizionale, rivoluzionaria sì, volta a toccare l’estremo, il selvaggio, alla scoperta del diverso, del particolare, fuori dalle righe. Il risultato è stupefacente.
Il potere era insito in Pollock: l’ha portato alla ribalta ed ha segnato la sua carriera come artista lungimirante che ha innamorato e sconvolto, in positivo, il mondo intero.
Facendo un passo indietro, se l’espressionismo astratto è in sintesi la combinazione dell’intensità emotiva e auto-espressiva degli artisti stessi, cui però si deve aggiungere un’immagine di ribellione, anarchica, idiosincratica e, secondo il pensiero di alcuni, talvolta nichilista, allora si può perfettamente capire come l’arte stessa non abbia solo il fine di donare bellezza, ma anche un altro valore ben preciso: quello di comunicare.
La comunicazione è potere; l’arte è una forma di comunicazione potente e di conseguenza l’arte stessa ha il potere di comunicare, deve farlo. Nemmeno questa volta le parole sono prese a caso.
Osservando in modo più approfondito l’espressionismo astratto ci accorgiamo come questa tecnica ha delle caratteristiche comuni, cui lo stesso Pollock fa riferimento nei suoi lavori. La predilezione per le ampie tele in canapa, l’enfasi per superfici particolarmente piatte, e un approccio a tutto campo, globale, grande, immenso, nel quale ogni area della tela viene curata allo stesso modo, fa capire come tutto è importante: non c’è un punto, un colore, una linea più in vista, ma tutta la tela è in primo piano, protagonista.

 

Senza titolo

La grandiosità dell’artista sta nel partire da questi presupposti stilistici e rendere la tela stessa un’opera nuova, inedita, meravigliosa, un mare in cui l’osservatore possa immergersi senza affogare. Il colore deve esaltare l’osservatore, non soffocarlo.
In ogni tela l’osservatore può ritrovare se stesso, un suo percorso e cercare di capire dove questo conduca. Quelle curve violente hanno sconvolto per un attimo il tuo animo e ti hanno dato un assaggio di un’azione nuova inesplorata, e, in quel momento, ti senti rilassato, assorbito e non vuoi più andare via.
“Quando sono “dentro” i miei quadri, non sono pienamente consapevole di quello che sto facendo. Solo dopo un momento di “presa di coscienza” mi rendo conto di quello che ho realizzato. Non ho paura di fare cambiamenti, di rovinare l’immagine e così via, perché il dipinto vive di vita propria. Io cerco di farla uscire”.
C’è una ragione più che valida se geni come Pollock si contano davvero sulle dita di una mano. La difficoltà dell’arte astratta sta proprio nel comunicare nonostante non si abbia un appoggio reale, tangibile su cui basarsi. Con il potere che l’arte è in grado di comunicare, la tela diventa la casa dell’artista e il suo padrone riesce a renderla espressiva, ma anche unica: veramente in pochi riescono in questo intento semi-utopico.
Allora, a chi crede che l’arte sia una cosa per tutti, si può dare questa risposta: l’arte è di tutti, ma non per tutti, e questo vale per tutte le sfide difficili, ecco perché esiste ancora un limite infrangibile tra la banalità, l’ovvietà e l’unicità e la bellezza.
Pollock è riuscito, in un modo tutto suo a rendere il genere artistico dell’espressionismo astratto un modo di vivere, uno stile artistico irripetibile che ha appassionato i suoi seguaci e, nonostante molti ci provino, di Pollock ne resta solo uno, e uno soltanto.

Alejandro Caiazza – Viva la Globalizzazione!

Pubblicato il marzo 1, 2014

Alejandro Caiazza è artista e cittadino del mondo. Nato in Venezuela, di origini italiane, ha vissuto a Parigi e attualmente abita e lavora a New York City, dove sembra trovarsi molto bene.
Non prova nostalgia e pensa che viaggiare sia positivo, sia che lo si faccia con lo spirito che con il corpo. Alejandro non pensa che la globalizzazione sia un male per la società: tutt’altro.

Forse perché vive perfettamente nell’hic et nunc e va dove lo porta l’ispirazione.
Le sue opere sono esposte a Roma alla Gallery of Art-Temple University e noi di C Magazine l’abbiamo contattato per fargli alcune domande.

CaiazzaNYCstudio

La tua vita si è divisa fra Venezuela / New York / Parigi, Cosa ti ha spinto a spostarti in luoghi così lontani fra loro?
Sono cresciuto in Venezuela, dove ho tenuto le mie prime mostre personali e collettive. Nel 2000 ho viaggiato per l’Europa, ho visitato molti Musei, ho conosciuto alcuni artisti e ho deciso di trasferirmi a Parigi. Ho vissuto e lavorato a Parigi per dieci anni. Nel 2009 mi sono sposato e abbiamo avuto l’opportunità di spostarci a New York, dove viviamo attualmente.

Il tema principale di questo numero di C Magazine è l’Altrove. Dove vorresti essere in questo momento? Si tratta di un luogo fisico o di un luogo dello spirito?
Entrambe le cose. Spiritualmente voglio trovarmi ovunque mi porta la mia creatività e ispirazione. E geograficamente qui a NYC.

Negli ultimi 15 anni hai esposto in Sud America, Giappone, Stati Uniti ed Europa. Hai riscontrato differenze nel tipo di pubblico che si è presentato alle tue mostre?
In realtà no, sono stato abbastanza fortunato perché ovunque i visitatori delle mie mostre sono stati aperti e hanno apprezzato il mio lavoro.

Le tue opere hanno un sapore primario, immediato, richiamano l’arte primitiva. Parli un linguaggio universale? Vuoi arrivare al cuore prima che alla mente?
Incorporo un linguaggio universale per raggiungere i cuori e le emozioni della gente.

Cosa pensi della globalizzazione?
È grandiosa! Rende le cose molto più semplici.

Cosa pensi del mercato dell’arte?
Può essere un po’ ambiguo…

Hai origini italiane. Quanto ti senti italiano? Le radici sono importanti? Viaggiare indebolisce le radici oppure le espande?
Amo la cucina italiana, la cultura e le donne (mia moglie è italo-americana). Quindi le mie radici sono decisamente italiane!
Sì, le radici sono importanti perché ci aiutano ad autodefinirci e viaggiare le espande sicuramente

Cosa disegnavi da bambino? In che cosa i bambini sono migliori degli adulti?
Da bambino usavo qualsiasi cosa mi capitasse sotto tiro per disegnare: matite, pennarelli, pastelli.
I bambini disegnano e dipingono direttamente dal cuore, semplicemente, senza regole e senza giudicare.

Perché molte delle tue opere sono senza titolo?
Probabilmente mi concentro soprattutto sul titolo della mostra photo

Il linguaggio visivo pubblicitario è di semplice comprensione. È per questo che riesce a raggirarci così facilmente?
Sì, quella è la ragione principale.

Attualmente vivi a New York. Di quale luogo, fra quelli in cui hai vissuto hai più nostalgia? Cosa è la nostalgia?
Non ho provato alcuna nostalgia vivendo a NYC. Anche se a volte mi manca la spiaggia.

Rappresenti spesso, nei tuoi dipinti, espressioni di stupore, terrore o meraviglia. Come mai?
Si tratta di sensazioni e momenti specifici che ho provato e vissuto e che ho trasferito nei miei ritratti.

Fra le tue opere più intense, a livello cromatico, ve ne sono alcune raffiguranti animali. La foresta ha colori più brillanti della città? È più viva?
Non necessariamente. Penso che dipenda da come vedi le cose e in quale prospettiva. La città può essere molto intensa e io dipingo i colori che sento.

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Due anni fa hai esposto a Roma (Anatomia del Sentimento — Lavatoio Contumaciale). Tornerai ancora in Italia?
Certo! Proprio in questi giorni alla Gallery of Art-Temple University di Roma partecipo con alcune opere alla mostra collettiva “La Grande Illusione”

Grazie per il tuo tempo, saluta con un messaggio personale i lettori di C Magazine!
Non smettete mai di sognare e di credere in voi stessi: amate ciò che fate…
Spero di vedervi alla mia prossima mostra!
Grazie per l’opportunità!

Simone Fazio, anatomia dell’istinto

Pubblicato il gennaio 29, 2014

Simone Fazio nasce a Modena nel 1980. Lavora e vive a Castelfranco Emilia. Ha collaborato con critici d’arte del calibro di Gianluca Marziani e importanti artisti come il frontman del Teatro degli Orrori, Pierpaolo Capovilla, che ha ben descritto, con un intervento sul catalogo della mostra “CORPI” (Gestalt Gallery, Pietrasanta) le angosce pulsanti dell’artista emiliano “la pittura di Simone Fazio ci grida in faccia la disperazione di una generazione. Dietro questa si cela, imperiosa, l’ambizione di riscatto e di emancipazione di un’ umanità stanca, e senza più punti cardinali.”  
Con questa intervista Fazio ci accompagna in un percorso attraverso la sua visione, limpida e chirurgica, della società contemporanea.

Simone Fazio 150x100 Olio su Tela 2011

I tuoi lavori ricordano le inquietudini crude di Schiele, Munch o Caravaggio. Al tempo medesimo i corpi nudi delle tue donne sembrano ricamati, abbelliti dai cerchi d’acqua mentre forse annegano, fluttuanti come nereidi di Klimt. C’è qualcosa di romantico nella morte?
I miei corpi non sono morti, sono sospesi, a metà tra la redenzione e lo smarrimento nel buio vuoto. È una riflessione sul lento annegare della nostra società nel bitume oscuro in cui si celano precarietà, ignoranza e immobilità. Scintillano mentre sprofondano, compiaciuti e cullati dal caos e dall’indifferenza.

Da dove deriva questo sguardo lucido? Sei sempre stato così oppure è la reazione a qualcosa che si è rotto nel tempo?
Sono sempre stato un attento osservatore. Nel tempo si sono rotte molte cose, rapporti, convinzioni, alleanze…all’inizio pensavo diverso questo mondo che nel tempo s’è rivelato, nella mia esperienza, un coacervo di situazioni tragicomiche. Impari a muoverti al buio e sei costretto ad acutizzare molto i sensi: alle volte per cavarsela puoi usare solo l’istinto.

L’osso, la carne viva, l’anima? Hai appreso di più dai tuoi studi di anatomia oppure osservando la vita pulsante nelle sue espressioni più estreme?
Gli studi mi sono serviti per scoprire la nostra terrena precaria carnalità: la pittura mi serve per provare che siamo la summa dei nostri istinti, delle nostre speranze, dei nostri desideri.

Siamo pezzi di carne come quelli appesi nelle macellerie? E’questa la società in cui viviamo?
Nervosamente ne sono assolutamente convinto, ma cerebralmente spero che questa situazione possa volgere al miglioramento! La società in cui viviamo è molto difficile da comprendere, ha mille sfaccettature e mille chiavi di lettura, ma sul fondo ci sono sempre i cadaveri dei più deboli.

Cosa è il sadismo? Sono più sadiche le donne?
Una volgare dimostrazione compiaciuta di potere, dall’alto verso il basso. Considero le donne esseri umani (e non una categoria a parte), quindi non fanno eccezione.

Nel Buio

Cosa trovi poetico?
Fare l’amore per amore.

Modena sembra essere una città molto fiorente per quanto riguarda la scena musicale alternative-sick in cui la parte visual occupa spesso una posizione importante, ad esempio nei live. Mi vengono in mente formazioni come Timecut, Susan Acid, Sicktronic, Zeroin, per citarne alcune. Tu stesso suoni nei Kill Jesus Kill. Quali sono i valori-antivalori di questo particolare movimento artistico?
Io personalmente ho smesso: ci sono riuscito. Ero stanco ed annoiato dalla difficoltà con la quale ci si muove tra locali e gestori, tra etichette e truffatori. Il progetto piace ma non ti fanno suonare, chiedi due soldi e te li rifiutano…faccio già il pittore, non potevo più fare tutto, a 33 anni devi scegliere.
In questo preciso momento non saprei cosa dire: la pittura richiede tempo e dedizione, raramente esco e quando decido di farlo pondero attentamente le proposte che i live offrono. I Timecut mi piacciono e sono amici!

Questo numero di C magazine ha come tema centrale la realtà. In molti tuoi dipinti compaiono confezioni di farmaci. La realtà alterata chimicamente è sempre definibile come realtà? In che misura? Sei estremamente preciso nella riproduzione dei dettagli. Definiresti le tue opere come iper-reali?
Philip K. Dick disse che la realtà è quella cosa che, anche se smetti di crederci, non svanisce.
Il concetto nasconde qualcosa che riporta al Razionale, al tangibile con l’esperienza.
Tutto ciò che è alterato, distorto o “aumentato” ha a che vedere con la fuga da una condizione che non soddisfa: il tossico fugge dal reale perché doloroso o inaffrontabile, così come “l’ignorante” fuga la sua condizione con apparecchiature elettroniche che lo illudono di avere conoscenza…alla fine però entrambe le categorie, senza gli opportuni aiuti, ritornano al reale e il cerchio si chiude.
Io analizzo solo quello che vedo, ciò di cui ho conoscenza e diretta esperienza: il dolore, la morte, l’amore e la speranza sono i temi assoluti della nostra umanità, condivisi a tutte le latitudini e presenti da millenni.
Questa secondo me è la realtà.

Quale significato attribuisci al “Mein Kampf”, che compare in una delle tue opere?
È un trattato politico, e come tale è servito in un certo momento a dare credito ad un gruppo di pressione per avere ragioni ideologiche e storiche.
È inutile ricordare com’è finita! Purtroppo però noto con un certo ribrezzo che queste idee rigurgitate stanno prendendo piede tra i giovani europei, assecondati anche da classi politiche compiacenti.
La storia è una delle materie più ignorate da tutti: basterebbe imparare da essa per non ripetere gli stessi noiosi errori!

Ricerchi sempre le ombre?
L’ombra è nel dna della mia pittura.

Ti definiresti un artista punk?
Punk nel senso “Do it yourself” assolutamente si. Ma musicalmente sono più vicino all’Industrial: sono nato in una città piena di fabbriche, cullata dai suoni dei clacson e dai rumori delle officine all’opera. Per la mia generazione il Punk è stato solo un vezzo modaiolo senza aderenze con la filosofia.

Cosa raccontano le tue opere? Cosa dicono di te i critici?
Le mie opere raccontano il mondo che vedo: pieno di contraddizioni, compiaciuto della deriva che sta prendendo, comandato da personalità vuote e inutili, alla ricerca disperata di redenzione e di salvezza, chiuso, respingente e aggressivo, dove ogni valore è sottoposto al giudizio del denaro.
Io sono ciò che dipingo, la summa dei miei pensieri, delle mie angosce e delle mie speranze. Spesso mi dicono che sono “inquietante” e “violento”: non mi sembra di esserlo più di un telegiornale o di una prima pagina di quotidiano. Non sono io ad essere violento e inquietante, è il mondo che lo è.

Monica Silva, la fotografia che cura l’anima

Pubblicato il gennaio 29, 2014

Monica Silva, nata in Brasile e naturalizzata italiana, è una fotografa specializzata nel ritratto concettuale.
I suoi lavori sono pubblicati dal Corriere della Sera, Io Donna, Style, Sette, Max, Flair, Chi, Panorama, Grazia e altre testate. Queste collaborazioni l’hanno portata ad incontrare e ritrarre personalità della cultura e dello spettacolo come Paolo Sorrentino, Toni Servillo, Gad Lerner, Fiona May e molti altri.
Dedita alla sperimentazione fotografica, Monica Silva si è occupata anche di fotografia per architettura d’interni.
In qualità di fotografa professionista Nikon e di testimonial per Hasselblad e Manfrotto, questi marchi la ingaggiano spesso per seminari e workshop di psicologia nel ritratto, sia in Europa sia in altri continenti.
Parallelamente all’attività commerciale, Monica Silva si dedica alla fotografia artistica dal 2008.
Abbiamo assistito alla sua ultima mostra a Milano “The Butterfly’s Fall.
Postcards from Tokyo”, che si è tenuta presso la Nuova Galleria Morone: una raccolta di foto inedite su Tokyo e una toccante videoinstallazione in cui la fotografa brasiliana mette l’anima a nudo su un vissuto personale particolarmente drammatico, trasformando la liberazione di una farfalla dalla crisalide nel simbolo di una catarsi emotiva di straordinaria delicatezza

Tokyo G

 

Hai fotografato musicisti e personaggi famosi, che cosa cerchi nei volti che ritrai?
Cerco sempre di “spogliare” ogni persona che ritraggo dalle maschere che indossa all’interno della sua vita sociale. Cerco momenti intimi, senza forzatura. Sono diverse le modalità attraverso le quali porto i miei soggetti a sentirsi liberi di aprirsi con me, sono questi i momenti che mi interessano, quelli in cui raccontandomi un momento di vita, una storia della loro quotidianità o un pensiero ad un figlio lasciano emergere la loro natura più “autentica”.

Nei tuoi racconti di viaggio, attraverso le immagini che catturi, oltre a documentare ciò che vedi, permetti al viaggio di cambiarti e di conoscere meglio te stessa. Se tu fossi una città oggi, quale saresti?
Se mi dovessi identificare con una città in questo momento della mia vita sceglierei senza dubbio Tokyo. Perché è una città in eterno movimento, altamente tecnologica, piena di contraddizioni, visionaria, brulicante di idee e ricca di tradizione, di storie ancestrali, di persone senza età.

Ti rivolgi sempre in direzione della luce?
Certo! La luce infatti è la prima complice di un fotografo! L’etimologia della parola “fotografia” in greco e la sua traduzione letterale, è DISEGNARE CON LA LUCE o SCRIVERE CON LA LUCE. Quando entro in un luogo, se non ho con me luci professionali, cerco subito una fonte luminosa, quella più congeniale alla foto che voglio fare. Noi fotografi non siamo niente senza luce!

In The Butterfly’s Fall, installazione video-fotografica che abbiamo visto recentemente in mostra a Milano, condividi apertamente e con grande delicatezza il tema drammatico della pedofilia, orrore che ti ha colpita personalmente nel corso della tua infanzia. Si tratta di un filmato molto toccante che esprime la forza della femminilità proprio attraverso la sua fragilità. La metafora della crisalide che si risveglia farfalla è di grande impatto emotivo. So che si tratta di un percorso auto-analitico attraverso l’arte e la guarigione dello spirito che hai intrapreso da tempo, ma penso che potrebbe aiutare, nella sua semplicità, tante bambine ed ex bambine che sono passate attraverso lo stesso calvario. Come pensi di diffonderlo? Verrà esposto ancora?
Questo progetto è partito in modo molto embrionale. Oggi mi sento ancora un bruco che deve divenire farfalla. Ho in mente uno sviluppo molto forte di questo progetto. Con video, libro oltre a installazioni e mostre in giro per il mondo. Dobbiamo imparare a trasformare i nostri dolori, per quanto terribili essi siano, in cose belle e in testimonianze che aiutino coloro che non hanno la forza di esprimere la volontà di combattere queste violenze. L’arte mi ha aiutato e continua ad aiutarmi molto. Ognuno di noi dovrebbe trovare il proprio modo per utilizzare il suo dolore, imparare ad affrontarlo, per combatterlo per trasformarlo un punto di forza. Nella pellicola “Il danno”, c’era una frase che mi ha molto colpita: “Chi ha sofferto un danno è molto pericoloso, perché sa di poter sopravvivere.” Ecco io sono una di quelle persone

Il tema di questo mese di C magazine è la cosiddetta “Realtà”. Da fotografa e da artista, sei abituata ad osservare il mondo da più punti di vista e sotto luci e aspetti diversi. La realtà esiste? Esiste una unica realtà?
La realtà, se esiste una realtà, viene filtrata da ogni persona in modo differente. Tutto dipende dal background di una persona. Cito un pensiero di Luigi Pirandello: “Abbiamo tutti un mondo di cose dentro di noi e ognuno di noi ha il suo mondo privato. Come possiamo capirci se le parole che uso ha il senso e il valore che mi aspetto che abbiano, se chi mi sta ascoltando, inevitabilmente pensa che quelle stesse parole hanno un senso e un valore diverso, a causa del mondo privato che ha dentro di sé anche lui?

Mario Venuti

Il tuo modo di fare fotografia è estremamente poetico. Leggi molto?
Non so dire se è poetico ma di certo devo molto ai libri. I libri mi permettono di creare immagini surreali e solo mie. I libri mi portano lontano in viaggi paralleli e stimolano la mia fantasia con personaggi che esistono solo nella mia testa. A volta una sola frase mi scatena un intero progetto. Ogni essere umano dovrebbe avere il desiderio di leggere almeno un libro al mese. Apre la mente, ci rende meno schiavi dai poteri oscuri della politica, per esempio, ci insegna a vedere oltre. A essere meno manipolati. Ci rende più colti, ci fornisce stimoli per conversazioni interessanti e stimolanti nelle serate con gli amici.

Hai ritratto spesso uomini intenti nell’atto di fumare. Si tratta di immagini di grande effetto visivo, come se il fumo uscisse dalle fotografie per raggiungere lo spettatore. Che significato ha il fumo per te?
Odio il fumo! Ha un significato terrificante per me, proveniente dalle violenze che ho subito da bambina. Ho imparato ad affrontare il fumo in modo artistico, traendo il belloPaolo Sorrentino da una esperienza negativa. E’ stato un mio modo di esorcizzare, fa parte del mio ciclo “auto-terapeutico”.
In che modo anima e immagine si collegano fra loro?
Sono due mondi paralleli che non si sfiorano nemmeno. I compito del fotografo è quello di avvicinarsi il più possibile alla rappresentazione visiva dell’anima del soggetto fotografato. Questo succede solo quando c’è una forte empatia, una connessione che va oltre i metodi accademici. Ci vuole rispetto e sacralità, comprensione e sensibilità per ascoltare quegli attimi sfuggenti di una persona che raramente ci viene concessa.

Insegni da alcuni anni Psicologia nel ritratto? Di cosa si tratta? Esistono corsi aperti al pubblico?
I miei corsi di psicologia nel ritratto sono un’evoluzione del lavoro che ho iniziato su me stessa qualche anno fa. Si tratta di corsi dove guido le persone a guardarsi dentro attraverso esempi tratti dalla storia dell’arte, dalla fotografia e dalla letteratura. Un fotografo prima di essere tale dovrebbe passare lui stesso attraverso un intenso processo di auto-analisi compiuto attraverso autoscatti, per conoscersi meglio, per rafforzare la propria immagine, per poter gestire meglio una sessione fotografica che talvolta può essere un compito davvero difficoltoso. Sono dei workshop a numero chiuso di partecipanti rivolti a chiunque voglia partecipare.

Esiste bellezza in ogni cosa? La bellezza può cambiare il mondo?
La bellezza sta negli occhi di chi la contempla, diceva David Hume. Ci sono persone che vedono tutto bellissimo ed altre che si domandano: Dove?!
Non credo che ci voglia bellezza per cambiare il mondo, ma guardare dentro noi stessi per cambiare quello che non vogliamo essere. Il mondo è bellissimo com’è. E’ l’uomo che lo rende invivibile. Non cambierei il mondo ma inviterei le persone a cambiare sé stesse per far sì che la vita intorno a noi sia migliore.

Hai nuovi progetti in cantiere?
Ho molti progetti in cantiere. Una personale a Sao Paulo, un libro, una personale a New York e tanti, tanti servizi strabilianti.

Monica Silva sarà a Catania il 22 e 23 febbraio presso lo Spazio Cromatico di Via Ursino 8.
http://cromaticophotofestival2014.moonfruit.com/home/4581958927

per due presentazioni:
L’io dentro me – La psicologia nel ritratto
Ritratto ad arte – Il ritratto nella storia dell’arte.

Femmes… le donne di Eva

Pubblicato il gennaio 1, 2014

La Pepa Tencha – artistico bar de copas nel cuore di Madrid – apre le porte del suo club alla fotografa spagnola Eva Rico Aparicio con la sua personale: Femmes. Una expo fotografica voluta dall’artista che offre la sua visione della femminilità e dell’essere donna nella contemporaneità del nostro tempo strizzando l’occhio a eleganze e atmosfere vintage, di altri tempi. Fra birra alla spina e un ambiente multiculturale – tale è il mood che si respira alla Pepa Tencha di Calle Apodaca – prende forma la chiaccherata con Eva e le “sue” donne.

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La tua personale s’intiola Femmes… titolo chiaro e che non lascia spazio a fraintendimenti. Come mai hai focalizzato la tua ispirazione e attenzione sull’universo femminile? Cosa ti ha spinto a realizzare questa mostra?

Ho preferito muovermi in un universo che conosco bene. Inoltre ho la fortuna di essere circondata da amiche molto belle e di talento. Donne forti e lavoratrici, versatili e poliedriche. Quindi ero certa che non sarei caduta nella monotonia e avrei potuto realizzare il lavoro così come lo avevo immaginato nella mia ispirazione, nella totale libertà di espressione.

La donna che rappresenti spesso ha uno sguardo che si allontana dall’oggettività. Ci vedo un’astrazione. La donna che rappresenti si guarda allo specchio, fuma ad occhi chiusi, o guarda nel vuoto. Cosa sta cercando? Clara,piano-001

In effetti si tratta di una ricerca interiore. La mia donna vuole sentirsi bella, libera, e amare la vita con estrema passione.

Guardando le immagini pare quasi che la tua donna non abbia bisogno di denudarsi per mostrarsi. Non sono presenti scatti di nudo…

Trovo sia più interessante insinuare che mostrare. Lasciare immaginazione agli occhi dello spettatore. Non rivelare la totalità. È per tale ragione che ho scelto in alcuni scatti di ritrarre solo alcuni dettagli: una mano con una sigaretta fumante, un pezzo di volto, o il corpo a figura intera di spalle disteso sul pavimento come stesse riposando. Questo ha influito anche sula scelta delle luci. Volevo ricreare un’ atmosfera di altri tempi… come quando si utilizzavano solo le luci naturali. Magari una luce che filtra da una finestra nel pomeriggio. Senza flash.

In molto scatti il corpo della donna si confonde con strumenti musicali come un pianoforte. Nell’armonia del corpo femminile che genere di musica ci vedi?

Il movimento dato dalle curve di un corpo femminile sotto un certo aspetto è sovrapponibile ad uno spartito musicale. Io lavoro sempre con musica di sottofondo, e la cosa mi aiuta nell’atto creativo. Se dovessi immaginare una musica che identifichi le mie Muse, direi Classica, elegante, sexy.

È ricorrente nel tuo lavoro l’immagine dettagliata di piedi e tacchi a spillo. Io ci vedo una matrice feticista. Trovi che la rappresentazione del feticismo identifichi in pieno l’essenza della femminilità?

Sì, sono d’accordo. Il tacco è un elemento che ci rende ancora più femminili anche nel portamento. L’aspetto feticistico nell’arte è diverso che nella vita reale: basti pensare all’uso che ne è stato fatto nel cinema, da tutte le dive del grande schermo e della canzone. Io credo che il glamour necessiti visivamente del tacco alto. “Calpestare” con decisione ma con eleganza. Senza mai stridere.

Sei nata quasi a cavallo di quell’epoca che segnò il cambio socio politico della Spagna. Come interpreti l’evoluzione della donna post franchista con particolare attenzione alla figura della donna del nuovo millennio?

La donna contemporanea lavora. Siamo più presenti e attive. Siamo il timone della società come voi. Adesso la donna piò viaggiare senza dover ricevere il permesso del marito. Siamo meno sottomesse. Decidiamo. E se lo vogliamo divorziamo senza suscitare alcuno scandalo. Una donna single non rappresenta la fine del mondo come un tempo, adesso siamo padrone della nostra vita. Continua ad esistere il maschilismo ma non è più così radicale come un tempo e noi donne – e le mie Muse ne sono un esempio – vivono la propria esistenza nella totale autodeterminazione, lavorando, guadagnando e realizzandosi attraverso la professione che hanno scelto.

Da quali fardelli ancora dovete liberarvi? 

Dovremmo raggiungere le alte sfere del potere. Tutto sarebbe differente. Ho letto uno scritto di una donna india che sosteneva che le donne danno la vita, la luce e non il contrario. Lei sosteneva che se noi donne gestissimo il potere decisionale della società probabilmente ci sarebbero meno guerre nel mondo. Per una forma mentis naturale e insita in noi donne. Con questo non voglio intendere che siamo migliori, solo penso che siamo meno distruttive.

Puoi descriverci la tua tecnica di lavoro?

Tutta l’operazione è stata low cost. Le ragazze si son truccate e pettinate da sole, non mi sono avvalsa di uno staff particolarmente cospicuo. Non ho quasi utilizzato Photoshop o altri programmi di post produzione. Mi sono avvalsa principalmente di elementi naturali. Come dicevo prima, nel mio lavoro ho solo bisogno di una buona luce e del concetto che voglio esprimere. Per questo progetto in particolare, volevo qualcosa di molto naturale. Non volevo utilizzare 40 flash sul set o spendere chissà quanti soldi per la produzione. In tempi di crisi così forte bisogna avvalersi dell’ingegno. Dietro a una foto apparentemente semplice c’è un grande lavoro… almeno è così nel mio caso.

 

  

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