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Reggio Calabria: Viaggio al termine della notte! – intervista a Giuseppe Falcomatà –

Pubblicato il giugno 28, 2014

Giuseppe Falcomatà è uno dei candidati alle primarie PD che si terranno giorno 6 luglio 2014 a Reggio Calabria.
È giovane, e non nell’accezione fancazzìsta ed immatura. La sua gioventù è simile a quella di tanti altri giovani, anagraficamente o interiormente, che rappresenta la consapevolezza, il desiderio di cambiare le cose, il bisogno di andare avanti… una gioventù che continua ad interrogarsi e ad ascoltare, ma che è in grado anche di dare risposte!
Giuseppe Falcomatà reinterpreta in chiave contemporanea l’esistenzialismo di una società che ambisce ad uscire dal buio.
Si esprime con profonda cognizione – con fare acceso a tratti –  con considerazioni degne delle migliori intuizioni sociologiche, così come quando vede il concetto di solitudine facente parte del degrado urbano.
È molti anni ormai che sono andato via da Reggio… però adesso, magari, potrei anche tornare a casa!

 

Giuseppe Falcomatà

 

 

 

Reggio Calabria: cosa è accaduto in questi ultimi anni?
Negli ultimi dieci anni la nostra città ha vissuto un black out istituzionale che è culminato con lo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose… o meglio, per contiguità mafiose, che rappresenta un fatto che va oltre l’infiltrazione, in quanto la contiguità sta a significare che ‘ndrangheta e istituzioni si sono sedute insieme per decidere comunemente le sorti della città.
Questo, naturalmente, ha prodotto negli anni un accumulo di debiti con spreco di denaro e di risorse pubbliche che noi oggi paghiamo in termini di aumento di tasse e tributi comunali. Infatti, è bene dirlo per essere trasparenti al massimo, quanto accaduto porterà a dover affrontare un piano di equilibrio che nei prossimi dieci anni vedrà l’intera comunità reggina pagare tasse e tributi locali alle stelle a causa di inefficienze nella pubblica amministrazione.
È impossibile, dopo anni di buio, riportare in un solo istante la luce! Dunque, la prossima amministrazione si troverà a dover affrontare una prima fase di convalescenza che accompagni la nostra città ad uscire dalla malattia, a rimettersi in forze e rialzarsi in piedi.
È evidente che Reggio con le sue sole forze non ce la può fare, avremo quindi bisogno di un consistente aiuto da Roma.

Nel tuo programma citi una frase del sindaco La Pira: “[…] dare un compito alla città[…]”. Qual’è concretamente il compito?
Sì. La Pira conosceva, in quanto sindaco, le esigenze primarie di una città e sapeva bene che non basta amministrarla, ma bisogna darle un ruolo preciso, altrimenti la città muore.
Significa che ognuno di noi, ogni cittadino, non può più delegare agli altri le scelte amministrative perché di fatto delegherebbe quello che è il suo futuro. Nessuno può dirsi indifferente alle scelte politiche, perché la politica entra nella vita personale di ognuno di noi: dal semplice affitto degli impianti sportivi comunali, al parco, agli eventi culturali che danno lustro ad una comunità, alle infrastrutture che rendono i quartieri non soltanto semplici dormitori ma veri e propri luoghi in cui vivere la propria società.
Quindi, ognuno di noi deve avere un ruolo e deve fungere da pungolo per la pubblica amministrazione. Abbandoniamo l’istituto della delega, ed abbracciamo l’istituto dell’adesso tocca a noi! E diventiamo davvero protagonisti di quel che accade all’interno di palazzo San Giorgio.

Nel tuo programma parli di rieducare alla Bellezza… concetto che trovo interessante ma che immagino sia un processo lento e articolato specie in questo momento storico così vicino a quanto avevano descritto e predetto molti pensatori del ‘900 che vedevano nella natura umana del loro tempo e delle generazioni future quella Porcherìa, come la definirebbe Celine. Quel senso di anomìa e masochismo che difficilmente lascia trapelare emozione reale davanti alla bellezza…. qual’è il tuo punto di vista e come intendi procedere?
In tema citazionistisco, ne utilizzo una anche io: Peppino Impastato diceva “noi dobbiamo educare i cittadini alla bellezza”.

Il che, trasposto ad una realtà cittadina, vuol dire far conoscere al cittadino quel che è bello, e non soltanto nell’accezione prettamente estetica, ma anche classica, in quanto autentico, vero.
Questo significa non rassegnarsi alle brutture e far si che il nostro occhio non si abitui a cose che in realtà non dovrebbero esserci…Faccio un esempio: qualche tempo fa, tornando da scuola, mio nipote si sorprendeva del fatto che un camioncino della nettezza urbana stesse raccogliendo la spazzatura sia dentro che fuori dai cassonetti; io trovo che questo sia un episodio simbolico, perché se nell’immaginario di mio nipote la normalità era vedere i cassonetti stracolmi di spazzatura con i cumuli di immondizia ai lati, ed invece a stupirlo è stato il fatto che ci fosse un camioncino che la stesse raccogliendo…. è facile capire che la sfida è proprio questa.
Mio nipote che ha sette anni, non è mai vissuto in una città normale, dove un qualunque cittadino si sarebbe sorpreso della presenza di spazzatura e non del contrario.
Non abituiamoci al brutto, non abituiamoci all’immondizia, non abituiamoci alle facciate dei palazzi non rifinite, ai marciapiedi con le mattonelle sconnesse, alle strade piene di buche e alle piazze che diventano soltanto un ricovero per spacciatori e passeggiatrici.
Abituiamoci a difendere il decoro urbano e difenderemo una bellezza in senso ampio.
Durante uno degli incontri che abbiamo fatto nel corso di questa campagna elettorale una persona ha suggerito di non parlare più di assessorato alla cultura, dato che la cultura è necessaria in qualunque ambito della pubblica amministrazione, bensì di un assessorato alla Bellezza. Iniziativa che io trovo interessante.

La tua linea programmatica rappresenterebbe una vera svolta in città specie dal punto di vista dell’attenzione che poni nei confronti dell’ambiente e dell’ecologia. Quanto sarà complesso reimpostare un percorso di questo tipo in una città che vede istituzionalmente ancora nel cemento il progresso?
Non possiamo più continuare a ingolfare la nostra città di cemento. Fra i nostri obiettivi c’è un’edilizia a mattoni zero, riportando in vita quello che già c’è… sia esso un’aiuola, piuttosto che un marciapiede.
Ci sono zone della città, dove le sterpaglie sono così alte che ormai non si vede più nemmeno il marciapiede. È per questa ragione che in programma esiste un punto chiamato: la battaglia delle piccole cose: ripristiniamo il decoro urbano, cosa che oltretutto non rappresenta nulla di più di quanto già sarebbe imposto dal testo unico degli enti locali che vede fra le altre cose sostanziali la cura dei servizi essenziali, la raccolta dei rifiuti e l’illuminazione pubblica.
La più grande sfida è riportare la città alla normalità. E non mi riferisco soltanto ad ambiente e verde, o all’abbracciare concretamente una sfida che riguarda le energie rinnovabili, la sfida è anche recuperare tutte quelle opere pubbliche terminate e non consegnate, o non terminate perché l’azienda ha abbandonato il cantiere, o addirittura quelle opere che sono ancora in fase progettuale.
Il vero degrado non è rappresentato solo dal marciapiede sconnesso e i muri imbrattati… il vero degrado è la solitudine. Per evitare che nei quartieri si soffra di solitudine, dobbiamo renderli vivi! Ricchi di strutture ricettive, ricchi di spazi comuni che compongono l’aggregazione.
Pensa quanto può essere paradossale che in una città che potrebbe vivere all’aperto sei mesi l’anno, non ci sia un canestro da basket in una piazza o una porta da calcio. Mancano quei classici playground che in città come New York ad esempio hanno rivalutato determinati quartieri.

C’è un tema che per ragioni personali mi sta molto a cuore: la fuga dei cervelli, di cui inoltre si parla tanto in questi anni. Giorni fa ho casualmente riletto uno scritto di Corrado Alvaro, in cui l’autore parla dell’emigrante, ritenendo che il meridionale in generale ma il calabrese in particolare, emigra non tanto per una ricerca economica, o per un arricchimento monetario… bensì, per cambiare “stato”… come se si sentisse fondatore di una nuova civiltà, di una nuova generazione. È dunque inevitabile che molti dei nostri cervelli vadano via, o esiste un modo che possa trattenere le nostre anime migliori in terra evitando la diaspora?
Io non voglio fare il populista e sostenere che dobbiamo evitare la fuga dei cervelli o che dobbiamo trattenere i nostri cervelli in città.
Preferisco invece cambiare il punto di vista, e dire che l’esperienza formativa fuori, sia essa lavorativa o universitaria, deve essere una scelta del cittadino e non un obbligo.
Renzo Piano consiglia spesso di contaminarsi il più possibile di esperienze che possano arricchire il nostro io, e poi tornare nelle proprie città per mettere quelle esperienze e quella ricchezza acquisita a servizio della propria comunità, della città in cui si è nati.
Ben venga, quindi, chi decide scientemente di partire e arricchirsi di nuove esperienze, ma è anche importante consentire a chi intenda lavorare e studiare nella propria terra di poterlo fare.
Da un punto di vista universitario, nonostante pubblica amministrazione e atenei siano due enti del tutto indipendenti, non si può e non si deve escludere un’interazione fra le due parti.
Basti pensare a quanti progetti a favore della comunità cittadina potrebbero essere ricavati a costo zero da studenti delle nostre università messi a servizio della comunità. Mi riferisco al tema di recupero e classificazione di beni architettonici, storici, artistici e culturali; o per quanto riguarda la Facoltà di agraria, classificazione e riqualificazione di quello che è il patrimonio botanico della nostra città. Dunque, in tema di realizzazione concreta delle cosiddette smart cities di cui tanto si parla, perché non creare i giusti presupposti affinché tutto quello che viene creato all’interno della nostra Università possa essere messo al servizio della comunità in cui è stato creato?!
Naturalmente, per un giovane, rimanere qui non significa soltanto Università… una città universitaria è una città viva, che sviluppa la sua socialità, e che mantiene le saracinesche dei pub, e dei negozi e dei ristoranti attive fino a tarda ora. Questo è un altro aspetto, e rappresenta un’ulteriore conseguenza positiva.
Per quanto riguarda il mondo del lavoro, è opportuno chiarire un aspetto che rappresenta il punto di non ritorno e di discontinuità con quello che è accaduto a Reggio in dieci anni: la pubblica amministrazione non è tenuta a dare lavoro! Semmai, è tenuta a creare le condizioni affinché posano nascere occasioni.
L’unico modo per entrare all’interno di una pubblica amministrazione è mediante il concorso pubblico, cosa che negli ultimi dieci anni la nostra città non ha visto mai, perché si è venduta un’illusione che si potesse accedere al mondo del lavoro e della pubblica amministrazione con strumenti diversi da quelli previsti della procedura dell’udienza pubblica. E questo non ha creato lavoro… ha creato precariato e grossi disagi ai lavoratori delle società miste che operavano fino ad oggi nel comune di Reggio Calabria nettamente in forte sovrannumero, dato che se una ditta che potrebbe dar lavoro a cento dipendenti viene invece infarcita di trecento, va a fallire rapidamente.  Quindi adesso tutte queste persone si trovano davanti a un grande punto interrogativo, davanti aun futuro lavorativo incerto, anche sotto il profilo personale e familiare, e solo perché si è deciso di ingolfare questa società senza che ce ne fosse una reale necessità. In una città in cui la maggior parte delle famiglie sono monoreddito, se tutte queste persone andassero a casa ci troveremmo di fronte ad una situazione di forte emergenza sociale. È chiaro quindi che tutti questi punti interrogativi si debbano trasformare in punti esclamativi. Come? Intanto le società miste non ci sono più e non ci saranno più… e l’unica strada è quella di abbandonare l’idea del pubblico/privato,  e fare delle società in house, quindi a capitale interamente pubblico, e che diano garanzia di stabilità definitiva a queste famiglie.
Al di la del pubblico, ciò che funziona maggiormente nostra città, una delle fonti di maggiore impresa, è l’edilizia, e l’edilizia funziona se ci sono i cantieri aperti, così come i cantieri aperti funzionano se c’è un’amministrazione virtuosa che riesce a mettere in campo quei progetti non soltanto nella fase iniziale ma seguendo il progetto fino a conclusione.
Bisogna rimettere in moto il tessuto sociale della città. Noi abbiamo una grande risorsa che va assolutamente sbloccata: il Decreto Reggio, legge speciale fatta alla fine degli anni ’80 per la nostra città, ancora ricca di fondi e e ancora ricca di opere che possono essere utilizzate a servizio delle imprese, dei cantieri e delle opere pubbliche. Inoltre, come ho detto a inizio intervista, non possiamo non puntare sui fondi comunitari della programmazione 2014-2020… ci sono tantissimi denari, non abbiamo più scuse per dire che questi soldi arrivano e se ne vanno, perché non ci sarà più il filtro regionale, Reggio Città Metropolitana gestirà direttamente i fondi comunitari, quindi adesso non avremo più scuse. Se non saremo capaci di fare, come hanno fatto altre città d’europa che hanno cambiato volto grazie a questi fondi – prendi ad esempio Budapest in cui tutte le opere portano la targhetta: realizzato con i fondi comunitari – allora dovremo andare a casa perché non avremo più scuse.

Giuseppe Falcomatà

Ricordo l’epoca in cui a Reggio Calabria vennero aperti i primi lidi, impostati come strutture balneari che accoglievano un target ampio di clientela… E ricordo anche la piega che tali realtà hanno preso negli ultimi anni, realtà diametralmente opposta a quella precedente. Laddove diventassi sindaco di Reggio, quale sarà la tua posizione in merito? I lidi torneranno ad essere  stabilimenti balneari o resteranno discoteche a cielo aperto?
Naturalmente la mia riposta non può che essere d’accordo con quella che è la tua premessa.
Tra l’ altro non ha senso che il tutto si riduca ad un susseguirsi di discoteche messe una accanto all’altra… è uno spreco enorme avere queste strutture che dovrebbero mettere in simbiosi una città con il mare e sfruttarle solo in tal senso, specie dopo una conquista importante di quella giunta che andò a Roma, a suo tempo, a sbattere i pugni affinché il lungomare venisse strappato alle ferrovie e restituito alla città. Ci si potrebbe fare molto di più. Quelle realtà non nascono come discoteche, e noi dobbiamo puntare ad una città che da un punto di vista culturale offra maggiori spazi e maggiori occasioni di vivere la notte.
Ci sono tante iniziative che si possono realizzare, e a me quando dicono che con la cultura non si mangia, mi viene da ridere… basti pensare, infatti,  che in passato era stata avviata l’iniziativa de: Uno schermo sull’acqua, che era il Festival internazionale del cinema; oppure potremmo parlare dei Caffè Letterari… parliamo non solo di discoteca, ma anche di concerti, di musica dal vivo.. noi potremmo, possiamo e dobbiamo fare di tutto.
Ridurre la cosa a un susseguirsi di discoteche, intanto toglie dignità a quelle realtà che invece nascono come tali, precludendo a esse la possibilità di continuare a farlo, ed è un modo di interpretare il turismo che esclude anche tutto quel bacino di visitatori della terza età: basti pensare che non esistono bagni pubblici, non esiste una guardia medica funzionante in centro, un tempo esisteva un info-point adibito in uno splendido chioschetto in stile Liberty, che in seguito è stato chiuso e trasferito all’interno di un noto bar cittadino e che adesso non c’è neanche più.
Reggio città turistica passa da tutte queste premesse e precondizioni. Abbiamo tante risorse, e abbiamo tante esperienze positive da prendere come esempio… la Puglia, la zona del Salento, che puntando sul turismo ha rivalutato tutto un litorale incentrando l’attenzione sulla propria identità culturale. Il turismo non è dato solo da un accordo con Costa Crociere o con le compagnie aeree che portano i turisti di Vienna a Reggio ma che non consentono ai reggini di andare a Vienna, dato che a carte inverse non esiste un volo Reggio-Vienna… cosa del tutto paradossale!
Noi abbiamo un territorio ricco di cultura e di offerte paesaggistiche, che, laddove venisse circuitato in un sistema integrato farebbe sì che Reggio non sia soltanto una città dal turismo mordi e fuggi.
Inoltre, non esiste ancora un sito che sia patrimonio dell’UNESCO… a differenza di tante altre isole del turismo, vedi Ibiza che ha due siti UNESCO per la biodiversità.
Noi abbiamo tanto da offrire: mura greche, terme romane, l’antico castello… e tantissimi altri luoghi che una volta diventati accessibili potrebbero dare tanto al nostro turismo.

 

 

Reggio Calabria

Chiudo con una battuta… pare che il motto inciso sul simbolo personale di Tommaso Campanella, che era appunto una campanella che alludeva alla necessità di svegliarsi dal sonno dell’ignoranza e dell’accidia, recitava un: “Non tacerò”. Ahinoi, Campanella non ci è riuscito… ed è morto a Parigi, lontano da casa. Ti attende un’impresa davvero ardua!
Sì, è una sfida ardua. Questo viaggio è nato con un pizzico di follia, ma siamo accompagnati da ottimi compagni di viaggio, convinti che questo sia il percorro migliore…. ed esiste una Reggio viva, che non si abbandona all’antico brocardo del: non c’è niente… va tutto male, non si può far niente… c’è una città che vuole bene a se stessa e che non è contenta della situazione in cui si trova. C’è una città che intende reagire. Una città che per qualche anno ha delegato, ma che adesso ha voglia nuovamente di rimettersi in gioco… bisogna soltanto dare ai cittadini la possibilità di farlo!
Se queste primarie dovessero restare un qualcosa per addetti ai lavori, avremo fallito. Se invece queste diventano le primarie della città e dei cittadini, dove i cittadini stessi sono protagonisti direttamente del cambiamento, allora saremo davvero ad un passo dalla svolta.
Questo è l’anno zero per Reggio Calabria, e mai come ora la città è dei cittadini, che finalmente se ne possono riappropriare.

Astenia e alterazioni della sfera sessuale

Pubblicato il aprile 30, 2014

L’omeopatia osserva un iter diagnostico molto articolato per definire la causa (eziologia) e la cura dell’astenia.
In linea generale l’astenia è un sintomo che il paziente ri- ferisce nella maniera più varia.
“Mi sento stanco… mi sento senza forze… vorrei dormire tutto il giorno… etc.”

La mancanza di forza, di “potere” nel fare qualcosa e la stanchezza sono il comune denominatore di tutte le forme di astenia.
Spesso, però, è solo un sintomo punta di un iceberg il cui vero volto è per esempio una sindrome depressiva: “Non ho voglia di far nulla, non ho motivazioni e piaceri di vita per cui sono stanco di tutto…” 
Vi è la stanchezza reattiva in tutti quei soggetti che devono e vogliono essere sempre performanti sul lavoro, con gli amici, a scuola o all’università.
 A volte l’astenia può essere l’espressione di patologie gravi.

 

Omeopatia

 

 

In omeopatia è necessario comprendere esatta- mente l’origine di tale sintomo, coglierne le sfu- mature e i ritmi rispetto alle attività quotidiane nell’ottica di trovare il rimedio più adatto per la prescrizione finale.
Non sarebbe sufficiente un intero magazine per ad-
dentrarci nelle costituzioni e nelle diatesi omeopatiche ma è importante accennare al fatto che la conformazione fisica e la storia fisiologica e patologica di ognuno di
 noi sono alla base della tipizzazione dei diversi tipi di astenia.
Alla stanchezza in generale è sempre più collegato il problema della astenia sessuale intesa come mancanza di potere sessuale che in un contesto maschile è più da interpretare non solo come una difficoltà a trovare il vigore fisico durante l’atto ma anche come la mancanza di libido; in un contesto più femminile (con tutte le eccezioni del caso che non sono riconducibili a una regola generale) il concetto di potere sessuale è più legato alla libido intesa come l’interesse e/o il desiderio di avere una rapporto.
 Non sono oggetto di questa breve trattazione tutti i casi di dispareunia (difficoltà nell’avere un rapporto sessuale) in cui i problemi di base sono infezioni genitali (specialmente per la donna).

 

Phosporicum Acidum:
Marcata astenia e stanchezza fin dal mattino, soggetti in genere magri, longilinei, molto sensibili e fantasiosi. Tendenti all’ipotensione. In ge- nere alterazione nella durata dei rapporti sessuali.Si stancano subito. Libido variabile. Donne molto sensibili ed emotive spesso con fervida immaginazione anche in ambito erotico.
Kalium Phoshoricum:
Esaurimento e stanchezza dopo sforzi mentali (eccessivo studio, abusi in genere)
Nux Vomica:
Nelle persone iper competitive, attive, spesso alcolisti o fumatori, collerici, in genere manager o soggetti che devono per forza riuscire nella vita, che danno molto importanza al denaro come affermazione economica.
 Periodi di mancanza di vigore sessuale con alterazioni che si presentano durante un rapporto che in genere inizia in maniera normale.
Conium Maculatum:

Impotenza o mancanza di libido dopo lunga astinenza sessuale.
Vertigini e sintomi gastroenterici. Stanchezza
Natrum Carbonicum:
Spossatezza dopo una insolazione
Thuya:
Stanchezza e disinteresse verso tutto su base spesso depressiva.
Un ultimo messaggio mi è d’obbligo.
A volte il miglior rimedio per problemi di libido e per l’astenia sessuale è cercare di incontrare un partner che ci faccia veramente sentire bene!

Occupiamo il Valle!

Pubblicato il aprile 30, 2014

Quanto segue, è frutto di mie opinioni personali che molto probabilmente non incontreranno il consenso di molti. Quanto segue, è apparentemente intollerante e ben poco popolare.
Quanto segue è frutto di considerazioni libere, che non appartengono ad una collettività, bensì all’individuo.
Se lo ritieni opportuno, dunque, cambia pagina adesso. Io ti ho avvisato.

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È meglio un teatro occupato o un teatro libero?
Si sostituisce un potere con un altro potere?

È sulla base di queste considerazioni che la storia del teatro Valle mi puzza. Mi puzza di potere. Di élite!
La puzza è venuta a galla già quella sera che, a pochi giorni dall’avvenuta occupazione, una virgulta, apparentemente calata nel ruolo della manifestante motivata, vietò l’ingresso al teatro a mio fratello, che era andato a vedere cosa stesse succedendo, e che, prima di firmare l’adesione al Valle, avrebbe gradito entrare e capire… La risposta fu: “Se prima non firmi non entri!”.
Mio fratello, saggiamente, non firmò e andammo a sbronzarci, saggiamente, nel luogo più libero della città: il salone di casa!

Ripeto: si sostituisce un potere con un altro potere?
Non stiamo parlando di occupazione delle case. Non siamo di fronte a senzatetto che sfondano le porte di uno stabile dismesso e lo occupano acquisendo il sacrosanto diritto alla casa.
Non stiamo parlando di operai sottopagati e sfruttati che occupano la proprietà del padrone affinché questi ne riconosca i pieni e legittimi diritti. Non stiamo parlando di tanti altri casi in cui l’occupazione rappresenta l’unico mezzo efficace all’acquisizione di un diritto negato o di un valorizzare un bene abbandonato e donato alla comunità tutta.
Qui parliamo di un teatro che, una volta occupato NON può e non deve essere un bene elitista ed esclusivo.
La mia personale visione del teatro contemporaneo, già di base mi porterebbe a dire che il teatro è desueto in quanto tale. Nulla è più vecchio, nella peggiore accezione del termine, del proscenio. Esistono casi di workshop ecosolidali, che permettono l’espressione artistica avvalendosi dell’utilizzo – chiamala “occupazione temporanea” –  di spazi offerti dalla natura.
Un marciapiede, una piazza, un bosco, un qualsivoglia angolo di città, quello dovrebbe essere il palco! E il salario? Il cappello!
Perché prendere possesso di un bene(?) istituzionale, occupandolo per poi automaticamente istituzionalizzarlo mediante fondazioni e/o atti costitutivi e/o commissioni artistiche?
Siete degli artisti? Provate a inviare il vostro progetto al Valle! Chiedete di esibirvi. Tutto ciò che richiede un’accettazione da parte di una commissione, chiamala collettivo se preferisci, include a priori l’esistenza di un’istituzione. E istituzione equivale a potere.
E ribadisco il concetto di base che mi spinge a scrivere questo così impopolare – qualcuno lo definirebbe fascista – articolo: non si combatte il potere sostituendolo con un altro.
Non si sconfigge la mafia con un’altra mafia. Non si delegifera, legiferando.
Una volta occupato, il teatro sarebbe dovuto essere liberato la settimana successiva… consentendo a chicchessia, seguendo le pure logiche del quieto vivere e del reciproco rispetto deontologico, l’esibizione libera sul palco. Senza locandine, manifesti, commissioni, direttori artistici, artisti, o pseudo tali, posti a saggiare la validità di questo o quel progetto e gestendo calendari e disponibilità. (Ci tengo a precisare che non ho mai sottoposto un progetto al Valle, dunque, a te che adesso stai pensando: Scrive così perché non gli hanno concesso di esibirsi e quindi è frustrato! – sei fuori strada, amico/a!).
Persone realmente animate da spirito artistico non necessitano di occupare un bel nulla. L’artista dovrebbe oggi affollare le strade, armato di strumento musicale, macchina fotografica, telecamera, tele, spray, voce, mani, piedi, e occupare gli angoli di città ormai divenute tristi e vuote offrendo, in cambio di spontaneo compenso, il frutto della propria ispirazione.
Questa è una battaglia da combattere. Questo è destrutturare l’istituzione. Questo è contrapporsi al potere senza generarne uno peggiore!
Oppure, in alternativa, se l’ecosostenibilità non dovesse entusiasmarvi, facciamo un’occupazione turnificata!
Vale a dire che ogni 6 mesi cambia la “gestione” del teatro. Magari geograficamente: per i primi sei mesi, un collettivo di occupanti provenienti dalla Lombardia; altri 6 mesi, occupanti provenienti dalla Puglia; altri 6 mesi occupanti provenienti dal Trentino e, perché no, da italiani residenti all’estero e così via… disintegrando il potere di volta in volta proprio nel momento in cui si sta per consolidare.
Naturalmente, stesso dicasi per i vari Angelo Mai, con i loro palinsesti sempre occupati… molto più occupati dello stesso luogo! Intasati. Sempre saturi!
Sono d’accordo con chi intende combattere i poteri forti. Ma attenzione… appena sei tu, o voi, a diventare potere forte, è giusto che qualcuno vi prenda a calci in culo!
Dunque: Occupiamo il Valle? …Che ne dite?

Usi & Abusi… di potere!

Pubblicato il aprile 30, 2014

L’esercizio del potere è proiezione dell’ancestrale, della terribile angoscia che ogni Uomo prova al pensiero di non essere, di non esistere se non in una personale considerazione di se stesso. Paura senza nome del nulla cosmico che si concreta nell’implosione, che sprofonda nello sconfinato limbo dell’ignoto.

 

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La bramosia del potere, madre di ogni integralismo egoistico, di ogni aberrante, colpevole indifferenza, di ogni bieco misfatto compiuto ai danni di qualcuno “altro”che – come noi – ha la grande colpa di togliere spazio, di aver sbagliato latitudine o dimora, insomma di essere al mondo; affligge e divora.
Il potere può articolarsi in varie forme, può venire esercitato, camuffato, inflitto in vari modi, attraverso molteplici canali: confondendo il becero autoritarismo e la consona autorevolezza, l’acquisizione del rispetto generato dalla stima e la paura in- dotta dalla vile violenza.

La storia dell’Uomo è costellata di vari personaggi appartenenti alla “risma” come all’eccellenza. All’elevazione o all’abbrutimento. Gente che come Gandhi ha cambiato la storia nel segno della giustizia e dell’altrui rispetto, o come la piccola suora polacca dal carattere forte fino all’irruenza, che denunciando ogni abuso, a partire da quelli del clero, portava conforto e dolcezza ai miserabili della terra.

 

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Oppure deliranti di onnipotenza come Hitler, Stalin, Gheddafi: gente capace di mistificazione, di vessazione, di efferata violenza fino ad arrivare a sterminare il proprio popolo per soddisfare i mostri della loro follia. O come Kim Jong-Un, il giovane dittatore Nordcoreano che diede in pasto ai cani suo zio e fece uccidere la propria fidanzata confinando in un lager la, di lei, famiglia e polverizzò un avversario sparandogli contro una palla di cannone.
Ecco soltanto pochi esempi di quanto la mente umana può generare distorcendo, temendo, manipolando la “realtà”fino a creare allucinanti microcosmi.
Usando ed abusando di se stessa.

JAN MICHEL BASQUIAT – Il James Dean dell’arte moderna

Pubblicato il marzo 31, 2014

 

 

 

 

“Io non penso all’arte quando lavoro, io tento di pensare alla vita.”  

 

Basquiat

 

 

 

Se si pensa al Graffitismo Newyorkese, importante fenomeno culturale nato dal movimento hip-hop negli anni settanta per raggiungere dieci anni dopo il massimo fulgore, saltano subito alla mente i nomi di Keith Haring e Jan Michel Basquiat, quasi fossero naturali sinonimi dello stesso.
Ma è proprio il secondo che probabilmente meglio rappresenta la valenza sovversiva, lo spleen emotivo che attraversavano il mondo dell’arte nella New York di quel periodo.
È proprio Basquiat ad impersonare la trasgressione e la smodatezza che pulsano nel ventre profondo della “Grande Mela”.
Genialità, vibrato dissenso; un grimaldello per violare le regole del perbenismo, dell’ipocrisia, un’altro per dischiudere le porte dell’immaginifico, per esplorare i propri confini in quella esplosiva implosione che brucia, cullando le confortanti molecole degli alcaloidi, dilatandosi nelle distorsioni lisergiche, l’intera esistenza.
Graffiti stilati da un’io ipertrofico e visionario al contempo campeggiano spaziando in un mondo refrattario, rimbalzando dalle subway ai vernissage logorroici dei pagliacci del centro.
Dal fermento caldo delle trame suburbane ai loft minimalisti che ne esaltano il vigore.
Talento precoce quello di Basquiat, curioso fin dalla prima infanzia di immagini, di colori e di cartoon.
Ispirato dalla madre che lo accompagna spesso a visitare i musei d’arte di New York, interiorizza immagini destinate presto a coagularsi per esplodere poi nella sua creatività.
All’età di otto anni, durante una degenza in ospedale, a seguito di un grave incidente che gli costerà l’asportazione della milza riceve in regalo dalla madre un libro che segnerà profondamente il suo percorso artistico: Grays anatomy.
Gray sarà infatti il nome del gruppo musicale che fonderà successivamente insieme all’amico Vincent Gallo.
E numerosi richiami anatomici saranno in seguito presenti in molte sue opere.
Straordinariamente intelligente, tanto da parlare e scrivere in tre lingue già ad undici anni; nutre molteplici interessi tra cui la boxe che diventerà per lui una filosofia, uno stile di vita.
Nel 1983 si concretizza una profonda amicizia con Andy Warhol, frutto di un incontro casuale avvenuto qualche anno prima in un ristorante dove Jan Michel era entrato per vendere i suoi disegni.
Questo incontro cambierà la sua vita aprendogli le porte ad pubblico più vasto e consegnando l’artista ad una notorietà nuova e sconosciuta, tanto da essere definito” fenomeno mondiale emergente”.
L’accesso alla “factory” del Re della pop art gli dà modo di frequentare i più importanti circoli ritrovo di artisti, e di confrontarsi con i nomi più noti della scena Newyorkese.
Èproprio in quel periodo infatti che conosce Keith Haring  e stringe con lui una profonda amicizia che durerà per tutta la vita.
Nel 1984, su commissione, inizia una collaborazione artistica di dipinti a sei mani con Andy Warhol e Francesco Clemente, in seguito insieme a Warhol realizza più di cento quadri allestendo una mostra il cui manifesto divulgativo evoca il mondo della boxe che egli stesso paragona a quello della pittura.
La sperimentazione nell’arte di Basquiat rappresenta la ricerca di un mondo “altro”, un viaggio nei limbi traslucidi dello spazio-tempo sublimato dalla coscienza di un relativismo,cui gli acidi lisergici danno corpo e colore per approdare alla libertà di figure e tinte dai risvolti inquietanti, sulfurei.
Intanto l’uso massiccio di eroina ed alcune critiche malevole che lo fanno sentire incompreso, come un articolo del N.Y. Times, che lo definisce “mascotte di Warhol”; innescano in lui dei veri e propri disturbi psichici che sfoceranno presto in violenti attacchi paranoici anche a danno dei suoi amici che invano cercano di aiutarlo a smettere.
Nel 1987 a seguito di una  malcurata malattia alla cistifellea, Andy Warhol  muore e l’uso di eroina che Basquiat  assumeva già da troppo tempo cresce in modo esponenziale fino a divenire insostenibile per il suo fisico così a lungo provato.
Basquiat muore per una grave overdose di eroina nel 1988.
È definito il James Dean dell’arte moderna per la sua carriera folgorante e breve.
Forse uno come lui non poteva resistere più a lungo in un mondo così avulso dalla sua siderale diversità.

 

 

 

 

– Testo Alfonso Russo –

La Sosta… la disintegrazione del tempo!

Pubblicato il marzo 31, 2014

Nel 1981 a Villa San Giovanni apre La Sosta.
Da allora, le porte del jazz club hanno visto passare fior fiore di jazzisti di fama mondiale e La Sosta ha rappresentato un meltin pot per tutti coloro che hanno deciso e decidono di raccontarsi e riconoscersi fra sound e voglia di vita, in una dimensione atemporale.
Incontro Mimmo: mente, braccia e cuore del club… ci conosciamo da una vita, ma, vuoi per il livello di rum e birra che abbiamo in corpo, o forse semplicemente per prenderci gioco di chissà chi o cosa, decidiamo di dare un tono iperformale all’intervista dandoci del Lei!
Benvenuti a La Sosta… Cheers!

Banco La Sosta

Com’è nata l’idea del jazz? E soprattutto come è nata l’idea di fare del jazz in un luogo in cui il jazz era inesistente…
L’idea è nata dal fatto che amo molto la vita ed il concetto fondamentale del vivere; e a mio avviso il jazz è un buon modo per amarla.

Il concept di questo numero di C magazine è incentrato sull’idea di Bar e Barrio… un locale puà essere un quartiere?
Il locale prevede un contesto notturno e di conseguenza nel corso degli anni diventa una sorta di confessionale. In tanti vengono qui al bancone e mi raccontano le loro storie. Una cosa spettacolare! Io faccio da mediatore attraverso la musica e l’alcol… posso far dimenticare o far gioire chi in quel momento ho davanti e mi racconta la sua vita. E alla fine ci si conosce un po’ tutti, proprio come in un rione. Sono un esaltatore di emozioni. In fondo tutti cerchiamo la felicità…

E qual’è l’etica del Suo “rione”?
La mia etica è che due occhi, un naso, una bocca, un corpo… fanno più di qualsiasi parola!

Qui alla Sosta hanno suonato tanti jazzisti di fama internazionale, e anche tanti cantautori della scena italiana, ricordo un Cammariere pre successo sanremese, Capossela… chi fra tutti Le è più rimasto nel cuore?
Sicuramente Claudio Lolli! Lolli, è un Guru. È uno che esprime in modo vero quel che sente e vive.
Anche Vinicio è un grande… ma Claudio Lolli è quello che mi ha lasciato di più, anche perché non si è mai allontanato dalla sua linea che è cercare di scardinare il vivere, cercare di far capire che la vita e troppo carina per lasciarcisi fottere da essa.

La gente si è allontana dal jazz o il jazz si è allontanato dalla gente?
Domanda da 100.000.000 di dollari…. Credo che un po’ in tutta Europa si stia perdendo il concetto culturale in generale. Poi dovremmo capire il perché. In fondo, cade Pompei, ma qualcuno l’ha fatta cadere… mi spiego?
Le racconto una storia: tempo fa, qui vicino, c’erano delle palme bellissime, che sono state tagliate… arrivata la primavera le rondini dovevano nidificare. Stormi incantevoli di rondini…
Non avendo dove andare si sono spostate su altri alberi poco più distanti da qui.
Alcune persone si sono lamentate del rumore causato dalla rondini, quindi sono stati tagliati anche gli altri alberi…
La musica e la cultura in fondo, non sono alberi in un concetto metafisico?
Se tu mi tagli via i rami, gli uomini dove andranno a deporre il nido?!

Dal Suo bancone passano tutti… persone di ogni estrazione sociale e culturale. Lei, inevitabilmente, ne assorbe ogni aspetto… la mattina dopo, quando si guarda allo specchio, chi o cosa è diventato?
Io tendo a non guardarmi allo specchio…. perché a volte non ho voglia di vedermi. Credo non esista comunque un’espressione in quanto tale. Ritengo che, come dice il detto, quando stiamo seduti sul cesso siamo chiunque!

Perché come logo per La Sosta ha deciso di adottare il simbolo dell’anarchia?
Era conforme ai tempi in cui ho aperto la Sosta. Adesso invece indica un luogo dove puoi fermarti, dove stare bene, in libertà emotiva… E poi di base io sono così, mi sento così, è un simbolo che mi identifica. Mi viene in mente il concetto di mano destra e mano sinistra: la mano sinistra è la mano del cuore, la destra invece ti dice che se vuoi andare a lavorare vai… fanciullo! Ma nell’opinione logica del concetto del vivere, non dovrebbe esistere né mano sinistra né mano destra… muoversi solo in un sentiero Altro.

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Il jazz può lenire la follia?
Assolutamente si! Il corpo è fatto di sensi… e la musica ti sposta dal tuo quotidiano.

Quindi meno manicomi e più jazz club?
Assolutamente! La musica è un superamento. Chi cantava blues cantava nelle risaie… La musica ti restituisce un po’ ciò che il mondo non ti ha dato!

Il bancone della sosta rappresenta una libreria spezzata in due. Forse l’aggegrazione rimette insieme i pezzi?
In senso filosofico si… e mi approprio della parola “filosofico”. Però l’idea originaria era di disintegrare il tempo. Perché la vita può essere anche altro… ad esempio, liberarsi.

Il fatto che nei bagni del Suo locale – e lo so per certo ovviamente – si siano consumati amplessi, La rende un po’ padre del piacere?
Ho amato questa cosa e la amo ancora. Amo la gente che durante la notte può lasciare una calza o una mutanda nel bagno. Non conosco la vita di queste persone o quel che fanno una volta che tornano a casa… ma quello che so, è che per una notte, nel mio locale, lei o lui hanno vissuto un momento spettacolare!

La Sosta percepisce finanziamenti pubblici per la stagione jazz?
Assolutamente no! Faccio tutto a spese mie, senza ricevere nulla di pubblico e istituzionale. È tutto autofinanziato, frutto del mio pane quotidiano. Affinchè la mia vita non sia mai un leccarci imperiale.

Una Sua definizione di club e di alcool
Stare bene nel mondo. Una definizione che può essere associata a qualunque cosa che ti fa stare bene. Puoi trovare questa condizione nella musica, nel cibo, in altri luoghi. Il club è un luogo in cui la gente si racconta.. un gioco di esistenze.

Nel frattempo Le ho scroccato 3 Marlboro… quanto Le devo?
mmmhh… 500 euro, anzi 300… anzi… quanto cazzo mi vuoi dare? (ride)

Chiudiamo così: consigli un brano da ascoltare a fine intervista, come se adesso fosse Lei a trasmetterlo ai lettori
Un brano di Luigi Tenco che si chiama Vedrai Vedrai…

A Milano di notte c’è il mare!

Pubblicato il marzo 31, 2014

Andrea G. Pinketts: scrittore, giornalista, drammaturgo e opinionista tra i più noti esponenti della letteratura italiana noir.
Vincitore di numerosi premi letterari, ha alternato la carriera di scrittore a quella di giornalista investigativo, conducendo inchieste per conto di numerose riviste ed infiltrandosi in prima persona in svariate realtà, anche criminali. Celebri i suoi reportage per Esquire e Panorama grazie ai quali ha, tra le altre cose, contribuito all’arresto di numerosi camorristi nella cittadina di Cattolica, all’incriminazione della setta dei Bambini di Satana a Bologna ed a suggerire il profilo di Luigi Chiatti, detto il “mostro di Foligno” È autore di molti romanzi in bilico tra noir e grottesco, molti dei quali incentrati sulla figura di Lazzaro Santandrea, suo alter ego e protagonista di bizzarre avventure nella Milano contemporanea. La sua peculiare prosa, contraddistinta da un uso del linguaggio originale e dissacrante, ha attirato l’attenzione della critica, che lo ha definito uno scrittore “post-moderno”. Esce questo mese il suo nuovo libro Ho una tresca con la tipa nella vasca (di cui parleremo in seguito).

Noi, però, l’abbiamo incontrato, in un bar di Milano, per parlare del libro precedente Mi piace il Bar, di Milano e degli animali sociali che la popolano.

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Mi piace il bar è il titolo del tuo libro più recente… ne vuoi parlare?
Mi piace il bar è il mio penultimo libro, ed è una sorta di indagine fra ricordi e constatazioni di una biografia etilica, che mi ha permesso di raccontare i cambiamenti dell’atteggiamento nei confronti del bar delle persone

Una biografia dell’avventore del bar in generale o di un personaggio specifico?
La biografia mia, ma inevitabilmente sono un osservatore, ragion per cui lo scrittore è anche un descrittore, per questo motivo senza ombra di vino, senza ombra di dubbio, racconto i cambiamenti che sono avvenuti nei bar che ho frequentato… che sono epocali: i bar di fine anni 70, 80, 90  e anni zero, con teste diverse e spiriti diversi nell’approccio alla frequentazione del bar

La decade migliore?
Forse gli anni 80. Che erano appunto anni di plastica, per cui all’uscita dalla discoteca, nota che non ballo… io ci andavo per rimorchiare modelle americane… eran di moda… ti davano un bicchiere di plastica che conteneva un cuba libre… però era bello stare fuori dall’ Amnesy con queste che venivano dal Wisconsin piuttosto che dalla Pennsylvania e che non capivano nulla di ciò che dicevo loro, non perché non parlassi inglese ma proprio perché non capivano…

Non capivano il contenuto?
No, il contenuto era contenuto appunto in un bicchiere di plastica… quello era l’unico contenuto che avevamo in comune.

Quando vai in un bar, che cosa cerchi, al di la dei personaggi per i tuoi libri? Qual è lo spirito che cerchi?
Intanto il bere è cultura.. come racconto in “Mi piace il bar”: il bere è aggregazione, non è una cosa solitaria, quella da casalinga frustrata, o da alcolista.
In realtà il bere a me, fa venire in mente Noè che viene salvato da Dio che gli annuncia l’arrivo del diluvio, dopo che ha superato il diluvio e trova una terra ferma, la prima cosa che fa è creare un altare per ringraziare Dio che lo ha avvisato – dicendoglielo in un orecchio – e la seconda è piantare una vigna; quindi metaforicamente la Chiesa nata dall’altare così come la vigna che genererà l’osteria sono i luoghi di incontro, di comunicazione… E rimarranno sempre così, a dispetto della fede e a dispetto del tipo di bar sono luoghi di aggregazione, quindi sia il bere che la fede hanno una funzione sociale.

L’essere umano è un animale sociale ed è quindi animale ma anche un essere che cerca il divino attraverso qualcosa che è diverso dalla natura, perché l’alterazione del fermento ti porta ad un’alterazione della percezione…
Che è la stessa alterazione che possiamo attribuire alla fede. Solo che una è indotta chimicamente, così come se uno si beve 10 gin tonic può anche iniziare a credere che esiste dio.
Non dimenticare che il cristianesimo è una delle religioni fondate sul vino…

Così come anche i baccanali…
Ah beh, certo, ma delle due l’unica rimasta è il cristianesimo, applicato dal cattolicesimo.

La dimensione viscerale e istintiva dell’essere umano che è anche per istinto in parte animale, non solo essere razionale, pensante e sognatore, ha necessita di un luogo che può essere il quartiere ben definito in cui conosce tutte le persone accanto oppure può esprimersi anche attraverso la solitudine, visto che ormai viviamo in tempi in cui ci si chiude e il quartiere diventa anche un sito internet, la vita sociale si è spostata nel virtuale…
Quel che dici è terribile. Io ad esempio non uso internet. Lo faccio usare a un gruppo di religiose pagane che si chiamano le devote di Pinketts, che mi svolgono le eventuali ricerche o mi sbrigano le pratiche, ma certo secondo me non è la forma di comunicazione che preferisco. Se voglio raccontare qualcosa, scrivo un racconto rigorosamente a penna o se devo dire una cosa te la dico di persona possibilmente nel bar, perché il bar è il luogo in cui le storie che siano vere o inventate sono più affascinanti. Internet invece è un bluff della comunicazione. Cioè se io ti volessi bene, cosa che non è esclusa in futuro, non ti scriverei mai TVB!

Tu sei nato a Milano, sei cresciuto in un quartiere in particolare che ha segnato il tuo percorso?
Io sono nato in una clinica La Madonnina, poi la mia infanzia l’ho trascorsa in viale Piave di fronte ai giardini pubblici di Porta Venezia. Successivamente, dopo la morte di mio padre, con il trasferimento di mia madre che all’epoca era medico scolastico, siamo andati ad abitare al Giambellino.  E quindi io da bambino della Milano bene mi sono ritrovato in quel quartiere che allora era una sorta di far west, per me… in fatti mi son divertito un sacco. perché son passato dai giardini pubblici frequentati dai “bambini bene” quale ero io, ai “bambini male”…

Non esistono bambini male…
Hai ragione, non esistono bambini male.
Diciamo bambini della mala, figli di famiglie Mala. Non tutti ovviamente, c’erano anche brave persone, ma quelli preponderanti, aggressivi, erano figli di famiglie che radicavano la loro cultura nell’onore del crimine, e quindi io ho dovuto dimostrare di essere alla loro altezza.

Hai appreso dei valori positivi?
Assolutamente si.

Estinte una mala buona?
La criminalità non è mai buona, però ci suono delle persone buone costrette per ragioni se vuoi dinastiche o addirittura caratteriali a cui la microcriminalità è quasi imposta.

Questo numerò di C magazine è incentrato sul concetto di stanzialità. Il quartiere quasi come identità in cui un gruppo di persone assorbono lo stesso tipo di spirito… quindi è stato il Giambellino che ti ha segnato di più o ce ne sono altri?
Tutti in realtà: Brera, quando c’era il vecchio Le Trottoir. Io credo che una persona si lascia coinvolgere ma coinvolga anche la zona che decide di frammentare. Per cui non sei tu che piombi o scendi dal cielo fra un gruppo di sconosciuti, sei tu che ti adatti o che fai si che loro si adattino a te, che è il mio caso.

Esiste un solo codice comportamentale nei vari quartieri e nei bar, o ne esistono diversi? Esistono luoghi in comune, regole non scritte?
La cosa importante è l’educazione. Il rispetto, anche nel senso malavitoso del termine. E poi forse fondamentale è la nascita di improbabilissime amicizie con persone che sono all’opposto di te… e allora scopri che sei un animale sociale.

Improbabili amicizie dici: ad esempio?
Uno su tutti: Giank la Bestia, che adesso è agli arresti domiciliari, e che è l’uomo più indistruttibile che abbia mai visto. L’ho conosciuto appunto in una bar del Giambellino e abbiamo simpatizzato perché è una persona brillante, ma è veramente un animale. Molti anni fa la sera andavo a prendere le entreneuse nei night clubs e le scortavamo a casa, e venivamo pagati… per tutelarle, come servizio di sicurezza. Poi purtroppo lui ha scelto la scorciatoia del crimine ed io invece no.

Quando hai capito di essere uno scrittore? Sei partito come giornalista o già scrivevi?
Per me fare il giornalista è stato importante quando facevo le inchieste. Mi calavo in realtà che non mi appartenevano. Ho fatto il barbone alla stazione centrale, ho incastrato i satanisti di Bologna… e lì mi piaceva. Però in realtà ho iniziato con Onda Tv, che non esiste più, in cui essendo l’ultima ruota del carro intervistavo le vallette. Però per me allora in piena tempesta ormonale fra intervistare una valletta misconosciuta o intervistare Pippo Baudo non avrei avuto esitazioni… (ride). Ho anche scritto un saggio a proposito delle vallette “La valletta dell’Eden”.

E cosa hai imparato dal mondo delle vallette?
La provvisorietà della vita.

La precarietà di una vita basata sull’apparenza?
La maggior parte delle vallette che frequentavo studiavano… In fondo è un rito di passaggio prima di arrivare a conoscere i tuoi reali obbiettivi, non parlo di vallette da vallettopoli, bensì delle hostess della fiera… Io sono un grande esperto di hostess.

Che cosa sa un grande esperto di Hostess che altri non sanno?
Conosci il climax, un termometro per capire le situazioni e le persone. La fiera è un’assoluta commedia umana.

Quanto gli esseri umani recitano e quanto sono sé stessi nella quotidianità?
Risposta Pirandelliana: uno in realtà non lo sa quanto sta recitando e quanto no, perché se è entrato totalmente nella parte non se ne rende conto.

Nei tuoi libri cerchi le caratteristiche del personaggio nelle persone o descrivi persone che hai visto? Una combinazione delle due cose?
Tutte e due in realtà. Nel prossimo libro ad esempio “Ho una tresca con la tipa nella vasca”, che esce ad aprile per Mondadori, è un libro sulla tresca in cui l’autore è innamorato delle Muse, quindi è poligamo. ogni storia è una storia diversa. Il protagonista si innamora ad esempio, nella prima un camorrista diciottenne costretto a rifugiarsi in Danimarca perché ha insidiato la moglie del boss e si innamora della Sirenetta di Copenhagen, ma proprio della statua che è alta 130 cm e pesa 160 kg. Una donna tutta d’un pezzo…non so…io non l’avrei mai fatto. Sono storie diverse, surreali.

L’umorismo nasce dal surreale, quando la realtà incontra l’improbabile.
Io sono sempre stato il cantore dell’improbabile, Quando il paradosso che è reale passa dalla tragedia alla farsa con una estrema duttilità e senza accorgersi.

La società ideale di Andrea G. Pinketts?
Non credo che esista. Penso a Utopia di Thomas More, a mondi apparentemente perfetti e il mondo non lo è per nulla. e non solo: l’imperfezione dona caratteristiche singolari ad ogni tipo di mondo. Certo, sarebbe bello se fossimo tutti belli come noi due, tutti bravi, intelligenti, possibilmente ricchi…però ci annoieremmo a morte.

Il mondo è bello perché è vario?
Il mondo è brutto perché ingiusto. Però è interessante.

L’importanza del soprannome… hai citato Giank La Bestia ha ancora un valore. La riconoscibilità è ancora importante?
Ora c’è il nickname. A volte i soprannomi nascono per scherzo: Pogo il Dritto è un mio compagno di liceo che si chiamava Pogliaghi e lo associavo al biscotto Togo. Molti soprannomi hanno poi generato dei cognomi.
Il mio vero cognome è Pinketts ma è stato naturalizzato sotto il fascismo in Pinchetti. Poi ho recuperato il mio cognome di origine irlandese e ho conservato entrambi.

Hai quindi origini irlandesi…
Sì e da qui si spiega l’amore per la birra e la mia natura rissosa.

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Che cosa ti fa arrabbiare?
Ti cito una battuta del film Il Pistolero  “Non sopporto ingiustizie, non sopporto insulti, non sopporto prepotenze. Se qualcuno mi offende o mi tradisce, prima o poi si aspetti la mia vendetta.”

La tua rabbia deriva quindi da un senso di giustizia, non dalla follia o dall’orgoglio È quindi un valore che deriva dalla difesa del più debole? Fammi qualche esempio di situazioni ingiuste
Io quando mi inalbero sono chirurgico, non mi va mai il sangue alla testa. Io ho fatto sia boxe che Kendo. Con la boxe impari a valutare l’avversario di cui hai rispetto. Poi la durata del match dura poco. Invece il Kendo che nasce dal più grande spadaccino Giapponese è fatto anche di attese perché tu aspetti la mossa dell’avversario. Lo studio assoluto. Io non sono per la violenza bruta, sono per la forza applicata.

Sono importanti le regole?
No. In generale no. Ma nello sport sì.
Nello sport le regole implicano un senso di correttezza, di riconoscimento del valore dell’avversario mentre nella vita delle regole ci sono imposte e non sono necessariamente etiche. Sono imposte quindi puoi violarle quando vuoi.

Quindi è la legge morale dentro di te ad essere importante? Il buon senso?
Buon senso è una definizione che non mi piace, da vecchio. È più importante trasmettere l’esempio. La saggezza non si trasmette.
Pensa a Pulp Fiction, quando Samuel Jackson dice “Sono in una fase di transizione” Perché lui avrebbe ammazzato subito quei due (secondo l’istinto) e invece..

Ha fatto bene a dare ascolto a questa voce?
Sì certo. Io sono contro la violenza. Però se uno merita un sacco di botte non mi tiro indietro.

L’ultima domanda: che tipo di sigaro toscano fumi e quanto la legge contro il fumo ha inibito l’aggregazione sociale nei locali?
Ho scritto insieme a Paul De Sury a Cuba “La mistica del sigaro”, sui sigari cubani, i puros. Io preferisco i toscani, Toscano Extra Vecchio, anche perché il puro è più impegnativo. La realtà assoluta è che il sigaro al contrario della sigaretta, ti permette di raggiungere improvvisamente con il pensiero realtà lontane.

Un po’ come la marijuana?
La marijuana falsifica la realtà. Il sigaro invece la qualifica. La sceglie, la controlla senza controllarla. È come una seduta spiritica.
Per rispondere alla seconda parte della domanda secondo me la legge contro il fumo “Legge Sirchia” a mio avviso andrebbe chiamata “Legge Minchia” perché è inaccettabile.
Mi pare che fosse il 5 gennaio 2005 che è stata applicata ed io e Paul de Sury ci siamo messi a fumare in un luogo pubblico in segno di disapprovazione verso questa legge.

È stato un gesto un po’ punk il vostro…
No! E’ stato un gesto Pink!

Domanda sulla città di Milano. Milano è un grande paesone?
Tutte le città, a parte Los Angeles, sono dei paesoni, perché ogni quartiere vive una vita propria. Io ho avuto modo di innamorarmi di parti diversissime di Milano, ad esempio quando il Trottoir era a Brera io ero il re di Brera.
Poi i quartieri sono cambiati. Ad esempio il Giambellino adesso è un posto di kebab, non è più il Giambellino di Ceruti Gino, le canzoni della malavita.
Adesso c’è una criminalità diversa, i drammi si consumano all’interno delle famiglie. Figli che uccidono genitori e viceversa.

Se potessi descrivere Milano a chi non la conosce cosa diresti?
L’ho già fatto in un libro: a Milano, secondo me, di notte c’è il mare.
A Genova il mare è evidente, mentre a Milano il mare si sente di notte.

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Ritratto – (di Mario Zamma)

Pubblicato il marzo 9, 2014

Ma che belle parole, quante belle parole. Quante belle frasi che non portano da nessuna parte.

Quanta confusione per non fare nulla, il nulla che ci circonda ultimamente; le grandi bellezze, per carità, ben confezionate per occhi meno attenti, per orecchie distratte e appannate da tutt’altro… Quanta confusione: un mondo fatto di apparenze, di ipocrisia, di finta, fintissima, amicizia fra esseri umani. “Umani”: caccole di questa società, gente nata sicuramente del tutto priva di palle, palle piccole, palle mosce, palle toste con cui qualche volta ti trovavi in disaccordo… Nemmeno più quelle. Che peccato!

Mario Zamma

Le belle ma sane litigate che servivano a capire, molte o troppe cose. Oggi, nemmeno più quello. Che squallore non poter nemmeno più poter esprimere il proprio dissenso ad alta voce. Ci tappano la bocca in tanti modi; a volte, troppe volte, con la totale indifferenza.
Per non parlare dei silenzi enormi fatti di pause lunghissime a domande alle quali nessuno vuole più rispondere. Provo vergogna e indignazione per tutto questo.

Vergogna di essere in mezzo a tante pecore, pecore anarchiche, ma comunque pecore.
Ed io – che purtroppo ho smesso anche di arrabbiarmi – potrei solo rifarmi del male come ho fatto negli ultimi anni.
Peccato, speravo che almeno i giovani – le nuove generazioni – ci potessero aiutare, ma, ahimè,  non sarà così, considerato che sono tutti, o quasi, vittime di questo sistema mostruoso, che dà loro il pane quotidiano per le loro compulsività, a partire dalle sostanze: droghe, alcool, pasticche, campi di calcio, per non parlare dei social network sui cellulari che sono peggio di dieci droghe messe insieme …
Un popolo di zombie incapaci di guardarsi in faccia. D’altronde, chi muove i fili, chi trama tutto questo, conosce benissimo le debolezze umane.
Che peccato vedere i vecchietti la mattina al bar giocarsi la pensione con il gratta e vinci… Gratta gratta chi vince sono sempre e solo Loro! Purtroppo, e dico purtroppo, il mio più grande dramma è che provo a guardare dall’altra parte ma proprio non ce la faccio e sono qui da solo a parlare da solo e a fare a cazzotti con la mia coscienza.
Sono qui da solo, sì, da solo e stanno riuscendo anche in questo caso ad isolarci sempre di più. Ognuno nelle proprie stanze, con le proprie lacrime. Non ci sono più luoghi di incontri: i locali ormai sono solo luoghi di aggregazione per gente fulminata, per i loro traffici, lo spaccio.
Purtroppo l’unico luogo per “incontrare” è il mondo virtuale.
Che fine, che pena è la fine della vita reale. Oh mio Dio, aiuto. Spero che come me in molte stanze, ci sia ancora tanta gente sana e intelligente… Sì, anche un po’ diversa o strana come me, che ha ancora voglia di combattere queste mostruosità anche solo con le parole.

PS: Anche io purtroppo sono costretto su un social, cercando di comunicare i social luoghi di aggregazione per gente ormai demente, che scrive qualsiasi stronzata per ricordarsi di essere vivi. I social avvicinano le persone lontane e allontanano le persone vicine!
Vorrei ricordare a molti di questi individui che non serve a nulla avere 3.000 amici su Facebook se poi ti serve cambiare la ruota della tua auto e non ne trovi uno che ti venga ad aiutare.

Testo: Mario Zamma

Un Altrove ecosostenibile

Pubblicato il marzo 1, 2014

Federico Bonelli è un romano quarantaquatrenne, con una folta barba castana e capelli lunghi, che undici anni fa ha deciso di emigrare in Olanda. Abita ad Amsterdam, ma non si fa le canne. Nei suoi innumerevoli viaggi affronta caselli ed autostrade a bordo del suo furgone Citroen Jumper 1.9 D del ‘97 , ma non è un hipster.
Federico Bonelli è un filosofo, scrittore, regista e creativo, e soprattutto è il fondatore dell’Altrovismo, movimento/pensiero oltranzista. Da due anni organizza ed autofinanzia in un paesello siculo, Montalbano, una rassegna di arte ecosostenibile intitolata “Trasformatorio” di cui da poco si è conclusa la seconda edizione.
Bonelli sta rientrando in Olanda, sempre a bordo  del suo epico Jumper. Ci incontriamo in terra di transito e confine: Villa San Giovanni, in uno scenario altrettanto epico fra libeccio e le correnti di Scilla e Cariddi. In un bar fatiscente mangiamo arancini artigianali e beviamo vino rosso e Federico racconta la sua visione di arte ecosostenibile e spiega dove si collochi e come si articoli un Altrove, che non è certo roba da cervello in fuga o da emigrante nostalgico che piange su canzoni di Mino Reitano e Toto Cutugno mangiando pizza margherita in un take away della “sua” Berlino, Madrid, New York o chissà quale altro luogo del Globo.

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“L’altrove è una categoria interiore. Pretendere che si abbia bisogno di un posto specifico per “essere altrove”,  inquadrarlo con categorie e aspettative consumiste non ha senso. È comunque necessario portarsi fuori, quando una situazione da se stessa, con il suo rumore, con la sua stupidità, assorbe tutta la tua energia. Questo vorrei spiegare a bastonate alle oramai decine di ragazzi che mi cercano per chiedermi una mano ad emigrare. L’altrove, per me, arriva come una risposta radicale al concetto di fuga, in particolare a quella nozione di “cervello in fuga” che mi provoca l’orticaria, con il suo intrinseco avvertimento mafioso. Portarsi altrove non è fuggire. È un modo di combattere. L’altrove è la mesa grande, dove l’aria è più pura e dove i nemici se vengono a cercarti diventano puntini ben visibili nel traguardo del tuo fucile. Altrove è il luogo dell’anima da cui puoi creare nel mondo. Ognuno ha il suo. Può essere anche una soffitta in centro a Palermo o un monolocale a Segrate. Murakami ha scritto libri in un appartamento del Tuscolano negli anni ‘80. Se c’è riuscito lui, noi non abbiamo scuse. L’altrove può essere ovunque.”

Perché un Altrovìsta in “bolletta” si autofinanzia e produce incontri culturali ecosostenibili nel Sud Italia? Sei intimamente slave o sei sospinto da quale sentimento?
(ride) … sto cercando l’Altrove!
Al di là della battuta ci sono due motivi: il primo è il metodo. Seguo le coincidenze significative e le coincidenze mi hanno riportato in Sicilia. Mia madre vendette nel 2005 l’ultima particella di terra siciliana degli antenati a un cugino e mi diede i pochi soldi che aveva fruttato dicendomi: “Quel documentario che sono anni che vuoi girare, sul futurismo siciliano, ecco, prendi questi soldi e fallo!”. Io volevo intervistare un professore, Peppino Miligi, oramai anziano, di cui avevo saputo per caso che conosceva tutto sui Futuristi. E così scesi in Sicilia con un cameraman per riprendere questa intervista. Lui era di Montalbano. Anni dopo mi scrisse che “Aspettava di vedere con me il panorama dell’Etna da Montalbano”. Fu l’ultima notizia che ne ebbi perché morì. Però mi invitarono a Montalbano per un convegno a due anni dalla morte e feci vedere parti dell’intervista. Mi innamorai dei luoghi, scoprii il castello, tante belle persone pulite… In fondo arrivai al luogo dove far nascere il Trasformatorio per coincidenze significative. E poi al sud c’è tutto. Sole, energia, persone belle, cibo, la calma, il mare. C’è solo la peggiore classe dirigente di sempre. Se ve ne liberate siete a cavallo!

L’idea di performance ecostenibili rinnova di fatto il concetto di spazio. Non hai bisogno di palchi, luci, sipari, camerini, travi… Vale a dire che, utilizzando lo spazio Naturale della location non c’è bisogno di occupare spazi in particolare per dare libero sfogo alla creatività. Dunque: Meglio un teatro libero che un teatro Okkupato?
Sono cose diverse… (sorride avendo colto in pieno il mio riferimento ai “fatti” del Valle a Roma – nda) in entrambi i casi si dimostra che per FARE è ormai necessario liberare. Chi occupa un teatro costruisce un altrove di tipo diverso. Temporaneamente si rapporta a un pubblico il più largo possibile con il miglior programma culturale che può offrire per esigenza interiore. Vive un’utopia. Io sono per l’occupazione dei teatri! Però a me interessa un altro tipo di approccio per ottenere lo stesso profumo di libertà: uscire dalla situazione chiusa e portare persone a camminare in un bosco di notte prima di sentire una storia. Disegnare la mia scenografia per il chiaro di luna. È una questione di strategie differenti, per alimentare ricerche che partono dalla stessa esigenza. Un’esigenza di libertà creativa da ottenere a un prezzo specifico e personale. Contro tutti a ciascuno il suo. Con i teatri e chi li occupa io voglio condividere la rete, aiutare e farmi aiutare. Contaminarmi…

Se un mafioso, incuriosito da quanto vede durante una tua rassegna, dovesse avvicinarsi  dicendoti: “Sig. Bonelli, mio figlio sogna di fare l’attore… U facimu lavurari?!” Tu come reagiresti?
Difficile: non ho soldi, non ho potere nell’industria culturale e non ho lavoro da dare: per un mafioso o per un politico che si “occupa” di cultura non sono interessante. Neppure porto voti perché vivo all’Estero.
Il “tuo” mafioso ha ormai accesso preferenziale alla fiction di Canale 5 o della RAI: può andare dal direttore di uno stabile, perché dovrebbe perdere tempo con me?! Montalbano è un paese che mi ha invitato e ti assicuro che mi sento molto bene accetto e non è un paese mafioso. La mafia è sopravvalutata. O meglio spesso ci sopravvalutiamo noi… A loro di noi frega un cazzo.
Fa parte del modo con cui voglio tirare su Trasformatorio: ascoltare tutti. Tutto è materia teatrale. Ascoltando si comincia a conoscersi. Non sono nessuno io per insegnare a chi vive al sud come si deve combattere la mafia. Odio questi cliché.
Con realismo.
Montalbano ho avuto qualche problema di calli pestati a qualche signore con le sue agende sul castello, ma soprattutto moltissimo aiuto dalle realtà locali. Gli anziani che hanno improvvisato una festa insegnandoci a fare la pasta al modo tradizionale; i vicini che venivano a scambiare due chiacchiere; il caseificio e i ragazzi del paese chi ci hanno procurato persino le pentole per improvvisare la cucina.

Qual è fra tutte, l’iniziativa che più ti ha colpito durante il Trasformatorio in Sicilia?
Il gruppo è stato magnifico. Calcola che non avevamo NULLA. Né soldi, né equipaggiamento. Nemmeno la cucina. Ma fantasia, buonumore e competenza a palate. È stato fondamentale.
Siamo partiti dallo spazio vuoto, come insegna Peter Brook, e lo abbiamo popolato, organizzato, disegnato. Il lavoro del gruppo mi ha colpito moltissimo. E poi tutta l’estate ho visto fiorire ed evolversi progetti e collaborazioni iniziati a Trasformatorio. È stato di una bellezza quasi inquietante.
Quest’anno la sfida è più impegnativa. Dobbiamo provare forme e immaginare percorsi, inventandoci, sulla base dell’esperienza fatta, cose diverse assimilabili in modo più organico. Vorrei che arrivassimo già ad avere un embrione di idea di spettacolo itinerante alla fine delle due settimane. Portarlo a finire in Olanda, tornare giù a fine estate magari, con qualcosa che faccia venire voglia alla gente di uscire di casa e venirci a vedere.

Il concetto di Tempo e Malinconia per un Altrovista? Ed eventuali antidoti?
La malinconia mi prende ogni tanto. Ad Amsterdam non ci si incazza spesso, e l’incazzatura, l’invettiva, sono il carburante del mio entusiasmo. Mi piace scrivere invettive. Però ho anche la meraviglia. E la meraviglia, il momento in cui non hai che dire, solo occhi, orecchie, lingua, quello è l’antidoto per ogni malinconia. Quanto al tempo, non esiste. È una finzione. Esiste l’irreversibilità, la dissipazione, l’entropia, la vecchiaia, il sonno. L’errore. L’errore esiste. Non il tempo.

Quando e dove credi finisca un Altrove?
Gli Altrove non finiscono, sfumano gli uni negli altri. Siamo di carne e sangue e siamo fragili. È così facile spezzarci. Se il grande McMurphy (il film è Qualcuno volò sul nido del cuculo) finisce sotto il bisturi della lobotomia, l’Altrove passa a Grande Capo, che sfonda il muro e se ne va via. Il film continua ma non ne vediamo più.
Penso che l’Altrove sia fatto di gesti che rendono la vita piena. Almeno sulla vita, sulla propria vita, non si può fare gli oltranzisti? Assumendosi interamente il prezzo delle proprie scelte ovviamente. Un po’ il contrario della cultura del piangersi addosso e cercare di fottere l’osso ad un altro. Cosa che va per la maggiore da vent’anni da voi. Fare a meno delle ossa e tutto il resto non è difficile…

Un look,  un abito ideale per un Altrovista? E una stoffa che identifica un Altrovista? Ed inoltre, un accessorio… Che ne so, lo zippo fa troppo beat, l’eschimo è negli armadi impolverati di Guccini, il Fez è ancora troppo di moda… Dimmi tu un accessorio Altrovista.
Domanda inaspettata! Sono il meno indicato a dare indicativi di moda. Non mi sono mai potuto permettere lo stile che si confà ai miei gusti. Io vestirei di tweed un giorno e in abbigliamento da trekking il giorno dopo. Di fatto passano le mode e io vesto sempre uguale. Ero grunge prima di Seattle e sono rimasto così. Sono al terzo revival. Per l’accessorio invece non ho dubbi: il coltello a serramanico, buono per affettarsi la mela o il salame. Aggiungerei un taccuino finto moleskine comprato al supermercato per 4 euro e la matita fregata all’Ikea.

Abbandoniamo i letti e i divani! Abbracciamo un erotismo, una sessualità ecosostenibile. Che ne pensi? Ad esempio a Central Park c’è una zona dedicata all’Enjoy the silence… Io immagino un central PORK in stile Enjoy the sex. Oppure: Blowjob in silence!
Stare all’aperto è veramente erotico. Per questo è proibito fare sesso all’aperto nella natura. L’erotico è proibito, per questo ci interessa. E nella natura le occasioni quasi masturbatorie sono infinite. Camminare in un bosco con la luna come se si fosse al buio in casa propria, come una bestia, senza paura. O portare 100 persone in giro di notte in un palazzo vuoto al buio, con la luna piena, o con il vento o la pioggia o la neve fuori. Questo lo trovo intrinsecamente erotico. Camminare a piedi nudi nel fango. O sull’erba. Come leccare via una goccia di vino dalla mano di una donna che si è vista dieci minuti prima. Ecco, forse mi interessano tutti i modi possibili per traslare la sessualità. Dopo questo delirio di rappresentazione da youporn credo che l’erotico si recupera solo uscendo dal gioco del sublimare/desublimare ed entrando a corpo pieno nella trasformazione… Tutto il resto è niente. Acqua asciutta.

Hai mai pensato al suicidio?
Sì, ma lo escludo. Un po’ come lavorare per la pubblicità. Per ora tutto bene, per ora tutto bene…

Il tuo volto mi ricorda un po’ il Caravaggio! Sarà la barba lunga, i capelli, il taglio degli occhi… Trovi affinità caratteriali con il suo temperamento irruento e violento?
Mi piacerebbe portare la spada e il pugnale sotto il mantello e girare di notte e sentirmi pericoloso. Potremmo andare assieme! Come compagno di bevute non sono un granché ma racconto storie buone. Non credo che fotterei il ragazzino ricciuto, il concubino del cardinale, né ruberei l’amasio a un cavaliere di Malta. Non ho né i gusti né il coraggio. Però attento alla virtù di tua moglie!
Quanto alla violenza è una reazione debole. Ti porta i guai. La forza però è un’altra cosa. Non dobbiamo fare finta di conoscere la violenza e di possedere la forza. Sono due cose che vanno fatte davvero: conosciuta la prima e conquistata la seconda. Il teatro è un modo per conoscere. Il teatro è Dionisio, e le sue baccanti sono pericolose per il non iniziato alla danza. Ti squartano.

Nella foto di copertina di Facebook sei in ginocchio e urli in balia di un forte vento… Mettiamo il caso che il vento faccia da messaggero. Chi è il destinatario?
Quel messaggio arrivò. A 1750 km di distanza. Dritto come una coltellata al cuore. Quel giorno mi misi apposta in condizione di morire per caso. Ero sul tetto di un grattacielo di 17 piani, che abitavamo in 4, ai margini di Amsterdam. Un’occupazione temporanea – diciamo legale – per evitare quelle vere: un pre-Trasformatorio. Un amico americano, Michael, mi chiese di giocare con i gabbiani che facevano il nido li sopra. Uscii. Loro difendevano i nidi e urlavano. E io cominciai a ballare vicino al bordo. Soffro terribilmente di vertigini e mi resi conto che anche se stavo “recitando” rischiavo di finire giù davvero. Mi sono seduto e mi sono messo a meditare in silenzio. Michael riprendeva e una tedesca bella come una dea scattò la foto. Non avevo la minima idea di cosa stessi facendo, ma emisi un respiro fino in fondo, come fosse l’ultimo. Non è un urlo, non esce suono, ma l’ultima bolla d’aria dai miei polmoni. Qualche settimana dopo, il giorno del mio 42esimo compleanno, ho raggiunto la punta di quel coltello e lì sono morto ancora. In altre condizioni. Non l’ho fatto più, una morte rituale basta, due sono troppe, tre ridicole. E ora eccomi qui.

Finito lo shooting, te la sei poi scopata questa Dea tedesca?
No, stava col suo uomo. Ma è mia amica su Facebook…

Un pesce fuor d’acqua può trovare dimora in un tumbler di Whisky?
Prego si accomodi…

Bonelli… Lei ci è o ci fa?
Marinetti nel ‘26 presenziò a una cerimonia per il decennale della morte del suo fraterno amico Boccioni. Disse che la più grande prova del genio di Boccioni fosse l’elasticità. Sono d’accordo con lui. Bisogna essere elastici, flessibili, ricoprire il reale, incamerare energia con le tensioni e incanalarle con violenza verso un punto. A costo di rompersi, esplodere. Ci sono e ci faccio. E l’unica cosa importante è il “ci”: esserCI.

La Sindrome da Cuore Sciolto

Pubblicato il febbraio 14, 2014

 

Mon Artifice (deviantart)

                                Mon Artifice (deviantart)

 

Voglio vedere qualcosa di così adorabile da sciogliere letteralmente il mio cuore, giù fino alle costole. Voglio essere trasportato all’ospedale per una sindrome da cuore sciolto e sottopormi ad un’operazione per raccogliere tutti i pezzettini del mio cuore scivolati sugli altri organi e versarli a mo’ di budino in una tazza e poi metterla in frigo.

Durante la mia permanenza notturna in ospedale, voglio conoscere una dolce signora anziana, piena di saggezza e di tolleranza e parleremo insieme e lei mi racconterà le sue storie e la guarderò in una quieta e affascinata adorazione e vedrò la sua bellezza e la sua brillantezza irradiare attorno a sé mentre mi trasmette una comprensione del mondo ed una forma mentis che potrei solo immaginare.

Poi mi voglio svegliare il mattino dopo e vedere il suo letto vuoto e quando chiederò al dottore che cosa le è successo, voglio che lui appaia confuso e mi informi che nessuno ha dormito in quel letto la notte prima e che sono stato da solo tutto il tempo. Poi voglio che il dottore mi dica che stava solo scherzando e che la vecchia signora in realtà è morta durante la notte, ma prima di morire le hanno detto che non sarei sopravvissuto perché non erano riusciti a salvare tutti i pezzettini del mio cuore cosicché lei me ne ha donato una cucchiaiata.
Poi voglio che mi rimettano il cuore al suo posto e voglio che tutto questo sia successo quando avevo sei anni, così oggi sarei una brillante vecchia signora per il 12%.

Fine

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