Articoli dalla Categoria “FILM

Dalla pornografia al “realismo sessuale”, la rivoluzione cinematografica delle Ragazze del Porno.

Pubblicato il aprile 30, 2014

Alzi la mano chi non ha mai guardato un film porno. Ammettetelo! Anche voi, nell’intimità delle vostre stanze, quando il desiderio monta, la noia vi pervade, la passione si accende, cominciate a cambiar canale in TV cercando del materiale pornografico oppure navigate online alla ricerca dell’immagine giusta, dello spunto che darà libero sfogo alle vostre fantasie.

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Ma chi è che produce e confeziona per noi l’immaginario pornografico?  Molto spesso, anzi spessissimo, sono gli uomini a stare dietro la macchina da presa e a dirigere e produrre i film porno. È un potere sottile ma intrusivo quello di chi produce pornografia, un potere che si insinua tra i nostri fluidi, nei nostri centri dell’eccitazione, decide il ritmo del godimento: la ripetizione dell’atto meccanico è il mantra a cui i piaceri sono asserviti e l’eiaculazione maschile è l’unico traguardo da raggiungere.

La giornalista Tiziana Lo Porto ha riflettuto sulla pornografia e sulla sua produzione in Italia e ha deciso che fosse il momento  di far emergere l’immaginario delle donne. Nasce così il progetto “Le Ragazze del Porno”, dieci registe italiane che si cimenteranno con la produzione di altrettanti cortometraggi pornoerotici. Un progetto per il quale le ragazze hanno lanciato una campagna di finanziamento dal basso su indiegogo realizzando un video-appello che sulla rete è diventato subito un piccolo caso. In fondo tutti sono subito pronti ad eccitarsi quando si sente parlare di donne e pornografia. Ma come starà andando in realtà questa campagna di finanziamento? E soprattutto: ma cosa è la pornografia?
Abbiamo rivolto le nostre domande direttamente alle Ragazze del Porno che hanno risposto nella persona della regista Monica Stambrini.

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C’è tanta confusione attorno al termine pornografia. Per qualcuno è qualcosa che serve ad eccitarsi, per altri è la manifestazione dell’osceno, secondo il dizionario etimologico è l’illustrazione delle attività delle prostitute. Potete definire con esattezza cosa intendete voi per pornografia?
Nell’usare la parola pornografia per i nostri corti intendiamo la rappresentazione della sessualità in modo esplicito, senza censure, sia da un punto di vista visivo che narrativo. Si potrebbe anche definire “realismo sessuale”. 
La sessualità riguarda la vita e l’immaginario di tutte/i, perché la sua rappresentazione dev’essere prerogativa solo del porno e non del cinema?   Nella letteratura e nell’arte… c’è molta più sessualità che non nel cinema – anche perché c’è meno censura. Io credo che il cinema vorrebbe poter raccontare in modo molto più esplicito il sesso, solo che non lo può fare perché cade nella censura che ne limita la distribuzione. 
Ma di nuovo (come negli anni ’60 e ’70) il cinema si sta cominciando a ribellare alle regole e infatti negli ultimi festival di cinema si fa un gran parlare di scene di sesso esplicite in film d’autore.



Perché i corti delle ragazze del porno saranno pornoerotici e non pornografici?
Credo che finché non gireremo i nostri corti sarà difficile dare delle definizioni. Le sceneggiature sono un’indicazione, poi quando si mette in scena una sceneggiatura molto può cambiare. Il confine fra erotismo e pornografia è abbastanza labile e soggettivo. E noi siamo tutte registe diverse, soggetti diversi. Lì è il bello.

Tra le reazioni dell’italiano medio al vostro video-appello per il crowdfunding, sui social network ci sono state le classiche: “A me non mi dicono niente”, “Non me le scoperei”, “Belle tette”. Secondo voi la vostra operazione potrà servire a bastonare lo stordimento culturale di questo soggetto sociale? O non si corre il rischio di creare un prodotto di successo che però non modificherà l’ignoranza dilagante?
Direi che per ora, già il nostro coming out ha modificato qualcosa. Noi, viste come belle o brutte, normali o stravaganti, giovani o vecchie, registe più o meno famose, osiamo esporci. Comunque le critiche erano prevedibili, l’entusiasmo con cui siamo state accolte meno, ci hanno sorpreso. Direi che è già un traguardo, al di là del prodotto – che ci impegneremo di fare al meglio per noi e per tutti quelli che aspettano con ansia e/o scetticismo.

Una pornografia ideata da donne sarà più ricca di personaggi ed emozioni“, dite nel vostro video-appello. I maschi non sono capaci di fare un pornografia ricca di personaggi ed emozioni? È un problema di genere o un problema di domanda e offerta sul mercato?
Io personalmente non credo sia tanto una questione di genere quanto di domanda e offerta appunto. la pornografia è sempre stata vista come un prodotto per uomini, fatto da uomini. Dal momento che il mercato si apre, si apre anche il genere. O viceversa. E sperimenta linguaggi e narrazioni nuove o diverse.

Erika Lust, Candida Royalle, Annie Sprinkle, sono alcune delle donne più celebri che sono passate dal ruolo di attrici porno a quello di registe del porno. Mettersi dietro alla   telecamera è una presa di potere? Avete anche voi una storia simile? E in che modo il vostro porno si relaziona con il loro e con quello di tutte le donne che fanno già pornografia?
Mettersi dietro ad una macchina da presa è una presa di potere enorme. Le donne illustri che hai citato ne hanno dato piena dimostrazione. Loro sono pioniere, e lavorano dal di dentro dell’industria del porno. Noi arriviamo da tutt’altro background ma ovviamente anche a loro ci siamo ispirate, ci hanno dato coraggio. Io ho una passione particolare per Annie Sprinkle – sta veramente facendo delle cose molto belle e anche politiche, con ironia.

Una pornografia diversa sarà ancora pornografia?
Non son fatta per le definizioni. Non lo so, questione di moda.

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A marzo avete lanciato una campagna di finanziamento su indiegogo per produrre la raccolta dei 10 corti. A circa un mese dal lancio dell’appello, come sta andando la campagna?
Allora, proprio oggi abbiamo fatto un ragionamento sulla questione: ad oggi mancano 37 giorni e abbiamo 3300 euro su 15000 che chiediamo per girare (spesando solo le spese vive) i 3 corti che lanceranno il progetto di lungometraggio fatto di almeno 6 corti. Diciamo che la nostra colletta online, ovvero il crowdfunding https://www.indiegogo.com/projects/le-ragazze-del-porno/x/5464697#home non sta andando molto bene paragonato alla visibilità che abbiamo avuto (in Italia) come ragazze del porno. Forse anche solo perché non tutti capiscono come fare a mettere soldi su un progetto online. Stiamo infatti pensando di fare dei tutorial, ma a breve perché a fine maggio è già finita. Comunque invece in parallelo, senza strategie, abbiamo fatto una vendita di opere di artisti vari, Art for Porn, che è andata molto bene, e ne faremo altre anche a Milano forse Bologna e Venezia. Art for Porn è stato un bellissimo evento e la solidarietà fra artisti (esattamente come stiamo facendo noi registe-ragazze del porno fra di noi) di questi tempi è particolarmente incoraggiante.

Ultima domanda: il direttore irresponsabile vorrebbe partecipare in (s)veste di attore… Si può?
Certo. Faremo dei provini aperti a tutti gli interessati, non solo ad attori, fra giugno e luglio. Fra Roma e Milano, per ora. Vi faremo sapere sui nostri siti le date precise.

 

https://www.indiegogo.com/projects/le-ragazze-del-porno/x/5464697#home
https://www.facebook.com/lrdpms
http://www.leragazzedelporno.org
twitter   @ragazzedelporno

– Testo Agnese Trocchi –

Il cinema pionieristico dell’Altrove

Pubblicato il marzo 1, 2014

– Spazio, ultima frontiera. Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise…. –

 

 

No, Star Trek, il Capitano Kirk e il vulcaniano Spok non erano ancora nati.
L’Altrove viene sempre associato alla fantascienza, alla scoperta di nuovi mo(n)di, alla fuga dalla realtà. Ovviamente questi tre elementi del cocktail variano a seconda dell’epoca in cui ci troviamo.
L’Altrove viene sempre e comunque inteso come qualcosa di totalmente estraneo che porta un po’ di inquietudine (forse la paura dello sconosciuto) nella vita dell’uomo. Ma non è sempre così, soprattutto al cinema.

 

Le_Voyage_dans_la_lune da wikipedia

Il primo pioniere dell’Altrove è senza dubbio l’amatissimo Georges Melies. Prestigiatore, presto si accorge delle potenzialità del mezzo cinematografico e riproduce i suoi trucchi su pellicola per portarli nelle case… ops, nickelodeon (nickel – odeon) di tutto il mondo.
Le opere di Georges Melies ci fanno esplorare l’Altrove con la fantasia e ci fanno scoprire mondi sconosciuti attraverso gli effetti speciali rudimentali che il grande cineasta francese inscenava davanti all’occhio della macchina da presa. Spesso l’approccio all’Altrove del papà della fantascienza (come mi piace definirlo) era molto leggero, divertente. Ma comunque mai banale. E trasportava grandi e piccini con viaggi in pillole verso il sorriso e la poesia. Ci ha fatto conoscere per primo gli abitanti della Luna (Voyage dans la Lune, 1902) con i loro sgargianti colori e ci ha fatto incontrare simpatiche note che suonavano posizionate in un insolito pentagramma (Le Melòmane, 1903). Ma non solo… Ci ha anche catapultato per primo in interessanti periodi storici (Jeanne d’Arc, 1900 e L’Affaire Dreyfus, 1899) e ci ha fatto scoprire il freddo dei ghiacci ne La Conquête du Pole del 1912, l’ultimo film di successo prima della bancarotta.

Proseguendo il nostro percorso storico tra le pellicole dell’Altrove troviamo degli italiani… i Futuristi che l’Altrove lo ricercavano con mezzi tutti loro, d’avanguardia, per distrarre l’uomo moderno dalla vita monotona che conduceva. Altrove = fuga dalla realtà.
“Il cinematografo futurista che noi prepariamo, deformazione gioconda dell’universo, sintesi alogica e fuggente della vita mondiale, diventerà la migliore scuola per i ragazzi: scuola di gioia, di velocità, di forza, di temerarietà e di eroismo. Il cinematografo futurista acutizzerà, svilupperà la sensibilità, velocizzerà l’immaginazione creatrice, darà all’intelligenza un prodigioso senso di simultaneità e di onnipresenza. Il cinematografo futurista collaborerà così al rinnovamento generale sostituendo la rivista (sempre pedantesca), il dramma (sempre previsto) e uccidendo il libro (sempre tedioso e opprimente). Le necessità della propaganda ci costringeranno a pubblicare un libro di tanto in tanto. Ma preferiamo esprimerci mediante il cinematografo, le grandi tavole di parole in libertà e i mobili avvisi luminosi […] Nel film futurista entreranno come mezzi di espressione gli elementi più svariati: dal brano di vita reale alla chiazza di colore, dalla linea alle parole in libertà, dalla musica cromatica e plastica alla musica di oggetti. Esso sarà insomma pittura, architettura, scultura, parole in libertà, musica di colori, linee e forme, accozzo di oggetti e realtà caotizzata. Offriremo nuove ispirazioni alle ricerche dei pittori i quali tendono a forzare i limiti della letteratura marciando verso la pittura, l’arte dei rumori e gettando un meraviglioso ponte tra la parola e l’oggetto reale” (Manifesto del Cinema Futurista, 1916).
Lo spettatore del cinema futurista era letteralmente bombardato da un’allegra accozzaglia di suoni, luci, immagini e parole che simultaneamente cercavano di costruire un possibile significato. Sergei_Eisenstein_03 da wikipedia
Altrove come fuga dalla realtà anche per la particolare visione che Sergej Ejzenstejin aveva dei capolavori Disney. Il mitico Walt, creatore di Topolino, era per l’inventore del montaggio delle attrazioni colui che ha dato il più alto contributo all’arte in America. Aveva paura della perfezione assoluta delle opere di Disney tanto che queste non riuscivano solo a colpire lo spettatore dal punto di vista estetico ma toccavano, con ogni mezzo tecnico, le corde più segrete dei pensieri, delle immagini mentali e dei sentimenti umani. “Così dovevano agire – diceva il cineasta russo – le prediche di San Francesco d’Assisi, così ci incantano i dipinti del Beato Angelico, così ci affascina Andersen e Alice nel suo paese delle meraviglie. Disney è semplicemente al di là del bene e del male”. Ed in questa sospensione dalla realtà l’uomo cerca di dimenticare per un paio d’ore, alcune volte di più, ciò che lo circonda. Il cinema di Disney, secondo Ejzenstejin, è strumento di consolazione e di elevazione per l’uomo moderno, per “coloro che sono vincolati da ore di dura fatica, dai minuti regolamentati di pausa e dalla precisione matematica del tempo, coloro la cui vita è regolata dal cent di dollaro”.
E veniamo a noi… Ha senso cercare ancora l’Altrove nel cinema? O è l’Altrove che si è insinuato nella nostra vita rendendola alienata e alienante? O semplicemente l’Altrove è un altro nome, forse più filosofico, per chiamare il bisogno insito nell’uomo di sognare, di pensare che esistano mondi paralleli in cui tutto è possibile? Forse il mondo dei nostri sogni, l’Altrove, abita solo nella nostra mente e siamo noi gli attori protagonisti di queste vicende. L’uomo è nato regista, ancor prima della nascita del cinema. Bastava chiudere gli occhi e l’Altrove apriva le sue luminose porte…

il Rick’s Bar… Francesco Nuti e la poetica dell’Altrove

Pubblicato il marzo 1, 2014

Difficile preservare l’Altrove che ci si è costruiti, quando ci si scontra con il pragmatismo di chi non ha occhi per vedere le mura o le strade e le voci di quell’Altrove che l’apolide del vivere si è creato.
Messo su mattone per mattone. Oppure, eretto da chissà quale architetto del subconscio e poi incontrato per caso vagando di solitudine in solitudine, da una fragilità a una fuga.
E di fronte al cinismo di chi non può vedere, perché non ha esigenza di cercare, puoi perdere la strada e rischiare di smarrirti.

Francesco_Nuti_1990

 

– “E quindi hai deciso! Resti qui. Rimani qui perché c’è…”
  – “…Il Rick’s Bar! …Anche se temo che qualcuno lo abbia spostato”

È questo il timore del protagonista di Casablanca Casablanca di Francesco Nuti.
Il neocampione di biliardo, ancora in smoking, prova a convincere la sua donna a fermarsi. A non tornare alla frenesia routinaria della cosiddetta normalità, ma di fermarsi con lui nell’estasi dell’Altrove.
Ma lei non capisce.
Non capisce davvero che lui può essere finalmente lui solo al Rick’s.
Al Rick’s lo conoscono e quel che più conta lo riconoscono ogni notte. Perché naturalmente il Rick’s era già esistito nel suo immaginario da grande schermo, e quindi ne aveva già apprezzato le movenze, il sound, i colori, i dialoghi… . È un pentagramma che interpreta ad occhi chiusi. Ne ha già inquadrato i codici.
E lo staff del Rick’s bar sa cosa lui ama bere, come lo ama bere, in quale bicchiere. Sa dove ama sedersi a gustare il suo drink e fumare una sigaretta. Il pianista, Sam – così come accade 30 anni prima con un altro avventore – già conosce bene il repertorio che il Suo cliente ama ascoltare a seconda dello stato d’animo e della posizione delle lune.
Anche gli altri habitué lo conoscono, e gli appuntamenti a tale ora in tale posto sono uno spreco riservato alla gente del mondo là fuori.
Presso Altrove, non ce n’è bisogno, perché a serranda alzata, quando i neon iniziano a scaldare l’oscuro, siamo tutti lì. Allo stesso bancone, in abiti eleganti, a cancellare o enfatizzare le nostre fragilità che verranno comprese e accettate dai bartender accondiscendenti.
Al Rick’s, l’uomo e la donna riacquisiscono lo stato d’essere più vintage e naturale, e i dialoghi e la mimica si muovono in un terreno neo-romantico in cui è possibile anche annientarsi vicendevolmente nel sentimento più caldo.
Fuori dal Rick’s invece, esiste troppa roba, troppe varianti, troppi relativismi che inducono alla perdita dell’io e all’abbandono dell’amore.
Per il protagonista il pavimento del suo Altrove è come il tavolo da biliardo in cui, se calibrato bene, il colpo va a segno, senza imprevisti di sorta.
Il barman è come il barbiere che ti accarezza il volto e si prende cura della tua pelle o delle tue rughe.
Il Rick’s Bar è familiare, ragion per cui è Famiglia!
In Casablanca Casablanca, Francesco Nuti descrive l’Altrove per eccellenza che qualunque individuo, nomade della malinconia cerca fra i passi della propria fragilità.
E quando lo trovi, questo Altrove, vuoi rimanerci attaccato, costi quel che costi.
E non puoi permettere a chicchessia di interferire con ignobili illazioni tendenti a insinuare il dubbio e intaccare l’universo familiare che ti ha scelto!

– “E cosa pensi di fare? Che lavoro farai se resti qui?”
E lui risponde: “Il Cameriere! … prego signore, da questa parte. Buonasera signori, bentornati.
Accendi le luci! Il Rick’s Bar apre le sue porte!”

Tutto il resto non conta!

CinemAltrove – (di Agnese Trocchi)

Pubblicato il marzo 1, 2014

“Lei” è una di quelle rare opere che da voce allo stesso tempo tanto allo spirito del tempo che allo spirito del profondo. Ambientato in una Los Angeles di un futuro non molto lontano, “Lei” è una storia d’amore tra un uomo e un’entità disincarnata che si manifesta nella forma di un sistema operativo di ultima generazione.

Lei – di Spike Jonze
(uscita ita 13 marzo 2014)

Lei

Poster by Janee Meadows

Telepresenza è il termine, forse un po’ obsoleto, che meglio definisce la quintessenza di Samantha, ‘Intelligenza Artificiale’ fatta di impulsi elettrici, codice binario, componenti di silicio.

Il concetto di telepresenza, dai tempi della nascita dei mezzi di comunicazione, il telegrafo e il telefono, fino ad arrivare ai computer e agli smartphone di oggi, ha sempre infestato il nostro immaginario con la suggestione che, nel mondo dell’elettronica, si possano annidare entità senzienti.

Il film di Spike Jonze, “Lei” si colloca sull’ultimo gradino di questa fantasia culturale che vede convergere l’energia elettrica e il flusso delle informazioni in un flusso di coscienza autonomo e totalmente altro da noi.

Samantha, il Sistema Operativo di ultima generazione di cui si innamora Theodore Twombly non ha “carne”, è una voce che evoca una presenza, Samantha è una delle entità che vivono nei media elettronici.

Come  nella migliore tradizione fantascientifica l’opera di Jonze elabora uno scenario possibile a partire da dati presenti nella nostra realtà quotidiana.

Questi elementi con i quali già conviviamo sono le tecnologie che ci offrono l’illusione dell’ubiquità, ci danno la sensazione di essere contemporaneamente in più luoghi diversi mentre semplicemente convogliano la nostra attenzione altrove.

Sarà capitato anche a voi di stare in compagnia di qualcuno che passa il tempo a controllare i messaggi sul telefonino o a conversare con chi non è lì in quel momento invece di godersi l’intimità del qui e ora con le persone che gli stanno accanto.

In “Lei” l’ossessione per la connettività costante è portata alle sue estreme conseguenze.
Theodore è connesso con Samantha 24/24 grazie ad un auricolare che tiene sempre addosso.
Per Theodore non è una novità intrattenersi online parlando con voci disincarnate: prima di acquistare l’OS1, Theodore cerca compagnia nelle chatroom.  Innumerevoli incontri occasionali con voci che sono altrove. Incontri che ogni volta si risolvono nella presa di coscienza di una incomunicabilità assoluta e profonda. Paradossalmente, colei con la quale Theodore avrà l’unico vero incontro, è l’unica che può esistere soltanto altrove, Samantha,  il sistema operativo OS1, che nel corso del film conquista una dignità tale che potremmo considerarci specisti a non onorarla.

Samantha è  più presente di qualunque donna incontrata in un appuntamento al buio o in una chat vocale. E’ appassionata, ironica e innamorata e rivendica il suo diritto ad esistere.

Perchè un’Intelligenza Artificiale non dovrebbe avere il diritto di amare ed essere amata? Theodore Twombly deve fare solo quel passo in più e confessare a se stesso di essersi innamorato di una voce senza corpo. Lui stesso lavora scrivendo lettere d’amore per conto terzi, produce  e impacchetta emozioni per gli altri che non per questo sono meno genuine.

“La Moon Song” (candidata all’Oscar come Miglior Canzone Originale) che Samantha compone per Theodore, è la sintesi dell’amore ai tempi della presenza elettronica:

I’m lying on the moon
My dear, I’ll be there soon
It’s a quiet starry place
Time’s we’re swallowed up
In space we’re here a million miles away…

La fiaba scritta da Spike Jonze racconta in modo delicato e poetico la nostra condizione odierna:  smarriti tra milioni di intelligenze, artificiali o meno che siano, solo l’amore erotico ci unisce all’infinito in un onnipresente altrove.

La vita di Adele

Pubblicato il gennaio 1, 2014

Avevo letto della vita d’adele quando ha vinto a cannes, dopo che hanno crocifisso Abdellatif Kechiche per le scene spinte, dicendo che solo una donna aveva il diritto di parlare dell’amore saffico… Figurarsi un uomo, eterosessuale, e per di piu’ d’origine araba. Tanto per servire il pregiudizio nella variante piu’ schifosa. Il film l’ho visto ieri. eh sì! il vostro recensore/misuratore non e’ uno che va a vedere l’ultimo film uscito, piuttosto uno che si affanna a recuperare le puntate precedenti, vi rincorre.

Se vi aspettate un film per vojeurs, che vi costringa ad accavallare le gambe e vi rivitalizzi il lavorio di coppia lasciate perdere.

È una storia d’amore, tra una ragazzina di liceo, Adele e una studente di Belle Arti aspirante pittrice, Emma.

Kechiche rimane addosso ad Adele, le stà vicino, sul viso, per tutto il film. Ma ci sono altre cose nascoste nel film, preziose. Avrebbe detto Rousseau:

« Sors de ton enfance, ami, réveille-toi ! » Emma esce dall’infanzia, risvegliandosi “mercè d’amore” (come nei sonetti di Giordano Bruno) e il risveglio in fondo si giustifica con se stesso.

Torniamo alla storia d’amore, saffica per destino e non necessariamente tale, che si svincola dai costrutti sociali con i loro pregiudizi senza doverli neppure combattere più di tanto, ne svela la vecchiezza, perché poi, in fondo nessuno ci crede piu’ troppo, solo i brutti. E con delicatezza Adele evita di portarli a scuola, o in famiglia, per pudore non per vergogna.

Adele impara molte cose in questo viaggio, a mangiare le ostriche per esempio, e che le porte del sentire autentico sono porte in cui si entra da soli. Adele fa esperienza, un’ esperienza fisica, passionale, emozionale. Attraverso la passione Adele sente. Per questo è vicina la macchina da presa, per questo ci fa sentire i corpi, gli umori, i brividi.

La regia si concentra nel mostrarci cosa sia “sentire”.

Non è scontato, e lo potrete osservare per il tempo dovuto e dalla distanza più intima possibile.

E non mi riferisco solo al sesso, di cui s’era parlato fin troppo. Mi riferisco all’emozione. Su quella siamo ancora impreparati, è un mistero.

Citavo Rousseau. Non è un caso, perché la polemica che ha investito la regia dopo Cannes è figlia di un contesto sociale preciso. Il film entra in questi pregiudizi (non sugli omosessuali, ma di classe, di censo). Le questioni di classe non prescindono dalla liberazione politica, o sessuale. E in questo la scrittura del film è estremamente attenta, precisa, con rimandi visivi rigorosi. Adele non ha altra piccola vanità che di essere bella in blu, sempre un po’ triste se fuori posto. Léa Seydoux, attrice molto pulita nei panni di Emma, è la pittrice autoreferenziale, e in fondo viziata, capace di una durezza spietata nel perseguire se stessa.

Adèle Exarchopoulos, sulla cui faccia passano le tre ore di storia, è splendida, costantemente in bilico tra un disegno di Manara e una mocciosa. La bravura della regia è di aver trovato nel montaggio il modo di non farla mai cadere negli estremi: è pur vero che hanno girato 300 ore di materiale…

Quindi: non è un film sull’omosessualità, ne’ uno per vojeur. È un film sull’amore, sulla sua durezza del labirinto che porta prima alle porte del cielo e poi a quelle dell’inferno, non sempre in quest’ordine, e sulla solitudine.

E ora qualche nota per chi di noi vuole fare film oltre che vederli e guarda con un certo occhio. Non credete che sia stato facile. Ci vuole un amore eccezionale per l’arte per rendere così vivi questi personaggi, per seguirli mentre fanno l’amore, mentre si muovono o parlano o si annusano o leccano. Amore incondizionato per l’arte non solo del regista ma di tutta la crew, se pensate che in media ci sono 6/7 persone sul set insieme a loro, a reggere microfoni, attenti alla messa a fuoco, a seguire le coreografie, ad aggiustare una luce o un filo di trucco, a cogliere uno scricchiolio… E quello che noi vediamo poi al cinema, grandissimo sullo schermo, è il risultato di questo artigianato sublime: due esseri umani con la loro infinita bellezza mentre fanno l’amore, sorridono, mangiano, si innamorano, si odiano, tremano…

A proposito, siccome il film ricalca le impronte del miglior Cassavetes prendetevi l’opera omnia del regista greco americano e riguardatela nei dettagli. Soprattutto Faces e Killing of a Chinese Bookie. Kechiche nel suo lavoro gli deve molto, per la messa in scena e il lavoro con gli attori e il modo con cui gli fa portare il testo; per le scelte di cinematografia, con luci minime e quasi sempre due camere per non dover fare più takes quando l’energia è quella giusta.

Il film è girato molto bene. Da Sofian el Fani che opera con coerenza drammaturgica alla fotografia. Ha girato a mano, e con una lente piuttosto veloce (leggo in rete che si tratta di zoom  Angénieux 28-76 mm T2.6 su un corpo canon C300, un bel matrimonio di vecchia scuola e digitale).

Un’ ultima cosa, che ho apprezzato molto: i famosi quadri di Emma, la pittrice viziatella e stronza, non si vedono molto, ma servono solo per rimbalzare la luce.

Vedere il loro colore pieno di ego usato per rimbalzare sulla faccia di “carne e sangue” di Adele la dice lunga sulla gerarchia dei personaggi per Kechiche.

  

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