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Se fossi un dittatore!

Pubblicato il aprile 30, 2014

Catapultato nello star system del mondo dell’arte da un giorno all’altro grazie al clamore mediatico sollevato da una sua opera gigante affissa sulla facciata di un palazzo nel centro di Poznan in Polonia; Max Papeschi ha realizzato più di un centinaio di mostre in giro per il mondo in soli cinque anni. Nato come autore e regista televisivo, il creativo milanese ha recentemente pubblicato per Sperling & Kupfler il suo primo libro “Vendere svastiche e vivere felici. Ovvero: come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell’arte contemporanea”. Noi di C MAGAZINE l’abbiamo incontrato per parlare insieme a lui di questa novità editoriale e per chiedergli che cosa ne pensa del potere.

 

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È uscito con Sperling & Kupfler il tuo primo libro “Vendere Svastiche e vivere felici – Ovvero: come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell’arte contemporanea” si tratta di un manuale, di un romanzo o di una biografia?
Si tratta di un’autobiografia semi-seria che poi diventa quasi un romanzo nella seconda parte. L’ho diviso in due tempi, come se fosse un film perché il mio immaginario è stato influenzato tantissimo da quello dal cinematografico.

Quindi non insegna a vendere opere d’arte come suggerirebbe il titolo del libro?
Non è un manuale, nel senso tecnico del termine. Quando lo è, lo è fra le righe. Poi sta al lettore capire quando sto scherzando e quando sto parlando seriamente.

Èla storia di Max Papeschi con delle parti romanzate…
È la storia di Max Papeschi.

Come mai Sperling&Kupfler ti ha chiesto di scrivere una autobiografia romanzata?
Più che altro è andata così: stavamo facendo una riunione con Alessandra Torre e Francesca Micardi perché inizialmente l’idea era quella di girare un documentario sulla mia storia, ma la produzione era ancora ferma. Fra le altre cose, durante la riunione, avevo tirato fuori questa finta copertina.
Dopo la storia di Poznan avevo costruito per provocazione questa finta copertina con il titolo (che poi è rimasto) “Vendere svastiche e vivere felici – ovvero come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell’arte contemporanea”. L’idea era un libro sotto vetro come opera autoironica. Sono decine le idee che butto lì, disfo, preparo e poi lascio in una cartella “idee” che magari non tocco più. Alcune invece mi tornano in mente. Ricordo che durante la riunione e ho tirato fuori questa copertina, non so se per farla vedere come titolo o cosa e parlando abbiamo detto “beh effettivamente anche come libro sarebbe interessante.” A quel punto l’abbiamo proposta a Sperling che ha accettato.

È un tema ricorrente, nella tua storia, quello delle idee che si trasformano..
Sì! Spesso le idee che funzionano sono quelle che arrivano per caso, almeno per quanto mi riguarda. Le operazioni che ho fatto per caso sono quelle che sono andate meglio. Se invece mi metto sulla strada di “voglio fare qualcosa”, quella cosa spesso non accade.

…oppure diventa un’altra cosa…
Diciamo che il destino ha influenzato tantissimo la mia carriera, nel bene e nel male.

Nel male?
Tipo fare un film che poi non è uscito in sala.

Ne parlerai anche nel libro?
Assolutamente si: questo libro racconta anche di sconfitte, non solo delle cose belle che mi sono capitate recentemente. Racconta anche tutta la prima parte della mia vita in cui ho avuto una serie di esperienze negative o “formative”…tante volte quando si sbaglia si dice che sono esperienze formative, ma in realtà sono solo esperienze negative. Quando un progetto su cui lavori per un lungo periodo non va in porto, è una sconfitta. Puoi raccontartela come vuoi ma alla fine quello è.

Sei passato dal mondo del teatro a quello del cinema, della televisione e al mondo dell’arte. Quali differenze hai riscontrato?
La differenza più forte che si riscontra nel mondo dell’arte, rispetto ad altri ambienti è che non c’è nessun tipo di censura. Anzi addirittura devi stare attento tu a non cercare la provocazione a tutti i costi. Lo dico proprio io che paradossalmente passo per essere uno degli artisti più provocatori. Metà dei giornali che parlano di me, titolano con: “le provocazioni di Max Papeschi…”..in realtà son cazzate perché serve ai giornalisti metterle così.

Perché un’opera che raffigura un bombardamento sponsorizzato da Coca Cola (riferimento ad un’opera di Papeschi) non ti sembra provocatoria?
Non vedo la provocazione: in quell’opera sto parlando di un fatto reale, sto raccontando come sono fatte le cose, spostando un po’ la realtà, ma non ci vedo niente di provocatorio. C’è gente che ha messo un cesso in mostra in una galleria d’arte nel 1917, poi c’è stata la merda in un barattolo o il Papa schiacciato da un meteorite. A livello di provocazioni, il mondo dell’arte ha già dato abbastanza, secondo me.

 

 

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Non pensi di essere un provocatore di pensieri e riflessioni?
Penso di essere uno che racconta il suo tempo.

Come è stato scrivere il libro?
In passato ho scritto per il cinema, per il teatro e per la televisione. Però è un tipo di scrittura completamente differente, perché sono dialoghi e poi il prodotto finale non è mai lo scritto, quindi sai già che quando giri cambierai molto del testo.
Questa volta è stato diverso: all’inizio non sapevo bene come raccontare in prima persona, mi mancava proprio la cifra stilistica. Lavorandoci con le due co-autrici, Francesca Micardi e Alessandra Torre abbiamo fatto queste interviste lunghissime, che sono diventate una sorta di autoanalisi. Alla fine mi sono accorto che la cosa migliore era raccontare la storia in prima persona, in tono colloquiale, come se lo stessi facendo a voce. Quindi ho iniziato a scrivere in questo modo per rendere più scorrevole la lettura e lo stile molto simile a quello di una conversazione.

 

Il tema di questo numero di C MAGAZINE è il Potere. Che cosa è il potere secondo te?
Ci sono due tipi di potere secondo me: il potere sano, che è quello che permette di fare le cose. E’ molto più importante, anche in una carriera artistica. Il potere di chiamare i migliori collaboratori a lavorare con te o per esempio, di fare questo libro ed essere pubblicato da una casa editrice importante.

Quindi il potere visto come possibilità…
Sì! Il potere visto come possibilità. Il potere visto come numero di contatti che hai, con cui sei in grado di interagire alla pari e quindi con cui puoi creare delle cose belle e sviluppare la tua forma di pensiero senza troppe limitazioni. Anche i soldi stessi, la possibilità data dai soldi… di produrre qualcosa, che sia una mostra, che sia un libro, che sia un film, di distribuire la cosa a livello mondiale..fanno parte del potere inteso in senso sano.
Il potere in senso negativo, invece è quello della prevaricazione sugli altri, l’esercizio del potere per il potere.

Se tu fossi un dittatore con poteri assoluti, quali leggi promulgheresti a livello globale? Le primissime che ti vengono in mente..
No guarda, farei una sola cosa: abolirei la dittatura per legge.

…e come seconda?
Beh, se ho abolito la dittatura…

Le persone che hanno troppo potere poi impazziscono?
Si crea una piramide sotto di loro costituita dalle persone peggiori. Il peggio di solito si muove nella parte medio-alta della piramide più che nel vertice.

Ti sta bene come è il mondo?
No. Non mi sta bene com’è ma credo che le soluzioni non vadano trovate con la bacchetta magica. La vita consiste nel nascere e risolvere problemi finché non si muore. Tu immaginati una vita eterna. La gente non sa cosa fare la domenica, figurati se non esistesse la morte che noia infinita.

Ha più potere il denaro, la morte o l’amore? A livello di grandi numeri, per l’umanità, in questo periodo storico…
Non è una questione di periodo storico. Secondo me è sempre la morte quella che governa le nostre scelte. Noi ci troviamo qua per un periodo limitato di tempo senza neanche sapere bene le regole del gioco. I soldi…l’amore…sono cose che vanno e che vengono, mentre invece il senso della morte è una cosa che conosciamo fin da bambini. Per quello costruiamo imperi, accumuliamo soldi o cerchiamo amore.
La tragedia, la spada di Damocle che abbiamo sulle nostre teste ci rende umani. Non esisterebbe l’amore senza il senso della morte.

Eros e Thanatos?
No, non l’eros, l’amore. Quando ami una persona è perché sai che il periodo di permanenza su questo pianeta è limitato. Quando dici “per tutta la vita” è perché sai che la vita finisce.

Non credi nell’amore eterno…
Non esiste l’amore eterno, perché c’è la morte, grazie a Dio, a salvarci dall’insostenibilità dell’amore eterno.

Se tu potessi scegliere fra mortalità e immortalità?
Sono un cagasotto, quindi ci penserei. Ti direi: mortale, ma potendo decidere io quando finire. Non vorrei essere condannato all’immortalità.
Una volta qualcuno, non ricordo chi, ha detto che la vita è una partita a poker in cui non sai che carte hai e che carte hanno gli altri, sai solo una cosa: che ad un certo punto arriverà qualcuno e sbatterà per terra il tavolo facendo cascare tutto quello che hai vinto.

 

 

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Gli esseri umani giocano, ma nel loro gioco spesso, per vincere, sfruttano altri animali oppure esseri umani. Ci dovrebbe essere un limite, secondo te, in questo gioco oppure è più bello che sia completamente libero?
No, non è bello per niente, ma è nella natura umana che sia così.
E’ chiaro che prima o poi lo sfruttamento degli animali finirà.
Questa cosa è già accaduta negli Stati Uniti, quando è stata abolita la schiavitù.
Il comunismo ha però dimostrato che non si può imporre a tavolino l’uguaglianza.
Questa cosa può succedere soltanto se chi è sfruttato ha coscienza di esserlo (questo vale per gli uomini e non per gli animali, chiaramente) e se chi sfrutta ha coscienza di ciò che sta facendo.

Trovo che la seconda parte sia interessante. In che modo avviene il cambiamento interiore nello sfruttatore?
Deve essere insopportabile il concetto dello sfruttamento per lo sfruttatore stesso.

Ma se lo delega ad altri pur di non vederlo?
È uguale, nel senso che tutti ormai sappiamo cosa succede, viviamo in un mondo di sovrainformazione. Lo sanno tutti cosa succede agli animali, come vengono messi in batteria i polli e tutto il resto è che non ce ne sbatte un cazzo. Sono molto pochi quelli a cui interessa veramente.
Alla collettività ancora non importa abbastanza da rinunciare a delle cose. Secondo me è una mentalità che andrà cambiando…e ti parla uno che mangia carne.

Nelle tue opere accosti figure assolute del male come Adolf Hitler, a icone globali dell’innocenza, come i personaggi della Disney. Cosa vuoi dire con questo accostamento? Esiste il male?
Il male assoluto e il bene assoluto sono rappresentabili, ma non esistono per davvero, secondo me.

I campi di concentramento, per fare un esempio, non erano dei luoghi in cui risiedeva il male?
Erano dei luoghi terribili, ma erano dei luoghi che riflettevano quella che è la natura umana. Nella storia ce ne sono stati tanti: dai Gulag, ai campi della morte dei Khmer Rossi, pensa che ancora adesso esistono posti come Guantanamo.

Pensi che chiunque agirebbe allo stesso modo? Tutti sarebbero aguzzini, se posti nella condizione di farlo o di doverlo fare?
Sembrerebbe di sì, perché in nessuno di questi regimi, neanche di quelli attuali, ci sono molti disertori. Questo fa pensare che perfino la morale sia una cosa che ha a che fare con la morale degli altri, non con la propria.

Quanto di autentico e quanto di ipocrita c’è, in questo senso, nella società di oggi?
C’è una parte autentica. Non importa che sia autentica perché ognuno lo crede fermamente dentro sé stesso o che sia semplicemente una morale comune, l’importante è che ci sia. Facciamo l’esempio delle pellicce, un argomento che a te, animalista sta a cuore. Cosa ha fatto morire veramente il mercato delle pellicce?
La vergogna. Le pellicce non hanno smesso di essere vendute per motivi di coscienza ma perché la gente si vergognava a portarle.

Animali salvi grazie al conformismo, quindi?
Se vuoi è conformismo del bene, ma è sempre molto meglio che il conformismo del male. La prima e la seconda generazione, quando parliamo di cambiamenti e di tendenze morali, magari si adeguando per vergogna e conformismo, quelle successive invece spesso si rendono conto delle ragioni di fondo del cambiamento.
Secondo me c’è un lento meccanismo di miglioramento, non è vero che il mondo va sempre peggio.

Quindi sei ottimista nei confronti dell’essere umano
Sono ottimista sulla lunghissima distanza.

Cosa ti aspetti dal mondo della letteratura?
Non mi aspetto niente dal mondo della letteratura. Spero dal mondo dei lettori che il mio libro piaccia e diverta.

Tu leggi molto?
Io leggevo moltissimo, ora leggo molto meno, devo ammetterlo, per colpa di internet che mi porta via un sacco di tempo e del fatto che comunque ho poco tempo libero.

I tuoi scrittori preferiti?
I primi che mi vengono in mente sono Ballard,Vonnegut, Mc Donald, Mitchell e Palahniuk fino a qualche libro fa.

Cosa cercavi nei libri?
Ho iniziato da ragazzino a leggere, con dei libri impegnativi, come 1984 di Orwell.
Mi è sempre piaciuta la fantapolitica.
Ballard diceva che per capire il presente la cosa migliore è leggere i libri di fantascienza, ti fanno capire a cosa tende il presente, quali sono le paure attuali.

Il lettore ideale del tuo libro che cosa cerca e che cosa troverà?
Ho cercato di non scrivere un libro solo per persone dell’ambiente dell’arte.
Questa è una storia un po’ assoluta, una storia di sconfitte dalle quali possono nascere nuove opportunità.

Un libro che ispirerà altre persone?
Spero di no. Vedo già su internet dei piccoli mostri che fanno lavori come i miei con il digitale sperando di replicare ciò che è successo a me.

Ti dà fastidio?
No, non mi dà fastidio, mi dispiace per loro perché non arriveranno mai a niente finché imitano i modelli degli altri. Devono far qualcosa di loro. E’ sbagliato cercare di copiare un modello. Va bene fare omaggi, va bene perfino rubare delle idee, ma mai cercare di copiare un modello nel suo insieme.
Vale sempre la pena avere una propria visione, altrimenti tanto vale fare un lavoro non creativo.

I tuoi progetti per l’immediato futuro?
Ci saranno una serie di mostre legate alla presentazione del libro. Poi a fine settembre presento in Giappone una serie ancora inedita. Sto pensando anche a progetti che non sono direttamente legati al mondo dell’arte, ma è ancora presto per parlarne.

Pornoterrorismo, il corpo da prigione ad arma

Pubblicato il aprile 30, 2014

«Esiste per caso fusione più bella di quella tra le parole “porno” e “terrorismo”? L’erotica del terrore, un territorio inesplorato che si apre davanti a noi come un cadavere in attesa dell’autopsia. Allo stesso modo in cui i funerali mi fanno ridere, l’immagine di un bel cadavere, a volte, mi può far bagnare le mutande. La prima sensazione è che non si potrà mai superare l’imbarazzo della situazione, l’umiliazione imposta dalla società quando qualcosa di politicamente scorretto ci seduce. Ma si supera, oh sì, si supera masturbandocisi su: un primo atto di culto al terrore. L’unico modo di vincerlo è lasciandosene sedurre, trasformandosi nella sua tenera amichetta».
(Pornoterrorismo, Diana Torres, Malatempora, 2014)

 

 

 

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La liberazione dai poteri che normano il corpo e la sessualità passa attraverso i gesti distruttivi ed iconoclasti del pornoterrorismo ideato e praticato dalla spagnola Diana J.Torres, eiaculatrice precoce, spaccapalle, grande cagna e troia per vocazione.

Diana, che dal 2001 si mette in gioco nel campo di battaglia dei codici culturali con azioni dirette e workshop sul corpo spesso dedicati allo squirting (l’eiaculazione femminile), è stata ad aprile in tour in Italia per presentare il suo libro Pornoterrorismo, edito dalla casa editrice Malatempora. Nell’ambito del tour, l’11 aprile del 2014, Diana sale sul palco del Forte Prenestino a Roma, accompagnata da Slavina, traduttrice delle sue poesie in italiano, e si spoglia. Un evento simile non è una novità al Forte Prenestino: le mura di questa fortezza romana dell’Ottocento hanno visto questo ed altro, attraversate da decenni di iconoclastia punk, e già in altre occasioni le tette di Diana hanno avuto modo di guardare quelle mura. Ma il pornoterrorismo attacca e colpisce sempre come fosse la prima volta.

I capezzoli di Diana, oscenamente imbellettati di rosso, ci osservano come un secondo paio di occhi. La pornoterrorista sale in scena dopo aver presentato il suo libro nel quale racconta, tra testi critici, racconti brevi e poesie, quali sono i punti chiave da scardinare nell’immaginario erotico per ribaltare il potere della norma costrittiva e diventare i nuovi figli ibridi di una futura umanità.

Utopia, fantascienza, misticismo, stregoneria e grand guignol si alternano nella performance di Diana J. Torres che, dalla teoria alla pratica, individua cinque campi di azione per scardinare il potere a partire dai corpi:

1. Pratiche erotiche non catalogate
2. Sessualità terrorizzante: quella dei bambini e quella dei disabili
3. Sadomasochismo
4. Esibizionismo
5. Crisi dell’identità di genere

 

Durante la conferenza, Diana ci spiega la sua esperienza per ognuna di queste voci trattate in altrettanti capitoli del libro, condivide con noi la sua strategia di attacco e analizza le ragioni per cui ognuno di questi punti è una zona sensibile del potere, una zona erogena di un corpo normativo che quando viene toccata reagisce in modo macroscopico destrutturando ogni equilibro castrante.

In un passo del libro di Diana dedicato all’identità di genere, che secondo lei è la più destabilizzante delle zone di intervento pornoterrorista, leggiamo: “…I generi sessuali sono una presa in giro, un macabro scherzo che il sistema ci gioca per farci avere più paura di non saperci adeguare ai suoi schemi. Non sapere con certezza (o non far sapere con certezza agli/lle altri/e) se si è uomini o donne è terrorista dall’inizio alla fine. La cosa più importante che ti viene consegnata quando vieni al mondo è il tuo genere: te lo danno come una specie di kit di sopravvivenza dal quale non potrai mai liberarti, perché da esso dipende la tua felicità, la tua fortuna, la realizzazione dei tuoi sogni. Solo che un giorno ti rendi conto che senza di esso non solo puoi sopravvivere perfettamente, ma sei anche molto più libero/a, anche se produrrai uno stridio ovunque tu vada, quando ti muoverai in società”  – (Pornoterrorismo, Diana Torres, Malatempora, 2014, p.119).

Dalla teoria alla pratica, Diana durante l’esibizione mette in atto, con il suo corpo sui nostri corpi, pratiche erotiche non catalogate, sessualità terrorizzante, messa in discussione dell’identità di genere  e sadomasochismo, il tutto condito ovviamente da un’abbondante dose di esibizionismo.

“Siete dei figli di puttana / voi che mi guardate / da queste celle di punizione, / da questi posti di lavoro, / da questi affitti di merda, / siete dei figli di puttana.” (Figli di puttana, p. 168, Diana J. Torres, op. cit.)

La performance è costruita per assaltare i muri della nostra prigione. Diana J. Torres, ben assestata sulle spalle dei giganti della body art come ggAllin, Annie Sprinkle, Ron Athey, Lydia Lunch e Franko B., ci guarda con gli occhi delle sue tette attraverso le sbarre della nostra cella e ci consegna le chiavi per aprire la prigione e liberare la bestia. Saremo noi poi gli unici responsabili delle conseguenze, ci avverte Diana stessa in un disclaimer sul finire del rituale, quasi di sfuggita, quando ormai è troppo tardi per tirarsi indietro.

Quello di Diana in scena è un corpo osceno che sputa, squirta, vomita, piange lacrime di sale emulando le mistiche che si infliggevano umiliazioni corporali per divellere le porte della prigione castrante della norma.

Diana non si limita a parlare dell’umiliazione dei nostri orifizi trascurati, negati o colpevolizzati, organi di un corpo che non viene esplorato o idolatrato abbastanza. Diana mostra cosa vuol dire oltrepassare le mura della prigione della norma e con le narici aspira sale come fosse cocaina dopo averne sparso un chilo tra lei e noi per delimitare uno spazio sacro di sicurezza.

Gli orifizi che la pornoterrorista mette in discussione sono accessi diretti alle viscere della mente.

Diana mette in atto il suo autodafé. Tradizione cattolica ed eresia si intrecciano in una danza propiziatoria. Intanto, tra lacrime di sangue e lacrime di sale appena sniffato, tra sputi e parolacce da bruciare in un rituale sabbatico, mentre un gruppo di giovani arabi fa foto e video con lo smartphone per testimoniare increduli il tornado culturale nel quale sono stati risucchiati, una ragazzina dietro di noi urla: “Vogliamo ballare!”.
Diana ha aperto il portale del suo corpo con un microfono infilato in vagina e invita qualcuno a suonarla con le percussioni. Un ragazzino in bilico tra la pubertà e l’età adulta sale in scena a suonare il corpo pornoterrorista con la sensibilità di un percussionista alla scoperta di un nuovo strumento.
Le vibrazioni salgono dal basso, le fiamme che bruciano l’insulto e le etichette si perdono verso l’alto.

Noi ce ne andiamo con il nostro libro nuovo in tasca e la frase di Primo Moroni che prende forma nel lobo frontale, lì vicino alle gemme di sale: “Condividere saperi senza fondare poteri.” Perché là dove si scardina un potere, immediatamente se ne insedia un altro, più subdolo, più nascosto, ma sempre figlio dell’ideologia che cristallizza e uccide ogni vita.
Ogni gesto è rivoluzionario quando nasce dall’esplorazione e dall’accettazione di noi stessi e per questo il mio consiglio è: leggete il libro di Diana J. Torres, ma sappiate che la forma del vostro desiderio liberato è quel mistero inconoscibile che ancora oggi vi spinge a ballare.

 

 

 

 

 

– Testo Agnese Trocchi –

Riserva Urbana

Pubblicato il aprile 30, 2014

Mato Wambli, Eagle Bear, meglio conosciuto come Frank Fools Crow, Nonno Frank.
QUESTO È UNO DEI LIBRI SUGLI INDIANI D’AMERICA che più mi ha appassionato.
 Frank Fools Crow. Capo Cerimoniale dei Sioux Teton, di Thomas E. Mails, edito da Xenia Edizioni.
Titolo originale: Fools Crow, edito da University of Nebraska Press-Lincon, 1990.
È la storia di un’amicizia tra un Uomo Sacro Lakota e un Luterano, scrittore, pittore, illustratore. Il libro è nato per volere di Wakan Tanka, il Grande Sacro.

 

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È commovente perché Fools Crow confida all’amico le peripezie compiute dal suo popolo per adattarsi e non soccombere, mantenendo vive le loro tradizioni soprattutto quando i loro riti erano vietati per legge dal “wasichu”, l’Uomo Bianco.

È divertente, perché nelle avversità i Lakota hanno dato sempre il meglio di sé. La loro ironia è leggendaria.
Frank Fools Crow descrive memorabilmente nel dettaglio a Thomas E. Mails la sua intensa vita, le sue ricerche di visione, il suo apprendistato come Uomo di Medicina, le guarigioni fisiche, i suoi viaggi all’estero, il suo lavoro al cinema. Parla all’amico del rapporto con la Pipa, l’oggetto più sacro per le Nazioni delle grandi pianure. Essa è principalmente uno strumento di preghiera. In lingua Lakota, Chanupa.
Secondo la tradizione,la Pipa era stata donata al Popolo dalla Donna Bisonte Bianco.
Wakan tanka, il Grande sacro è l’espressione della forza soprannaturale che permea l’universo, le persone e le cose.
La chiave della cultura dei Lakota è la religione o meglio la spiritualità.

Nonno Frank ha incarnato i valori tradizionali. È stato un Uomo di medicina per tradizioni familiari, guaritore formidabile: ci sono migliaia di testimonianze al riguardo.
Concludo l’articolo con le parole di Mato Wambli, Eagle Bear, meglio cono- sciuto come Frank Fools Crow, Nonno Frank:

Le Colline sono la nostra chiesa, i fiumi e il vento, gli alberi e tutte le cose viventi sono la nostra Bibbia. La natura è Dio. Dio è la natura: tutta la nostra vita, il nostro governo, la nostra spiritualità derivano dalla contemplazione di queste cose”.

 

Nonno Frank, le tue parole mi hanno fatto piangere e ridere, sei nato nel 1890 e dead nel 1989 e sei vissuto in umiltà, non sei mai stato arrogante neanche con gli Uomini Bianchi arroganti. Hai ricevuto da Wakan Tanka il potere di guarire le persone, di qualsiasi razza, di parlare alla natura ed agli animali. Nonno Frank, Uomo Sacro dei Lakota, hai fatto tante cose straordi- narie.
Grazie, soprattutto perchè non hai sprecato il dono ricevuto in Visione.

La letteratura è una sfida – intervista allo scrittore iracheno Hassan Blasim

Pubblicato il marzo 31, 2014

“Agli inviti dei pochi amici critici rispondeva citando lo scrittore ungherese Béla Hamvas: “In casa impari a conoscere il mondo, mentre in viaggio impari a conoscere te stesso.” A quasi cinquantasette anni, Khaled al-Hamràny non aveva mai lasciato la sua citta.” (Hassan Blasim, Il Mercato delle Storie in Il Matto di Piazza della Libertà, il Sirente ed.)

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Se Khaled al-Hamràny, personaggio del racconto Il Mercato delle Storie, non si è mai mosso dalla piazza del mercato della sua città, lo stesso non si può dire del suo autore, lo scrittore iracheno Hassan Blasim.

Hassan Blasim, che oggi ha poco più di 40 anni, è fuggito dal proprio paese natale, l’Iraq in seguito alla realizzazione del film The Wounded Camera e nel 2004 è giunto come rifugiato in Finlandia, dove tutt’ora vive.
Vincitore nel 2012 del premio Writers in Translation del Pen International grazie alla raccolta di storie brevi tradotta in inglese da Jonathan Wright con il titolo The Iraqi Christ, Hassan Blasim ha un solo libro tradotto in italiano: Il Matto di Piazza della Libertà.
Il Matto di Piazza della Libertà è una raccolta di racconti edita in Italia da il Sirente nel 2012. Una mostra delle atrocità narrate con l’occhio lucido e visionario di chi sa che al di là delle differenze culturali, religiose, razziali, siamo tutti sulla stessa barca in un viaggio il cui fine non è altro che il viaggio stesso.
Racconti dell’assurdo dalle tinte noir ed ironiche che descrivono un mondo onirico e reale al tempo stesso. Il sogno, il viaggio, la violenza e gli orrori della guerra sono i temi portanti dei racconti di Blasim che parlano di persone comuni che il più delle volte, come nel caso de il protagonista di Il Mercato delle Storie, non si sono mai mossi dal loro quartiere o che, come Carlos Fuentes, emigrato iracheno in Olanda nel racconto Gli Incubi di Carlos Fuentes, non sono mai riusciti a liberarsi dai fantasmi del loro “rione”.
La mia intervista con Hassan Blasim è avvenuta via e-mail grazie alla traduttrice in italiano di Il Matto di Piazza della Libertà, Barbara Teresi.

Dove sei nato? Che ricordi hai del quartiere dove sei cresciuto e quando lo hai lasciato?
Sono nato a Baghdad e all’età di cinque anni mi sono trasferito con la mia famiglia nella città di Kirkuk. Quando è scoppiata la Guerra Iran – Iraq, avevo sei anni e ho iniziato le elementari. Kirkuk era una città in tumulto per via della resistenza curda oltre che della guerra. A scuola, nell’ora di educazione artistica, ci facevano disegnare carri armati e soldati che sparavano a Khomeyni e alla sua barba. E non ci insegnavano i nomi dei fiori che sbocciavano intorno a noi, in città. Fiori selvatici di diverse forme e colori. L’insegnante di matematica frustava gli alunni con la cintura dei pantaloni. E mio padre faceva violenza a mia madre in modo sistematico e per le ragioni più sciocche. Assistevamo alle esecuzioni capitali. Ne ho parlato in uno dei miei racconti. C’era una piazza polverosa accanto al quartiere in cui abitavamo. Noi ci giocavamo a calcio. In quella piazza giustiziavano, sotto gli occhi di tutti, i soldati disertori e i partigiani della resistenza curda. E, per spaventare tutti gli altri, lasciavano lì i pali di legno su cui avevano legato i condannati a morte. Noi bambini li prendevamo per farci le porte del nostro campo di calcio.

In un rione o vicinato spesso le differenze convivono all’interno della stessa comunità. Pensi che la società irachena e quella europea stiano perdendo il tesoro della diversità culturale?
La città di Kirkuk era caratterizzata da una straordinaria multietnicità: turkmeni, curdi, arabi, assiri cristiani. Purtroppo oggi i politici corrotti non hanno abbastanza immaginazione né volontà per conservare questa ricca, incredibile eterogeneità. È vero che il dittatore ha creato alla città moltissimi problemi, ma è pur vero che i politici iracheni oggi sono impegnati a rubare gli ingenti capitali del petrolio e alimentano le ostilità tra gruppi etnici e religiosi per il proprio tornaconto personale e per via di una limitata coscienza politica.
La multiculturalità è l’unica opzione che abbiamo per poter vivere in pace in questo mondo, tanto più perché possediamo un patrimonio umano condiviso . Bisognerebbe esercitare una maggiore pressione sui politici e su chi ha potere decisionale, ovunque nel mondo, per consolidare il principio di multiculturalità nei diversi settori dello sviluppo e per mezzo di politiche sociali.

In ogni quartiere di solito c’è “il matto del villaggio”. Il Matto è una figura che ritorna di frequente nei tuoi racconti, spesso ne è addirittura il protagonista. Cosa rappresenta il Matto per te?  
Gran parte della violenza in Iraq è follia, isteria delle generazioni vissute sotto il pugno duro del dittatore. E oggi, purtroppo, una nuova generazione sta crescendo all’insegna delle milizie religiose e del terrorismo. In alcuni miei racconti la follia è forse la sola idea in grado di muoversi agilmente nella terrificante realtà dell’odierno Iraq: una cella di dolore e sangue.

Cosa succede ad una persona quando viene strappata dalle proprie radici?
A mio parere lo sradicamento è il miglior regalo che si possa fare alla conoscenza e alla riscoperta di sé.

Che importanza ha il linguaggio di strada nella tua scrittura?
Sulla questione della diglossia nei paesi arabi mi sono espresso in passato in più di un’occasione. Io stesso continuo a scrivere in arabo classico, ma cerco di epurarlo dalla retorica, dai simbolismi e dal gergo giornalistico e di usare molto l’arabo iracheno nei dialoghi. E nei miei prossimi scritti cercherò di usarlo ancora di più.
Del resto tutti i bambini del mondo, quando vanno a scuola, hanno diritto a imparare la loro lingua materna. Noi invece andiamo a scuola e ci scontriamo con la lingua araba, che ci appare come una lingua straniera: le parole “casa”, “tavolo” o “lampada” non sono le stesse che usiamo a casa, e la maggior parte delle parole suonano estranee alle orecchie di un bambino delle elementari. L’arabo classico è una delle prigioni del mondo arabo. Tu impari qualcosa che appartiene al passato, mentre le tue emozioni e la tua immaginazione si muovono nel contesto della lingua parlata, quella usata oggi. Bisognerebbe pensare seriamente a rinnovare la lingua araba.

Che relazione c’è tra il linguaggio in cui scrivi e quello in cui sogni?
È un perenne conflitto. Ma nonostante tutto è possibile fare in modo che la lingua letteraria obbedisca all’immaginazione e ai sogni.

I sogni sono sempre una parte molto importante dei tuoi racconti, molti dei tuoi personaggi vivono contemporaneamente nel mondo reale e nel mondo onirico. Pensi che ci sia qualcosa di simile ad un “vicinato”, ad un rione, anche nel mondo onirico? Uno spazio che condividiamo con gli altri?
Sì, è vero, do molta importanza ai sogni, perché il sogno è un terreno fertile, misterioso e stupefacente su cui ancora sappiamo poco. Il mondo continua senz’altro a indagare a fondo nei dettagli del sogno, ma non è ancora arrivato a captarne l’essenza segreta. La gente sogna ovunque e questa è una caratteristica meravigliosa che ci contraddistingue in quanto esseri umani. Credo che nel mio prossimo romanzo tratterò il tema del sogno dal mio personale punto di vista, cosa di cui non posso parlarvi qui così di fretta.

Può un quartiere contenere l’intero universo di storie possibili come spiega  Khaled_al_Hamràni in Il Mercato delle storie?
A dire il vero, l’idea de lI mercato delle storie mi è venuta dopo aver letto più di un’intervista a un autore iracheno che sostiene che scrivere dell’Iraq oggi sia molto difficile perché la spaventosa realtà del Paese “supera” ciò che su di essa possiamo scrivere. Secondo me questa è un’assurdità. La letteratura è una sfida. E oltretutto non ha a che fare soltanto con gli avvenimenti del presente neppure quando affronta temi d’attualità. La violenza in Iraq, per esempio, è un’estensione della violenza che l’uomo esercita dai tempi delle caverne e fino ai nostri giorni, con i missili intelligenti americani. Analizzare la realtà in questo modo è tra i compiti della letteratura.
Il racconto Il mercato delle storie è uno dei modi possibili per sfidare la violenza. Persino il più semplice particolare di un mercato popolare può diventare una storia universale ed esprimere le nostre inquietudini, le nostre gioie, il nostro essere smarriti in questo mondo.

– Intervista di Agnese Trocchi – Traduzione dall’arabo di Barbara Teresi –

TRIS

Pubblicato il marzo 31, 2014

Tre book, stavolta la Riserva Urbana fa tris.
E se ai lettori che seguono questa rubrica dovesse venire il prurito di leggerli, magari in
contemporanea, assicuro dosi massicce di coraggio, altruismo e fantasia.

“Storie” di Robert McKee, edito da Omero Edizioni.
Ho avuto la fortuna anni fa di partecipare ad uno stage con lui: ancora mi fischiano le orecchie. I suoi contenuti, la struttura, lo stile, i principi per la sceneggiatura e per l’arte di scrivere una storia, fateli vostri, prendeteli a morsi, masticateli bene e, una volta digeriti, provate a scrivere una sceneggiatura basandovi su questa domanda che ho letto su un muro a Napoli: E se fosse finito il nostro turno di fare gli Occidentali?
McKee consiglia di fare molta attenzione alla forma e di lasciar perdere le formule. Ti fa vedere più di cento film e ti snocciola altrettanti esempi. La sua filosofia è di non basarsi su rigide regole, ma piuttosto sui principi su cui una storia si fonda.

“A Lakota War Book from the Little Bighorn. The Pictographic Autobiography of
Half Moon” di Castle McLaughlin, pubblicato dalla Harvard Library di Cambridge,
Massachusetts.
Per quelli che, come il sottoscritto, parteggiano per gli Indiani d’America, è un libro che ti manda in visibilio. La battaglia di Little Bighorn vista dal punto di vista dei Lakota, dei Cheyenne, degli Arapaho: i guerrieri che sconfissero il 7° cavalleggeri del vanaglorioso Custer. I disegni dei Nativi Americani ritrovati nella tomba di un capo indiano raccontano una versione differente da quella raccontata dai film statunitensi. E poiché per me hanno
ragione i Figli delle grandi pianure e torto i blue soldiers, guardate le immagini, ascoltatele: esse parlano più forte delle parole scritte con inchiostro biforcuto dall’Uomo Bianco. Bellissima l’introduzione di Chief Joseph Brings Plenty.

“Daisaku Ikeda, idee per il futuro dell’Umanità” è un libro necessario, destinato a diventare fondamentale non solo per i buddisti.
Ringrazio Antonio La Spina per averlo scritto e naturalmente anche tutti quelli che hanno
collaborato con lui e gli Editori Internazionali Riuniti che l’hanno pubblicato.
Daisaku Ikeda, filosofo e scrittore, attraverso la Soka Gakkai Internazional è il Maestro spirituale di oltre 12 milioni di donne e uomini e, particolare niente affatto trascurabile, è il mio Maestro. Nei suoi scritti, tradotti in trenta lingue, si è misurato con le grandi sfide che oggi più che mai, il genere umano ha di fronte. Dal disarmo nucleare alla riforma delle
istituzioni di governo mondiale, per non dire poi dei diritti umani e dell’evidente deterioramento dell’ambiente naturale.
Daisaku Ikeda, insieme al Dalai Lama e a Thich Nhat Hanh, è uno dei principali leader buddisti del Pianeta. La prefazione è di Adolfo Perez Esquivel, un autentico e vero Premio Nobel per la Pace.

Carte inaspettate

Pubblicato il marzo 1, 2014

Nato a Bruxelles, ma argentino, Julio Cortazar è il mio scrittore preferito. Rappresenta in letteratura quello che Frank Zappa è per la musica: il maxime del fantastique.
Carte inaspettate, titolo originale Papeles inesperados, edito da Einaudi, è una raccolta di racconti, articoli, interviste e poesie.

978880620683GRA

C’è l’essenza di Cortazar e, per chi non l’avesse mai letto, questo incantevole volume è un buon viatico.
Qualche titolo: Manoscritto trovato accanto a una mano – Monologo del pedone – Quel che segue risponde una serie di domande formulate per iscritto da Rita Guibert – In un bicchiere d’acqua fredda, di preferenza tiepida – Preludio a un testo in prosa.
Quello che scrive l’argentino nato in Belgio ti conduce altrove, non fai in tempo ad arrivarci che ti ritrovi catapultato in un’altra dimensione. Per intenderci, ecco un assaggio dello geniale scrittore:
Sequenze. Smise di leggere il racconto nel punto in cui un personaggio smetteva di leggere il racconto nel luogo in cui un personaggio smetteva di leggere e si avviava verso la casa dove qualcuno che l’aspettava si era messo a leggere un racconto per ammazzare il tempo e arrivava al punto dove un personaggio smetteva di leggere e si avviava verso la casa dove qualcuno che l’aspettava si era messo a leggere un racconto per ammazzare il tempo.
Sostiene Tabucchi: “Julio Cortazar ha uno sguardo obliquo e gli occhi sulla nuca”.
Aggiungo io: Lo scrittore nato a Bruxelles ma argentino ha “visto” cose che molti altri scrittori neanche immaginano.
Il mio libro preferito è Storie di cronopios e di famas.

Tropical Reality

Pubblicato il gennaio 29, 2014

In una delle città più irreali del mondo, dove la concezione del tempo è relativa, così come fede e dogma, ordine e disordine, dove le serrature delle porte si aprono sempre nel verso opposto, ho modo di incontrare Pedro Juan Gutierrez, indiscusso genio della letteratura ispano-americana.
Non un realista, bensì un guardone verista, che, come un gatto ubriaco nella notte, struscia i marciapiedi di una Havana malconcia, già immacolata e ormai immalinconita.

 

 

Pedro Juan è un cantore, uno scrutatore, e per molti, moltissimi anni è stato un fantasma nel suo Paese. Censurato e ignorato dalle Istituzioni cubane, osannato, pluripremiato e commercializzato in Europa e nel resto del mondo (la sua Trilogia sporca dell’Avana è stata ristampata ben 15 volte in Spagna, nda)
Gutierrez mi riceve a casa sua, in quella casa che lui stesso ha descritto in tanti romanzi e che io ho già immaginato calandomi nella lettura. Salgo le scale del portone, ma so bene come muovermi, ne conosco la mappatura a memoria. Sono più di 5 piani e l’ascensore: “Està fuera de servicio, asère!” dice un mulatto in canotta che beve del Planchào (rum cubano venduto in un piccolo contenitore di plastica, al prezzo di 90 centesimi).
Porto con me, in dono, una bottiglia di rum e un sigaro.
Pedro Juan appare timido. Cordiale, molto, ma riservato. A differenza del linguaggio crudo adottato nei suoi libri, il suo eloquio è elegante, ricercato, caldo… tutto l’opposto della realtà antistante al suo edificio. Dice: “Mi piacerebbe metter su un po’ di musica… ma, stavo ascoltando un disco dei Rolling, quando è andata via la luce” (il solito black out!).
Mi offre un caffè perché: “Sono le dieci e mezzo del mattino, e forse è ancora presto per il rum,no?!”.
Ci spostiamo nella sua terrazza di questo fatiscente edificio di calle San Lazaro, e, mentre “dominiamo” con lo sguardo tutta la città, io tiro fuori dalla manica tutte le domande che mi passano per la testa, e Gutierrez, il vero Re di una Havana che non è più l’Avana, risponde!

La sua immagine viene spesso accostata a quella di Bukowski, io invece trovo che ci siano delle nette differenze sia nella scrittura che nell’approccio con i personaggi. Lei è molto più imprevedibile. Oltretutto, a mio avviso, Bukowski nutriva disprezzo per i suoi personaggi, o comunque ne era terrorizzato, e agiva di conseguenza in maniera distruttiva nei confronti di ciò che temeva o disprezzava. Lei invece ha un rapporto più sereno con i suoi personaggi, è un complice divertito.
Sì, hai totalmente ragione! Ho scritto tutti questi libri su Centro Avana sotto l’effetto dello stupore. Non sono nato in questo quartiere, ci sono arrivato all’età di 37 anni. Ovviamente lo conoscevo, visto che avevo studiato cinque anni all’Università che è relativamente vicina e ho fatto anche il servizio di leva qui nella Capitale. Viverci però è un’altra cosa. Vivere a Centro Avana, che è un quartiere così violento, così aggressivo, e le cose oltretutto vanno sempre peggiorando, mi ha stupito. Ma allo stesso tempo ho vissuto con compassione e molta identificazione le persone che popolano il quartiere. Non le vivo con crudeltà, né con disprezzo. Capisco perfettamente qual è il processo che li porta ad essere così. Dal ‘90 al 2000 mi son dovuto mescolare inevitabilmente a loro e alla realtà del quartiere per poter sopravvivere. Scrivevo semplicemente tutto quello che accadeva. Credo di non avere nulla a che vedere con Bukowski, né tanto meno con Miller. Rappresentano un universo del tutto differente dal mio. Bukowski è molto tedesco anche nella maniera di vedere il mondo, tedesco come quel padre che ha avuto e che ha tanto disprezzato, nonostante credo che lui fosse uguale se non addirittura peggiore.

Ho notato un forte cambiamento da Trilogia Sporca dell’Avana a Corazón Mestizo. Nel primo caso, così come nel Rey de La Habana, è come se lei vomitasse fuori tutto quel silenzio che è stato costretto a subire, come se avesse bisogno di liberarsi da quel senso di claustrofobia interiore che descrive nel libro. Sembra quasi che lei voglia prendere una di quelle splendide cartoline per turisti e strapparla, facendo vedere i retroscena di una realtà che non è presente nelle brochure. In Corazón Mestizo invece pare ci sia una sorta di riappacificazione interiore con i luoghi e le persone. É come se volesse ricostruire quella cartolina che ha strappato precedentemente, ornandola di storia per far capire, a chi non lo sa o lo ha dimenticato, cos’era Cuba e perché i cubani geneticamente sono così.
Vedi, La Trilogia Sporca, Il Re dell’Avana e buona parte di Animal Tropical sono tre libri che ho scritto in uno stato in cui io ero come una sorta di medium, come se un’altra persona stesse scrivendo per me. È stata un’esperienza molto strana, soprannaturale. È stata una gran catarsi. Molto disincanto, molta furia, molta aggressività, molto alcolismo. Bevevo e fumavo tantissimo. È stata una tappa molto brutta della mia vita e tutto questo traspare in quei libri come un “grande punto”. È stato come qualcosa che irrimediabilmente si doveva fare. Ovviamente poi gli anni sono trascorsi. Avevo scritto Il Re dell’Avana intorno al ‘97, e invece nel 2007 è arrivato Corazón Mestizo in un altro stato emozionale. Io ero più tranquillo, non avevo più difficoltà economiche e avevo trascorso molti anni chiuso in casa a scrivere. Nessuno sa lo sforzo di solitudine che deve affrontare uno scrittore, molti parlano del talento, ma per me la solitudine e la costanza quotidiana nello scrivere sin da quando ti svegli rappresentano il vero talento. Corazón Mestizo, quindi, è stata per me come una possibilità di poter “ripercorrere” Cuba, ed è stato un modo di potermi riconciliare e risocializzare con il mio Paese. C’erano tante cose che volevo puntualizzare sotto l’aspetto sociologico e antropologico e mi piacerebbe poter proseguire su questa strada. Chissà se la vita mi darà il tempo per poter realizzare un’ulteriore Opera del genere.

Mi ha molto attirato e ho molto gradito il modo in cui lei descrive le scene di sesso nei suoi libri. Effettivamente per chi è meticcio la visione dell’atto sessuale acquisisce tutt’altra forma. Lei scrive che il cubano non ricerca una donna, ma una femmina. Ci tiene a precisare che: “Il sesso non è adatto alla gente scrupolosa. Il sesso è un interscambio di liquidi, fluidi, saliva, alito e odori forti, urina, semi, merda, sudore, microbi, batteri. O non lo è. Se è solo tenerezza e spiritualità eterea altro non è che una parodia sterile di ciò che sarebbe dovuto essere”. La visone del sesso in chiave meticcia la trovo molto interessante. Il sesso rappresenta anche una via di fuga da qualcosa?
Credo di sì. Il sesso può essere una forma di intrattenimento, una fuga, così come può esserlo l’alcool, la musica, il rumore, la danza. Tutte vie di fuga. Stiamo vivendo un’epoca molto strana e quindi: molto sesso, molto rum, molta musica.

Dopo il processo di moralizzazione socialista, era secondo lei inevitabile che un popolo ricercasse a piene mani la trasgressione, o ciò che poteva essere considerata tale? Sia essa rappresentata dal Jazz, dal Rock, dalla pornografia, o dalla promiscuità? O tutto ciò non ha nulla a che vedere con la repressione moralizzante?
Questo fa parte della dinamica del popolo cubano. Visto e considerato che siamo meticci e caraibici, tendiamo ad essere da un lato molto estroversi e dall’altro assorbiamo tutto ciò che passa intorno a noi, digerendolo. Vedi il caso ad esempio degli USA che inventano il jazz. Noi lo assorbiamo e lo trasformiamo velocemente. Esiste il jazz-latino, che non ha nulla a che vedere con il jazz di New Orleans. Questo accade con la letteratura, con il cinema, con tutto. Abbiamo una dinamica culturale interessante.

La cosa irreale è rappresentata dal fatto che nonostante per tanti anni il jazz, il rock, l’hip hop, siano stati censurati e vietati nell’Isola da parte delle istituzioni, Cuba è riuscita comunque a tirar fuori mostri sacri in tutti questi generi precedentemente vietati.
Sì, effettivamente è meraviglioso vedere come i cubani alla fine riescano sempre a cavarsela. A volte ci sono funzionari che inventano queste proibizioni e restrizioni: “proibito parlare inglese”, “proibiti i Beatles”, “proibito questo o quest’altro”, ma alla fine la gente trova il modo di far ciò che vuole. È meraviglioso questo stile del tutto cubano di buttare al cesso ciò che non ti conviene e andare avanti comunque, facendo ciò che meglio credi.

La fede è un fattore ricorrente nell’habitus mentale del cubano medio. Non crede però che forse la politica cubana non abbia realmente vietato il culto, in quanto l’ascetismo porta a quel senso di speranza rincoglionente e disarmante?
Be’, noi siamo geneticamente profondamente religiosi. Lo siamo per razza visto che gli africani lo sono, così come gli spagnoli con il cattolicesimo. Noi abbiamo questa radice estremamente religiosa e mistica, cosa che non credo accada con gli svedesi, i norvegesi, i finlandesi o i danesi, giusto per fare degli esempi. A Cuba è inevitabile, e negli anni in cui tutte le religioni vennero vietate, i cubani hanno nascosto i santi in una stanza appartata continuando a fare i loro riti con più discrezione, finché finalmente non si è reso legale il Credo, e addirittura anche i militanti del partito poterono praticare la religione. C’è stata una grande esplosione spirituale che ancora si mantiene. Qui a Cuba c’è di tutto, dallo yoga, ai Rosa Croce, allo spiritismo.

Diciamo che la religione Yoruba ha rappresentato anche un buon business per tanti e tanti Babalawo (Massimi esponenti e “sacerdoti” della religione Yoruba).
Sì. Effettivamente quando c’è un’esplosione religiosa così forte si crea anche il business per chi ne sa approfittare. È così, tu lo sai. È il lato umano della cosa.

Ne Il Re dell’Avana il protagonista fa una brutta fine: più volte la sua vecchia amante cerca di fargli una limpieza (una sorta di pulizia spirituale molto utilizzata nella Santeria) ma lui si nega. Forse il vivere alla giornata privi di fede e senso trascendentale conduce a un capolinea fatto di ratti e merda?
Non avevo mai analizzato questo aspetto sotto questo punto di vista, perché come ho detto prima mi trovavo a scrivere quel libro come se qualcuno me lo stesse dettando, io ero un medium. Però quello che tu dici è esatto: se non hai un appoggio religioso e spirituale la vita diventa difficile e tutto ti si presenta impossibile.
Quindi credo che questa sia la lettura evidente!

Kavafis nei panni di Ulisse nella poesia Itaca, ringrazia quel poco che la sua terra gli ha dato perché senza di esso non si sarebbe messo in viaggio. Ma se avesse avuto bisogno di una carta di invito o del visto? Che ne sarebbe stato di Ulisse? (ride, nda)
Credo che non sarebbe mai esistita un’Odissea. Probabilmente sarebbe dovuto partire trovando altri modi più pratici…

Il suo essere meticcio si denota anche nella sua pittura: Lei predilige l’arte collage. Nonostante il suo voler vivere alla giornata, se dovesse fare un collage che parte dai nostri giorni e si proietta ai prossimi dieci anni, che immagini inserirebbe?
Mi cogli di sorpresa e non mi sovviene nessuna immagine. Ricorda che viviamo in un Paese dove ogni giorno accade qualcosa di nuovo, e che ogni giorno è tutto differente quindi diventa impossibile rispondere. Io ho quasi 60 anni e dovendo fare una proiezione posso dirti che quella che è l’essenza del cubano non cambierà. Cambiano gli edifici, le strade, e cambiano altri dettagli materiali, ma l’Io cubano non cambia, così come non cambia quello degli spagnoli o degli italiani.

So che lei ama molto il lato oscuro delle cose, quello umano e sociale. Nell’oscurità di un blackout a Centro Avana quante voci sente e quante cose riesce a vedere? E dove può trovare comunque la luce in assenza di candele?
Nella vita dell’essere umano c’è sempre un dualismo: luce e oscurità. Dentro l’animo della gente e in ogni situazione che la vita ti presenta. Quando ho scritto i primi libri ho attraversato una tappa molto oscura, deprimente, difficile, così come milioni di cubani all’epoca. (Il periodo especial. Fase in cui Cuba non ricevette più i sostentamenti dell’URSS dopo la caduta del muro di Berlino, nda). Adesso tutto questo è rimasto alle spalle fortunatamente, e al giorno d’oggi sono più equilibrato. Credo di vedere l’oscurità e la luce nelle persone e nei personaggi. Sto scrivendo dei nuovi racconti, non commissionati da nessuno visto che non faccio l’architetto e i libri sono un filo diretto fra le tue emozioni e le pagine, e mi rendo conto di aver raggiunto un maggiore equilibrio fra questi due fattori.

Quindi all’interno di questo “Blackout” chiunque può trovare la luce attraverso un processo introspettivo?
La luce la portiamo sempre dentro. Abbiamo sempre dentro un angelo e un demonio che combattono per vedere chi si aggiudicherà la vittoria. In qualsiasi situazione ti trovi, qualunque sia la difficoltà che affronti, hai sempre un angelo che ti sta proteggendo, poi sta a te decidere se dargli forza o meno. Nel caso de Il Re dell’Avana, invece, il protagonista è un povero infelice che si lascia trascinare dalla parte oscura che si porta dentro. Ignora Sandra che tenta di fargli vedere l’altra faccia della medaglia e termina in maniera catastrofica. Noto estrema oscurità in questo personaggio.
Pensa che verrà pubblicato a Cuba!

Verrà finalmente pubblicato a Cuba? Dopo più di dieci anni dalla prima uscita nel resto del mondo?!
Si, verrà pubblicato, con una piccola tiratura di duemila copie. Ma è importante che venga pubblicato. Sono contento perché non verranno fatte revisioni al testo, e tu che hai vissuto qui sai di cosa parlo, e verrà distribuito nelle biblioteche. È importante!

Salvador Dalí, riferendosi ai movimenti totalitari, in particolar modo al nazismo, disse di sentirsi affascinato da quel surrealismo che porta il dittatore a condurre battaglie sapendo in partenza che tutto si concluderà in una tragica disfatta. Lei riscontra questo lato surreale anche nella politica cubana post-rivoluzionaria?
Solitamente non faccio analisi politiche di nessun tipo. Perdonami, ma è da più di dieci anni che non mi occupo di giornalismo e sono molto distante da qualsivoglia analisi politica. Mi spiace non poter rispondere a una domanda così interessante.

Un aspetto importante e ricorrente nei sui libri è dato dalla forte presenza dell’omosessualità, anche fra persone considerate guappe nel quartiere. Un angolo oscuro ai molti, che invece immaginano Cuba come la terra del machismo e dell’eterosessualità più spinta. Addirittura in Corazón Mestizo lei motiva il fattore omosessuale dichiarando che fa quasi parte del dna del cubano. Cosa ne pensa della svolta europea riguardo ai matrimoni e le adozioni fra coppie gay?
Queste leggi mi trovano d’accordo. Credo sia un diritto. Prima parlavamo del dualismo, tutti noi abbiamo un lato maschile e uno femminile, quindi credo che ognuno abbia il diritto di sviluppare di più un lato rispetto all’altro, o entrambi i lati simultaneamente. Parlare di “sesso antinatura” o roba simile credo sia un’aberrazione di ciò che è l’essenza dell’essere umano. Trovo meraviglioso che esistano Paesi che consentano il matrimonio fra gay e addirittura, alcuni, l’adozione. Qui a Cuba si sta aprendo molto il cammino sotto questo punto di vista. Ormai ci sono articoli sui giornali e campagne pubblicitarie atte a far capire che ognuno ha il diritto di scegliere la propria sessualità.

Io credo che i suoi libri e film come Fresa y Chocolate abbiano rappresentato una rivoluzione nella rivoluzione. Hanno reso normale ciò che un sistema politico vedeva come anormale e anti-sociale. Quindi il merito è anche suo.
Be’, io non so quanto un libro o un film possano apportare tali cambiamenti, ma se davvero è come dici ne sono molto orgoglioso.

In Corazón Mestizo mi ha molto colpito il suo rapporto con il giovane autista che l’accompagna in giro per l’isola. Cubano di nuova generazione, sempre più rincoglionito dal reguetón e dal ron al kerosene. Lei scrive: “a volte lo invidio, vorrei tanto riuscire anch’io a prendere sonno così facilmente e dormire beatamente come lui”. Il personaggio in questione rappresenta forse una nuova generazione di cubani, sonnolenti, annichiliti e addomesticati dalla nuova onda musicale e culturale?
Il reguetón mi disturba molto. Ormai c’è una fiebre reguetonera che rincoglionisce i giovani.
Altri lavorano, pensano, ma molti si lasciano coinvolgere da quest’ondata di stupidaggine. Il reguetón è insopportabile e lo si ascolta ventiquattro ore al giorno ormai da tanto tempo. Sono d’accordo con te.
Vediamo fin quando durerà questa moda.

Oltretutto anche io come lei invidio chi riesce ad addormentarsi senza problemi e a dormire così bene, visto che soffro d’insonnia da una vita. (ridiamo, nda).

Solamente… TUA

Pubblicato il gennaio 29, 2014

Mi imbatto nel miglior giallo in circolazione, per dirla con Antonio D’Orrico, in un momento di attesa.
È sera, aspetto un treno e non ho niente da leggere.
Vado all’edicola della stazione. L’edicolante è intento a chiudere. Tua
C’è un libro in bella vista ed ho come la sensazione che “Tua” (titolo originale “Tuya” – edito da Feltrinelli ) di Claudia Piñeiro sia lì per me.
Della scrittrice argentina avevo già molto apprezzato “Betibù”, quindi mi potevo fidare.
Metto in tasca il libro? Macchè!… inizio subito a leggerlo. Per poco non perdo il treno.
Storia ambientata a Buenos Aires: Inès, la moglie di Ernesto – dirigente di successo tutto di un pezzo – trova per caso nella valigetta del marito – ma il caso non è mai un caso – un biglietto d’amore scritto con il rossetto rosso e firmato “Tua”.
Apriti cielo!
Lei decide di seguirlo sospettosa e vede quello che nessun innamorato vorrebbe vedere mai: il marito che bacia un’altra? Peggio, il marito che del tutto accidentalmente uccide la sua amante. E la moglie che fa? Decide di proteggere suo marito per salvare il suo matrimonio.
Ma non è finita qui. Colpo di scena finale che ovviamente neanche sotto tortura svelerei. Book absolutely da leggere.
La scrittrice imbastisce un appassionato thriller che lascia il lettore spiazzato e con il fiato sospeso. Non male, no?

Ps: Complimenti a Michela Finassi per l’ottima traducciòn.

Intervista alla Piccola luna di amore e speranza

Pubblicato il gennaio 1, 2014

Aminata Fofana è nata il giorno in cui fioriva il grande baobab dopo un tempo immemorabile. è un’artista eclettica e da anni vive ormai a roma. la sua carriera si muove fra musica, moda e letteratura. ammiro molto i suoi lavori, e l’incontro ha un sapore mistico, etereo. la prendo alla larga, voglio avvicinarmi a lei in punta di piedi.

 

Quali sono stati gli ultimi film che hai visto?

Vedo poco i film e guardo solo i Simpson che mi fanno impazzire. Soprattutto il personaggio di Lisa. Mi ci identifico molto e trovo che mi assomigli tanto come carattere. Perché è l’incompresa della famiglia. Diciamo la strana, quella che rompe gli schemi…..

…Adesso ho rotto il ghiaccio e prendo un bel respiro e chiudo gli occhi.

Provo a immaginarla bimbetta che gioca scalza nel suo piccolo villaggio di capanne di fango e terra e sassi. Con lei fratelli, sorelle e cugini numerosi. Guinea, a Frighiabè, e la piccola Aminata tende le orecchie verso i suoni dell’immensa foresta circostante e ne rimane rapita.

C’è il nonno, un uomo di Ginnah Bjè, che è uno sciamano che segnerà profondamente la sua vita. A lui è dedicato il bellissimo romanzo d’esordio “La luna che mi seguiva”.

…Adesso riapro gli occhi. Non mi par vero, la sto intervistando.

Cara Aminata, la luna ti segue ancora?

Sì, certo. La luna mi segue sempre. Anche se a volte, inghiottita dal  ritmo veloce della città, mi sento orfana di Lei… la mia luna. Allora rallento e mi raccolgo in mezzo alla natura.

Ci parlo e gli dico “sono io, Aminata Karonin, la piccola luna”. Anche se so benissimo che Lei non si è mai dimenticata di me. A quel punto sento il suo richiamo anche tra i grattacieli di New York.

…Richiudo gli occhi. Aminata adesso è grande.  È una donna bellissima e sprigiona energia pura e potente.

Arriva a Roma per fare la modella, poi Parigi e Londra. 

E lì incide con la Mercury l’album internazionale “The Greatest Dream”. Collaborano con lei i Massive Attack e Wy Cleef. 

Guardo e riguardo il suo video su youtube “Love will be on your side”.

Cara Aminata, top model, scrittrice, cantautrice… era questo quello che volevi fare da grande?

Da grande volevo diventare come il mio amatissimo N’Bemba, Fodè Moussa, mio nonno il grande sciamano. Regalare, come faceva lui, speranze e sorriso a una miriade di persone che attraversavano la savana sotto il sole cocente per essere curati o consigliati. Vedere tutta quella gente arrivare con i volti cupi e segnati e poi vederli andare via in una esplosione di luce.

Aminata, adesso, e sono emozionato, se dico Nelson Mandela che rispondi?

Mandela? Oh, penso a lui come a un fiore di loto che nasce nel fango, ma i suoi candidi petali diventano un faro che illumina tutta l’umanità.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sto scrivendo un nuovo romanzo dal titolo “La spia del destino”.

Puoi anticipare ai lettori di C magazine la trama?

Parla di un uomo di Wall Street, cinico, avido che non guarda in faccia nessuno.

Ad un certo punto della sua vita gli accade un evento significativo. Si spara in bocca.

Mentre stanno tentando di rianimarlo, una lacrima scende dal suo viso e dentro quella lacrima vede sfilare la sua vita e “da morto” lui impara a vivere.

Grazie per il tempo che mi hai concesso, sinceramente non vedo l’ora di  leggere il tuo nuovo romanzo.

Grazie a te Ruben.

 

La Donna Sopra

Pubblicato il gennaio 1, 2014

Liza Donnelly, di professione vignettista. È una donna saggia, portabandiera di un umanesimo al femminile allo stesso tempo sottile, ironico e intelligente. Pubblica sul The New Yorker da oltre trent’anni ma non solo. Ha parlato al TEDX e alle Nazioni Unite, pubblica regolarmente su forbes.com e su una mezza dozzina di blog e gira il mondo come inviato culturale del dipartimento di stato americano.

Ha pubblicato 15 libri tematici, l’ultimo Women on Men dedicato all’umorismo al femminile che ho letto prima di intervistarla.

Io non la conoscevo affatto prima di avere in mano il libro; e ora che ho avuto il piacere di farlo, anche attraverso delle domande e delle risposte, non posso che consigliare a tutti di esplorare il suo lavoro, magari on-line se proprio non vi va di procurarvi qualche bella copia su carta del The New Yorker fregandolo in edicola.

Per quanto riguarda me, Liza con il suo humor e il suo occhio affettuoso sulla realtà ha molto da insegnare riguardo a come vede il mondo, con perspicacia e disincanto, l’altra metà del cielo.

Liza Donnelly

Women on Men si apre con il disegno di una bionda, nuda, impegnata in un iconico salto di danza. Mi ricorda non so perché le immagini un po’ cliché dei film sexy degli anni ’60 pieni di “europee nudiste”. 

Sembra libera, felice, non ha preoccupazioni sul proprio corpo o sul modo in cui appare. Rappresenta il tuo “stato di grazia”?

A me piace disegnare la forma femminile, se vuoi, anche “in forma libera”. Credo che ciò a cui pensavo usandola come simbolo d’apertura, è che lei (come anche altre figure nel libro) serve a rappresentare la mia versione al femminile dell’uomo qualsiasi. Felice, giocherellona, libera e che se la ride.

Nella tua introduzione racconti che per una donna lo humour doveva rimanere privato, tra donne, e che solo recentemente l’umorismo al femminile è diventato mainstream. Ci puoi fare qualche esempio?

Per le persone che sono oppresse l’umorismo è in genere confinato all’interno. Burlarsi dell’oppressore sarebbe ovviamente troppo pericoloso!

Questo è possibile riscontrarlo nella storia in molte minoranze. Ovviamente le donne non sono una minoranza in senso stretto, ma precedentemente non avevano posizioni di controllo nella società.  Quindi, come dinamica di gruppo, si usava l’umorismo per autodifesa.  Chiaramente ci sono delle eccezioni, come ad esempio l’attrice americana Phyllis Diller che si prendeva gioco degli uomini benissimo. Penso anche alla scrittrice Dorothy Parker.  Entrambe scherzavano anche sulle donne, naturalmente.  Ma volendo parlare in generale, lo humour ha avuto fino a poco fa una connotazione al maschile. Adesso cambia tutto. Le donne stanno irriverentemente imponendo il loro umorismo sugli uomini con gran soddisfazione.

Come molti altri, conosco il modo americano di corteggiarsi solo da fonti secondarie, sia “Harry ti presento Sally”  o “Sex and the City”. In questo corteggiamento la prova del nove, l’appuntamento, sembra un evento abbastanza standardizzato. È davvero così?

No, è proprio il contrario! Quello che vedi al cinema o in televisione è uno stereotipo di ciò che davvero succede.

E puoi immaginare dei modi differenti?

La parola “appuntamento” è piena di problemi, dovremmo ritirarla dal mercato delle parole e trovarne un’altra.  In America si usa dire sempre di più: “hooking up” (“attaccare all’amo”) e non sono neppure ben sicura di cosa davvero voglia dire.  Certo, il modo migliore sarebbe di fare amicizia con una persona, conoscerla, conoscerne bene le idiosincrasie, i difetti, e poi semmai innamorarsi pure, se non ti è già successo.

Be’, osservando il tuo libro, quello che succede spesso è che tu noti qualcuno ad un party mentre sorseggi il tuo drink, gli dai un appuntamento che poi è  inevitabilmente una cena con del vino; dopo il sesso c’è un altro giro di bicchieri (forse la sigaretta non si usa più perché è politicamente scorretta), e mentre parli degli alti e bassi della tua relazione con un’amica sorseggi caffè. Direi che il momento iconico ha sempre bisogno di qualcosa da bere. Qual è il tuo drink preferito?

Ahah, questa è divertente. È vero… ma forse solo nei miei disegni. Devo pur dare ai personaggi qualcosa da fare mentre dicono la battuta! Dici che dovrei insegnare ai miei pupazzetti a fare cose differenti?!

A me piace il caffè. E anche un buon bicchiere di Pinot nero.

A proposito del concetto anglosassone di “having sex”: mi sembra che consista nel connettere uno stato emozionale con una cosa che si può avere. Può  andare con tutto quello shopping e quel sorseggiare. A me, invece, piace più l’idea di “Fare l’amore” (to make love). Mi sembra  di capire che le tue battute sul sesso abbiano anche la funzione catartica di controbilanciare secoli di umorismo al maschile. Veramente ti basta mettere la donna sopra?  

Ah, questa è una domanda provocatoria!

Io non credo che il possesso debba entrare in nessuna forma di relazione tra i sessi.  L’amore è condividere l’ammirazione e  lasciarsi andare.  Se ami qualcuno lo lasci essere ciò che vuole essere, e in effetti lo aiuti a diventarlo.  Però per generazioni, alle donne è stato impedito di diventare ciò che volevano essere. È venuto il momento di pareggiare il bilancio.  Non propongo che basti mettere la donna “sopra”…  dobbiamo imparare a dividerci equamente il compito e a starci un po’ per uno.

Lo so che a prima vista il titolo del libro strizza l’occhio al doppiosenso, ma in realtà intendo riferirmi più al diritto di parola. Il titolo del libro implica che ora che le donne hanno diritto a palare possono dire quello che vogliono.

Per conto mio credo che la migliore reazione all’orgasmo sia la risata. Tu che ne pensi? Ti è mai capitato di ridere mentre facevi l’amore? O dopo?

Qualche volta! A pensarci bene il sesso è un’attività bizzarra. Penso sia proprio questo il punto cruciale: non pensare!

“Sono innamorata dell’idea di te, ma non di te”  è una delle battute che ho più amato nel libro. È qualcosa che hai mai detto a qualcuno?

No! non sono così veloce nella vita vera.  Di rado le mie vignette corrispondono a cose successe davvero nella mia realtà.

Lì parlo di qualcosa che a un certo punto della nostra vita abbiamo fatto un po’ tutti.  Ci siamo fatti un’idea dominante di ciò che volevamo nel nostro partner. Poi  lui non si conforma ai nostri desideri e sembra un problema. Dovremmo rilassarci e, come si dice in America, “go with the flow”.

Le persone con cui finirai per stare meglio non sono mai come te le eri costruite a tavolino. E ci stai perché in definitiva ti piacciono così.

Io ipotizzo che gli uomini usino le bretelle per nascondere la pancia. Tu che ne dici? 

Ma dai, come fanno le bretelle a nascondervi la pancia?  Sono solo delle fettucce d’elastico! Per me le bretelle sono un tentativo un po’ patetico di mostrare gusto, di farsi notare, e quindi meritano come minimo di essere oggetto di ridicolo.

Nel tuo gioco a trovare gli equivalenti tra battute al maschile e quelle al femminile c’è del cameratismo?

Ma certo, e perché no?!

Mi ricordo che venni a New York nel 1995 e la odiai. Odiavo il fatto che le persone che mi chiedevano una moneta fossero tre volte me; odiavo che a ogni passo mi sembrasse di essere sul set di un film, e odiavo la commistione di lusso e miseria; odiavo l’idea che tutto fosse misurabile in dollari e che mi avessero fatto trovare un preservativo usato sotto il letto in albergo. 

Credo che la città negli ultimi venti anni sia cambiata parecchio.

Se volessi dare una seconda possibilità a New York da dove dovrei cominciare? La Grande Mela è il luogo in cui hai sempre vissuto e voluto vivere?

Io sono cresciuta a Washington DC.  Arrivai a NY da studente e capii subito che avrei dovuto fare in modo di viverci. Adoro la moltitudine di persone diverse che puoi trovare a New York City.  Certo è costosa, a volte sporca e può’ sembrare che la gente sia attaccata ai soldi (come nella maggior parte delle città).  Ma mi piace guardare oltre questa apparenza e vedere come tutte queste persone si possano accomunare dalla voglia di viversi un sogno.

E poi, nonostante la fama, i Newyorchesi sono molto amichevoli e hanno un modo molto tipico di ridere.

Devono poterlo fare perché vivono così ammonticchiati gli uni sugli altri!  Su dai… dacci un’altra occasione!

“Caro, lo sai che ti amo anche se non ti faccio il retweet vero?”. 

Quale credi che sia la frontiera del non capirsi nella società di oggi, e quale il ruolo del tempo impiegato nella rete, o nella medesima stanza di fronte a due schermi differenti?

Liza Donnelly - autrice del libro Woman on Man

Liza Donnelly – autrice del libro Women on Men

Sai, siamo ancora all’interno di un periodo di apprendimento per quanto riguarda i “social media”.  Ma devo dire che sono un’entusiasta di questi mezzi quando riesco a usarli responsabilmente. Li vedo come un modo per connetterci col mondo, un’occasione per capire cosa di umano ci accomuni.

Quindi il social media non è un’intimità di seconda mano o un mezzo totalizzante? È divertente?

Be’, è divertente. Ma può finire per essere troppo uno strumento di controllo. Bisogna stare attenti a come lo si usa e a come lui usa noi.

“Lo sai, è come quando il tuo uomo comincia a usare una parola nuova… e la usa parecchio???

Fallo smettere. Le parole devono essere approvate. Da TE”… Quindi, questo gioco di ruoli, la donna contro l’uomo, tutti contro tutti, serve a mettere tutti a proprio agio. Ma qual è per te la società ideale? La società che meglio rispetta l’essenza dell’essere donna?

Appunto! La società perfetta in cui le donne rispettano gli uomini, e gli uomini le donne, e le donne le donne, e gli uomini gli uomini…ed ogni possibile variazione di genere nel mezzo si rispetta! E in cui tutti diamo spazio agli altri per fargli realizzare ciò che sono nel migliore dei modi possibili.

Se tu muori prima di me posso sedere sulla tua poltrona?

Se non ci si siede prima qualcun altro fai pure!

Testo di Federico Bonelli

 

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