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Occupiamo il Valle!

Pubblicato il aprile 30, 2014

Quanto segue, è frutto di mie opinioni personali che molto probabilmente non incontreranno il consenso di molti. Quanto segue, è apparentemente intollerante e ben poco popolare.
Quanto segue è frutto di considerazioni libere, che non appartengono ad una collettività, bensì all’individuo.
Se lo ritieni opportuno, dunque, cambia pagina adesso. Io ti ho avvisato.

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È meglio un teatro occupato o un teatro libero?
Si sostituisce un potere con un altro potere?

È sulla base di queste considerazioni che la storia del teatro Valle mi puzza. Mi puzza di potere. Di élite!
La puzza è venuta a galla già quella sera che, a pochi giorni dall’avvenuta occupazione, una virgulta, apparentemente calata nel ruolo della manifestante motivata, vietò l’ingresso al teatro a mio fratello, che era andato a vedere cosa stesse succedendo, e che, prima di firmare l’adesione al Valle, avrebbe gradito entrare e capire… La risposta fu: “Se prima non firmi non entri!”.
Mio fratello, saggiamente, non firmò e andammo a sbronzarci, saggiamente, nel luogo più libero della città: il salone di casa!

Ripeto: si sostituisce un potere con un altro potere?
Non stiamo parlando di occupazione delle case. Non siamo di fronte a senzatetto che sfondano le porte di uno stabile dismesso e lo occupano acquisendo il sacrosanto diritto alla casa.
Non stiamo parlando di operai sottopagati e sfruttati che occupano la proprietà del padrone affinché questi ne riconosca i pieni e legittimi diritti. Non stiamo parlando di tanti altri casi in cui l’occupazione rappresenta l’unico mezzo efficace all’acquisizione di un diritto negato o di un valorizzare un bene abbandonato e donato alla comunità tutta.
Qui parliamo di un teatro che, una volta occupato NON può e non deve essere un bene elitista ed esclusivo.
La mia personale visione del teatro contemporaneo, già di base mi porterebbe a dire che il teatro è desueto in quanto tale. Nulla è più vecchio, nella peggiore accezione del termine, del proscenio. Esistono casi di workshop ecosolidali, che permettono l’espressione artistica avvalendosi dell’utilizzo – chiamala “occupazione temporanea” –  di spazi offerti dalla natura.
Un marciapiede, una piazza, un bosco, un qualsivoglia angolo di città, quello dovrebbe essere il palco! E il salario? Il cappello!
Perché prendere possesso di un bene(?) istituzionale, occupandolo per poi automaticamente istituzionalizzarlo mediante fondazioni e/o atti costitutivi e/o commissioni artistiche?
Siete degli artisti? Provate a inviare il vostro progetto al Valle! Chiedete di esibirvi. Tutto ciò che richiede un’accettazione da parte di una commissione, chiamala collettivo se preferisci, include a priori l’esistenza di un’istituzione. E istituzione equivale a potere.
E ribadisco il concetto di base che mi spinge a scrivere questo così impopolare – qualcuno lo definirebbe fascista – articolo: non si combatte il potere sostituendolo con un altro.
Non si sconfigge la mafia con un’altra mafia. Non si delegifera, legiferando.
Una volta occupato, il teatro sarebbe dovuto essere liberato la settimana successiva… consentendo a chicchessia, seguendo le pure logiche del quieto vivere e del reciproco rispetto deontologico, l’esibizione libera sul palco. Senza locandine, manifesti, commissioni, direttori artistici, artisti, o pseudo tali, posti a saggiare la validità di questo o quel progetto e gestendo calendari e disponibilità. (Ci tengo a precisare che non ho mai sottoposto un progetto al Valle, dunque, a te che adesso stai pensando: Scrive così perché non gli hanno concesso di esibirsi e quindi è frustrato! – sei fuori strada, amico/a!).
Persone realmente animate da spirito artistico non necessitano di occupare un bel nulla. L’artista dovrebbe oggi affollare le strade, armato di strumento musicale, macchina fotografica, telecamera, tele, spray, voce, mani, piedi, e occupare gli angoli di città ormai divenute tristi e vuote offrendo, in cambio di spontaneo compenso, il frutto della propria ispirazione.
Questa è una battaglia da combattere. Questo è destrutturare l’istituzione. Questo è contrapporsi al potere senza generarne uno peggiore!
Oppure, in alternativa, se l’ecosostenibilità non dovesse entusiasmarvi, facciamo un’occupazione turnificata!
Vale a dire che ogni 6 mesi cambia la “gestione” del teatro. Magari geograficamente: per i primi sei mesi, un collettivo di occupanti provenienti dalla Lombardia; altri 6 mesi, occupanti provenienti dalla Puglia; altri 6 mesi occupanti provenienti dal Trentino e, perché no, da italiani residenti all’estero e così via… disintegrando il potere di volta in volta proprio nel momento in cui si sta per consolidare.
Naturalmente, stesso dicasi per i vari Angelo Mai, con i loro palinsesti sempre occupati… molto più occupati dello stesso luogo! Intasati. Sempre saturi!
Sono d’accordo con chi intende combattere i poteri forti. Ma attenzione… appena sei tu, o voi, a diventare potere forte, è giusto che qualcuno vi prenda a calci in culo!
Dunque: Occupiamo il Valle? …Che ne dite?

PASAJE ESPERANZA – (di Herbert Reyes) –

Pubblicato il aprile 2, 2014

Don Juanito, filosofo e costruttore.

 

Il Pasaje Esperanza si trova verso ovest rispetto al centro storico della città di Guatemala. Sono rimaste conservate molte facciate di abitazioni costruite fra il 1920 e il 1930. Don Juan – capomastro – fu quello che ha costruito molte delle case che sono sopravvissute al terremoto del 1976 che distrusse quasi completamente le case del quartiere e della zona, quando molti di noi erano appena nati. Con l’arrivo del treno, il barrio cambiò nome in Barrio L’Eremita di Gesù [ Barrio La Ermita de Jesús] per la sua vicinanza con la chiesa del Gesù Nazareno di Candelaria.  por la próximidad que tenía a la Iglésia de Jesús Nazareno de Candelaria. La Ermita era il nome della stazione.

 

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Don Juan si costruiva i mattoni di fango, paglia e acqua da solo, insieme ad alcuni ingredienti che teneva segreti fra quantità e misure.
Ad oggi sono poche le facciate rimaste dal lavoro di Don Juan. Molte famiglie emigrate verso gli Stati Uniti hanno restaurato le loro vecchie case dopo il terremoto. Molti dei bambini del barrio hanno aiutato Don Juan durante le vacanze. Lavoravano per monete da cinque centavos al giorno che a quei tempi servivano per comprare dolcetti e bibite, perlopiù lavoravano per divertimento e per apprendere un mestiere per il futuro. Don Juan morì all’età di 102 anni, verso il 1985.

Chissà che cosa avrebbe pensato Don Juan della migrazione interna degli ultimi venti anni, famiglie che si addentrano nelle città per esporre la frutta e la verdura fuori dalle proprie case per venderle al pubblico per aiutare la scarsa economia e per permettere alle donne di casa di fare acquisti all’ultimo minuto per non andare fino al mercato. Molti altri servizi ambulanti sono ancora sopravvissuti, anche se perlopiù stanno gradualmente scomparendo: zappatori, arrotini, venditori di frutta e semi.

 

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Uno dei mercati più frequentati dalle madri è il Mercado Colòn y San Martìn de Porres, con migliaia di storie di fantasmi e apparizioni, leggende metropolitane di origine indiana, il Pie de Lana, il ladrone buono che dava ai poveri, l’elfo che legava i lacci agli ubriachi e altre storielle simili. Dentro il mercato ci sono ristoranti, e una scenografia colorata di frutta e verdura, vendita di cereali semplici, vestiti e fiori. All’interno ci sono da pranzo e frutta e verdura colorate scenario, le vendite di cereali di base, vestiti e fiori. Infine una fabbrica di piñatas utilizzate nelle celebrazioni di compleanni e anniversari, di feste per bambini e feste popolari.

I barrios in guatemala sono, quindi, il riflesso di un modello umano che vive nel passato, anche se la gente non lo riconosce, con modi di vivere il quotidiano propri del ventesimo secolo. La tradizione orale è una costante insostituibile nella comunicazione personale e nel commercio, si possono negoziare i prezzi dei prodotti e dei servizi. Gli odori sono particolari per via delle fritture e della frutta di stagione. La gente dei barrios è gente che ha vissuto quasi sempre là e sono rimasti pochi vecchi vicini. Però si conoscono tutti.

 

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“Barrio piccolo, inferno grande” diceva Don Juan, metaforicamente, che oltre ad essere capomastro ha anche detto che le relazioni fra le persone nei quartieri erano come delle buone costruzioni: la misura giusta fra acqua e fango, fra sabbia e paglia, ” un buon mattone è duraturo come una buona amicizia”, dove non vi sono eccessi negli ingredienti e non vi è miseria. Don Juan ha detto più o meno così, di quello che mi ricordo.

– Testo di Herbert Reyes; Traduzione Erika Grapes –

La Sosta… la disintegrazione del tempo!

Pubblicato il marzo 31, 2014

Nel 1981 a Villa San Giovanni apre La Sosta.
Da allora, le porte del jazz club hanno visto passare fior fiore di jazzisti di fama mondiale e La Sosta ha rappresentato un meltin pot per tutti coloro che hanno deciso e decidono di raccontarsi e riconoscersi fra sound e voglia di vita, in una dimensione atemporale.
Incontro Mimmo: mente, braccia e cuore del club… ci conosciamo da una vita, ma, vuoi per il livello di rum e birra che abbiamo in corpo, o forse semplicemente per prenderci gioco di chissà chi o cosa, decidiamo di dare un tono iperformale all’intervista dandoci del Lei!
Benvenuti a La Sosta… Cheers!

Banco La Sosta

Com’è nata l’idea del jazz? E soprattutto come è nata l’idea di fare del jazz in un luogo in cui il jazz era inesistente…
L’idea è nata dal fatto che amo molto la vita ed il concetto fondamentale del vivere; e a mio avviso il jazz è un buon modo per amarla.

Il concept di questo numero di C magazine è incentrato sull’idea di Bar e Barrio… un locale puà essere un quartiere?
Il locale prevede un contesto notturno e di conseguenza nel corso degli anni diventa una sorta di confessionale. In tanti vengono qui al bancone e mi raccontano le loro storie. Una cosa spettacolare! Io faccio da mediatore attraverso la musica e l’alcol… posso far dimenticare o far gioire chi in quel momento ho davanti e mi racconta la sua vita. E alla fine ci si conosce un po’ tutti, proprio come in un rione. Sono un esaltatore di emozioni. In fondo tutti cerchiamo la felicità…

E qual’è l’etica del Suo “rione”?
La mia etica è che due occhi, un naso, una bocca, un corpo… fanno più di qualsiasi parola!

Qui alla Sosta hanno suonato tanti jazzisti di fama internazionale, e anche tanti cantautori della scena italiana, ricordo un Cammariere pre successo sanremese, Capossela… chi fra tutti Le è più rimasto nel cuore?
Sicuramente Claudio Lolli! Lolli, è un Guru. È uno che esprime in modo vero quel che sente e vive.
Anche Vinicio è un grande… ma Claudio Lolli è quello che mi ha lasciato di più, anche perché non si è mai allontanato dalla sua linea che è cercare di scardinare il vivere, cercare di far capire che la vita e troppo carina per lasciarcisi fottere da essa.

La gente si è allontana dal jazz o il jazz si è allontanato dalla gente?
Domanda da 100.000.000 di dollari…. Credo che un po’ in tutta Europa si stia perdendo il concetto culturale in generale. Poi dovremmo capire il perché. In fondo, cade Pompei, ma qualcuno l’ha fatta cadere… mi spiego?
Le racconto una storia: tempo fa, qui vicino, c’erano delle palme bellissime, che sono state tagliate… arrivata la primavera le rondini dovevano nidificare. Stormi incantevoli di rondini…
Non avendo dove andare si sono spostate su altri alberi poco più distanti da qui.
Alcune persone si sono lamentate del rumore causato dalla rondini, quindi sono stati tagliati anche gli altri alberi…
La musica e la cultura in fondo, non sono alberi in un concetto metafisico?
Se tu mi tagli via i rami, gli uomini dove andranno a deporre il nido?!

Dal Suo bancone passano tutti… persone di ogni estrazione sociale e culturale. Lei, inevitabilmente, ne assorbe ogni aspetto… la mattina dopo, quando si guarda allo specchio, chi o cosa è diventato?
Io tendo a non guardarmi allo specchio…. perché a volte non ho voglia di vedermi. Credo non esista comunque un’espressione in quanto tale. Ritengo che, come dice il detto, quando stiamo seduti sul cesso siamo chiunque!

Perché come logo per La Sosta ha deciso di adottare il simbolo dell’anarchia?
Era conforme ai tempi in cui ho aperto la Sosta. Adesso invece indica un luogo dove puoi fermarti, dove stare bene, in libertà emotiva… E poi di base io sono così, mi sento così, è un simbolo che mi identifica. Mi viene in mente il concetto di mano destra e mano sinistra: la mano sinistra è la mano del cuore, la destra invece ti dice che se vuoi andare a lavorare vai… fanciullo! Ma nell’opinione logica del concetto del vivere, non dovrebbe esistere né mano sinistra né mano destra… muoversi solo in un sentiero Altro.

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Il jazz può lenire la follia?
Assolutamente si! Il corpo è fatto di sensi… e la musica ti sposta dal tuo quotidiano.

Quindi meno manicomi e più jazz club?
Assolutamente! La musica è un superamento. Chi cantava blues cantava nelle risaie… La musica ti restituisce un po’ ciò che il mondo non ti ha dato!

Il bancone della sosta rappresenta una libreria spezzata in due. Forse l’aggegrazione rimette insieme i pezzi?
In senso filosofico si… e mi approprio della parola “filosofico”. Però l’idea originaria era di disintegrare il tempo. Perché la vita può essere anche altro… ad esempio, liberarsi.

Il fatto che nei bagni del Suo locale – e lo so per certo ovviamente – si siano consumati amplessi, La rende un po’ padre del piacere?
Ho amato questa cosa e la amo ancora. Amo la gente che durante la notte può lasciare una calza o una mutanda nel bagno. Non conosco la vita di queste persone o quel che fanno una volta che tornano a casa… ma quello che so, è che per una notte, nel mio locale, lei o lui hanno vissuto un momento spettacolare!

La Sosta percepisce finanziamenti pubblici per la stagione jazz?
Assolutamente no! Faccio tutto a spese mie, senza ricevere nulla di pubblico e istituzionale. È tutto autofinanziato, frutto del mio pane quotidiano. Affinchè la mia vita non sia mai un leccarci imperiale.

Una Sua definizione di club e di alcool
Stare bene nel mondo. Una definizione che può essere associata a qualunque cosa che ti fa stare bene. Puoi trovare questa condizione nella musica, nel cibo, in altri luoghi. Il club è un luogo in cui la gente si racconta.. un gioco di esistenze.

Nel frattempo Le ho scroccato 3 Marlboro… quanto Le devo?
mmmhh… 500 euro, anzi 300… anzi… quanto cazzo mi vuoi dare? (ride)

Chiudiamo così: consigli un brano da ascoltare a fine intervista, come se adesso fosse Lei a trasmetterlo ai lettori
Un brano di Luigi Tenco che si chiama Vedrai Vedrai…

Noi siamo figli delle stelle… e se fossimo tutti alieni?

Pubblicato il marzo 1, 2014

La prima volta che ho sentito parlare di alieni intesi come parenti lontani di noi esseri umani, è stato a Londra, nell’estate del 1998.

Prima di quell’estate avevo sempre pensato agli extraterrestri come a dei personaggi della fantasia che viaggiavano su dischi volanti di latta o tuttalpiù avevano l’aspetto di E.T. o di Alien. Niente di possibilmente reale.

Ritenevo che tutte le saghe di Star Track, Star Wars e via discorrendo fossero delle favole per preadolescenti cresciuti e anche molto noiose per i miei gusti. (Mi perdonino i fanatici, lo penso ancora).

 

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Insomma la fantascienza non mi interessava, la scienza l’ho sempre ritenuta una perdita di tempo, così come la matematica, e mi affascinava molto di più la parte poetica/umanistica/spirituale della vita.

Non avrei mai immaginato che i due aspetti fossero potenzialmente così correlati.

Secondo quanto dicevano i miei amici visionari appassionati di archeologia di Londra, l’essere umano è l’incrocio fra una creatura terrestre e una creatura che arriva da un altro pianeta.

Come, esattamente quando e perché questi DNA si siano incrociati poco importa (se importa a voi, cercatevi qualcosa alle voci: “annunaki”, “piramidi, alieni”, “ufo nell’arte”, “scheletri giganti”, “ufo, archeologia”), fatto sta che ad un certo punto molte civiltà che prima veneravano la madre terra che dà sempre i suoi buoni frutti, hanno cominciato a rivolgersi ad un papà celeste che vive lontano e manda figli speciali dallo spazio.

Qualcuno ha cominciato a studiare i testi sacri delle grandi religioni patriarcali (ad esempio la Bibbia) e ad interpretare le scritture da questo punto di vista nuovo.

Certo che se così fosse, avremmo la risposta a molti quesiti: come mai l’essere umano è l’unico animale che anziché vivere perfettamente integrato nei cicli naturali, li rifiuta e costruisce alternative alla natura? Perché siamo, in parte, extra-terrestri.

Come mai cerchiamo così spesso risposte nelle stelle? Siamo davvero figli delle stelle come cantava Alan Sorrenti negli anni 80? Perché gli esseri umani provano spesso una struggente nostalgia inspiegabile? Da dove arriva l’ispirazione dei poeti? E le grandi idee tecnologiche? (a questo punto cercate su google “Leonardo Da Vinci” e “Nikola Tesla”).

La mia domanda è però la seguente: se la nostra “Terra Promessa” si trova in un altrove così distante (chi lo chiama Nibiru, chi dice Marte, chi la Luna, chi Venere, chi preferisce guardarsi “Guida galattica per autostoppisti” e farsi due sane risate), se la nostra casa è la stessa casa di E.T., perché non chiediamo scusa a questa terra che in parte ci è ancora madre e in parte ci ha adottato nonostante millenni di soprusi?

Perché cercare sempre altrove, quando il Paradiso Terrestre potrebbe essere un pianeta vacanze tanto bello?

Effetto Bolero… il suono dell’Altrove – (di Marco Sacchetti)

Pubblicato il marzo 1, 2014

L’Effetto Bolero ha molto a che fare con il Tempo dell’Anima Latina e il ritmo incessante del cuore romantico. Quando avverti quel groppo allo stomaco che ti avvinghia prima di ripartire dall’Avana per tornare nella vecchia e satura Europa, mentre la tua donna all’aereoporto ti fissa con intensità liquida e abbandonica dicendoti, pur senza versare una lacrima… “Te voy a extrañar muchisimo…” (e sai perfettamente che, anche se sta mentendo, sta dicendo la verità…), quello è “Effetto Bolero”. Come la luce magica nei “cieli di sangue” durante un tramonto d’inverno sul Malecòn mentre l’autoradio sussurra la voce della “locutora Mariela” che ripete…”Estar Contigo, en Radio Taino….”.

 

 

La Habana

 

 

 

La voce di Beatriz Marquez (la “Musicalisima de Cuba”) che canta con passione e rammarico “No te empeñes” della “filinera” Marta Valdés, intorno a mezzanotte, al Gato Tuerto o al “Dos Gardenias” in Playa; il timbro caldo di contralto della raffinata Miriam Ramos che presenta il Jazz a Radio Progreso; il tenorismo “puntuto” e appassionato di PaulitoFG che reinterpreta con gran clssse “Dos Gardenias” di Isolina Carrillo e “Si me pudieras quierer”, in chiave soul\funky, del leggendario Bola de Nieve (Ignacio Villa); la voce pastosa e suadente di Issac Delgado che canta “Si me Comprendieras” (di José Antonio Méndez) e “Quando” di Pino Daniele, accompagnato da Gonzalito Rubalcaba al pianoforte; la voce di Mina che interpreta “Y Con tres Palabras” (di Osvaldo Farré) e l’intramontabile “Contigo en la distancia” (di Cesar Portillo de La Luz), sono tutti più che mai esempi di colonna sonora dell’“Effetto Bolero”.

 

Se il Tango “è un pensiero triste che si balla…”, il Bolero esprime a sua volta nostalgia profonda e speranza in un domani migliore, “Saudade caribeña”; splendore di promesse mantenute da qualcuno che ti sta aspettando; lo sguardo fisso di un “pionero mulato” della segundaria basica, sul tuo gelato “cono Nestlé” o “cremino” da passeggio (“paletica”) oppure affascinato dal quadrante del tuo misero Swatch da 70 euri, è ancora una volta “Effetto Bolero”. E’ una colla di sensazioni struggenti e sentimenti sfatti, di luce arancione che filtra dai portici diroccati della città “extramuro”.

 

Quando osservi dall’alto i barrios più poveri della città, mentre i bambini giocano con rudimentali aquiloni nel piazzale a forma di meridiana, (che piace tanto al regista Humberto Solas di “Barrio Cuba”), proprio di fronte alla Iglesia de Jesus del Monte, arrampicata in cima alla Calzada 10 de Octubre, vedi il Porto di Regla, i fumi della raffineria Nico Lopez, i tetti di Centro Habana e il maestoso campanile della Virgen del Carmen, la Via Blanca, “El Malecòn sin agua, Santo Suarez y el Cerro tiene la llave…”. Ti viene voglia di comprare una “canequita di Mulata 5 años”, scolartela lì sul posto e magari, tra una riflessione e l’altra ti torna in mente anche un passo di Hemingway: ”Bevo contro la miseria, la sporcizia, una polvere di quattrocento anni, il moccio che cola dal naso dei bambini, le fronde di palma schiacciate, i tetti di latta spianata col martello… il passo strascicato della sifilide non curata, il liquame nei vecchi letti dei torrenti, i pidocchi sul collo spellacchiato dei polli ammalati, la pelle che si squama sulla nuca dei vecchi, la puzza delle vecchie e la radio a tutto volume…” (da “Isole nella corrente”).

 

 

 

 

La città “intramuro” con gli agromercati all’aperto e le facciate delle molte chiese post-barocche e post-gotiche, con gli altari di legno intarsiato, i simulacri delle vergini sincretiche e protettrici delle speranze umane e devote, rivela tracce nascoste di…”Effetto Bolero”. La luna piena di Ochùn, “disco amarillo” e gigante, che illumina la silhouette del “Focsa”, dell’Habana Libre e degli altri grattacieli del Vedado, dona all’Oceano uno scintillìo irreale che ti trasmette una piacevole, languida euforia; i sintomi sono chiari: è senza dubbio “Effetto Bolero Extasy” La pioggia pre-ciclonica e il vapore grigio-umido delle depressioni tropicali, appiccicato ai corpi e ai volti della gente umile e anziana che staziona nei vicoli o giace rannicchiata sugli usci delle case fatiscenti lungo il barrio Colòn… ”Como una postal retenida en el tiempo”…E’ dolorosamente “Efecto Bolero”.

Come le inchieste del commissario “Condecito” (Mario Conde) che quando è depresso si sbronza di añejo e ascolta i bolerazos alla radio, nei romanzi di Leonardo Padura Fuentes (il “Simenon a Lo Cubano”). E infine i laidi amplessi clandestini, consumati nella decadente marginalità dei solar e delle soteas, tetti e terrazze erose dalla salsedine, descritti nei raccontini erotico\morbosi, da quello sporcaccione di successo che risponde al nome di Pedro Juan Gutierrez. Tutto gronda “Efecto Bolero” e un po’ di lussuria, come nel vibrato vocale “strappacuore” della seducente Blanca Rosa Gil (“Sombras”, “Besos de Fuego”), “Dama della Noche” all’Alì bar di San Miguel Del Padròn, o come in una strofa di un altro “bolerazo” da lei interpretato con voracità (“Ansiedad”) che dice: “Dejame besarte los labios hasta verle sangrar…”. Struggimento e fantasia romantica nelle “Lagrimas Negras” di Matamoros, revisitate dall’ugola lacerata del “gitano universale” Diego Cigala, accompagnato dal vetusto e brillante principe della tastiera Bebo Valdes e dal sax incantatore di Paquito D’Rivera.

Potersi abbandonare completamente alla poesia dell’Amore, infrangendo le barriere del sesso e del Tempo, costituisce per i caraibici una delle più sublimi forme di passione e ritualità applicate alla vita quotidiana. Nell’intensità del canto e della danza vengono sublimate la ricerca e le modalità espressive di queste energie erotiche ancestrali, biologiche e mitologiche. Il Bolero è una forma moderna di corteggiamento e di sfogo interiore, fatta di seduzione lessicale, vocale e gestuale. “Luz Roja”, uno dei tre episodi del film digitale “Tres veces Dos” (diretto dal giovane Esteban Insausti), rende molto bene l’Effetto Bolero della solitudine metropolitana, narrando l’incontro casuale tra uno psicoterapista ossessionato da insolite fantasie sessuali (tipo “Vedo nudo” di Risi) e una locudora(speaker) non vedente, di una famosa Radio Habanera. Una Lada ferma ad un semaforo bloccato sotto la pioggia torrenziale; dall’autoradio il piano “filin” di Emiliano Salvador, l’atmosfera ovattata isola i clacson…E’ successo tutto in pochi secondi oppure si è trattato solo di un sogno\incubo (pesadilla) o una masturbazione del desiderio? (Metafora di Eleguà?)

 

En cada barrio o reparto hay un bolero que anda por allì…”

(In ogni quartiere periferico o satellite c’è un bolero nell’aria).

 

Il Bolero oltre ad essere un genere di riferimento musical-poetico per tutto il continente Latinoamericano è un veicolo di seduzione sottile e una fabbrica d’illusioni ritmomelodiche, capaci di stregare i temperamenti romantici e più sensibili. Uno scatto di consapevolezza sull’ineluttabile mutazione dei sentimenti e delle passioni più intime. Quello che più conta dell’Effetto Bolero, come “state of mind” è il punto d’osservazione: la sensazione lucida di vedersi dal di fuori, pur nella sofferenza dell’abbandono o nell’ansia dell’attesa. “Terapia dell’Ombra”, nel rilevare i pochi punti certi sulla mappa di un cuore troppo lacerato dai dubbi e dalle delusioni. Si riflette cantando a voce sommessa e poi crescendo fino ai registri più acuti, sulle passioni appena sbocciate o sul punto di svanire. Si confessano congedi, tradimenti, risentimenti e perfino intimidazioni (“Para que sufras”); memorie nostalgiche (“Hoy como Ayer”), dissacrazione del dolore, come in “Dolor y Perdon”, coniata dal fuoriclasse “Barbaro del ritmo” Benny Moré. E infine, anche quando senti quel languido “richiamo della foresta”, ascoltando “Esperaré”, del trio venezuelano Hermanos Rodriguez, ripensando dolorosamente allo sguardo innocente di un figlio o una figlia lontani, alienati dai conflitti di una “famiglia mista” ormai allo sfascio, il Tempo del vissuto ricomincia a scorrere come un nastro all’indietro, in “camara lenta” (a rallentatore) rievocando odori, sapori, melodie, volti; rimpastando fotogrammi di luminose memorie sentimentali e rassicuranti paesaggi dell’anima, nell’attesa e nella speranza di un nuovo confortante incontro… Si tratta più che mai di un lacerante, struggente e spietato “Effetto Bolero”.

 

“Ho nostalgia di noi, ho nostalgia di me, mi manca il Chiflador

-Ti regalo un sorriso se mi regali un peso- Più tardi si vedrà

Ho nostalgia di noi, ho nostalgia del buio anche se la mia pelle ora conosce una carezza

Ma la mia bocca sente ancora il sapore dolce di Popular e d’incertezza”.

(S.La.M. Project, da “El Chifladòr”)

Dea è Donna!

Pubblicato il gennaio 1, 2014

Z Budapest è una delle madri fondatrici del movimento moderno delle streghe, nato a Los Angeles nel 1971 con la congrega di Susan B. Anthony. Zsuzsanna divenne famosa nel 1975 per essere stata arrestata a Venice Beach con l’accusa di avere letto i tarocchi, attività allora vietata dalla legge. Dopo aver combattuto per la sua causa in nove anni di battaglie, Zsuzsanna vince, rendendo la lettura delle carte un’attività legale per tutti. Femminista e attivista impegnata nell’incoraggiamento della spiritualità della donna, in opposizione ai sistemi religiosi dominanti di stampo patriarcale, Zsuzsanna è anche una nota scrittrice, giornalista e sceneggiatrice. Attualmente vive a Oakland, in California, e presiede al movimento da lei fondato negli anni ‘70 della Wicca Dianica, sistema di congreghe aperto a sole donne, che si rifà al culto romano di Diana ed esalta la libertà e l’indipendenza assoluta delle donne. Z Budapest sarà in Europa fra il 26 aprile e la metà di maggio per una serie di rituali e conferenze*. Noi di Concept Magazine l’abbiamo contattata per chiederle di parlarci della situazione odierna della spiritualità femminile: “Dov’è la Grande Madre oggi? In quali modi si manifesta?” E Zsuzsanna ci ha risposto inviandoci questo articolo inedito, che qualcuno troverà forse un po’ tecnico, ma che ribadisce l’importanza di un aspetto fondamentale nella ricerca dei misteri femminili: l’abbandono istintivo ed al tempo stesso co-attivo ad una forza sacra e di cui ciascuna donna è spiritualmente figlia: il divino femminino.

Z Budapest

Sono passati molti anni da quando ho iniziato ad insegnare alle donne a creare rituali insieme. Con ogni libro (9 titoli) ho aggiunto qualche informazione su come adeguare i rituali a diverse esigenze, come piegarli e variarli, mantenendone inalterata la sostanza. Ho ordinato 12 Alte Sacerdotesse, che ne hanno a loro volta elette altre: il sacro lavoro dei misteri delle Donne (1) si sta compiendo graziosamente in tutto il mondo.

Sì. Ma non ne ho più monitorato i progressi. Non so realmente ciò che accade nei cerchi (2), cosa viene insegnato a nome mio, in che modo sono stati “adattati” i miei rituali.

Ogni tanto partecipo ad un circolo per avere il polso della situazione. La ragione per cui non vado così spesso è che temo di annoiarmi. Di vedere che il mio lavoro è stato annacquato. Sedermi lì e pensare a qualche modo per defilarmi al più presto. E’ dura per me affrontare una mia sacerdotessa e dirle che il suo cerchio è una cagata.

Molti circoli di donne si accontentano della varietà “clinica”, un workshop che fa la parodia di un vero circolo. Le buone intenzioni non sono sufficienti qui. O hai l’abilità di trasmettere un’esperienza di elevazione del potere spirituale oppure semplicemente lo spieghi. Il primo si chiama sacro Cerchio (o Circolo), l’altro si chiama Workshop. Certo, uno può seguire l’altro, ma non possono avvenire nel medesimo momento.

C’è un’enorme differenza fra un workshop e un rituale. Ma abbiamo bisogno di entrambi.

Lasciatemi spiegare.

In un workshop viene coinvolta la parte Sinistra del cervello. Il workshop insegna le tecniche, si fa un gran parlare puramente informativo, a volte viene letto un libro, si condividono delle storie, si parla, si scrivono cose su piccoli pezzetti di carta, li si brucia, si fa girare uno specchio, una coppa d’acqua, passando da un’attività ad un’altra. Focalizzare l’attenzione delle donne su un particolare aspetto della Dea (3), approfondire… tutto questo è ancora workshop.

Abbiamo bisogno di queste cose negli stadi iniziali del Sentiero. Abbiamo bisogno di rinfrescare le nostre menti con la mitologia antica, abbiamo bisogno di imparare i diversi aspetti della Dea, colei dai Diecimila nomi. Abbiamo anche bisogno di leggere più libri su di lei, scoprire come la Dea è stata filtrata attraverso altre menti. Questo approfondirà la nostra immaginazione. Un buon workshop ci insegna a vedere la realtà in modo differente, attraverso le nuove lenti dei paradigmi della Triplice Dea (4). Imparare cose sulla natura e le sue leggi. Cominciare a fare domande migliori e anche permettere a sé stesse di mettersi in discussione.

Un workshop è come andare ad una buona scuola di magia.

Quindi che cosa è un cerchio magico? È un tempio, portatile. È un incontro vivo con la divinità femminile, è un evento leggermente strutturato, dove dobbiamo vestire la forma con il contributo di tutte. C’è un’Alta Sacerdotessa. Una parola arcaica che indica una funzione necessaria: la direttrice delle energie. Come una direttrice d’orchestra, una brava Alta Sacerdotessa ci impiega nel cerchio a seconda delle nostre forze, chiedendoci di contribuire senza disturbare l’attività dell’emisfero destro del cervello.

Un buon rituale utilizza principalmente il cervello destro. Il cervello primordiale. Qui è dove sono conservati tutti i nostri ricordi genetici. Qui è dove le parole hanno poco significato, solo il canto, il cantare, il tatto, il mangiare, il danzare, il baciare.

Dal momento in cui si inizia il cammino lungo la via del cervello Destro, bisogna restarci. Non è possibile fare avanti e indietro, nulla di magico può essere ottenuto dallo strattonare la mente delle persone da una parte all’altra. L’inconscio non può mantenere l’attenzione oltre un’ora circa. Un buon rituale dovrebbe concludersi entro questo limite di tempo. Qualsiasi cosa si prolunghi oltre un’ora farà crollare le energie. I rituali più lunghi non sono migliori.

Ciascun passo deve far strada al passo successivo, allacciandovisi come in un macramé ben intrecciato. Esattamente come lo spazio oscuro che contiene l’universo visibile, gli istinti attenti dell’Alta Sacerdotessa, tengono insieme le energie del cerchio.

Poiché non osservo me stessa mentre lavoro il cerchio, non so esattamente che cosa faccio quando lo sto facendo bene. Tutto ciò che posso darvi è il mio paesaggio interiore. Internalizzo il cerchio intero, io sono in tutte le donne là presenti, sentirò i loro punti deboli nel mio stesso corpo. Poi andrò là e le incoraggerò ad emettere il suono hum con più leggerezza, non come un tagliaerbe. O insegnerò loro ad automonitorarsi ponendo le proprie mani in cima sulla sommità del capo e percepirne le vibrazioni.

Un buon rituale ha un inizio ben definito, una parte centrale con uno scopo e un finale soddisfacente in cui si ritorna pienamente nella dimensione materiale di sè.

Il primo passo consiste nel tenersi per mano, mettere le mani sulla schiena l’una dell’altra. Toccarsi. Questo stabilirà una corrente elettrica che da questo momento in poi sarà la nostra principale connessione.

Il rituale ha inizio con l’unificazione del gruppo, che respirerà all’unisono, il respiro si evolverà in un humming (almeno 2 minuti) e in un canto (il tempo che ci vuole).

Queste sono le pietre miliari di un rituale Dianico. L’humming serve a purificare i chakra e ad unificarli. Il canto serve a liberare il cuore dai sentimenti, armonie e discordanze fatte suono. Questa fase può andare avanti per un po’ di minuti. Io ascolto attentamente e riesco a riconoscere il suo affievolirsi prima che accada.

La parte mediana del rituale deve essere leggermente al di sopra di queste abilità. L’hum, ad esempio, supporta molto bene le invocazioni ai quattro angoli (5) e fa sì che tutte le partecipanti siano coinvolte. In un circolo Dianico, ciascuna fa qualcosa (hum, canto, preghiera) per tutto il tempo. Non si parla, si lavora innanzitutto alla prima esplosione di energia, che potrà poi venire raccolta dal resto del gruppo. Tutte le preghiere galleggiano sull’onda dei respiri o dell’hum. Se imparerete questo semplice requisito, il vostro lavoro sarà considerevolmente più efficace.

Una volta nel cerchio, non c’è spazio per letture da un libro o da pezzetti di carta. Mi acciglio parecchio di fronte a questo tipo di mosse maldestre. Non esiste altro parlare che il declamare poesie o il cantare. Tutto deve arrivare dal cuore.

Il cervello destro è il cervello creativo, poesia spontanea, benedizioni, preghiere, mai materiale scritto in precedenza, a meno che non lo conosciate a memoria.

Pensate che sia difficile?

Non se le fondamenta del cerchio sono state poste solidamente. Se l’Alta Sacerdotessa ha fatto praticare al gruppo la respirazione insieme, l’hum insieme, se il cervello destro è stato coinvolto appropriatamente, non è difficile.

Un buon circolo dovrebbe avere più di un canto. Tre è un buon numero.

Tre canti possono essere insegnati all’inizio del cerchio, per essere certe che tutto fluirà bene quando sarà arrivato il momento di usarli. Non puoi insegnare roba nuova nel bel mezzo del circolo. Questo vale per ogni cosa di cui avrai bisogno nel cerchio: dovrai insegnarla PRIMA che il Cerchio abbia inizio.

Mi prendo dieci, quindici minuti per preparare il mio gruppo di donne alla struttura di base. Ad esempio insegnare dei passi di danza, nel caso della Danza a Spirale, un’attività frequente. È opportuno fare un po’ di prove tecniche, avvisare dei possibili pericoli, ad esempio gli ultimi componenti della Danza a Spirale potrebbero disperdersi se la danza inizia ad elevarsi etc. Le donne impareranno presto queste cose e le metteranno in atto.

Porto nel cerchio un po’ di giocosità magica, che coinvolge le donne. Esclamo “La Dea è viva!” E loro rispondono “Magia in atto.” Poi diciamo i nostri nomi, “Z è viva”, tutti rispondono “Magia in atto!” Poi il nome della prossima donna “… è viva!” etc. Ci si mette un po’ di tempo per esclamare tutti i nostri nomi se il circolo è grande, ma resta sempre attivo, nessuno sbuffa dalla noia.

Poi arriva il momento di accendere le candele, generalmente verso metà di un circolo. Le donne chiedono aiuto per le loro vite. Quello è il ruolo di una buona spiritualità, creare una porta per gli esseri umani per chiedere un intervento divino. Questo è conosciuto come potere della preghiera in tutte le religioni. Nella nostra lo facciamo accendendo una candela di colore appropriato e aprendo le nostre braccia e le nostre preghiere dal cuore.

Queste preghiere devono essere supportate e ascoltate da tutte. Raramente le donne trovano questo tipo di supporto, di ascolto, che trovano nel cerchio. Qui il discorso è breve, ma appropriato. Se può essere fatto in rima, meglio ancora, ma a volte penso che le donne abbiano semplicemente bisogno di pregare  in qualsiasi modo sentano di farlo. Di sottofondo a questa attività continua l’hum, solo un po’ più sottovoce, cosicché la donna che sta pregando ad alta voce può essere sentita. Prestiamo attenzione all’hum nello stesso momento. Questo viene fatto bene per tutto il tempo.

Per avere pazienza con i movimenti di ciascuna e il tempo richiesto per la preghiera, ci vuole un po’ di spirito di sorellanza. Coloro che hanno bisogno di sedersi, che lo facciano. Non c’è magia nella sofferenza nel cerchio. Se il rituale si svolge all’aperto, è opportuno vestirsi in base alle condizioni metereologiche. Non è il caso di sfoggiare un abito nuovo in materiale sari trasparente o qualcosa di infiammabile.

Sii una strega di buon senso. Io indosso biancheria intima lunga, se ho in programma un circolo all’aperto. Mi metto scarpe calde e robuste se devo scalare una montagna o una collina.

Anche la fine del rituale deve essere organica.

Si sente quando l’energia sta diminuendo, è bene non aspettare che tutto evapori da sé. A quel punto chiamerai a raccolta le donne prima che accada. Creerete ancora un cono di potere (6) e questa volta riporrete le note di ringraziamento ai suoi quattro angoli, come avete fatto all’inizio chiamando a voi l’energia. Queste due parti devono combaciare, tutte le divinità chiamate devono essere ringraziate come si conviene e congedate.

Infine avrete un’occasione di far uscire l’energia, ma questa volta ciascuna di voi sarà potenziata dal rituale… Perciò che si elevi! Pronunciate una preghiera per “la pace nel mondo”, per “possa cadere il patriarcato”, qualche grande desiderio e indirizzatelo verso il suo obiettivo sull’onda del più elevato grido di energia delle donne.

La parte conclusiva del cerchio è amore. Abbracciatevi l’una con l’altra o in un abbraccio di gruppo. Vi aiuterà a tornare con i piedi per terra. Oppure continuate, sempre in modo materiale, a celebrare la Dea. Cercare di “tornare sulla terra” toccando un pavimento di legno o di cemento non ha senso, a meno che non tocchiate la Terra stessa. Potrete condividere del buon pane fresco e imboccarvi a vicenda con le parole “Possa tu non patire mai la fame!”, offrirvi bevande a vicenda e dire “Possa tu mai soffrire la sete!” FESTEGGIATE!

Questa è l’ultima parte di un buon rituale, il nutrirsi a vicenda, gli auguri di abbondanza. Il cibo è il modo più piacevole per tornare a radicarsi. Mangiate finché sentirete i vostri piedi sotto di voi.

Io mi attengo a queste semplici regole, che lavorano con la parte Destra del cervello.

Perciò, vi prego, siate chiare: o state facendo un circolo o un workshop. Non delegate il vostro compito di Alta Sacerdotessa ad altri perché quelle di noi presenti, sono venute qui per vivere momenti magici. Vogliamo che il cervello destro sia coinvolto. Circoli noiosi non sono magici.

Abdicare dal vostro ruolo di Alta Sacerdotessa non è fico. Abbracciarlo e spandere il miracolo del sacro è il vostro privilegio.

Esiste un concetto di doppia leadership, questo non è per circoli sacri, ma per i workshop. In un workshop potrete avere due insegnanti, semplicemente organizzate. Questo rafforzerà l’interesse nell’argomento da due punti di vista diversi.

Ma per un cerchio, dovrete rivolgervi alla donna la cui leadeship è più magica, colei che è in grado di allacciare le energie fra loro come una tela delicata. È un talento come un altro e non tutti ne siamo dotati in egual misura. C’è chi sa cantare e chi sa cantare l’opera lirica.

Le donne sono venute per l’esperienza sacra, non per essere oggetto di sperimentazione o di pratica da parte delle loro sorelle che operano con il cervello sinistro. Eseguite il lavoro del circolo solo se siete in grado di intonare finemente nel cerchio l’agglomerato di energie delle donne presenti. Dovrà svolgersi senza momenti noiosi, senza sbirciare appunti, senza esitazione. Sarà anche necessaria della grazia e bellezza.

Altrimenti sarà esattamente come nella vecchia chiesa che ci siamo lasciate alle spalle. Stare sedute per tutta la durata di un lungo noioso “servizio religioso”.

Ora dobbiamo sviluppare e insistere su cibo per le nostre anime di qualità superiore. Ci vuole un po’ di devozione, un po’ di buona volontà, un po’ di senso divinosul fugace sacro.

Tutte noi veniamo dalla Dea

E a lei torneremo

Come una goccia di pioggia

Che scorre verso l’oceano.

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* Zsuzsanna Budapest sarà in Germania, presso Arkuna Frauen nelle giornate del 26 e 27 aprile, in Austria per il rituale di Beltane del 30 Aprile, parteciperà al Goddess Conference a Vienna il 1-3 Maggio; e ad altre conferenze, ancora, il 9-10 e 11 maggio 2014. Il 16 maggio, di ritorno negli Stati Uniti, parteciperà al workshop di Susan Weed a Woodstock. 

http://zbudapest.com

http://dianic-wicca.com

NOTE

(1) Il Dianismo, o wicca dianica, è una delle molteplici correnti wiccan, particolarmente incentrata sulla femminilità e sul potere femminile. Figura centrale della credenza dianica è la Dea Madre, concepita come colei che dà la vita e ha dato origine ad ogni cosa. Dunque la wicca Dianica può essere intesa come una corrente enoteistica in quanto, tende ad escludere la venerazione del Dio, e prevede l’adorazione e il contatto con la sola Dea nelle sue varie forme. 

(2) Il cerchio magico (o circolo magico) è un rituale di origini molto antiche che ha avuto una riscoperta e rivalutazione nell’odierno movimento spirituale neopagano.

(3) Dea o Grande Madre. La Grande Madre sarebbe una divinità femminile primordiale, presente in quasi tutte le mitologie note, in cui si manifesterebbe la terra, la generatività, il femminile come mediatore tra l’umano e il divino. Essa attesterebbe l’esistenza di una originaria struttura matriarcale delle civiltà preistoriche, composte da gruppi di cacciatori-raccoglitori.

(4) I tre aspetti della Dea sono la Giovane, pura e rappresentazione del nuovo inizio; la Madre, generatrice della vita, disponibile e compassionevole; e la Vecchia Saggia, rappresentante il culmine della vita nella totale conoscenza ed esperienza. Questi aspetti rappresenterebbero il ciclo della vita: nascita, vita e morte, che si riproducono all’infinito in un cerchio continuo.

(5) I quattro angoli corrispondenti alle quattro direzioni (Nord-Sud-Est-Ovest) e ai quattro elementi collerati (Nord= Terra; Sud=Fuoco; Est=Aria; Ovest=Acqua).

(6) Il cono di potere è un metodo utilizzato nei rituali magici, specialmente quelli di stregoneria, che consiste nel creare una corrente di energia che parte dalla base circolare formata dal cerchio di streghe partecipanti al rituale, diretta verso l’alto in direzione di un punto preciso, che costituirà la punta del cono. Un famoso stregone inglese, Gerald Brousseau Garnder, nella notte del 31 luglio 1940 (Lummas), ha organizzato un cono di potere in Inghilterra per impedire alle forze di Hitler di invadere la Germania. 

Carne Fresca (…Attento che Cadi!)

Pubblicato il gennaio 1, 2014

Un giorno compi 30 anni e ti si apre un mondo che prima ignoravi. Nella testa degli uomini si è sviluppata un’idea bizzarra, secondo cui quando una donna compie 30 anni diventa vecchia, mentre un uomo di 30 …beh…ha solo 30 anni: ha tutta una vita davanti.

Cioè, fino ai 29 anni, si è tutti ventenni.. il giorno del tuo trentesimo compleanno..improvviso gap generazionale fra te e i tuoi coetanei maschi.

Naturalmente poche donne arrivano preparate a questo misterioso incantesimo. In genere ne sono consapevoli solo quelle che hanno avuto fidanzati o amanti più anziani e che sono state abituate a discorsi del tipo “eh tu sì che sei giovane, non come mia moglie!”, come se un dato cronologico di per sé contenesse un merito o un demerito. Al massimo, un po’ di dubbi possono sopraggiungere se si è state esposte alla discografia di Vasco Rossi per troppo tempo.

A me non era mai capitato di sentire frasi di questo tipo prima del trentesimo anno di età. Primo perché non mi sono mai messa insieme a uomini sposati: mi sembravano poco affidabili in termini di fedeltà sentimentale, poi perché gli uomini molto più grandi di me che mi corteggiavano, mi ricordavano irrimediabilmente mio padre o mio nonno. Infine perché, non so per quale motivo, con i miei più o meno coetanei, mi sono sempre trovata più in sintonia.

Non sto parlando di una differenza di età di 5-10 anni, parlo di dislivelli più marcati.

Man mano che i 30 anni di una donna diventano 31, poi 32, poi 33 etc….e non vieni più scambiata per una molto più giovane della tua età, cominci a leggere sul labiale di alcuni tuoi coetanei, mentre sfogliano distrattamente il più grande catalogo postalmarket della storia, parole agghiaccianti che ti catapultano virtualmente nella stanza frigorifero di una macelleria: “Carne fresca”.

Ok.

Torni indietro con la mente a quando eri tu “carne fresca”, magari ai tempi del liceo, o dell’università. Non sapevi di essere “carne fresca”, tuttalpiù sapevi se quei jeans ti facevano il culo grosso o se il parrucchiere ti aveva fatto un taglio di capelli agghiacciante.

Avevi gli stessi interessi di ora: arte, yoga, letteratura, viaggi. Ma eri in una fase diversa. L’amore ti riempiva le giornate, il sesso, wow! Ti fidanzavi con ragazzi di cui eri innamorata e la verità naturale del vostro amore ti rendeva più bella.

Poi, come una puntina storta su un giradischi, improvvisamente ti viene in mente quella compagna di scuola che aveva il fidanzato molto più grande di lei: non sorrideva mai, se non per finta, si vestiva come una sciura** e addirittura aveva due rughe profonde di amarezza a segnarle i lati della bocca..a 18 anni! Tu scrivevi il nome del tuo innamorato sul diario, con tanti cuoricini che ora troveresti imbarazzanti e poesie di scarsissimo valore letterario, ma piene di emozioni. La tua compagna di scuola tornava dal weekend e parlava della macchina nuova del suo uomo, del ristorante chic dove l’aveva portata, del bracciale d’oro che le aveva regalato…mai di lui! A volte ti veniva il dubbio che le piacesse veramente, il suo uomo. Specialmente quando fissava quel compagno di scuola carino, sospirando.

Avresti voluto fare a cambio? Fammi pensare…no.

Quello che gli uomini che dicono “carne fresca” e che cercano carne fresca, probabilmente non hanno ancora realizzato è che loro stessi non sono “carne fresca” e che una giovane donna, per quanto spirituale o intellettuale possa mostrarsi, comunque se ne accorge.

E le ragazze giovani non sono stupide come questo tipo di uomo ama pensare. Se ne accorgono istintivamente se le hai appiccicato in fronte un’etichetta con la data di scadenza. E anche se hai studiato tanto, hai un buon lavoro e “un’esperienza  sessuale superiore ai loro coetanei” (ehm), probabilmente verranno con te perché hai un buon lavoro. Punto.

Perché magari sono cresciute con in casa mamma che sospirava tutto il giorno perché papà passava troppe ore serali in ufficio, ma la casa era comunque bella e le hanno insegnato che è questo quello che conta. Avere una casa bella. Quindi obbediscono alle regole e cercano un uomo come papà. In tutto e per tutto. Soprattutto nell’età, per avere meno concorrenza sul mercato.

Chissà se il fidanzato maturo con la macchina nuova, ad un certo punto, alla data di scadenza, ha poi sostituito la ragazzina dal sorriso tirato con una ragazzina più giovane. Succede a molte donne, a quanto ho sentito dire. Non in tutti i casi, è evidente: l’amore non ha confini troppo nitidi, quindi ben vengano le eccezioni felici.

Ma torniamo al segmento specifico della popolazione maschile di cui stiamo parlando.

Quelli che cercano Carne fresca, ma non per amore.

No perché c’è qualcosa di perverso nel rapporto fra una teenager e un signore attempato. Questo lo sanno tutti. Ma c’è un qualcosa di perverso anche nella mente di una donna che sa che il suo unico pregio agli occhi del suo uomo è la giovane età. Ma ce la fa? Lo sa che si tratta di un accordo a tempo determinato? Molto spesso, se le guardiamo bene, le ragazzine che hanno fidanzati vecchietti, sono un pochino meno carine delle loro coetanee.

Non so ancora se una cosa influenza l’altra oppure se è semplicemente perché il cacciatore di carne fresca medio, quindi non straordinariamente ricco o famoso, non può “permettersi” una ragazza giovane E molto carina.

Il maschio acquirente di carne fresca, se lo guardiamo da vicino, è sempre un po’ bavoso, poverino. Un po’ come un cane in calore. Forse per questo non ragiona con grande lucidità, non so. Per l’acquirente di carne fresca, il tipo di donna, o meglio, di ragazza a cui è interessato, non deve necessariamente avere una personalità (che trova fondamentalmente inutile ai suoi fini). Più la donna è giovane e più il suo valore sale. Come fosse un’azione quotata in borsa. Il maschio acquirente di carne fresca si vanta con l’amico di quanto è giovane e figa la sua nuova fidanzata facendo paragoni con la fidanzata dell’amico stesso (ed eventualmente riproponendosi di sostituirla, se la morosa dell’amico è meglio).

Consumismo puro.

Poi esiste il campionato generale, esiste da secoli, per la conquista della più bella. Il nome Elena vi dirà qualcosa.

Il maschio acquirente di carne fresca punta al top di gamma. Il top di gamma, in ambito di mercato, costa. Seguendo lunghe strisce di bava, arriverete a quella che è considerata la “Top di gamma” del momento. Spesso lo è solo perché lo dicono tutti, non perché effettivamente abbia qualità estetico-erotiche straordinarie o perché piaccia allo specifico maschio acquirente di carne fresca in questione.

La battaglia sarà dura e sanguinosa, combattuta a suon di Like e strizzatine d’occhi virtuali maliziose. Questo per i maschi acquirenti di carne fresca meno abbienti, che avranno probabilmente poche possibilità, a meno che la Elena in questione sia una donna cresciuta a pane e Cime tempestose.

Per i maschi acquirenti di carne fresca dotati di un arsenale più convincente (tradotto in cifre), le possibilità di aggiudicarsi il premio potrebbero aumentare.

Certo, si tratta di un premio. La donna giovane è un fottuto trofeo. Non lo sapevamo? Forse il binomio donna-oggetto vi suonerà familiare.

Se non si tratta di premio, si tratta di merce di scambio, come purtroppo accade in paesi poveri dove esistono famiglie che non si fanno tanti problemi ad affittare le proprie bambine ai bordelli locali.

E’ bello tutto questo. Non so. E’ naturale? Personalmente, quando penso a certi estremi della questione, credo che non ci sia nulla di naturale in uno stupro pagato, semmai si tratta di pratiche comunemente accettate dalle varie comunità, perché economicamente funzionali.

Se ne sono consolidate nei secoli di porcherie, se vogliamo andare sull’argomento.

Ora non voglio sembrare una femminista lesbica perché non sono né femminista, né tantomeno lesbica, però parlando con certi uomini e scoprendo il loro modo di rapportarsi al gentil sesso, mi viene tanta voglia di restare single. Pensandoci bene sono quasi felice di non sembrare più una fanciulla in fiore, ma semplicemente una donna, perché questa nuova condizione estetica esclude tecnicamente un buon numero di teste di cazzo fra i miei pretendenti.

Non mi piacerebbe annoiarmi davanti ad un uomo che scruta scientificamente le mie occhiaie, aggiornando mentalmente il mio “valore sul mercato”, mentre siamo magari a cena.

Negli occhi del mio uomo voglio vedere la sua anima. Esattamente come facevo venti anni fa.

E se la sua anima fa schifo? Beh. Non credo di essere interessata.

L’anima cambia con il tempo? In alcuni casi sì.

“Ma guarda che per un uomo l’amore è una cosa, il sesso è un’altra cosa”, mi dicono amici magari più grandi di me che però, sempre secondo la bugia che si cantano e si suonano dell’uomo che non invecchia mai, si sentono sempre arzilli e baldanzosi.

Mi piacerebbe tanto sapere cosa significa amore per loro.

Alla scuola dell’amore che ho frequentato, di solito esiste una persona speciale con cui sei felice di condividere il tuo tempo, i tuoi pensieri e il tuo letto.

Stare insieme ad un uomo che distingue fra sesso e amore (tradotto in italiano “che ha sia la moglie sia l’amante..o gli piacerebbe tanto averne una. Di amante.”) è una fregatura sia se sei la moglie “Tesoro, ti amo tanto, ma mi fai cagare” sia se sei l’amante “Belle tette, ma di quello che pensi non mi frega un cazzo”.

A cosa serve? In cambio di che?

Se esiste un “mercato”, care donne, di ogni età, forse è arrivato il momento di stabilire noi stesse il nostro valore e il valore che diamo al nostro corpo e ai nostri sentimenti.

10.000 euro? 100.000 euro? un uomo “che compra” non spenderebbe cifre maggiori di queste, perché in macelleria c’è tanta offerta e un continuo ricambio di carne fresca e fidatevi che qualsiasi donna (sì, anche le altre, anche quelle che detestiamo) vale molto, ma molto di più.

E per concludere uno dei più grandi paradossi dell’universo femminile: cantare una canzone femminista in mutande non è affatto contraddittorio.

Caterina Vetro… Rainbow Projects

Pubblicato il gennaio 1, 2014

Caterina Vetro è una donna come ce ne vorrebbero di più. Cocciuta come solo una calabrese idealista e del leone sa essere, ha deciso che le cose che non vanno bene in questo mondo sono troppe per starsene semplicemente lì a guardare. Si è rimboccata le maniche e ha cominciato a darsi da fare. Psicologa ed esperta in interventi in Paesi in Via di Sviluppo (PVS), nel 2011 ha fondato insieme al rocker Pino Scotto “Rainbow Belize”, a cui si sono aggiunti con il tempo i progetti fratelli Rainbow Cambodia e Rainbow Guatemala sotto il nome unico di Rainbow Projects. Ogni centesimo ricavato dalla raccolta fondi per questi progetti è stato investito per cercare di dare un futuro a centinaia di bambini che vivono per le strade, nelle discariche di queste regioni. bambini senza casa, orfani o abbandonati dalle famiglie, vivono in condizioni disumane e di estrema precarietà igienica, esposti ad ogni tipo di abuso e violenza. Grazie ai Progetti Rainbow e al lavoro sul campo di Caterina, giorno dopo giorno, si stanno costruendo eco-cliniche e programmi didattico-riabilitativi per regalare a questi piccoli esseri umani la possibilità di crescere il più possibile sani e protetti e di costruirsi attraverso l’istruzione una prospettiva di vita alternativa alla prostituzione o al crimine.

Caterina Vetro

 

Da alcuni anni porti avanti, insieme a Pino Scotto, i progetti umanitari Rainbow Projects. Ideali e grande concretezza. Quali obiettivi sono stati già raggiunti? In quale direzione stanno procedendo i lavori?

Vorremmo tutti cambiare un po’ il mondo.. purtroppo non ci sono riusciti neanche i grandi profeti! Quello cui assisto quotidianamente nei paesi dove operiamo – Centro America e Sud Est Asiatico – mi fa però comprendere che ognuno di noi nel nostro piccolo è in grado di fare qualcosa di davvero significativo. È totalmente fuorviante pensare che queste cause siano talmente grandi da non poter essere affrontate.. Noi lavoriamo con fondi modesti rispetto a grandi ONG e ONLUS, ma in questi 3 anni siamo riusciti a dare una vita dignitosa a tanti bambini, che siano essi bambini di strada, orfani, bambini della discarica… Abbiamo costruito una piccola clinica per curarli, sosteniamo programmi educativi, creiamo piccole attività imprenditoriali per le madri di famiglia, facciamo amare la musica ai bambini.. in quei Paesi si è affamati di novità, di cultura… mentre noi le diamo spesso per scontate!

 

Sei una donna italiana, hai girato il mondo e hai conosciuto culture molto diverse, nel vivo della loro verità. In cosa siamo fortunate noi italiane? Cosa dovremmo imparare o re-imparare dalle nostre sorelle ad altre latitudini/longitudini?

Bella domanda in questa contingenza storica… Probabilmente ti avrei risposto in modo molto differente qualche anno fa… La cultura, la musica, le arti in generale sono parte integrante della vita delle nostre “sorelle” in altri continenti, che oltre al lavoro che eseguono per sostenere la loro famiglia (in molte società la donna è deputata alla ridistribuzione del reddito familiare, dunque ha la responsabilità economica), portano avanti la memoria storica dei loro popoli e le loro tradizioni.

Noi “occidentali” dovremmo imparare un po’ questo: valorizzare le nostre risorse e il retaggio storico -culturale per affrontare la crisi di questo tempo. Purtroppo, credo invece ci sia decadenza in tal senso in quanto l’influenza dei media di massa ci sta allontanando da un modello di recupero artistico-culturale..

In tale contingenza storica, appunto, noi italiane siamo un po’ “privilegiate” nell’appartenere ad una società impostata su un modello patriarcale laddove l’impegno e la responsabilità economica della famiglia non grava primariamente sulla figura femminile… È molto comune nei Paesi in Via di Sviluppo (PVS), o come si dice anche “nel Sud del Mondo”, vedere la donna che lavora nei campi dal mattino alla sera con i figli piccoli appresso o legati alla schiena, per poi occuparsi delle faccende domestiche, mentre l’uomo riposa tranquillamente sotto l’ombra di qualche grande albero. Non voglio creare pregiudizi né immagini distorte ma questo è ciò che mi ha sempre colpito maggiormente: come facciano a lavorare così tanto e in situazioni psicofisiche così demandanti… E noi accetteremmo una tale situazione o piuttosto saremmo lì a rivendicare il nostro diritto femminista?

 

In questo numero di Concept Magazine, dedicato alla Donna 2.0 – La donna negli anni 2000, abbiamo pubblicato l’articolo inedito di una fondatrice della Dianic Wicca, Szuszanna Budapest, che insegna alle donne a cercare la divinità femminile (Grande Madre) attraverso la solidarietà fra donne e un rapporto diretto (non filtrato dalla razionalità) con la natura e con sé stesse. Qual è il tuo punto di vista sulle religioni in quanto psicologa? Ti piacerebbe vivere in una società matriarcale?

La donna, è certo, ha una complessità psico-emozionale che deriva da una diversa strutturazione fisiologica, dunque porta con sé sensibilità che non appartengono all’universo maschile.Trovo però giusto valorizzare entrambe le dimensioni dell’essere umano in qualsiasi aspetto della vita, in quanto idealmente reciproci. Piuttosto, si dovrebbe lavorare di più sul bilanciamento del femminile e maschile in ognuno di noi.

Le religioni sono teosofia, filosofie del Divino, qualsiasi esse siano, e sempre svolgono la funzione di far riflettere l’umanità sull’ulteriore. Non sono una convinta credente di una specifica religione. Mi sono confrontata con varie religioni (anche indigene, dunque orientate alla divinazione di elementi naturali) e ho sempre trovato le mie risposte nel rapporto non mediato tra uomo e natura come espressione del divino. Rintracciare il Divino attorno mi ha aiutata a guarire sia fisicamente che psicologicamente. Ma non tutti la pensiamo allo stesso modo e per me il dibattito religioso è ostico tanto quanto quello politico.

 

Ti senti femminista?

Mi sento più votata all’equità che al femminismo, che considero più un concetto appartenente alla nostra società occidentale e ai bisogni che da essa derivano nei confronti della figura femminile. Mi sembra alquanto fuori luogo parlare negli stessi termini in società laddove non esistono ancora i Diritti Umani fondamentali per l’uomo. Quando ci si confronta con molte culture (nel mio caso anche indigene come i Maya in Guatemala e i neri Garifuna in Belize) ci si rende conto di come anche solo una stessa parola nella comunicazione verbale e gli stessi gesti in quella non verbale assumano dei significati così differenti!!! Dunque ciò che per la nostra società è femminismo va intercalata e riadattata culturalmente. Forse nei paesi dove si sta riuscendo a ridurre la pratica aberrante delle mutilazioni genitali femminili (infibulazione) si può già parlare ampiamente di femminismo!!!

 

Se avessi la possibilità di promulgare tre leggi valide a livello planetario, quali sarebbero?

In questa contingenza storica spingerei sicuramente leggi sull’ambiente! Non per togliere priorità agli aspetti umani, ma quello che vedo quotidianamente soprattutto in Asia per quanto attiene all’inquinamento e contaminazione, e allo sfruttamento ambientale di multinazionali senza coscienza in entrambi i continenti asiatico ed americano (miniere, palma da olio, mais e soia transgenici.. e molto altro) è talmente grave ed allarmante che se non si prendono provvedimenti seri da subito, l’umanità sarà a forte rischio di sopravvivenza. Animali e foreste soffocati dalla plastica, aria contaminata da diossina, fogne a cielo aperto, scarichi chimici nei corsi d’acqua. Sono tutti scenari del medesimo disastro ambientale che affligge il Pianeta. Primo tra tutti, comunque, razionerei l’utilizzo della plastica! Nei Paesi in Via di Sviluppo, ricettacolo della pattumiera di tutto il mondo occidentale, si vedono forti e chiari i risultati dello sfacelo ambientale. Finché l’Occidente non cambierà abitudini e comportamenti di consumo, i PVS saranno sempre più violati da un punto di vista ambientale. Questa cosa sono in pochi a dirla perché ci sono ovviamente interessi geopolitici ed economici celati troppo grossi!

 

Come spieghi la violenza gratuita che viene perpetrata su animali, donne, bambini?

Ci sono luoghi dove la vita umana vale qualche dollaro, cosa ci si può aspettare? La cultura del rispetto della vita è un concetto lato in molti luoghi. In molti paesi, tra cui il Guatemala, ci sono bambini sicari che vengono reclutati dal sistema criminale per uccidere perché essendo minori non sono passibili di pene giudiziarie. In Sud Es Asiatico la prostituzione minorile non è solo un fenomeno creato dagli occidentali che pagano per andare con bambine, ma anche dalle stesse famiglie che vendono i figli ai bordelli per 300 dollari al mese: una forma garantita di pensione. In Cambogia ci sono decine di migliaia di minori, tra cui anche bambini, arruolati nell’industria del turismo sessuale. Se gli stessi governi non alzano un dito per arginare questi fenomeni vergognosi, ci si può aspettare che venga insegnato a scuola il concetto di rispetto?

 

Grazie mille per l’intervista. Un messaggio finale per i lettori di Concept Magazine!

Viaggio da 10 anni, ne ho viste e tuttora ne vedo di tutti i colori ogni giorno. La mia pelle e la mia coscienza si sono ispessite per tollerare tutto ciò .. ma ritengo che ognuno di noi dovrebbe credere fermamente di essere in grado di cambiare il piccolo mondo a cui appartiene!

A poco servono discorsi che spesso sento dalle persone del tipo “eh ma tanto ormai cosa vuoi fare, i problemi sono talmente grandi che non si può fare più nulla..” NO!! Si può fare invece tantissimo, ma bisogna crederci e impegnarsi ognuno per un micro mondo un po’ migliore attorno a noi.

 

Soltanto per la mia Dea

Pubblicato il gennaio 1, 2014

Si definisce una manipolatrice, una figura di cui l’uomo ha timore,

ma della quale l’uomo non può fare a meno.

Certo, c’è una volontà di potenza, una volontà di dominio e di essere dominati. Insomma, le figura dello schiavo e del padrone entrano potentemente nella storia del pensiero più di duecento anni fa, con la Fenomenologia dello Spirito di Hegel. 

fetish dea

Fetish Dea crede davvero che si possa, o che sia possibile, ridurre l’essenza dello spirito umano a questo gioco di parti?

«Innanzitutto starei molto attenta all’uso dei termini: più che di schiavo, parlerei di servo. L’occorrenza di servo ha un significato più morbido; poi, altra cosa è portare a schiavitù una persona, altra cosa è la figura del servitore. Nel mio sito parlo di una lady e del suo servitore. Per quanto concerne la mia esperienza, le posso dire che, tendenzialmente, è gente di cultura, di potere e piuttosto libera dagli impegni lavorativi quella che mi contatta. Gli uomini, diciamo, privi di cultura hanno paura di ciò che non conoscono e non hanno voglia di investire altre energie, anche dal punto di vista psicologico. Chi mi contatta è gente che sente il bisogno di abbandonarsi, di mettersi a nudo nella totalità della parola, lasciarci gestire  da una donna, da cui ovviamente devono essere attratti e di cui devono avere fiducia».

Il rapporto servo-padrone non si limita all’istante del comando, ma si prolunga nel tempo. Può dirci qualcosa di questo particolare modo di vivere il tempo?

«La fantasia, il sogno di chi mi scrive è quello di essere dominati a vita. Il desiderio del 99% di questi sottomessi è quello di trovare una padrona, una lady per vivere semplicemente in funzione di lei. Vorrebbero vivere di questo, nel senso letterale del termine: abbandonare famiglia, lavoro e quant’altro per essere servitori a tempo pieno e a tutti gli affetti. Ovviamente si tratta di un sogno irrealizzabile e loro lo sanno».

Dare la propria vita in gestione a un altro?

«Sì, esatto, proprio questo. Così dicono: “Io vorrei non avere bisogno di niente, mangiare i suoi avanzi, restare nella sua ombra; lei mi può mettere dove vuole, io non la condiziono…”».
Si sa: sadismo e masochismo sono due aspetti della psicologia umana, quella stessa psicologia che si declina come amore, bellezza e appagamento. Si tratta d’imposizioni e di “violenze” commesse e accettate volontariamente. Ed è per questo che la loro pratica può entrare a far parte di uno stile, di un’arte o di un comportamento sociale diffuso. Ora, esiste un’estetica del comando, un’estetica della “violenza”, contro di sé e contro gli altri. Qual è secondo lei il confine tra bellezza e violenza?

«Il potere è violenza ed è bellezza. La bellezza del potere è innegabile, il potere esercita un fascino. Sai che, in quel momento, c’è un accordo tra le parti e la bellezza della situazione sta, a mio avviso, nel detenere il potere su quella persona.

Quindi parlerei di una bellezza cerebrale, più che estetica».
Raramente tra servo e padrone s’instaura un rapporto sessuale…

«Quasi mai».

Infatti, ma c’è un aspetto piuttosto strano: tra servo e padrone s’instaura un feeling molto intenso e profondo, nel quale non si esclude praticamente niente di ciò che concerne l’ambito della condivisione affettiva e mentale. Ecco, perché l’atto sessuale è l’unica cosa che viene sistematicamente esclusa da questo rapporto?
«Sinceramente, non so spiegarle il perché. Io faccio parte del rango delle dominatrici professioniste, ho fatto di questa mia attitudine, di questo mio modo di essere, una professione. Organizzo feste, eventi nei quali accorrono anche dominatrici non professioniste e, le dirò, ho visto molti casi di matrimonio tra dominante e dominato. A me colpisce, ovviamente, il fatto che un uomo possa e voglia vivere tutti i giorni della sua vita così; sa, un conto è fantasticarlo, come prima le dicevo, un conto è farlo veramente!».

“Adorare la donna”. L’arte seduttrice è propriamente femminile; forse la donna ha un’innata propensione al dominio. Eppure noi viviamo in una società, soprattutto quella italiana, in cui la donna è ancora dominata, nella quotidianità e nella vita sociale. Siamo sempre uno degli ultimi paesi in Europa (anche) per l’inserimento delle donne nel mondo del lavoro…

«Le donne potenti fanno paura ad alcuni tipi di uomini, che cercano in ogni modo di ostacolarne la carriera. D’altra parte, a volte il problema è delle donne stesse che ritengono addirittura giusto il fatto d’essere dominate. Recentemente parlavo con una ragazza, estranea all’ambiente Fetish, a cui piace letteralmente essere maltrattata: aveva un compagno con cui è stata insieme undici anni, lei sapeva benissimo che lui, durante la settimana, la tradiva fingendo improbabili impegni di lavoro e lui, oltretutto, la picchiava costantemente. Allora io la esortavo a prendere in mano la situazione, a fare una denuncia. Ma lei non considerava minimamente questa possibilità: so che mi tratta male, diceva, ma sono innamorata… E se permette, prima di lasciarla vorrei specificare una cosa sul mondo del fetish che è molto più articolato di quanto possa sembrare: c’è il feticista, diciamo classico o standard frustato, che ama i piedi, ama annusare la pelle, le calze usate e quant’altro… Costui non vuole assolutamente essere frustato, non ama il dolore. Al contrario, ci sono uomini che di questa dimensione sensibile del feticismo non sono interessati, loro vogliono essere dominati cerebralmente, aggrediti verbalmente e, in breve, sentirsi una nullità. C’è, poi, chi si disinteressa di questa dimensione mentale e ama solamente e semplicemente il dolore fisico. La bravura della lady sta nel capire quello che la persona vuole; sta nel “pre”. Insomma, prima di parlare con l’aspirante servitore devo già inquadrarlo e capirne desideri e limiti.

Dico questo perché ho constatato che, se faccio venire la persona da me per un colloquio preliminare si perde tutto il fascino, la fantasia e si va a cadere troppo nel confidenziale. Bisogna accogliere la persona già entrando nel ruolo e nelle parti… Capisce, non è facile!».

Certo, è la stessa cosa che accade nella situazione psicanalitica. 

Il paziente non deve presentarsi allo psicanalista: senza nulla sapere del paziente, nel momento in cui il paziente varca la soglia dello studio la psicanalisi è già iniziata. 

…Concludo rimandando alla lettura delle mie storie su www.fetishdea.com.

  

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