Articoli dalla Categoria “COVER BEAT

Editoriale – FUCK THE POWER

Pubblicato il aprile 30, 2014

 

 

 

Il potere logora chi non ce l’ha!


È la frase che per antonomasia definisce i disequilibri sociali ai quali la specie umana è sottoposta dalla notte dei tempi.
 Esistono vari tipi di potere che, come nella magia, potremmo suddividere in bianco e nero.
 Il primo, un potere innocuo, composto da particelle energetiche, talento, intelletto, capacità cognitive… vedi gli sciamani o i grandi pensatori, piuttosto che gli artisti e i creatori di energie Altre; e nel secondo caso, invece, un potere nocivo, quel tipo di potere che mira all’accrescimento di un singolo o di un collettivo e che inevitabilmente calpesta il diritto altrui pur di arrivare più o meno machiavellicamente al fine preposto.
 Il potere logora chi non ce l’ha… in entrambi i casi.
 Logora per mezzo dell’esasperazione che in molti può causare quel senso di impotenza straziante – citando un vecchio brano rap: gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili – oppure, in taluni casi, il senso di ammirazione nei confronti del potere può suscitare una metamorfosi emotiva che da vita all’invidia più spietata e distruttiva.

Il potere dunque, sia esso bianco o nero, logora. È un dato di fatto.

Quanto però accade in questa nostra folle epoca 2.0, tende a rivoluzionare drasticamente tale affermazione, donando al senso di logorio un aspetto più peculiare e surreale: capita sempre più spesso infatti che il potente di turno venga logorato dal suo stesso potere… come una sorta di implosione generata da una specie di autocombustione che porta all’inevitabile azzeramento del potere acquisito o conquistato.
 Ogni giorno, un potente dopo l’altro, cade… e ben venga, vittima della medesima vanità, della medesima dipendenza, del medesimo “peccato originale”… un peccato che pare sia quasi divenuto impossibile da gestire e dominare.
 Implodono Presidenti, Papi, dirigenti d’azienda, parvenu d’ultim’ora, pseudo-imprenditori e fighette o giullari asserviti alla Corte di questo o quell’imperatore.
 È un autofottersi, un delitto e castigo autogenerato.
 Il bersaglio ormai è reso sempre più nudo dall’assenza di quell’alone di mistero che un tempo, chissà, proteggeva le stanze dei bottoni e che oggi invece non può più fare a meno di mettersi in mostra… a miracol mostrare. Un potere take-away che si genera e si sgretola in un clik, in un baccanale, in un’intercettazione, in una dichiarazione dei redditi, in un nonnulla incontrollabile… e la gente, inizia a non credere più.
 Non è un caso che il flusso di elettori sia a sempre più in calo. La gente non beve più la storia del potere al popolo. La gente assiste allo spettacolo della caduta degli imperatori e ne accoglie benevolmente lo scempio in pubblica piazza.
 Non tocca altro che aspettare, e vedere chi sostituirà chi – inevitabile condizione – e conseguentemente, dunque, combatterlo – inevitabile condizione.

Perché il potere, inteso nella sua accezione decisionale, gerarchica, istituzionale, religiosa, non genera mai null’altro se non un logorio.
 Dunque, aspetteremo di sapere chi sarà il prossimo ad implodere per autocombustione o per volere popolare.

E nonostante l’Europa pare tenda a destra… io continuo comunque a vederci sempre più qualcosa di sinistro.

FUCK THE POWER!
Cheers!

 

 

Cover C mag maggio 2014 ok

                                                                                        Foto by Karen Natasja Wikstrand

Ora Zulu – “…io cambierei pusher, fossi in te!”

Pubblicato il aprile 30, 2014

– (l’ora Zulu è il riferimento all’ora di Greenwich nel gergo della marina, e indica un riferimento preciso nel tempo) –

 

 

 

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0

 

 

 
99 posse, la colonna sonora dei miei 20 anni, quando in generale ero incazzato nero.
Dopo il liceo, nel 1990 mi “perdo” la pantera e le sue occupazioni perché finisco militare (in Marina). Noia, inutilità, pazzia.
In camerata avevo un nonno siciliano che ci faceva ascoltare solo Pantera e Sepultura. Ironia.
I miei ’90 ricordati da adesso sono buio e luci colorate. Avevo paura a sentire “Curre curre guaglio’ 2.0”.
Perché c’ero, e avevo da correre, e arrivavo sempre dopo. Con gli “amici” si andava a fare la TAZ, ci si faceva chiamare in 30 Luther Blissett. E in genere non c’ero, arrivavo dopo, arrivavo tardi. Eppure correvo, guaglione, non integrabile, parte di nessuna tribù. Correvo, o meglio ci provavo, finendo a passo d’uomo sul GRA insieme ai troppi individualisti da plotone.
O’ Zulu era per me uno strano uomo immenso e immensamente incazzato che sapevo enorme, tatuato e primitivo, capace di incagnare il collo e andare avanti a treno, tagliando una folla. Uomo di fronte e lato, con la sua fragilità, capace di strappare parole dalla carta e spingerle su in gola a una macchina da suono e da energia incredibile. Sempre incazzata. Lui e Zack de la Rocha (RATM)… O Zulu, non un individuo incazzato come me, lui sembrava essere la tribù, incarnarla e incatenarla al suo naso forato. E nei suoi testi ci sono tutti i fili emozionali della generazione che mi sono perso e che ricordo. La mia.

Poi
Poi non guardo più MTV; poi gli anni ’90 finiscono; poi c’è Genova e io non ci vado.
Spezia-Roma su un treno quel venerdì, con un’atmosfera strana e cupa. Il potere ci aveva fottuti di nuovo, e compievo trent’anni.

Poi un concerto, poco dopo, i 99, a Roma, non ricordo dove. Si salta, ma non volevo ballare, non c’era un cazzo da ballare. Intorno le facce sono cambiate, suona strano: i ’90 sono finiti (male) e il suono non sembra più il mio, ma quello di uno show. Non per colpa loro, siamo noi, noi che siamo cambiati.
Emigro. Perdo di vista i ’90. Continuo a correre.
Negli anni 2k ci sono riunioni, dischi belli, un sacco di storia che non vedo. Cerco Zulu (e Zack) ogni tanto e lo trovo dalla rete, con un gruppo che ha un nome da riserva indiana. Non mi sembra che stia bene. Canta le stesse cose. Poi qualcuno gli fa il necrologio e lui si incazza con un pezzo di prosa bellissimo. Ah, sta ancora bene!
Poi, poi…

Ora questa intervista. C’è un nuovo disco, Curre curre guaglió 2.0 e il 2.0 mi mette paura.
Lo ascolto con uno strano dubbio, traccia dopo traccia. La musica, ovvio, mi piace, ma non voglio che mi piaccia. Ho paura di trovare qualcosa che odio, un revival, un’operazione pseudo – commerciale. Non mi fido, magari è una maschera, e non le voglio più le maschere, come non le volevo venti anni fa, ma oggi in modo ancor più integralista.

E allora spingo. Mi dico “A Zulu lo piglio di petto”. Non voglio fare l’amarcord, non voglio pensare che persino i 99 siano solo ricordi, perché chi si ferma, sia pure solo per riprendere fiato, è perduto, spezzato, spazzato via. Cazzo, con questa idea di movimento ci ho scommesso tutta una gioventù, che e’ passata.

O’Zulu mi risponde ovviamente per le rime, e non potevo chiedere di meglio.
E adesso torno al disco, bello e commovente, e me lo risento traccia su traccia, sollevato.

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0

Ripetutamente. Avete detto cose importanti. È qualcosa di generazionale. Ho l’età tua. La mia colonna sonora degli anni ’90 ha le tue rime. Ha senso ripetere ripetutamente lo stesso gioco? Quale ripetizione ne crea il senso?
Non mi pare di aver ripetuto ripetutamente lo stesso gioco; 2 volte in venti anni non è ripetere ripetutamente ma, più semplicemente, approfittare di una data significativa per ribadire un concetto e ridare visibilità ed attualità ad un disco che, a quanto pare, non solo ha significato, ma continua a significare molto per molti giovani e meno giovani.

STRANO E STRANIERO SONO DUE DELLE MIE PAROLE PREFERITE. SI INTRECCIANO CON RUOLO E SITUAZIONE. IL RUOLO è QUELLO CHE LO STRANIERO RICOPRE, LA SITUAZIONE è QUELLA COSTRUITA AD ARTE PER FAR Sì CHE LE TUE CONSIDERAZIONI SIANO QUELLE PREVISTE. 99 NASCONO DA UNA SITUAZIONE OCCUPATA, UNA TRAIETTORIA IMPREVISTA CHE ESCE DAL RUOLO. QUAL è LA TRAIETTORIA OGGI? QUAL è LA SITUAZIONE?
Strano e straniero per me sono molto di più che delle parole… Descrivono abbastanza bene ciò che sono e ciò che alla fine sono sempre stato…. La traiettoria imprevista è stata quella di uscire dal nostro mondo, portando il messaggio molto al di là degli obiettivi previsti e quindi direi che oggi la traiettoria resta quella di sempre : autorappresentarsi, rendersi protagonisti del proprio destino, correre sempre e tenersi pronti all’imprevisto.

IL POTERE LO HAI ANNUSATO? LO ODII ANCORA?
Il potere non credo di averlo annusato più di chiunque altro, nel senso che c’è e che si fa annusare da tutti per “mestiere”… Ho annusato il successo, questo sì, e ne sono rifuggito con tutte le mie forze…. Ci siamo sciolti nel momento di massima popolarità e “potere contrattuale” e siamo ritornati solo quando li avevamo persi entrambi quasi completamente…….

CURRE CURRE GUAGLIò: 2.0 è GERGO DA CORPORATE.
IL WEB 2.0, LA SECONDA VERSIONE DI UN PRODOTTO.
LL DISCO NUOVO è INTARSIATO DI REMIX, DI PARTECIPAZIONI, DI PEZZI GIà ASCOLTATI, COmE SE AVESTE VOLUTO METTERE ASSIEME LE FORZE PER FARE UN SALTO DA QUALCHE ALTRA PARTE. “ARMATI DI IDEE E PARTI”. ABBIAMO SMESSO DI CORRERE?
Non so che disco hai sentito tu….. Nel mio diciamo Armati di idee , difendi la tua scelta e corri fino a quando le tue gambe correranno….. Noi non smettiamo mai di correre, è il tempo che ce lo impone.

LO SPAZIO AUTOGESTITO è UNO SPAZIO CHE TAGLIA UNA NARRATIVA DIFFERENTE ALL’INTERNO DEL TESSUTO. DICE AL POTERE « DI TE NON ME NE FOTTE UN CAZZO ».
BUONO, MA OGGI CHE FARESTI SE AVESSI 20 ANNI? DAI UNA IDEA POSITIVA A UN RAGAZZO O, COME ACCENNI IN SOGGETTI ATTIVI, DEVE FARE DA SOLO?
Continuo a non capire…. Soggetti attivi è un vero e proprio inno ai movimenti, all’agire collettivo, al difendere e mantenere integra la propria “differenza”…. Dove lo trovi l’accenno al dover fare da solo? Il senso generale della canzone è l’esatto opposto. mah……

POTERE E LIBERTà. IL POTERE SU COSA? E LA LIBERTà DA CHE?
Signor Marzullo, che dirle? Il potere di alcuni di determinare il futuro di altri e la libertà degli altri di lottare per autodeterminarlo?

MENTRE ERO STUDENTE, SARà STATO IL 1994, USCENDO DA UNA SALA DOVE AVEVO FATTO L’ANIMAZIONe A UNA FESTA DI PARGOLI DELLA “MEJO BORGHESIA ROMANA” MI TROVAI A UN PASSO DA GIULIO ANDREOTTI. NIENTE SCORTA ERA SOLO, PARLAVA CON UNO ALTO, FORSE SBARDELLA.
EBBI UN ATTIMO D’ESITAZIONE. POTEVO PROVARE A SPEZZARGLI IL COLLO, MA ERO VESTITO DA POWER RANGER, SAI QUEI DEFICENTI DA FILMETTO PSEUDOGIAPPONESE TIPO GOZILLA… NON AVREI POUTO EMULARE BRESCI VESTITO IN QUEL MODO. E PERSI L’OCCASIONE.
è PER QUESTO ECCESSO DI BUONA EDUCAZIONE O DI SENSO DEL RIDICOLO CHE SONO PARTE DI UNA GENERAZIONE DI SCONFITTI?
Non lo so fratellì…. Dovresti chiederlo ad un analista. Io non mi sento uno sconfitto e la mia generazione non mi ha mai eletto suo portavoce.

GENOVA? DOPO DI QUELLO IO SONO PARTITO, TU? COSA ABBIAMO IMPARATO?
Noi ci siamo sciolti ma non abbiamo imparato niente…. Lo sapevamo già.

 

 

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0

 

 

 

AVETE MESSO TUTTO IL DISCO ONLINE. POSSO CHIAMARVI, DICE IL SITO, E ORGANIZZARVI UN CONCERTO, IL TOUR è PER CENTRI SOCIALI. FUNZIONA?
Pare di sì, e funziona da 23 anni…. Un’altra strada è sempre possibile, basta praticarla.

NEL 2011 UNA GENERAZIONE DIVERSA DALLA TUA E DALLA MIA HA COMINCIATO A OCCUPARE I TEATRI, E LI TIENE BENE, LI ORGANIZZA, FA LE MOINE, CERCA DI FARE ALMENO FINTA CHE SIAMO UNA NAZIONE CIVILE, ANCHE SE HA OCCUPATO. MANCA DEL TUTTO L’ICONOCLASTIA DEL TEPPISTA. DOVE SONO I MAJAKOVSKI? SONO ANCHE LORO FINITI VITTIMA DI UNA RIVOLUZIONE?
Noi col Valle abbiamo fatto un video, all’Angelo mai abbiamo suonato e sosteniamo la Balena a Napoli… Non possiamo e non dobbiamo essere tutti uguali, le nostre differenze sono la nostra unica ricchezza e la capacità di farle convivere è la nostra unica via d’uscita.

ALDOVRANDI, E TUTTE LE ALTRE VITTIME DI RAPPRESAGLIA. AVETE MESSO IN UNA TRACCIA LA VOCE DI SUA MADRE CHE RACCONTA DI COME HANNO RIDOTTO IL RAGAZZINO. NON MI FA ARRABBIARE, MI SPINGE A PREMERE IL TASTO AVANTI SUL LETTORE. CHE NE PENSI?
Sinceramente inizio a pensare che hai assunto qualcosa che ti è iniziato a salire da metà intervista, e che ti sta prendendo male… Io cambierei pusher e riproverei, fossi in te ;-)
A parte le cazzate, penso che il tasto in avanti sia stato pensato per situazioni come la tua. Io piango ogni singola volta che lo risento, ma mi fa bene, dopo mi sento più forte di prima…. Se devi stare male, skippa, per carità.

IL POTERE DISTRUGGE L’UOMO. E NE FA A MENO. VISTA L’IMPORTANZA DELL’APPARTENENZA CHE SCORRE VIA DALLE CANZONI DEI 99, E LE TUE ESPERIENZE DI UOMO E MUSICISTA, TI VA DI DIRMI TE DI COSA FARESTI A MENO PUR DI DISTRUGGERE IL POTERE?
Non siamo certo noi a dover fare a meno di qualcosa per distruggere il potere…. Rigiro la domanda al famoso 1%. noi siamo i 99! La domanda corretta era cosa non faresti per distruggere il potere? e la risposta sarebbe stata :”con ogni mezzo necessario”

La musica per cambiare la percezione dell’esistente – intervista a Claudio Lolli

Pubblicato il aprile 30, 2014

CANTAUTORE E POETA, ARTISTA CHE HA INTERPRETATO 40 ANNI DELLA NOSTRA STORIA, CLAUDIO LOLLI RIFUGGE QUESTE DEFINIZIONI CON L’UMILTÀ DI CHI SA CHE LA STRADA DA PERCORRERE È ANCORA LUNGA E CHE CON IMMUTATA PASSIONE, DOPO 40 ANNI DI CARRIERA, CONTINUA A CALCARE LE SCENE DI TEATRI, PIAZZE E AUDITORIUM PER PORTARE LA SUA MUSICA SEMPRE IN PRIMA LINEA. CON LUI ABBIAMO AVUTO IL
PIACERE DI QUESTA INTERVISTA TELEFONICA.

 

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Trento, Roma, Bologna: cosa vuol dire tornare in tournée oggi per te?

Intanto vorrei saperlo anche io. Comunque non è proprio una tournée, ci stanno chiamando spesso e l’altra piccola precisazione è che io non ho mai smesso. Forse queste date sono state un po’ più pubblicizzate, ma concerti ne ho sempre fatti, alcuni anni di più, alcuni anni di meno, non ho praticamente smesso mai se non nei passati anni ‘80.

Quindi sempre in giro, sempre attivo…
Sì abbastanza, nei limiti che l’oggi consente ad uno come me, però sì, una trentina l’anno li faccio sempre.

Cantautore e poeta, conosci il valore delle parola…
Non esageriamo.

Dove un tempo il soggetto politico era la collettività, oggi si parla di “gente”. Secondo te cosa indica questo cambiamento lessicale?

Se posso permettermi “gente”, come “popolo”, è una parola che mi piace non troppo. Nel senso che è molto molto indistinta e si presta a qualunque utilizzo da parte di chiunque, mentre “collettività”, come mi pare che intendessi tu, ha una sua connotazione molto più precisa. Parlare di “gente”, parlare di “popolo”, vuol dire parlare di nulla insomma. La differenza mi sembra evidente e anche la causa di questa differenza. Le collettività in questo senso mi pare che esistano sempre meno e c’è tutto un rimescolamento abbastanza confuso di persone che si chiamano “gente”.

La canzone “Borghesia” nel 2000 dal vivo si trasformò. Tra “Il vento” e “Ti spazzerà via” aggiungesti la parola “forse”?

Sì, ci abbiamo messo un “forse” (ride).
Questo indica che quelle gioiose e furenti certezze degli anni ‘70 sono svanite?

Sì, direi di sì. Io la rappresento in modo molto ironico, la facciamo quasi sempre come bis, ultimo pezzo, perché insomma fa anche ridere. L’ho scritta quando avevo 17 anni e la conclusione era questa: “Un giorno il vento ti spazzerà via”. Ero convinto, ingenuamente convinto nel mio apprendistato politico e filosofico, che sarebbe stato inevitabile un cambiamento. Adesso naturalmente non lo sono più, quindi devo dirlo ai miei poveri spettatori.
Ma questa borghesia… se poi è sempre la stessa di allora…


Posso dire una cosa? Secondo me è pure peggio… Mi ricordo uno slogan “Agnelli e Pirelli, ladri gemelli.” Erano grandi famiglie, grandi borghesi anche abbastanza colti. Quelli che ci sono oggi francamente non mi sembrano dello stesso livello, mi sembrano molto, molto più piccolini, da tutti i punti di vista.

Chi o cosa avrebbe il potere oggi di spazzare via questa borghesia?
Una domanda di riserva?

Non la ho purtroppo, è quello che vorrei sapere anche io.
Non ho la risposta. Non lo so. A parte gli scherzi, è molto, molto difficile capire che direzione sta prendendo la società italiana, non mi sembra nemmeno che ci siano dei movimenti antagonisti credibili, ma ti dirò di più, nemmeno riformisti quasi credibili. Mi trovi veramente impreparato…
Nel 1976 “Ho visto anche gli zingari felici” decolla anche grazie al suo circolare nelle radio libere. Il potere allora per un magico istante fu davvero nelle mani della collettività. Senti di essere un figlio di quel particolare momento storico e politico? O come artista lo hai solo attraversato?

Guarda, un po’ tutt’e due. Adesso tu mi fai troppi complimenti, poeta, artista, son parole grosse. Un artista, se ha la sua voce, va avanti comunque, però certamente quei momenti collettivi seri ed importanti mi hanno aiutato molto e mi hanno, in un certo senso, portato alla luce con maggior facilità, ecco, hanno reso il parto più semplice. Allora si chiamavano Radio Libere, oggi si chiamano Radio Private, effettivamente c’è una bella differenza.

Dal 2010 hai preso parte a diverse attività antimafia. In cosa si concretizza secondo te la battaglia per togliere il potere alla mafia?

Anche qui non sono assolutamente preparato. La mafia è una specie di Stato nello Stato, di controstato quindi una volta che ci fosse eventualmente uno Stato serio, che funziona, credibile, vicino ai cittadini, penso che le potenzialità di questi controStati sarebbero molto minori. Questo è un parere da cittadino, che magari qualche esperto potrà trovare ridicolo.

 

Il tuo ultimo album, Lovesongs, del 2009, è una raccolta di sole canzoni d’amore. Come mai questa scelta? Ha ancora senso la canzone politica oggi o la consapevolezza sociale passa per altre vie?
Mi sembri abbastanza acuta. Sì, l’amore è un’esperienza profonda, un’esperienza vera e può avere un valore eversivo oggi, come tutte le esperienze vere in questo mondo, in questa società un po’ finta. Più tecnicamente, avevo l’impressione che nella mia lunga, ormai lunghissima, forse troppo lunga, carriera ci fossero state delle canzoni d’amore però passate un po’ inosservate di fronte a quelle che hanno avuto maggior ascolto, maggior evidenza, proprio forse perché erano più immediatamente politiche. Ho pensato che fosse giusto rivalutarle, riabilitarle, con arrangiamenti molto diversi, però riprenderle.

 

Cosa può fare la musica per cambiare gli equilibri di potere?

Ci può provare. La musica, nel momento in cui si pone il problema e l’obiettivo di modificare un po’ la percezione dell’esistente negli ascoltatori, in qualche misura contribuisce ad una piccola, lenta, minuscola modificazione culturale che ha ovviamente una valenza politica. Poi che cosa possa fare così nell’immediato, con un risultato immediato, questo è un’altra cosa. Una canzone non è un decreto legge.

 

Hai lavorato nelle scuole per molti anni a contatto con i ragazzi e in un’intervista hai detto che non ti permetti di educarli ad “andare contro”. Cosa bisognerebbe insegnare ai ragazzi oggi? E soprattutto in che modo?
Intendevo dire questo, cito così a memoria, quindi sicuramente sbagliata, una poesia di Erich Fried: “Chi dice ai suoi studenti di essere di destra è di destra. Chi insegna ai suoi studenti ad essere di sinistra è di destra, chi dice solamente quello che è, e che forse potrebbe anche eventualmente sba- gliare, potrebbe anche darsi che sia di sinistra.

Se fossi un dittatore!

Pubblicato il aprile 30, 2014

Catapultato nello star system del mondo dell’arte da un giorno all’altro grazie al clamore mediatico sollevato da una sua opera gigante affissa sulla facciata di un palazzo nel centro di Poznan in Polonia; Max Papeschi ha realizzato più di un centinaio di mostre in giro per il mondo in soli cinque anni. Nato come autore e regista televisivo, il creativo milanese ha recentemente pubblicato per Sperling & Kupfler il suo primo libro “Vendere svastiche e vivere felici. Ovvero: come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell’arte contemporanea”. Noi di C MAGAZINE l’abbiamo incontrato per parlare insieme a lui di questa novità editoriale e per chiedergli che cosa ne pensa del potere.

 

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È uscito con Sperling & Kupfler il tuo primo libro “Vendere Svastiche e vivere felici – Ovvero: come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell’arte contemporanea” si tratta di un manuale, di un romanzo o di una biografia?
Si tratta di un’autobiografia semi-seria che poi diventa quasi un romanzo nella seconda parte. L’ho diviso in due tempi, come se fosse un film perché il mio immaginario è stato influenzato tantissimo da quello dal cinematografico.

Quindi non insegna a vendere opere d’arte come suggerirebbe il titolo del libro?
Non è un manuale, nel senso tecnico del termine. Quando lo è, lo è fra le righe. Poi sta al lettore capire quando sto scherzando e quando sto parlando seriamente.

Èla storia di Max Papeschi con delle parti romanzate…
È la storia di Max Papeschi.

Come mai Sperling&Kupfler ti ha chiesto di scrivere una autobiografia romanzata?
Più che altro è andata così: stavamo facendo una riunione con Alessandra Torre e Francesca Micardi perché inizialmente l’idea era quella di girare un documentario sulla mia storia, ma la produzione era ancora ferma. Fra le altre cose, durante la riunione, avevo tirato fuori questa finta copertina.
Dopo la storia di Poznan avevo costruito per provocazione questa finta copertina con il titolo (che poi è rimasto) “Vendere svastiche e vivere felici – ovvero come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell’arte contemporanea”. L’idea era un libro sotto vetro come opera autoironica. Sono decine le idee che butto lì, disfo, preparo e poi lascio in una cartella “idee” che magari non tocco più. Alcune invece mi tornano in mente. Ricordo che durante la riunione e ho tirato fuori questa copertina, non so se per farla vedere come titolo o cosa e parlando abbiamo detto “beh effettivamente anche come libro sarebbe interessante.” A quel punto l’abbiamo proposta a Sperling che ha accettato.

È un tema ricorrente, nella tua storia, quello delle idee che si trasformano..
Sì! Spesso le idee che funzionano sono quelle che arrivano per caso, almeno per quanto mi riguarda. Le operazioni che ho fatto per caso sono quelle che sono andate meglio. Se invece mi metto sulla strada di “voglio fare qualcosa”, quella cosa spesso non accade.

…oppure diventa un’altra cosa…
Diciamo che il destino ha influenzato tantissimo la mia carriera, nel bene e nel male.

Nel male?
Tipo fare un film che poi non è uscito in sala.

Ne parlerai anche nel libro?
Assolutamente si: questo libro racconta anche di sconfitte, non solo delle cose belle che mi sono capitate recentemente. Racconta anche tutta la prima parte della mia vita in cui ho avuto una serie di esperienze negative o “formative”…tante volte quando si sbaglia si dice che sono esperienze formative, ma in realtà sono solo esperienze negative. Quando un progetto su cui lavori per un lungo periodo non va in porto, è una sconfitta. Puoi raccontartela come vuoi ma alla fine quello è.

Sei passato dal mondo del teatro a quello del cinema, della televisione e al mondo dell’arte. Quali differenze hai riscontrato?
La differenza più forte che si riscontra nel mondo dell’arte, rispetto ad altri ambienti è che non c’è nessun tipo di censura. Anzi addirittura devi stare attento tu a non cercare la provocazione a tutti i costi. Lo dico proprio io che paradossalmente passo per essere uno degli artisti più provocatori. Metà dei giornali che parlano di me, titolano con: “le provocazioni di Max Papeschi…”..in realtà son cazzate perché serve ai giornalisti metterle così.

Perché un’opera che raffigura un bombardamento sponsorizzato da Coca Cola (riferimento ad un’opera di Papeschi) non ti sembra provocatoria?
Non vedo la provocazione: in quell’opera sto parlando di un fatto reale, sto raccontando come sono fatte le cose, spostando un po’ la realtà, ma non ci vedo niente di provocatorio. C’è gente che ha messo un cesso in mostra in una galleria d’arte nel 1917, poi c’è stata la merda in un barattolo o il Papa schiacciato da un meteorite. A livello di provocazioni, il mondo dell’arte ha già dato abbastanza, secondo me.

 

 

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Non pensi di essere un provocatore di pensieri e riflessioni?
Penso di essere uno che racconta il suo tempo.

Come è stato scrivere il libro?
In passato ho scritto per il cinema, per il teatro e per la televisione. Però è un tipo di scrittura completamente differente, perché sono dialoghi e poi il prodotto finale non è mai lo scritto, quindi sai già che quando giri cambierai molto del testo.
Questa volta è stato diverso: all’inizio non sapevo bene come raccontare in prima persona, mi mancava proprio la cifra stilistica. Lavorandoci con le due co-autrici, Francesca Micardi e Alessandra Torre abbiamo fatto queste interviste lunghissime, che sono diventate una sorta di autoanalisi. Alla fine mi sono accorto che la cosa migliore era raccontare la storia in prima persona, in tono colloquiale, come se lo stessi facendo a voce. Quindi ho iniziato a scrivere in questo modo per rendere più scorrevole la lettura e lo stile molto simile a quello di una conversazione.

 

Il tema di questo numero di C MAGAZINE è il Potere. Che cosa è il potere secondo te?
Ci sono due tipi di potere secondo me: il potere sano, che è quello che permette di fare le cose. E’ molto più importante, anche in una carriera artistica. Il potere di chiamare i migliori collaboratori a lavorare con te o per esempio, di fare questo libro ed essere pubblicato da una casa editrice importante.

Quindi il potere visto come possibilità…
Sì! Il potere visto come possibilità. Il potere visto come numero di contatti che hai, con cui sei in grado di interagire alla pari e quindi con cui puoi creare delle cose belle e sviluppare la tua forma di pensiero senza troppe limitazioni. Anche i soldi stessi, la possibilità data dai soldi… di produrre qualcosa, che sia una mostra, che sia un libro, che sia un film, di distribuire la cosa a livello mondiale..fanno parte del potere inteso in senso sano.
Il potere in senso negativo, invece è quello della prevaricazione sugli altri, l’esercizio del potere per il potere.

Se tu fossi un dittatore con poteri assoluti, quali leggi promulgheresti a livello globale? Le primissime che ti vengono in mente..
No guarda, farei una sola cosa: abolirei la dittatura per legge.

…e come seconda?
Beh, se ho abolito la dittatura…

Le persone che hanno troppo potere poi impazziscono?
Si crea una piramide sotto di loro costituita dalle persone peggiori. Il peggio di solito si muove nella parte medio-alta della piramide più che nel vertice.

Ti sta bene come è il mondo?
No. Non mi sta bene com’è ma credo che le soluzioni non vadano trovate con la bacchetta magica. La vita consiste nel nascere e risolvere problemi finché non si muore. Tu immaginati una vita eterna. La gente non sa cosa fare la domenica, figurati se non esistesse la morte che noia infinita.

Ha più potere il denaro, la morte o l’amore? A livello di grandi numeri, per l’umanità, in questo periodo storico…
Non è una questione di periodo storico. Secondo me è sempre la morte quella che governa le nostre scelte. Noi ci troviamo qua per un periodo limitato di tempo senza neanche sapere bene le regole del gioco. I soldi…l’amore…sono cose che vanno e che vengono, mentre invece il senso della morte è una cosa che conosciamo fin da bambini. Per quello costruiamo imperi, accumuliamo soldi o cerchiamo amore.
La tragedia, la spada di Damocle che abbiamo sulle nostre teste ci rende umani. Non esisterebbe l’amore senza il senso della morte.

Eros e Thanatos?
No, non l’eros, l’amore. Quando ami una persona è perché sai che il periodo di permanenza su questo pianeta è limitato. Quando dici “per tutta la vita” è perché sai che la vita finisce.

Non credi nell’amore eterno…
Non esiste l’amore eterno, perché c’è la morte, grazie a Dio, a salvarci dall’insostenibilità dell’amore eterno.

Se tu potessi scegliere fra mortalità e immortalità?
Sono un cagasotto, quindi ci penserei. Ti direi: mortale, ma potendo decidere io quando finire. Non vorrei essere condannato all’immortalità.
Una volta qualcuno, non ricordo chi, ha detto che la vita è una partita a poker in cui non sai che carte hai e che carte hanno gli altri, sai solo una cosa: che ad un certo punto arriverà qualcuno e sbatterà per terra il tavolo facendo cascare tutto quello che hai vinto.

 

 

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Gli esseri umani giocano, ma nel loro gioco spesso, per vincere, sfruttano altri animali oppure esseri umani. Ci dovrebbe essere un limite, secondo te, in questo gioco oppure è più bello che sia completamente libero?
No, non è bello per niente, ma è nella natura umana che sia così.
E’ chiaro che prima o poi lo sfruttamento degli animali finirà.
Questa cosa è già accaduta negli Stati Uniti, quando è stata abolita la schiavitù.
Il comunismo ha però dimostrato che non si può imporre a tavolino l’uguaglianza.
Questa cosa può succedere soltanto se chi è sfruttato ha coscienza di esserlo (questo vale per gli uomini e non per gli animali, chiaramente) e se chi sfrutta ha coscienza di ciò che sta facendo.

Trovo che la seconda parte sia interessante. In che modo avviene il cambiamento interiore nello sfruttatore?
Deve essere insopportabile il concetto dello sfruttamento per lo sfruttatore stesso.

Ma se lo delega ad altri pur di non vederlo?
È uguale, nel senso che tutti ormai sappiamo cosa succede, viviamo in un mondo di sovrainformazione. Lo sanno tutti cosa succede agli animali, come vengono messi in batteria i polli e tutto il resto è che non ce ne sbatte un cazzo. Sono molto pochi quelli a cui interessa veramente.
Alla collettività ancora non importa abbastanza da rinunciare a delle cose. Secondo me è una mentalità che andrà cambiando…e ti parla uno che mangia carne.

Nelle tue opere accosti figure assolute del male come Adolf Hitler, a icone globali dell’innocenza, come i personaggi della Disney. Cosa vuoi dire con questo accostamento? Esiste il male?
Il male assoluto e il bene assoluto sono rappresentabili, ma non esistono per davvero, secondo me.

I campi di concentramento, per fare un esempio, non erano dei luoghi in cui risiedeva il male?
Erano dei luoghi terribili, ma erano dei luoghi che riflettevano quella che è la natura umana. Nella storia ce ne sono stati tanti: dai Gulag, ai campi della morte dei Khmer Rossi, pensa che ancora adesso esistono posti come Guantanamo.

Pensi che chiunque agirebbe allo stesso modo? Tutti sarebbero aguzzini, se posti nella condizione di farlo o di doverlo fare?
Sembrerebbe di sì, perché in nessuno di questi regimi, neanche di quelli attuali, ci sono molti disertori. Questo fa pensare che perfino la morale sia una cosa che ha a che fare con la morale degli altri, non con la propria.

Quanto di autentico e quanto di ipocrita c’è, in questo senso, nella società di oggi?
C’è una parte autentica. Non importa che sia autentica perché ognuno lo crede fermamente dentro sé stesso o che sia semplicemente una morale comune, l’importante è che ci sia. Facciamo l’esempio delle pellicce, un argomento che a te, animalista sta a cuore. Cosa ha fatto morire veramente il mercato delle pellicce?
La vergogna. Le pellicce non hanno smesso di essere vendute per motivi di coscienza ma perché la gente si vergognava a portarle.

Animali salvi grazie al conformismo, quindi?
Se vuoi è conformismo del bene, ma è sempre molto meglio che il conformismo del male. La prima e la seconda generazione, quando parliamo di cambiamenti e di tendenze morali, magari si adeguando per vergogna e conformismo, quelle successive invece spesso si rendono conto delle ragioni di fondo del cambiamento.
Secondo me c’è un lento meccanismo di miglioramento, non è vero che il mondo va sempre peggio.

Quindi sei ottimista nei confronti dell’essere umano
Sono ottimista sulla lunghissima distanza.

Cosa ti aspetti dal mondo della letteratura?
Non mi aspetto niente dal mondo della letteratura. Spero dal mondo dei lettori che il mio libro piaccia e diverta.

Tu leggi molto?
Io leggevo moltissimo, ora leggo molto meno, devo ammetterlo, per colpa di internet che mi porta via un sacco di tempo e del fatto che comunque ho poco tempo libero.

I tuoi scrittori preferiti?
I primi che mi vengono in mente sono Ballard,Vonnegut, Mc Donald, Mitchell e Palahniuk fino a qualche libro fa.

Cosa cercavi nei libri?
Ho iniziato da ragazzino a leggere, con dei libri impegnativi, come 1984 di Orwell.
Mi è sempre piaciuta la fantapolitica.
Ballard diceva che per capire il presente la cosa migliore è leggere i libri di fantascienza, ti fanno capire a cosa tende il presente, quali sono le paure attuali.

Il lettore ideale del tuo libro che cosa cerca e che cosa troverà?
Ho cercato di non scrivere un libro solo per persone dell’ambiente dell’arte.
Questa è una storia un po’ assoluta, una storia di sconfitte dalle quali possono nascere nuove opportunità.

Un libro che ispirerà altre persone?
Spero di no. Vedo già su internet dei piccoli mostri che fanno lavori come i miei con il digitale sperando di replicare ciò che è successo a me.

Ti dà fastidio?
No, non mi dà fastidio, mi dispiace per loro perché non arriveranno mai a niente finché imitano i modelli degli altri. Devono far qualcosa di loro. E’ sbagliato cercare di copiare un modello. Va bene fare omaggi, va bene perfino rubare delle idee, ma mai cercare di copiare un modello nel suo insieme.
Vale sempre la pena avere una propria visione, altrimenti tanto vale fare un lavoro non creativo.

I tuoi progetti per l’immediato futuro?
Ci saranno una serie di mostre legate alla presentazione del libro. Poi a fine settembre presento in Giappone una serie ancora inedita. Sto pensando anche a progetti che non sono direttamente legati al mondo dell’arte, ma è ancora presto per parlarne.

Occupiamo il Valle!

Pubblicato il aprile 30, 2014

Quanto segue, è frutto di mie opinioni personali che molto probabilmente non incontreranno il consenso di molti. Quanto segue, è apparentemente intollerante e ben poco popolare.
Quanto segue è frutto di considerazioni libere, che non appartengono ad una collettività, bensì all’individuo.
Se lo ritieni opportuno, dunque, cambia pagina adesso. Io ti ho avvisato.

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È meglio un teatro occupato o un teatro libero?
Si sostituisce un potere con un altro potere?

È sulla base di queste considerazioni che la storia del teatro Valle mi puzza. Mi puzza di potere. Di élite!
La puzza è venuta a galla già quella sera che, a pochi giorni dall’avvenuta occupazione, una virgulta, apparentemente calata nel ruolo della manifestante motivata, vietò l’ingresso al teatro a mio fratello, che era andato a vedere cosa stesse succedendo, e che, prima di firmare l’adesione al Valle, avrebbe gradito entrare e capire… La risposta fu: “Se prima non firmi non entri!”.
Mio fratello, saggiamente, non firmò e andammo a sbronzarci, saggiamente, nel luogo più libero della città: il salone di casa!

Ripeto: si sostituisce un potere con un altro potere?
Non stiamo parlando di occupazione delle case. Non siamo di fronte a senzatetto che sfondano le porte di uno stabile dismesso e lo occupano acquisendo il sacrosanto diritto alla casa.
Non stiamo parlando di operai sottopagati e sfruttati che occupano la proprietà del padrone affinché questi ne riconosca i pieni e legittimi diritti. Non stiamo parlando di tanti altri casi in cui l’occupazione rappresenta l’unico mezzo efficace all’acquisizione di un diritto negato o di un valorizzare un bene abbandonato e donato alla comunità tutta.
Qui parliamo di un teatro che, una volta occupato NON può e non deve essere un bene elitista ed esclusivo.
La mia personale visione del teatro contemporaneo, già di base mi porterebbe a dire che il teatro è desueto in quanto tale. Nulla è più vecchio, nella peggiore accezione del termine, del proscenio. Esistono casi di workshop ecosolidali, che permettono l’espressione artistica avvalendosi dell’utilizzo – chiamala “occupazione temporanea” –  di spazi offerti dalla natura.
Un marciapiede, una piazza, un bosco, un qualsivoglia angolo di città, quello dovrebbe essere il palco! E il salario? Il cappello!
Perché prendere possesso di un bene(?) istituzionale, occupandolo per poi automaticamente istituzionalizzarlo mediante fondazioni e/o atti costitutivi e/o commissioni artistiche?
Siete degli artisti? Provate a inviare il vostro progetto al Valle! Chiedete di esibirvi. Tutto ciò che richiede un’accettazione da parte di una commissione, chiamala collettivo se preferisci, include a priori l’esistenza di un’istituzione. E istituzione equivale a potere.
E ribadisco il concetto di base che mi spinge a scrivere questo così impopolare – qualcuno lo definirebbe fascista – articolo: non si combatte il potere sostituendolo con un altro.
Non si sconfigge la mafia con un’altra mafia. Non si delegifera, legiferando.
Una volta occupato, il teatro sarebbe dovuto essere liberato la settimana successiva… consentendo a chicchessia, seguendo le pure logiche del quieto vivere e del reciproco rispetto deontologico, l’esibizione libera sul palco. Senza locandine, manifesti, commissioni, direttori artistici, artisti, o pseudo tali, posti a saggiare la validità di questo o quel progetto e gestendo calendari e disponibilità. (Ci tengo a precisare che non ho mai sottoposto un progetto al Valle, dunque, a te che adesso stai pensando: Scrive così perché non gli hanno concesso di esibirsi e quindi è frustrato! – sei fuori strada, amico/a!).
Persone realmente animate da spirito artistico non necessitano di occupare un bel nulla. L’artista dovrebbe oggi affollare le strade, armato di strumento musicale, macchina fotografica, telecamera, tele, spray, voce, mani, piedi, e occupare gli angoli di città ormai divenute tristi e vuote offrendo, in cambio di spontaneo compenso, il frutto della propria ispirazione.
Questa è una battaglia da combattere. Questo è destrutturare l’istituzione. Questo è contrapporsi al potere senza generarne uno peggiore!
Oppure, in alternativa, se l’ecosostenibilità non dovesse entusiasmarvi, facciamo un’occupazione turnificata!
Vale a dire che ogni 6 mesi cambia la “gestione” del teatro. Magari geograficamente: per i primi sei mesi, un collettivo di occupanti provenienti dalla Lombardia; altri 6 mesi, occupanti provenienti dalla Puglia; altri 6 mesi occupanti provenienti dal Trentino e, perché no, da italiani residenti all’estero e così via… disintegrando il potere di volta in volta proprio nel momento in cui si sta per consolidare.
Naturalmente, stesso dicasi per i vari Angelo Mai, con i loro palinsesti sempre occupati… molto più occupati dello stesso luogo! Intasati. Sempre saturi!
Sono d’accordo con chi intende combattere i poteri forti. Ma attenzione… appena sei tu, o voi, a diventare potere forte, è giusto che qualcuno vi prenda a calci in culo!
Dunque: Occupiamo il Valle? …Che ne dite?

il Pigneto casa-base di ieri e domani

Pubblicato il marzo 31, 2014

Il Pigneto, quartiere romano situato alle spalle di Porta Maggiore, è un rione che non può essere lasciato in disparte. Chi non lo conosce e vive nella Capitale da un po’ deve documentarsi e, chi invece non ha mai avuto l’occasione di sentire questo ‘simpatico’ nome per la prima volta può proseguire questa lettura, che non vi tedierà, è una promessa.

 

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Il titolo suggerisce che questo luogo, sconosciuto per alcuni, è invece casa-base per altri; un universo sottostante la grande bellezza di Roma che, attraverso tutto quello che questa città può mostrare al suo pubblico, non solo composto da turisti e passanti, non deve essere dimenticato, anzi è carico di storia.
Questo rione racchiude un significato evocativo. Chi è nato qui converrà con queste parole: al Pigneto ne sono passati di grandi personalità di spicco che hanno passeggiato e conquistato una parte di questo quartiere che una volta era pieno di pini (da qui il nome Pigneto) e che adesso è un luogo che vanta copiose presenze indimenticabili. Giusto un paio di indizi: Pier Paolo Pasolini e Rossellini con il suo film Roma Città Aperta.
Questo storico quartiere delimitato come un triangolo dalla Casilina, la Prenestina e l’Acqua Bullicante, famoso soprattutto per aver ospitato le esplorazioni periferiche di Pasolini negli anni ‘60, adesso sta vivendo un periodo di fermento sociale e culturale. Il fatto curioso è che gli abitanti storici del Pigneto e i nuovi arrivati si mescolano con discrezione a chi nel quartiere è nato.
Questo fenomeno prende il nome di gentrificazione (in inglese, gentrification, deriva da “gentry”, termine che indica la piccola nobiltà inglese) appunto la gentrification del Pigneto con la quale si indicano, da gentrification, i cambiamenti socio-culturali in un’area, risultanti dall’acquisto di beni immobili da parte di una fascia di popolazione benestante in una comunità meno ricca.
Dall’esempio lampante di Londra, questi cambiamenti si verificano nelle periferie urbane, come il Pigneto, nelle zone con un certo degrado da un punto di vista edilizio e con costi abitativi bassi. Nel momento in cui queste zone vengono sottoposte a restauro e miglioramento urbano, tendono a far affluire su di loro nuovi abitanti ad alto reddito e ad espellere i vecchi abitanti a basso reddito, i quali non possono più permettersi di risiedervi.
Il problema del Pigneto è il il tumore che lo sta velocemente degradando: lo “spaccio”. Il rione strettamente denso di dinamiche commerciali, mette in moto dinamiche sociali ben note storicamente ai militanti politici di sinistra. Il quartiere pasoliniano è caratterizzato da una doppia realtà, da una parte un proletariato fatto di lavoratori dipendenti, piccoli artigiani e altrettanto piccoli commercianti, e una malavita inserita nel contesto sociale, una sorta di popolo del substrato del Pigneto.
Negli ultimi anni il Pigneto ha subito la progressiva trasformazione da quartiere popolare a zona ricercata, “cool”, con nuovi residenti spesso politicamente schierati a sinistra.
La moltiplicazione dei locali ha favorito inoltre la concentrazione serale e notturna di una popolazione di visitatori “occasionali, ma tendenzialmente stabili” fatta soprattutto di studenti, con qualche sostanziosa propaggine di sbandati, “tossici”, alcolizzati e pazzi cronici.
Non ci sono infatti, a Roma, molte altre “isole così, senza regole, e dove l’orario non è mai stato un problema”. Facendo un passo indietro e ricordando la sua cultura popolare antica, seppure disperatamente e in forme un po’ retro, si respira aria buona e per niente malata.
Questo luogo è ricco di retroscena infatti era stato scelto come scenario significativo per alcuni dei più importanti film del Neorealismo e non solo: da “Roma Città Aperta” (Rossellini, ‘45) a “Bellissima” (Visconti, ‘51); da “Domenica della brava gente” (Majano, ‘53) a “Il Ferroviere” (Germi, ‘55); da “Audace colpo dei soliti ignoti” (Loy, ‘60) per arrivare ad “Accattone” di Pasolini (‘60).
Perché il Pigneto? Forse per la particolarità della storia che nelle sue vie si è stratificata: un intreccio fatto di gente semplice, umile, ferrovieri, operai, botteghe artigianali che pullulavano in una periferia sorta a pochi passi dal centro di Roma. Questo luogo, che affettuosamente lo stesso Pasolini chiamava “La corona di spine che cinge la città di Dio”, è proprio il Pigneto: vera e propria isola urbana, una piccola città nella città.
Le storie dei residenti storici si plasmano con le voci dei nuovi abitanti, attratti in massa dal carattere così inusuale del quartiere, dal suo passato così presente. Da ieri a oggi si osserva l’incredibile commistione di lingue, stili di vita, compresenze, modalità relazionali e stratificazioni di senso presenti ovunque nelle vie del Pigneto.
Là, Pasolini aveva voluto girare Accattone, il suo primo film: “Erano giorni stupendi, in cui l’estate ardeva ancora purissima, appena svuotata un po’ dentro, dalla sua furia. Via Fanfulla da Lodi, nel cuore del Pigneto, con le casupole basse, i muretti screpolati, era di una granulosa grandiosità, nella sua estrema piccolezza; una povera, umile, sconosciuta stradetta, perduta sotto il sole, in una Roma che non era Roma”.
Nel Pigneto quindi vive questo doppia anima, una malata e irrisolta e l’altra carica di cultura e di bei ricordi. Qui, c’è movimento, sub-culture, divertimento, e sì, anche droga. Lo spacciatore dietro l’angolo e il punkabbestia con il fedele cane, che non ti vuole solo offrire una birra o chiederti gli spiccioli per prenderla, sono solo alcuni soggetti che si possono incrociare, ma c’è bella gente, bella con l’accezione di particolare.
Se più verso la via Roberto Malatesta che taglia la parte tranquilla del quartiere, sorgono case residenziali per le famiglie cordiali, verso il Pigneto, dal fantomatico ponticello in poi che attraversa i binari della stazione e lascia alle spalle la Circonvallazione Casilina, ci addentriamo nel clou del rione. Dai cani sciolti ai murales colorati, dalla puzza di birra ai tavolini fuori che ti invitano a fermarti a bere un cocktail con gusto, dalle bancarelle sfiziose di qualche commerciante di strada ai simpatici vucumprà che ormai vendono di tutto.
Quello che stupisce è come questo luogo di ritrovo dei giovani sia pieno anzi colmo di locali. La formula è vincente e crescono come funghi. Dai posti storici, a pochi passi dall’isola pedonale, Necci – una vera e propria istituzione del quartiere, un posto da segnarsi in agenda, con un ampio giardino e l’interno arredato in stile vintage – alla piacevole Bottiglieria dove puoi comodamente leggere un libro in compagnia di musica lounge, dal nuovo Birstrò, che sforna birre artigianali di propria produzione, a locali figli di questa zona in evoluzione, come l’Alvarado, al Pigneto.
Il solo baccano che si sente dalla strada, fa intendere come suoni bene la musica al Pigneto.
Quindi non solo birra a fiumi scorre in questo rione, ma cascate di musica di tutti i generi.
Qui quello che cerchi lo trovi e ne resti a volte soddisfatto altre volte sei inebriato, e non dalla droga, ma decidi di restarci o, per i più fortunati, di venirci a vivere….

Alvarado

Pubblicato il marzo 31, 2014

…io quello che cercavo l’ho trovato all’Alvarado Street, club in cui ho voluto dare un’occhiata dall’interno: le coordinate del GPS segnano Via Attilio Mori, 27 e quello che traspira suona più o meno così: Più realtà ricreate nello stesso spazio dal pub al club dove suona la musica più variegata e dinamica della scena culturale underground, diviso in due piani, questo locale offre diverse iniziative oltre alla musica dal vivo…

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Perché Alvarado? Centra con la citazione di Bukowski che compare nel vostro sito web? Perché sappilo: un buon locale, non si giudica solo dalla birra che offre e, anche se detto dall’ubriacone Bukowski non è comunque abbastanza…
Ovviamente il nome Alvarado Street è il nostro omaggio a quel vecchio beone di Hank! La citazione che hai visto sul quadro è presa dal suo romanzo “donne” e Alvarado Street è la via dove lo scrittore C.B. era solito bere e folleggiare nelle sue lunghe e folli notti.

In che anno è incominciata la vostra attività e soprattutto perché avete scelto il Pigneto come zona romana; c’è una ragione particolare e strategica oppure è capitato per caso?
La scelta è stata assolutamente mirata. Quando abbiamo aperto il locale, due anni fa, abbiamo puntato su questo quartiere perché è un luogo che offre tante possibilità dal punto di vista culturale e della vita notturna. Abbiamo cercato di miscelare questi due aspetti e la scelta è stata azzeccata.

Come siete subentrati nella gestione del Round Midnight e quali difficoltà avete incontrato?
Venendo tutti e due (Carlo e Giulio) da esperienze precedenti l’impatto è stato alquanto “soft” e positivo sin dal principio. Vivere la notte fa parte di noi e ci piace come scelta.

Qualcuno tra i gestori del locale è storicamente appartenuto alla vita del Pigneto, quindi in un certo senso si sente a casa, oppure già l’Alvarado è una casa vera e propria per voi?
Nessuno dei due  viveva o abitava o faceva parte della “scena del Pigneto”, ma ci siamo trovati benissimo sin dall’inizio. Inutile dirti che l’ Alvarado è ormai la nostra casa visto che passiamo qui la maggior parte delle nostre giornate e ne siamo contenti.

Qui è tutto davvero molto bello, di chi è stata l’idea?
Nostra, abbiamo impiegato parecchio tempo per tirare su il tutto poiché prima non c’era un locale qui! Quello che vedi è frutto della nostra inventiva.

La concorrenza è spietata e nemica dei locali affollati che alimentano l’isola del Pigneto. Come pensate di reagire a questa problematica? In sostanza cosa offre il vostro pub/club di più degli altri?
La presenza di parecchi locali in zona non è assolutamente qualcosa di negativo per noi, anzi. Una zona come questa richiama parecchie persone e poi ognuno sceglie. Certamente il nostro punto di forza è la continua programmazione dal punto di vista della musica live che svaria su tutti i generi che abbiano a che fare con il rock nell’accezione più ampia del termine. Oltre a questo abbiamo anche un’ottima scelta dal punto di vista birrario (con un’ampia proposta di prodotti artigianali), dei distillati in genere e l’offerta di cibi vari tra cui anche quelli vegetariani.

Quelli che frequentano Alvarado sono ragazzi e ragazze di quale fascia di età? Vi è tra loro lo skater, lo streetwriter, il nostalgico dallo stile indie-rock, oppure c’è semplicemente tanta gente normale? Te lo chiedo perché al Pigneto di gente normale neanche l’ombra…
La nostra clientela è molto variegata e solitamente è differente da serata a serata secondo il live che proponiamo. C’è da dire che una buona fetta di aficionados è rappresentata dai ragazzi della scena punkrock/punk/hc romana perché è questa tipologia che caratterizza il locale e rispecchia maggiormente i nostri gusti.

All’Alvarado suonano band, si beve ottima birra e soprattutto si incontra gente con cui scambiare opinione e si dibatte; è un punto di forza di un club quello di accomunare teste diverse sotto un unico tetto per far partorire qualcosa di creativo?
Assolutamente sì! Questo mix creativo è un’arma buona che dà sapore a quello che facciamo e ci sprona a continuare nella direzione che abbiamo intrapreso. Penso che lo scambio tra persone apparentemente “differenti” sia senza dubbio un punto di forza.

Hai parlato di musica dal vivo: è una carta vincente per il vostro locale? Ci sono prospettive o evoluzioni future?
Sì, è la NOSTRA carta vincente! A proposito di prospettive, approfitto per parlarti del nostro primo Festival che si terrà nei giorni 4 e 5 di Aprile. Il nome dell’evento è “BANNED IN PIGNETO” ed è il 1° fest punk hc che organizziamo in prima persona: dieci band provenienti da panorami nazionali e internazionali e due giorni di musica. Info https://www.facebook.com/events/274090599422017/?fref=ts

Raccontaci qualche concerto/evento che è stato particolarmente importante per la crescita non solo economica ma anche del nome Alvarado?
Viste le premesse precedenti (siamo amanti del punk hc) sicuramente un evento che ci ha gratificati parecchio è stato il concerto dei “LA CRISI”, storica band della scena punk hc: stesso tetto insomma.

Ai vostri concerti c’è qualche band che  supera l’altra, nel senso che nel locale premiate più un genere musicale oppure siete della filosofia più ce n’è meglio è?
Non c’è una vera e propria gerarchia. Qui abbiamo ospitato concerti dei più svariati generi: dal punk al folk, dal metal all’elettronica, dal dark all’hardcore ecc.

Quindi, com’è lavorare all’Alvarado?
Una bomba! Tanti nuovi amici e buona musica nel nostro locale, il tutto condito da ottima birra! Quale lavoro potremmo desiderare se non questo?

Storie senza centro

Pubblicato il marzo 31, 2014

Nella via dove sono cresciuta, a Sesto San Giovanni, nell’hinterland milanese, quando ci ero arrivata all’inizio degli anni ‘80, c’era solo il mio condominio (una casa popolare dei primi del ‘900) e un’altra palazzina alla fine della via. Di fronte, un muro ci divideva dalla ferrovia.
All’inizio la strada non era nemmeno perfettamente asfaltata.

 

MIlano_2010.03.03 (esplorazione)
Nelle grandi città non esiste il concetto di quartiere: spesso si frequenta la scuola in un altro comune, poi l’università, il posto di lavoro e gli amici.
Per la maggior parte dei casi le uniche cose che sai dei tuoi vicini di casa sono il cognome sul citofono e qualche sparuto pettegolezzo da pianerottolo.
Man mano, con il passare degli anni, sono spuntati nuovi palazzi in via Acciaierie: 9 – 12 piani e un giardinetto con muretto d’ordinanza che ha offerto lo spazio a vari adolescenti della città di ritrovarsi proprio in quella via, misteriosamente soprannominata “le villette”.
Storie d’amore, micro quartieri, con abitanti, però, che venivano da altre vie, altri luoghi.
Il vantaggio del vivere in una città con decine di migliaia di abitanti confinante con Milano e con altre distese di cemento per chilometri e chilometri, sono proprio le decine, centinaia di migliaia di persone diverse con cui puoi entrare in contatto facilmente: chiunque abbia interessi particolari, può trovare coetanei che condividono le stesse passioni e frequentarli senza per forza adattarsi alle “regole del barrio”.
Anche perché se escludiamo le riunioni di condominio, di regole del barrio non ce ne sono proprio.
Il barrio, nelle grandi città è spesso una via, o al limite un isolato: centinaia di famiglie inscatolate in verticale. Una grande concentrazione di emozioni, drammi, amori, televisori accesi e ultimamente anche reti wi-fi.
Il barrio-via delle metropoli di periferia cambia faccia più velocemente delle mode: cambiano i vicini di casa, aprono e chiudono i negozi, gente nuova arriva, resta sconosciuta per anni e poi se ne va. Ci si incrocia correndo verso la metropolitana al mattino, al rientro alla sera.
Le periferie poi sono l’eccellenza della multi-culturalità. Sono il vero luogo aperto dove lo spazio viene condiviso con persone di etnie diverse. In un certo senso sono più autentiche dei centri cittadini, più tradizionali, meno dinamici, meno pericolosi.
Nelle vie delle periferie delle metropoli si cammina velocemente. Ma non per la fretta: per la paura. Dopo la grande crisi economica è cambiata anche la faccia di questi micro quartieri. Pubblici esercizi chiusi, vie buie, strade più dissestate, persone rintanate in casa, rapine in pieno giorno per mano di perfetti sconosciuti, gente che arriva magari da un altro micro-barrio, di un’altra città o provincia o paese o continente..non importa. Crescendo in questi luoghi è difficile parlare di tradizione. La cultura la si pesca altrove, le chiacchierate con persone anziane del vicinato sono sporadiche, ogni famiglia fa per sé, la diffidenza, volente o nolente, regna.
Multiculturalità che ti porta però anche a scegliere: cosa mi appartiene? A che tipo di ideali appartengo?
Sesto San Giovanni non è il Bronx e non è nemmeno una delle cittadine messe peggio nel milanese: di bande alla “Guerrieri della Notte” non ce ne sono. Gli episodi di cronaca nera, spesso efferati, arrivano dalla gelosia, dalla follia, dalla violenza. A pochi metri intorno a te (in orizzontale, al piano di sotto, al piano di sopra) può attuarsi uno stupro, una proposta di matrimonio, un suicidio, una partita di calcio, una puntata di Beautiful con la minestrina sul fuoco. Il barrio non partecipa a questi eventi. Non ne è razionalmente consapevole. Non celebra il vicinato. A volte, se sente delle urla, non interviene. Ordinaria amministrazione.
Eppure siamo tutti esseri viventi capaci di sentimenti. Ci si commuove, si condividono le esperienze ed i racconti con le famiglie estese che si sceglie di crearsi, con gli amici, indipendentemente da dove essi vivano.
Ora, con internet, i confini sono ancora più larghi. Con la globalizzazione il barrio della periferia si estende, mangia tutto il verde che è rimasto a rifocillare i nostri esanimi polmoni, ingloba con il suo individualistico senso porzioni sempre maggiori di territorio, invade i centri, cancella la storia. Senza la storia esistono le storie. Storie senza centro, come trame di una tela variopinta.

i marciapiedi ci conoscono!

Pubblicato il marzo 31, 2014

NOME: VINCENZO COSTANTINO
ALIAS: CHINASKI
PROFESSIONE: POETA BARDO
CITAZIONE: “IL BAR NON TI REGALA RICORDI MA I RICORDI PORTANO SEMPRE AL BAR!

  …una passeggiata ideale fra marciapiedi sapienti ed etica da bar, con Vincenzo Costantino Chinaski, autore del libro: Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare, e del disco: Smoke.

chinaski foto

Mi pare assodato che il Bar è un elemento indispensabile nel (sopra)vivere dell’uomo – Il Bar non ti regala ricordi ma i ricordi ti portano sempre Al Bar. – invece, il Barrio è altrettanto indispensabile?
Il Bar non è essenziale, ma visto che esiste diventa un confessionale, un luogo di rifugio sentimentale e quando lo si scambia per una arena si crea confusione. Il quartiere è invece la tutela dei sentimenti, è il grembo …indispensabile.

Per te, da cosa è rappresentato il Barrio?
Dai luoghi del quartiere che mi concedono tregua e accoglienza, così come la gente del quartiere.

Credi ci sia stato un piano studiato dai cosiddetti poteri forti atto a farci chiudere tutti in casa a chattare nella nostra solitudine evitando dunque di popolare le strade?
Non credo nei piani prestabiliti, ma nell’indole umana a non riconoscere mai, o quasi mai l’oltre l’altrove e l’importanza che hanno le impronte che si lasciano camminando.

Il nuovo trend pare sia quello di prendersi molta cura di sé… smettere di fumare perché nuoce gravemente alla salute; fare jogging o andare in palestra; bere Responsabilmente; una dieta equilibrata…
Siamo destinati a diventare un popolo di sani oppure semplicemente moriremo sani?
Siamo destinati all’uguaglianza, all’omologazione, alla massificazione, siamo destinati alla quantità.
La qualità sarà come il merito, il gesto rivoluzionario.

Anni fa ho intervistato Capossela. Lui mi disse che tu sei quell’amico che conosce ed insegna le cose veramente indispensabili nella vita, ad esempio: “quando è opportuno ubriacarsi e quando non lo è.”
Puoi spiegarmi questo aspetto? Quando NON è opportuno e quando invece lo è particolarmente?
Ne parlo solo con gli amici, e in privato.

La discografia e la letteratura rappresentano un mercato particolarmente in crisi al momento. La gente è sempre più informata ma legge sempre meno, e ascolta musica su youtube ma non compra più cd.
Tu hai fatto un disco – bellissimo oltretutto – in cui leggi tue poesie su sottofondo/contorno musicale… non hai capito un cazzo oppure in fondo sei un inguaribile ottimista nonostante tutto?
Sono un inguaribile romantico perché non ho capito un cazzo , ma ho capito che le cose le fai a prescindere dalla quantità. non mi interessa quanto vende il mio disco, ma chi ha il coraggio di acquistarlo.

copertina

L’Uomo riuscirà a salvare l’Uomo?
Solo se riuscirà a capire e amare la donna.

I marciapiedi ci riconoscono?
No, ci conoscono, sono i custodi delle nostre solitudini.

Per un poeta Bardo, qual’è oggi il gesto più epico?
Sopravvivere di poesia.

Perché Ulisse ti è sempre stato sul cazzo?
Perché rappresenta il furbo, l’intelligenza al servizio del più forte.

Credi in Dio? E se si, come te lo immagini?
Credo nell’azzardo e nella scommessa e ho scommesso che qualcosa o qualcuno c’è, e se c’è
me lo immagino Donna, con peli pubici e ascellari bleu.

Pedro Juan Gutierrez sostiene che sia un tempo molto difficile per i poeti, perché non c’è nulla di bello di cui cantare o scrivere.
È possibile trovare lirismo nella “monnezza”. Ma, dove credi che oggi si possa trovare la bellezza?
Non mi riguarda, perché è relativo. Non cerco la bellezza ma solo vita, che mi faccia ridere o piangere per poi restituirla a chi non se ne accorge.
Sai quante lacrime e sorrisi sono andati persi e invece avrebbero potuto salvare le giornate.

Grazie per il tempo che mi hai dedicato. 
Prego.

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