Articoli dalla Categoria “MUSIC

Ecco ‘Placebo’: il nuovo video di Camera d’Ascolto

Pubblicato il giugno 27, 2014

Era annunciato da settimane il nuovo video di Camera d’Ascolto e finalmente è stato pubblicato ufficialmente il 23 giugno.

Placebo” è il primo singolo tratto da “Figli della Crisi…di Nervi”, seconda prova in studio dei Camera d’Ascolto uscito per I Cuochi Music Company lo scorso 12 giugno e disponibile in streaming su Spotify, Deezer, iTunes e tutti i principali canali digitali, su distribuzione internazionale. Il videoclip è diretto da Steso, leader della band e vede la collaborazione di Federica Jude (camera) e Simone Gallo(editing). Nel singolo, featuring del trombettista Niccolò Pozzi.

 

PROSSIMI CONCERTI

 

04/07 | Milano, TNT Club
06/07 | Marcallo con Casone, MI, Marca Rock
12/07 | Milano, Maquis
18/07 | Como, OnAir Café in Unplugged
25/07 | Milano, La beata quartina dell’Alabama

 

 

KLOGR: Il Potere dell’Equilibrio

Pubblicato il aprile 30, 2014

I KLOGR è un progetto Alt-Rock di respiro internazionale che porta avanti con molta serietà un discorso musicale di tutto rispetto: ottime recensioni sugli album “Till You Decay” del 2011, l’EP “Till You Turn” e il nuovo “Black Snow”; numerosi videoclip, una partecipazione allo Sweden Rock Festival e vari tour USA ed Europei.  Le canzoni dei KLOGR sono impegnate da un punto di vista filosofico prima ancora che “politico”: gli album sinora pubblicati affrontano, infatti, uno dopo l’altro il rapporto fra uomo e società, uomo e responsabilità nei confronti di sè stesso, uomo e ambiente. Non mancano, nei testi dei KLOGR, le riflessioni sul potere moderno, quello inquinato e inquinante, quello dell’uomo egoista che si incarna in compagnie SpA o nelle decisioni superficiali dei singoli cittadini del pianeta. Abbiamo contattato via email Rusty, frontman e fondatore dei KLOGR, mentre stava attraversando l’Europa in Tourbus con i Prong per scoprire chi vince, secondo lui nello scontro sasso, carta, forbice fra amore, morte e denaro.

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Cosa significa KLOGR?
Il nome KLOGR deriva da una formula matematica.
La prima formula che spiega la relazione tra l’individuo e le sue sensazioni o stimoli.
S = K log R
Se mettiamo in relazione l’individuo (K) all’ambiente esterno che lo circonda ( R) ci rendiamo conto che non siamo davvero liberi ma soggetti a tutti gli input della società in cui viviamo.
Essere realmente liberi prevede una rilettura della società e non un condizionamento massivo da parte di essa.

In questo momento vi trovate in tour con i Prong e al vostro ritorno inizierete a promuovere il nuovo album “Black Snow” negli Stati Uniti.
Quante cose sono successe dal debutto del progetto, nel 2011 e oggi?
In che modo è evoluto il progetto?
Il tutto è andato ad una velocità inaspettata.
Abbiamo iniziato la nostra “carriera” con 10 concerti negli Stati Uniti perché il nostro primo bassista era di San Diego, in California.
Poi la necessità di condividere la nostra musica con più gente possibile ci ha dato la possibilità di suonare un po’ in tutta Europa.
Dopo il primo anno di promozione, il progetto ha subito un cambio di formazione e la causa è stata sposata dal trio Timecut: con loro ho pubblicato un Ep dove all’interno ci sono diverse collaborazioni, 2 brani mixati da Logan Mader (ex chitarrista dei Machine Head), un brano suonato da Maki dei Lacuna Coil, 2 brani prodotti da Olly dei The Fire.
Poi è arrivata la proposta del tour in Europa con i Prong.
Da lì la necessità di scrivere un nuovo disco. Con il nuovo disco è entrato a far parte del progetto anche il nuovo chitarrista Eugenio Cattini.
Ora siamo in attesa degli States, speriamo di poter fare dei tour anche in quella parte del globo.

Dove state andando? Quali sono, al di là del suonare dal vivo e arrivare con la vostra musica a più persone possibili, le aspirazioni del progetto Klogr?
Le aspirazioni del progetto si stanno concretizzando giorno dopo giorno. Io non suono per il puro piacere di suonare. Suono per catturare l’energia del pubblico e restituirla indietro a più persone possibili, trasformata.
Suono per condividere un pensiero, per condividere emozioni. So che alla gran parte del pubblico interessa solo la musica, ma per me la musica può far riflettere, può far pensare e può dare gli stimoli per fare del proprio meglio. Viviamo in un mondo dove alcune cose sono ancora “inaccettabili”, denunciarle con la propria musica è un privilegio e un modo per sperare di essere utile alla società.

Nei vostri album la componente testuale e concettuale è sempre molto importante. Sembra quasi che album dopo album ci sia un’evoluzione cosciente del KLOGR-pensiero. Si può dire che KLOGR, oltre che un progetto musicale è anche una ricerca filosofica?
Assolutamente. Ogni progetto richiede il 100% delle proprie energie e personalmente non ne investirei così tante solo per un piacere personale, sarebbe “egoistico”.
La filosofia che stiamo cercando è un modus operandi da vivere e attuare ogni giorno, nella nostra quotidianità. Non amo molto chi predica bene e razzola male, quindi cerco sempre di vivere con coerenza rispetto a ciò in cui credo.

Quali sono le coordinate imprescindibili per KLOGR?
Istinto. Rock. Emozioni. Coerenza.

Il tema centrale di questo numero di C MAGAZINE è il Potere. Cosa è il potere?
Il potere è per me l’illusione dell’uomo di vincere la morte attraverso l’autocompiacimento delle proprie azioni.
L’uomo vorrebbe essere Dio, e vede un Dio potente, per questo cerca il potere.

Potere e schiavitù sono concetti legati indissolubilmente? Cosa potrebbe rendere l’uomo libero (o, almeno, più libero)?
L’accettazione che l’unico vero potere al mondo è quello della natura. Lì saremmo davvero liberi.
La terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra.
La natura ha il più grande potere in assoluto, eppure ci lascia liberi di vivere, creare cose che ci rendono la vita “più confortevole”. Siamo “schiavi” della natura: se piove non ci puoi fare nulla (se non coprirti).
Siamo schiavi della natura e siamo gli esseri più liberi della terra.
Il potere e la schiavitù umana sono solo frutto dell’uomo e della società per controllare altri simili e trarne profitto.

Nel vostro nuovo album soprattutto, emerge un lato bellissimo dell’essere umano: la coscienza e l’auto-responsabilizzazione nei confronti della sopravvivenza del nostro pianeta e di altre forme di vita presenti su esso.
Pensi che questo tipo di risveglio sia possibile per tutti? Anche per le persone in cui il buio interiore è più profondo?
Se l’uomo desse alla vita lo stesso valore che da alla morte si.
Tutti hanno paura di morire, di lasciare quello che conoscono.
Se la vita e la morte avessero lo stesso valore nella nostra società (come dovrebbe essere per natura), ci verrebbe spontaneo auto-responsabilizzarci per preservare il nostro pianeta.
La massa purtroppo è controllabile ed è controllata da gente che pensa al profitto di oggi e non alla bellezza di domani.
Siamo animali stupidi.
Abbiamo il dono di essere gli animali più intelligenti (o con una coscienza elevata) e ci comportiamo come gli animali più stupidi.
Siamo l’unico animale che distrugge così pesantemente il proprio habitat.

La musica può cambiare gli stati d’animo?
Sì. Se l’anima sta cercando qualcosa per cui cambiare.

Sasso, carta, forbice. Ha più potere il denaro, la morte o l’amore?
L’uomo pensa di comprare la morte con il denaro.
L’amore è l’unica cosa che ti può far accettare la morte.
La morte è la cosa più naturale tra queste.
Quindi la morte ha più potere di tutti.

Che sensazioni dà il potere? E’ vero che rende pazzi? Esiste distinzione fra potere positivo e potere negativo?
Il potere della terra è positivo.
Il potere creato dall’uomo spesso è dedito al profitto quindi è negativo.
Trovare gente con un animo puro è la cosa più rara ad oggi

Se il potere è egoismo e schiavitù, allora la libertà viene dalla generosità e dalla rinuncia?
La libertà è in natura. L’uomo è egoista perché pensa di non essere accettato dagli altri.
Se l’uomo seguisse le leggi della natura sarebbe davvero libero, senza rinunce ma con tanta gratitudine.

Se tu fossi un dittatore con potere assoluto a livello globale, quali sono le prime 3 cose che cambieresti a livello legislativo?
Se fossi un dittatore chiederei alla natura di darmi un segno per guidare la gente nella direzione giusta.
Le leggi sono state fatte dall’uomo a scopo di controllo.
Comunque le tre leggi che inserirei sarebbero
1) Il benessere della persona deve rispettare l’ambiente in cui vive
2) La natura è l’unica legge da seguire realmente e deve essere rispettata al 100%
3) Non è la natura ad aver bisogno di “riserve naturali” ma l’uomo.

Qual è l’animale più potente della terra (uomo escluso, perché bara)?
La terra ha il suo equilibrio, non esistono animali più potenti di altri.
Un leone in Antartico morirebbe.
Un orso bianco in Africa morirebbe.
Ogni cosa è stata messa al suo posto in modo perfetto, questo si chiama equilibrio.

Se tu potessi avere poteri magici illimitati, cosa cambieresti immediatamente con la famosa “bacchetta magica”?
Cercherei di fare entrare nella testa della gente che la terra è una sola ed è esauribile, come la vita dell’uomo.

Cosa è il rock per te?
Un battito cardiaco, non potrei farne a meno

KLOGR sostengono attivamente, dal 2013, l’organizzazione internazionale Sea Shepherd, supportata da numerosi artisti del mondo della musica e dello spettacolo: Billy Corgan, Moby, Aerosmith, Shannen Doherty (la Brenda della serie tv Beverly Hills) per citarne alcuni.
Cosa fanno quelli di Sea Shepherd?
Cosa fanno di diverso rispetto ad altre organizzazioni che proclamano gli stessi scopi?
Cercano di informare il mondo su come non vengono rispettati gli eco sistemi.
Vanno sul campo, rischiano la propria pelle e cercano di fermare chi non rispetta la natura e le leggi internazionali.
Fanno da megafono a tutto quello che viene nascosto perché scomodo.
Cercano di ridare la dignità che la natura dovrebbe avere.
Cercano di difendere specie che hanno perso il loro potere perché sopraffatte dal potere dell’uomo.

Nelle recensioni al vostro nuovo album “Black Snow” viene spesso citato il bellissimo brano “Ambergris”. Di cosa parla?
È un dialogo tra un uomo e una balena.
Lo stesso uomo che, impotente, si scusa con lei per quello che sta accadendo.
Si scusa per quello che noi chiamiamo uomo e si fa portatore di un messaggio di pace, sperando di poter condividerlo con altri.

Con Black Snow avete pubblicato già due videoclip: “Draw Closer” e “Zero Tolerance”. Avremo modo di vederne altri?
Sì, il video oggi è uno dei migliori mezzi di comunicazione.
Purtroppo la gente oggi deve associare alla musica delle immagini e oggi non si può fare a meno dei video.
Pubblicheremo diversi video live del tour…e molto altro.

Ora Zulu – “…io cambierei pusher, fossi in te!”

Pubblicato il aprile 30, 2014

– (l’ora Zulu è il riferimento all’ora di Greenwich nel gergo della marina, e indica un riferimento preciso nel tempo) –

 

 

 

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0

 

 

 
99 posse, la colonna sonora dei miei 20 anni, quando in generale ero incazzato nero.
Dopo il liceo, nel 1990 mi “perdo” la pantera e le sue occupazioni perché finisco militare (in Marina). Noia, inutilità, pazzia.
In camerata avevo un nonno siciliano che ci faceva ascoltare solo Pantera e Sepultura. Ironia.
I miei ’90 ricordati da adesso sono buio e luci colorate. Avevo paura a sentire “Curre curre guaglio’ 2.0”.
Perché c’ero, e avevo da correre, e arrivavo sempre dopo. Con gli “amici” si andava a fare la TAZ, ci si faceva chiamare in 30 Luther Blissett. E in genere non c’ero, arrivavo dopo, arrivavo tardi. Eppure correvo, guaglione, non integrabile, parte di nessuna tribù. Correvo, o meglio ci provavo, finendo a passo d’uomo sul GRA insieme ai troppi individualisti da plotone.
O’ Zulu era per me uno strano uomo immenso e immensamente incazzato che sapevo enorme, tatuato e primitivo, capace di incagnare il collo e andare avanti a treno, tagliando una folla. Uomo di fronte e lato, con la sua fragilità, capace di strappare parole dalla carta e spingerle su in gola a una macchina da suono e da energia incredibile. Sempre incazzata. Lui e Zack de la Rocha (RATM)… O Zulu, non un individuo incazzato come me, lui sembrava essere la tribù, incarnarla e incatenarla al suo naso forato. E nei suoi testi ci sono tutti i fili emozionali della generazione che mi sono perso e che ricordo. La mia.

Poi
Poi non guardo più MTV; poi gli anni ’90 finiscono; poi c’è Genova e io non ci vado.
Spezia-Roma su un treno quel venerdì, con un’atmosfera strana e cupa. Il potere ci aveva fottuti di nuovo, e compievo trent’anni.

Poi un concerto, poco dopo, i 99, a Roma, non ricordo dove. Si salta, ma non volevo ballare, non c’era un cazzo da ballare. Intorno le facce sono cambiate, suona strano: i ’90 sono finiti (male) e il suono non sembra più il mio, ma quello di uno show. Non per colpa loro, siamo noi, noi che siamo cambiati.
Emigro. Perdo di vista i ’90. Continuo a correre.
Negli anni 2k ci sono riunioni, dischi belli, un sacco di storia che non vedo. Cerco Zulu (e Zack) ogni tanto e lo trovo dalla rete, con un gruppo che ha un nome da riserva indiana. Non mi sembra che stia bene. Canta le stesse cose. Poi qualcuno gli fa il necrologio e lui si incazza con un pezzo di prosa bellissimo. Ah, sta ancora bene!
Poi, poi…

Ora questa intervista. C’è un nuovo disco, Curre curre guaglió 2.0 e il 2.0 mi mette paura.
Lo ascolto con uno strano dubbio, traccia dopo traccia. La musica, ovvio, mi piace, ma non voglio che mi piaccia. Ho paura di trovare qualcosa che odio, un revival, un’operazione pseudo – commerciale. Non mi fido, magari è una maschera, e non le voglio più le maschere, come non le volevo venti anni fa, ma oggi in modo ancor più integralista.

E allora spingo. Mi dico “A Zulu lo piglio di petto”. Non voglio fare l’amarcord, non voglio pensare che persino i 99 siano solo ricordi, perché chi si ferma, sia pure solo per riprendere fiato, è perduto, spezzato, spazzato via. Cazzo, con questa idea di movimento ci ho scommesso tutta una gioventù, che e’ passata.

O’Zulu mi risponde ovviamente per le rime, e non potevo chiedere di meglio.
E adesso torno al disco, bello e commovente, e me lo risento traccia su traccia, sollevato.

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0

Ripetutamente. Avete detto cose importanti. È qualcosa di generazionale. Ho l’età tua. La mia colonna sonora degli anni ’90 ha le tue rime. Ha senso ripetere ripetutamente lo stesso gioco? Quale ripetizione ne crea il senso?
Non mi pare di aver ripetuto ripetutamente lo stesso gioco; 2 volte in venti anni non è ripetere ripetutamente ma, più semplicemente, approfittare di una data significativa per ribadire un concetto e ridare visibilità ed attualità ad un disco che, a quanto pare, non solo ha significato, ma continua a significare molto per molti giovani e meno giovani.

STRANO E STRANIERO SONO DUE DELLE MIE PAROLE PREFERITE. SI INTRECCIANO CON RUOLO E SITUAZIONE. IL RUOLO è QUELLO CHE LO STRANIERO RICOPRE, LA SITUAZIONE è QUELLA COSTRUITA AD ARTE PER FAR Sì CHE LE TUE CONSIDERAZIONI SIANO QUELLE PREVISTE. 99 NASCONO DA UNA SITUAZIONE OCCUPATA, UNA TRAIETTORIA IMPREVISTA CHE ESCE DAL RUOLO. QUAL è LA TRAIETTORIA OGGI? QUAL è LA SITUAZIONE?
Strano e straniero per me sono molto di più che delle parole… Descrivono abbastanza bene ciò che sono e ciò che alla fine sono sempre stato…. La traiettoria imprevista è stata quella di uscire dal nostro mondo, portando il messaggio molto al di là degli obiettivi previsti e quindi direi che oggi la traiettoria resta quella di sempre : autorappresentarsi, rendersi protagonisti del proprio destino, correre sempre e tenersi pronti all’imprevisto.

IL POTERE LO HAI ANNUSATO? LO ODII ANCORA?
Il potere non credo di averlo annusato più di chiunque altro, nel senso che c’è e che si fa annusare da tutti per “mestiere”… Ho annusato il successo, questo sì, e ne sono rifuggito con tutte le mie forze…. Ci siamo sciolti nel momento di massima popolarità e “potere contrattuale” e siamo ritornati solo quando li avevamo persi entrambi quasi completamente…….

CURRE CURRE GUAGLIò: 2.0 è GERGO DA CORPORATE.
IL WEB 2.0, LA SECONDA VERSIONE DI UN PRODOTTO.
LL DISCO NUOVO è INTARSIATO DI REMIX, DI PARTECIPAZIONI, DI PEZZI GIà ASCOLTATI, COmE SE AVESTE VOLUTO METTERE ASSIEME LE FORZE PER FARE UN SALTO DA QUALCHE ALTRA PARTE. “ARMATI DI IDEE E PARTI”. ABBIAMO SMESSO DI CORRERE?
Non so che disco hai sentito tu….. Nel mio diciamo Armati di idee , difendi la tua scelta e corri fino a quando le tue gambe correranno….. Noi non smettiamo mai di correre, è il tempo che ce lo impone.

LO SPAZIO AUTOGESTITO è UNO SPAZIO CHE TAGLIA UNA NARRATIVA DIFFERENTE ALL’INTERNO DEL TESSUTO. DICE AL POTERE « DI TE NON ME NE FOTTE UN CAZZO ».
BUONO, MA OGGI CHE FARESTI SE AVESSI 20 ANNI? DAI UNA IDEA POSITIVA A UN RAGAZZO O, COME ACCENNI IN SOGGETTI ATTIVI, DEVE FARE DA SOLO?
Continuo a non capire…. Soggetti attivi è un vero e proprio inno ai movimenti, all’agire collettivo, al difendere e mantenere integra la propria “differenza”…. Dove lo trovi l’accenno al dover fare da solo? Il senso generale della canzone è l’esatto opposto. mah……

POTERE E LIBERTà. IL POTERE SU COSA? E LA LIBERTà DA CHE?
Signor Marzullo, che dirle? Il potere di alcuni di determinare il futuro di altri e la libertà degli altri di lottare per autodeterminarlo?

MENTRE ERO STUDENTE, SARà STATO IL 1994, USCENDO DA UNA SALA DOVE AVEVO FATTO L’ANIMAZIONe A UNA FESTA DI PARGOLI DELLA “MEJO BORGHESIA ROMANA” MI TROVAI A UN PASSO DA GIULIO ANDREOTTI. NIENTE SCORTA ERA SOLO, PARLAVA CON UNO ALTO, FORSE SBARDELLA.
EBBI UN ATTIMO D’ESITAZIONE. POTEVO PROVARE A SPEZZARGLI IL COLLO, MA ERO VESTITO DA POWER RANGER, SAI QUEI DEFICENTI DA FILMETTO PSEUDOGIAPPONESE TIPO GOZILLA… NON AVREI POUTO EMULARE BRESCI VESTITO IN QUEL MODO. E PERSI L’OCCASIONE.
è PER QUESTO ECCESSO DI BUONA EDUCAZIONE O DI SENSO DEL RIDICOLO CHE SONO PARTE DI UNA GENERAZIONE DI SCONFITTI?
Non lo so fratellì…. Dovresti chiederlo ad un analista. Io non mi sento uno sconfitto e la mia generazione non mi ha mai eletto suo portavoce.

GENOVA? DOPO DI QUELLO IO SONO PARTITO, TU? COSA ABBIAMO IMPARATO?
Noi ci siamo sciolti ma non abbiamo imparato niente…. Lo sapevamo già.

 

 

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0

 

 

 

AVETE MESSO TUTTO IL DISCO ONLINE. POSSO CHIAMARVI, DICE IL SITO, E ORGANIZZARVI UN CONCERTO, IL TOUR è PER CENTRI SOCIALI. FUNZIONA?
Pare di sì, e funziona da 23 anni…. Un’altra strada è sempre possibile, basta praticarla.

NEL 2011 UNA GENERAZIONE DIVERSA DALLA TUA E DALLA MIA HA COMINCIATO A OCCUPARE I TEATRI, E LI TIENE BENE, LI ORGANIZZA, FA LE MOINE, CERCA DI FARE ALMENO FINTA CHE SIAMO UNA NAZIONE CIVILE, ANCHE SE HA OCCUPATO. MANCA DEL TUTTO L’ICONOCLASTIA DEL TEPPISTA. DOVE SONO I MAJAKOVSKI? SONO ANCHE LORO FINITI VITTIMA DI UNA RIVOLUZIONE?
Noi col Valle abbiamo fatto un video, all’Angelo mai abbiamo suonato e sosteniamo la Balena a Napoli… Non possiamo e non dobbiamo essere tutti uguali, le nostre differenze sono la nostra unica ricchezza e la capacità di farle convivere è la nostra unica via d’uscita.

ALDOVRANDI, E TUTTE LE ALTRE VITTIME DI RAPPRESAGLIA. AVETE MESSO IN UNA TRACCIA LA VOCE DI SUA MADRE CHE RACCONTA DI COME HANNO RIDOTTO IL RAGAZZINO. NON MI FA ARRABBIARE, MI SPINGE A PREMERE IL TASTO AVANTI SUL LETTORE. CHE NE PENSI?
Sinceramente inizio a pensare che hai assunto qualcosa che ti è iniziato a salire da metà intervista, e che ti sta prendendo male… Io cambierei pusher e riproverei, fossi in te ;-)
A parte le cazzate, penso che il tasto in avanti sia stato pensato per situazioni come la tua. Io piango ogni singola volta che lo risento, ma mi fa bene, dopo mi sento più forte di prima…. Se devi stare male, skippa, per carità.

IL POTERE DISTRUGGE L’UOMO. E NE FA A MENO. VISTA L’IMPORTANZA DELL’APPARTENENZA CHE SCORRE VIA DALLE CANZONI DEI 99, E LE TUE ESPERIENZE DI UOMO E MUSICISTA, TI VA DI DIRMI TE DI COSA FARESTI A MENO PUR DI DISTRUGGERE IL POTERE?
Non siamo certo noi a dover fare a meno di qualcosa per distruggere il potere…. Rigiro la domanda al famoso 1%. noi siamo i 99! La domanda corretta era cosa non faresti per distruggere il potere? e la risposta sarebbe stata :”con ogni mezzo necessario”

La musica per cambiare la percezione dell’esistente – intervista a Claudio Lolli

Pubblicato il aprile 30, 2014

CANTAUTORE E POETA, ARTISTA CHE HA INTERPRETATO 40 ANNI DELLA NOSTRA STORIA, CLAUDIO LOLLI RIFUGGE QUESTE DEFINIZIONI CON L’UMILTÀ DI CHI SA CHE LA STRADA DA PERCORRERE È ANCORA LUNGA E CHE CON IMMUTATA PASSIONE, DOPO 40 ANNI DI CARRIERA, CONTINUA A CALCARE LE SCENE DI TEATRI, PIAZZE E AUDITORIUM PER PORTARE LA SUA MUSICA SEMPRE IN PRIMA LINEA. CON LUI ABBIAMO AVUTO IL
PIACERE DI QUESTA INTERVISTA TELEFONICA.

 

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Trento, Roma, Bologna: cosa vuol dire tornare in tournée oggi per te?

Intanto vorrei saperlo anche io. Comunque non è proprio una tournée, ci stanno chiamando spesso e l’altra piccola precisazione è che io non ho mai smesso. Forse queste date sono state un po’ più pubblicizzate, ma concerti ne ho sempre fatti, alcuni anni di più, alcuni anni di meno, non ho praticamente smesso mai se non nei passati anni ‘80.

Quindi sempre in giro, sempre attivo…
Sì abbastanza, nei limiti che l’oggi consente ad uno come me, però sì, una trentina l’anno li faccio sempre.

Cantautore e poeta, conosci il valore delle parola…
Non esageriamo.

Dove un tempo il soggetto politico era la collettività, oggi si parla di “gente”. Secondo te cosa indica questo cambiamento lessicale?

Se posso permettermi “gente”, come “popolo”, è una parola che mi piace non troppo. Nel senso che è molto molto indistinta e si presta a qualunque utilizzo da parte di chiunque, mentre “collettività”, come mi pare che intendessi tu, ha una sua connotazione molto più precisa. Parlare di “gente”, parlare di “popolo”, vuol dire parlare di nulla insomma. La differenza mi sembra evidente e anche la causa di questa differenza. Le collettività in questo senso mi pare che esistano sempre meno e c’è tutto un rimescolamento abbastanza confuso di persone che si chiamano “gente”.

La canzone “Borghesia” nel 2000 dal vivo si trasformò. Tra “Il vento” e “Ti spazzerà via” aggiungesti la parola “forse”?

Sì, ci abbiamo messo un “forse” (ride).
Questo indica che quelle gioiose e furenti certezze degli anni ‘70 sono svanite?

Sì, direi di sì. Io la rappresento in modo molto ironico, la facciamo quasi sempre come bis, ultimo pezzo, perché insomma fa anche ridere. L’ho scritta quando avevo 17 anni e la conclusione era questa: “Un giorno il vento ti spazzerà via”. Ero convinto, ingenuamente convinto nel mio apprendistato politico e filosofico, che sarebbe stato inevitabile un cambiamento. Adesso naturalmente non lo sono più, quindi devo dirlo ai miei poveri spettatori.
Ma questa borghesia… se poi è sempre la stessa di allora…


Posso dire una cosa? Secondo me è pure peggio… Mi ricordo uno slogan “Agnelli e Pirelli, ladri gemelli.” Erano grandi famiglie, grandi borghesi anche abbastanza colti. Quelli che ci sono oggi francamente non mi sembrano dello stesso livello, mi sembrano molto, molto più piccolini, da tutti i punti di vista.

Chi o cosa avrebbe il potere oggi di spazzare via questa borghesia?
Una domanda di riserva?

Non la ho purtroppo, è quello che vorrei sapere anche io.
Non ho la risposta. Non lo so. A parte gli scherzi, è molto, molto difficile capire che direzione sta prendendo la società italiana, non mi sembra nemmeno che ci siano dei movimenti antagonisti credibili, ma ti dirò di più, nemmeno riformisti quasi credibili. Mi trovi veramente impreparato…
Nel 1976 “Ho visto anche gli zingari felici” decolla anche grazie al suo circolare nelle radio libere. Il potere allora per un magico istante fu davvero nelle mani della collettività. Senti di essere un figlio di quel particolare momento storico e politico? O come artista lo hai solo attraversato?

Guarda, un po’ tutt’e due. Adesso tu mi fai troppi complimenti, poeta, artista, son parole grosse. Un artista, se ha la sua voce, va avanti comunque, però certamente quei momenti collettivi seri ed importanti mi hanno aiutato molto e mi hanno, in un certo senso, portato alla luce con maggior facilità, ecco, hanno reso il parto più semplice. Allora si chiamavano Radio Libere, oggi si chiamano Radio Private, effettivamente c’è una bella differenza.

Dal 2010 hai preso parte a diverse attività antimafia. In cosa si concretizza secondo te la battaglia per togliere il potere alla mafia?

Anche qui non sono assolutamente preparato. La mafia è una specie di Stato nello Stato, di controstato quindi una volta che ci fosse eventualmente uno Stato serio, che funziona, credibile, vicino ai cittadini, penso che le potenzialità di questi controStati sarebbero molto minori. Questo è un parere da cittadino, che magari qualche esperto potrà trovare ridicolo.

 

Il tuo ultimo album, Lovesongs, del 2009, è una raccolta di sole canzoni d’amore. Come mai questa scelta? Ha ancora senso la canzone politica oggi o la consapevolezza sociale passa per altre vie?
Mi sembri abbastanza acuta. Sì, l’amore è un’esperienza profonda, un’esperienza vera e può avere un valore eversivo oggi, come tutte le esperienze vere in questo mondo, in questa società un po’ finta. Più tecnicamente, avevo l’impressione che nella mia lunga, ormai lunghissima, forse troppo lunga, carriera ci fossero state delle canzoni d’amore però passate un po’ inosservate di fronte a quelle che hanno avuto maggior ascolto, maggior evidenza, proprio forse perché erano più immediatamente politiche. Ho pensato che fosse giusto rivalutarle, riabilitarle, con arrangiamenti molto diversi, però riprenderle.

 

Cosa può fare la musica per cambiare gli equilibri di potere?

Ci può provare. La musica, nel momento in cui si pone il problema e l’obiettivo di modificare un po’ la percezione dell’esistente negli ascoltatori, in qualche misura contribuisce ad una piccola, lenta, minuscola modificazione culturale che ha ovviamente una valenza politica. Poi che cosa possa fare così nell’immediato, con un risultato immediato, questo è un’altra cosa. Una canzone non è un decreto legge.

 

Hai lavorato nelle scuole per molti anni a contatto con i ragazzi e in un’intervista hai detto che non ti permetti di educarli ad “andare contro”. Cosa bisognerebbe insegnare ai ragazzi oggi? E soprattutto in che modo?
Intendevo dire questo, cito così a memoria, quindi sicuramente sbagliata, una poesia di Erich Fried: “Chi dice ai suoi studenti di essere di destra è di destra. Chi insegna ai suoi studenti ad essere di sinistra è di destra, chi dice solamente quello che è, e che forse potrebbe anche eventualmente sba- gliare, potrebbe anche darsi che sia di sinistra.

“Vuoti di Memoria” è il Rock ‘n’ Roll Bellezza!

Pubblicato il marzo 31, 2014

Pino Scotto è il Rock ‘n’ Roll! dai Vanadium ai Fire Trails dalla conduzione di un programma di Rock Tv “Database” alla realizzazione di nove album da solista, Pino Scotto è colui che cavalcata un’ onda non la lascia più…
Prodotto dalla Valery Records e in distribuzione dal 22 Aprile “Vuoti di Memoria” è l’ennesimo lavoro di Pino Scotto, un disco che esce a distanza di due dopo “Codici Kappaò”, un nuovo progetto ambizioso che richiama all’ordine la cultura del paese e smuove le coscienze di tutti.

Nel disco sono contemplate cinque cover in italiano con un brano inedito e altre cinque chicche internazionali con un inedito in inglese. Un viaggio nella memoria in cui s’incontrano brani con testi importanti scritti oltre mezzo secolo fa, interpretati da artisti come Renato Rascel, Luigi Tenco, Battiato, Graziani, Celentano, Elvis, Muddy Waters, Gary Moore, Ted Nugent e per finire, dai mitici Motörhead.
Anche in questo lavoro collaborazioni tra amici e conoscenti del grande leader che affascina e smuove anche i sassi silenziosi. Sono tutti pronti a calcare l’onda del successo con lui o meglio come lui, perché per Pino l’onda di celebrità c’è e c’è ancora, e proseguirà nonostante la crisi si faccia sentire ancora di più.

Pino non teme la tempesta, ma la affronta!

 

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Vuoti di memoria o riempire la memoria, questo disco è ricco di spunti presi dal passato e rappresenta una possibilità per alcuni di ritrovare vecchi brani intramontabili e per altri invece scoprirli per la prima volta. È stato questo il senso del tuo disco? Musica e cultura sono le due facce di questo album da solista, una sorta di acculturamento per le menti svuotate degli adolescenti che ti seguono che sono fagocitati da tante nefandezze che circolano in tv e sul web…
Assolutamente sì. Ho scelto delle cover vecchissime. La mia intenzione era fare una semi  operazione di musica-cultura, questo era l’obiettivo da cui partivo e spero di esserci riuscito anche per far conoscere a queste nuove generazioni dei pezzi storici importanti.

In molte delle cover che hai scelto, sono ridondanti certi temi tra cui: il lavoro, la crisi, i soldi e altri focus ancora. C’è quindi una verità in questi testi e soprattutto un’attualità sconcertante? Il fatto che molti artisti di mezzo secolo fa già scrivevano di queste problematiche fa pensare a quanto è bloccata la situazione e che non  sia facile da risolvere. È questo il messaggio più forte che viene fuori?
Esatto. Anzi, ce ne fossero di persone che dicano come stanno le cose adesso considerando i problemi gravi e irrisolti presenti nella nostra società. Vasco Rossi e Ligabue in sostanza parlano sempre delle stesse tematiche…

Leggendo i testi dei cantautori si scoprono questioni di un certo rilievo…
Sono tutti temi importanti. È il concept dei testi della mia vita da quando ho incominciato a scrivere.

L’ispirazione per questo disco com’ è arrivata?
Mentre ero in tour con Codici Kappaò (uscito per la Valery Records due anni fa, ndr) stavo già pensando al nuovo disco ed ero in ansia perché mi rendevo conto che tutte le proposte in giro erano vecchie, già risentite mille volte. Poi una sera dopo un concerto, mi trovavo in albergo a Roma ed ho visto un servizio sul fascismo, e il pezzo “È arrivata la bufera” di Renato Rachel che c’è nell’album era stato scritto proprio come protesta contro il fascismo; allora mi sono detto che dovevo recuperare questi brani importanti di quei tempi scritti da autore solenni, così mi sono messo all’opera.

Nel disco ci sono più cover che brani inediti perché questa scelta? Parliamo un attimo dei due brani inediti sono uno in inglese e uno in italiano…
Sì esatto, nel disco ci sono due inediti uno in italiano e uno in inglese. Quello in italiano s’intitola “La resa dei conti” e l’altro “Rock ‘n‘ roll core”.

Com’ è avvenuta la selezione delle cover, hai fatto tutto da solo?
Io mi prendo il merito di tutto e a me andranno anche le critiche. Perché mi sono reso conto che spesso ho sentito i consigli degli altri, ma poi mi sono pentito e allora ho scelto io così poi se la colpa è mia, almeno lo so.

La cover non è mai stata una soluzione che tu hai abbracciato o di cui condividevi l’esigenza, spesso e volentieri hai inveito contro le tribute band e le cover band. Che piega hanno preso queste rivisitazioni di questi brani nel tuo disco?
Io spero che si capisca che questo non è un cd di cover ma un’operazione culturale vera e propria.

In tutti i pezzi ripercorsi e rivisitati è facilmente riscontrabile un atteggiamento da vero rocker, come ci riesci? Come si fa a restare credibile e non essere finto nonostante canti un pezzo che non è di tua creazione?
Voglio mantenere la credibilità facendo quello che già faccio sul disco, il live sarà esattamente come il disco.

Il sound vero e reale del disco è sano rock ‘n’ roll c’è stata una difficoltà nell’adattare questi pezzi originali del cantautorato italiano al tuo style rock?
Il sound è rock ‘n’ roll. Ma la difficoltà non è stata solo quella ma anche rifare tutti gli arrangiamenti. Se facevo un album d’inediti, ci mettevo un quarto del tempo che impiegavo per fare tutto il disco.

C’è del tuo in questo disco e si sente…
Naturale ho cercato di dare una veste rock a questi brani. “È arrivata la bufera” di Rachel o il brano di Tenco “E se ci diranno” non sono facilmente compatibili con un sound rock ma spero di aver fatto un buon lavoro.

Di Elvis Presley hai sempre parlato non bene, ma benissimo, belle parole spese anche per i Motörhead da quanto è che avevi in mente di costruire un cd con queste strabilianti canzoni che tutti dovrebbero conoscere?
Io sono nato con Elvis, e grazie ad un suo pezzo “Jailhouse Rock” ho visto la luce. Avevo 15 o 16 anni vivevo a Monte di Procida, un paesino in provincia di Napoli lì quei tempi si ascoltava solo Rita Pavone e Celentano. Un giorno un mio amico che lavorava sulle navi ha portato un 45 giri e ho sentito quella canzone ed ho capito che c’era musica seria in giro.

C’è una canzone alla quale sei più legato? Una cover che avevi da sempre desiderato realizzare?
Un omaggio a Elvis che avevo da sempre voluto fare, ma non ho mai avuto la possibilità, gli devo veramente tanto. Una cover che ci tenevo a registrare era quella di Gary Moore “Still got the blues”.

Non sarà stato facile scegliere tra tutte queste pietre miliari della storia del rock mondiale…
Tutte le scelte che ho fatto sono state dettate un po’ dalla rabbia sociale un po’ per una scelta artistica di persone che mi sono sempre piaciute. Anche per i Motörhead, non ho scelto un pezzo famoso ma tratto dal secondo album, il tipo che canta con me è il secondo cantante degli Iron Maiden si chiama Blaze Bayley.

In questo disco hanno collaborato Olly Riva, Blaze Bayley (Iron Maiden) che hai appena citato, Nathaniel Peterson (già bassista di Eric Clapton, John Lee Hooker ecc), Maurizio Solieri, Ricky Portera, Mario Riso, raccontaci quest’esperienza con questi mostri sacri del rock alcuni di fama internazionale.
Ci sono un po’ meno collaborazioni rispetto agli altri album, in realtà ne volevo anche meno però quando ho iniziato c’è stato un po’ il passaparola con amici come Maurizio Solieri, Fabio Treves e così è nato il disco piano piano. Anche nel pezzo “È arrivata la bufera” quello che canta con me è Drupi, uno che in Italia aveva successo trenta anni fa e che invece adesso lavora tantissimo nei paesi dell’Est.

Come siete finiti insieme in studio di registrazione?
Un giorno ero fuori dallo studio e gli ho detto di venire dentro a cantare un pezzo insieme. Così nascono le cose migliori senza pensarci.

Come al solito il tour sarà ricco di date perché tu sei uno che si sposta parecchio, quanto è importante il live per Pino Scotto?
Naturale è in quel momento che si vede chi è il cantante e chi il musicista. Purtroppo adesso non c’è tutta questa trasparenza ed onestà: la gente va a fare i live con le basi registrate…

Il “Vuoti di memoria Tour” partirà il 4 aprile, il disco invece uscirà il 22 aprile per la Valery Records…
Il tour parte da Desio in provincia di Milano, in questo locale ci faccio anche un progetto per i bambini in Centro America, altre iniziative le stiamo facendo con la dottoressa Caterina Vetro con il progetto “Rainbowprojects” http://www.rainbowprojects.it. Adesso stiamo portando avanti una clinica a Cobán in Guatemala. Quindi la prima del mio tour la farò in questo locale dove faccio tutti i concerti per i bambini e quella sera non si pagherà il biglietto.
Deve essere una festa. Le altre date già confermate sono indicate nel sito http://www.pinoscotto.it

Quali sono le reazioni che avrà il tuo pubblico e i tuoi fan? Qualche anticipazione sulle canzoni che saranno presentate ai concerti?
Il pubblico si deve aspettare il solito Pino Scotto arrabbiato con tutta la gente che sta distruggendo il mondo e specialmente l’Italia.
Il live sarà basato per metà sui nuovi brani anche le cover e l’altra metà sui classici che faccio da qualche anno.

Qualche retroscena?
Nel disco c’è il bassista di Eric Clapton Nathaniel Peterson con cui ho cantato il brano “Hoochie Coochie Man” e con la band Twin Dragons ho fatto io come solista anche delle date nei paesi dell’Est, con noi c’era anche il nuovo chitarrista dei Guns n’ Roses Ron Bumblefoot.  Mi dispiace molto che qui in Italia di gente famosa che suona con cantanti affermati non ce n’è, non ci sono le stessa disponibilità come all’estero.

Insomma Pino nove dischi da solista chissà quanti altri ancora…?  
Non lo so vedremo, io non penso mai né a ieri né a domani, penso solo a oggi.

The Divinos – Mai così “Divi”!

Pubblicato il marzo 1, 2014

Chi più ne ha ne metta. questa la filosofia di una band tutto fuorché tradizionale.
I The Divinos, artisti, musicisti e attori amatoriali, hanno fatto in modo che la musica fosse la risposta ai loro sogni. così sempre.

Dall’ispirazione al cinema italoamericano se ne vedono e se ne vendono tanti di miti: alcuni restano impressi, altri lasciano una flebile scia che mano a mano scompare… ma quando l’omaggio è costruttivo e ben confezionato tutti in silenzio lo ascoltano.
spaghetti western è uno dei tanti.
Dal rock all’elettronica dal musical all’opera, i The Divinos hanno le carte in regola per proporsi come nuova realtà musicale, teatrale? Perché no, sia nel mercato italiano che estero.
L’idea del gruppo è frutto della mente del songwriter Max Russo accompagnato dal suo fedele collaboratore “Chiazzetta”.

I The Divinos sono prima una famiglia poi un gruppo.
Incominciano con il botto, scegliendo come palcoscenico il londra el bow, famoso locale inglese; Le coordinate rimandano alla superlativa camnden town, focolaio di tantissime band che si fanno le ossa nei club. nel 2011 la band avrà il primo assaggio della parola successo.
Tuttavia la fase più creativa avviene nel giugno 2012 quando escono il primo singolo e il primo video: The Divino Code che viene trasmesso nei canali interrativi italiani.
Le sorprese non sono finite: i The Divinos collaborano anche con radio rock e stazione birra.
Finalmente, dimostrazione che nessun sacrificio è invano, nel maggio del 2013 firmano per la Valery Records. L’uscita e la distribuzione mondiale del disco The Divino Code è avvenuta nel settembre 2013, ma i The Divinos vogliono ancora comunicarci qualcosa…
L’attesa di vederli performanti in un live è un sassolino che desideriamo toglierci.

thedivinos

The Divinos è un nome evocativo, a cosa è dovuta l’ispirazione?
Il nome doveva richiamare elementi italiani, qualcosa simile a The Sopranos, ma evoca anche il gusto e la ricerca del meglio. La vera fonte d’ispirazione è un ristorante a Los Angeles che si chiamava appunto Divino, da lì è nato tutto il resto.

3 è il numero perfetto, o meglio 5 se si parla di una band, solitamente ogni strumento è legato ad un musicista sul palco. Nel vostro caso, nella vostra family, è presente anche una donna. Che meccanismo innesca in un processo musicale questo valore aggiunto? La scelta del piano è in sintonia con il genere della band?
L’aggiunta di un membro femminile nel gruppo è legato alla scelta dello strumento: il piano. Cercavo un tocco classico e vellutato che si legasse con tutto il resto.

Scorrendo i vostri brani è difficile definirvi con un genere musicale preciso, anzi a volte le etichette (rock, blues, emo…) neanche piacciono ai musicisti di un certo calibro, ma se proprio doveste essere rappresentati con un sound a quale famiglia apparterrebbe?
Difficile dare una definizione netta al nostro genere. Possiamo definirci Drama crime rock retro.

Avete firmato un contratto con l’etichetta discografica Valery Records; come funziona una collaborazione con una label e quanto è libero il pensiero di un artista? Puoi spiegarci come inizia a prendere forma un disco…?
Innanzitutto siamo onoratissimi di far parte di un’altra grande Famiglia, oltre la nostra di musicisti, ovvero la Valery Records che in Italia a livello rock alternative è la numero uno. Oggi il concetto di label è molto diverso dal passato. La differenza tra una buona label e una non buona, sono i contatti. Una volta, anche le etichette indipendenti avevano dei soldi per finanziare tutto.. Oggi purtroppo no: è cambiato tutto… Per quanto riguarda il pensiero dell’artista, siamo totalmente liberi.. Anzi la Valery ci dà solo consigli per crescere meglio. L’elaborazione di un disco è un processo lungo: prima c’è la fase creativa pura dove butti giù tutte le idee; poi inizia la fase di scelta del materiale che prepari in un piccolo studietto in casa..e lì inizia a prendere un po’ forma la linea da seguire. Successivamente si va in studio e si fanno le famose linee guide, ovvero voce e chitarra e con il produttore in questione si crea il sound del disco e si registrano piano piano tutte le parti. Il disco è come un figlio: lo vedi crescere piano piano. Alla fine, come ultimo step, arriva il mastering e poi c’è tutto il mondo promozionale video, copertina, foto concerti…

Nella copertina del vostro album The Divino Code, sembra che state recitando una parte: è finzione oppure ognuno di voi nella vostra family è attore e musicista allo stesso tempo?
Io provengo da una formazione di performer ovvero attore – cantante di musical. Sono principalmente un cantante che ha sempre scritto musica Nel gruppo tutti recitiamo un parte sul palco, ma ognuno di noi resta comunque se stesso nel mondo dei Divinos.

Se la performance live per voi è concepita come vero e unico show allora il pubblico dovrà restare attonito. Quanto conta il feedback emotivo che voi trasmettete e ricevete dai vostri fan?
Il feedback conta moltissimo: sia quello virtuale che quello diretto e umano dal vivo. Ti posso raccontare due momenti bellissimi: il concerto di Barcellona dove la gente non ci conosceva, eppure dopo pochi minuti cantava i nostri brani e quando finimmo di suonare un pezzo, la gente continuava a cantare chiedendoci di riprendere il tema della canzone appena terminata. Un episodio analogo è successo all’ultimo concerto a Roma. Io dico sempre che si deve creare la magia, se avviene questo allora sei sulla strada giusta.

Il disco The Divino Code vi rappresenta, la musica siete voi o almeno lo spettatore si aspetta di ritrovarvi sul disco come sul palco. Ma la domanda è se vi sentite a vostro agio sul mainstage: quanto conta questa prova per voi?
Il live conta moltissimo, è il motivo per cui facciamo musica. Io sul palco mi sento a casa, non vorrei mai scendere; penso che dal vivo siamo anche più diretti e più emotivi, questa è anche la nostra forza.

I Divinos, sono un prodotto promettente ma giovane. Se c’era già qualcosa che bolliva in pentola perché non vi siete adoperati prima per una data zero?
Bella domanda! Perché ognuno di noi era impegnato in altri progetti e in più si era alla ricerca dell’idea e dell’intuizione giusta che poi è arrivata.

Siamo nel 2014: Facebook è nelle nostre vite da ormai da dieci anni, qualcosa di buono almeno in materia di social media marketing ha giovato al vostro lavoro da musicisti?
Sì moltissimo, tutto quello che stiamo facendo è grazie al web; le strategie di marketing sono essenziali per poi arrivare al live. Abbiamo fatto molta pubblicità via web; ti apre al mondo ma allo stesso tempo devi anche contraddistinguerti dagli altri cercando di essere unico nel tuo genere per poter essere seguito dai fan.

Un consiglio per le band emergenti in Italia che vogliono salire sulla ‘divina’ giostra dello showbusiness?
Uno non basterebbe, ci sarebbe bisogno di un “coach band”, perché la strada è lunga, lunghissima e ci vuole tantissima determinazione, curiosità e apertura mentale. Un’evoluzione interna ed esterna che coinvolga il sound, essere unici: questo fa tutta la differenza del mondo.

Progetti futuri e/o sogni nel cassetti?
Progetti futuri: promozione e uscita del nuovo video registrato a Parigi; tour in Olanda, Belgio e Spagna e il Grammy Award in Georgia.
Sogni nel cassetto: entrare nel circuito dei grandi festival europei diffondendo il “codice divino” in tutto il mondo.

The Zen Circus – La rivoltà è una questione di Forma Mentis

Pubblicato il gennaio 29, 2014

È uscito pochi giorni fa il loro ottavo album Canzoni Contro La Natura.
Loro sono di Pisa e suonano da oltre dieci anni. sono quel tipo di band che all’estero definirebbero true. Si sono guadagnati credibilità nella scena rock indipendente italiana grazie ad un approccio serio verso la musica, ad un’attitudine libera e lontana da logiche di posa e di hype e all’incessante attività live: un migliaio di concerti circa fra Italia, Europa e Australia, dove hanno condiviso il palco con Nick Cave. Hanno collaborato con Violent Femmes, Pixies e Talking Heads.
La consacrazione è arrivata nel 2009 con l’album Andate Tutti Affanculo, che si è rivelato un successo di pubblico e di critica.  
In merito al loro nuovo album dichiarano: “Canzoni contro la natura è un disco che ci rappresenta al 100%. non c’è stato nessun produttore e nessun fonico a seguirci. il risultato lo troviamo davvero esaltante, di gran lunga la cosa più energica e vicina ad un nostro concerto che abbiamo mai messo su album”.

Si chiamano The Zen Circus e abbiamo intervistato il chitarrista, Ufo, per cercare di comprendere meglio il ZenCircus-pensiero nei riguardi della Natura.

Zen Circis
Siamo diventati tutti brutti?
Beh, “tutti brutti” è un po’ forte. Certo è strano constatare che a fronte di un’ossessione ormai generalizzata per l’apparenza estetica, ci sia così tanta trascuratezza nei confronti del linguaggio, delle idee, della visione del mondo. Non so come spiegarlo, ma ricordo un paese nel quale le persone erano meno impeccabili dal punto di vista dell’aspetto, ma davano un’impressione di sincerità e di umanità (nel senso di humanitas) che ora stento a ritrovare. Come se ora dell’umano avessero ormai solo l’aspetto, e neanche… Alla fine questo si può dire, che siamo diventati in media tutti più belli, ma in modo inquietante. Di qui il paradosso del “tutti brutti”.

Nella quasi-title-track del vostro nuovo album Canzoni contro la natura (Tempesta Dischi) citate Giuseppe Ungaretti: “Ogni uomo è fatto in modo diverso nella sua struttura fisica e nella sua combinazione spirituale, tutti gli uomini sono in contrasto con la natura…” Volete dire che noi umani siamo in realtà alieni Annunaki?
No di certo. Il dibattito è sul grado di separazione e sulla distanza dalla natura, non sull’appartenenza ad essa (e comunque anche gli alieni apparterrebbero al mondo naturale).
Ungaretti faceva notare come sia proprio l’atto di civiltà, l’organizzarsi dell’umanità fin dai suoi primordi a metterci in una condizione di sfida, contrasto insomma, con la natura. Trovare o meglio ri/trovare un accordo con essa può essere oggetto di una ricerca, un’aspirazione, ma non è il ritorno a una condizione da Arcadia che forse non c’è mai stata… Anche se ci sono molti paleoantropologi che vedono, ad esempio, nella civiltà di Cro Magnon il punto più alto raggiunto dall’essere umano. La questione è incredibilmente complessa, tant’è che sul posto che si deve attribuire all’uomo nel creato si giocano interi sistemi filosofici.

Il tema centrale di questo numero di C Magazine è il rapporto fra l’uomo e la cosiddetta realtà. Pensate che sia preferibile osservare, magari nauseandosi, la realtà circostante oppure sognarne una migliore e sognando cambiare le cose?
A mio avviso le due cose non sono in contrasto fra loro. Fortunatamente abbiamo avuto fra di noi molti sognatori, utopisti, creatori di fantasticherie che poi hanno anche dato un contributo materiale al cambiamento. Pensa a Gaetano Bresci!

La natura ci disprezza ed il resto vien da sé”. Personalmente spero che gli animali comincino ad organizzarsi, che l’umanità perda questa guerra ad armi impari, facendo tornare la creatura-uomo ad essere parte della catena alimentare. Ci sarebbe un equilibrio. Voi per chi tifate?
Se lo chiedi a me, uno dei miei sogni sarebbe, ad esempio, il ritorno delle mucche selvatiche nei boschi d’Europa, assieme a tutti i predatori maggiori. Certo non sarebbe quella natura addomesticata che tanto piace ai vacanzieri, e anche l’andar per funghi diventerebbe un affare da condurre con prudenza, ma sarebbe più giusto: cioè io accetterei tutto ciò con la dovuta abnegazione. Se fossi presente, ovviamente.
A volte provo una grossa invidia per la generazione di mio nonno: sono stati gli ultimi a vedere le spiagge del Mediterraneo come dovrebbero essere, senza neanche una bottiglia o una busta di plastica, solo conchiglie e legni… è molto strano se ci pensi: a noi questa visione sarà preclusa per sempre. Molto malinconico questo aspetto.
In linea di massima concordo con questa ipotesi di palingenesi vagamente catastrofista che vedrebbe l’uomo decisamente ridimensionato: sarebbe una specie di risarcimento.
Attenzione però che in un mondo siffatto non ci sarebbe posto per sogni vegani et similia; come dicevo prima NON sarebbe l’Arcadia… Queste ipotesi funzionano in un contesto relativamente benestante caratterizzato dall’abbondanza e dalla varietà di scelta. Non c’è a tutt’oggi nessuna evidenza che nel passato l’uomo abbia fatto scelte alimentari o ecologiche particolari, semplicemente erano pochi e attrezzati alla meglio, e il loro impatto ecologico era trascurabile. Anche i primati, nostri parenti stretti, alla prima occasione si abbuffano di termiti, molluschi, girini, tutto quello che riescono ad acchiappare. Se ci fossero 7 miliardi di scimpanzé farebbero estinguere molte specie anche loro!

Canzoni Contro la Natura è interamente prodotto da voi. Parlateci di questa esperienza di totale libertà artistica.
Beh, dopo tutti questi anni ci sentivamo in un certo senso legittimati a tentare questo passo. Siamo molto, ma molto contenti di averlo fatto.
Ci tengo a sgombrare il campo: non è che fin qua non abbiamo avuto libertà artistica, anzi. Tutto quello che senti nei nostri dischi precedenti è stato fatto in totale indipendenza, nessuno ci ha mai detto quando e come fare qualcosa. Anche quando si trattava di darsi la zappa sui piedi (e nel nostro passato non è mancata l’occasione), abbiamo agito deliberatamente e svincolati da qualsiasi imposizione esterna.
Qui più che altro è stata una questione di metodo, non di merito.
Abbiamo iniziato da dei provini registrati senza metronomo e senza l’aspettativa che generalmente si crea in uno studio “ufficiale”, e lì sono iniziate le sorprese.
La cosa interessante è stato lo scoprire quasi casualmente che le take fatte in sala prove avevano una marcia in più…ci senti un gruppo che praticamente non sa che quello che sta facendo finirà in un disco, e il risultato è una naturalezza particolare. In tutti questi anni non avevamo mai registrato per bene le nostre prove, e a questo punto ci dispiace di non averlo fatto prima, tutto qua.

Ascoltando il passaggio “Guardate questa vecchia quercia, distrutta dalla vostra guerra. Voi piangeste mille figli morti, ma questa pianta ne vale altrettanti” nella vostra canzone “Albero di Tiglio” mi sono commossa. Non esisterà vera giustizia su questo Pianeta, fino a quando anche animali e piante e fiumi e mari avranno diritto di voto e firmeranno il loro consenso (o anche no) per lo sfruttamento. Sappiamo che questo non sarà attuabile “prima che sia troppo tardi”. Resta soltanto la rassegnazione? Un futuro da bere per non pensarci?
A volte penso a questo paradosso: le leggi dell’antica Roma prevedevano la pena capitale per chi chiudeva un pozzo, o inquinava un fiume. Ora in tanti vogliono la pena di morte per i reati contro la persona, come se un reato che tocca un singolo fosse una cosa enorme, mentre un reato che coinvolge tutti, umani e non, fosse per così dire più “diluito”…bParadosso a parte (e fermo restando che per noi la pena di morte è un abominio) capisco l’angoscia che si prova interrogandosi su queste questioni…e se davvero fosse troppo tardi? Io continuo a sperare che non sia così, anche se molti indizi fanno intravedere una specie di “fine della storia” o “sciopero degli eventi”, per dirla con Baudrillard.
La rassegnazione però non deve trovare spazio: l’esistenza trova il suo significato più autentico nella rivolta, tanto per citare un altro illustre francese.
Che poi questa rivolta può essere anche minima, è una questione di forma mentis. Se passo mezz’ora da solo a ripulire un bosco dalle cartacce mentre potrei andare a fare i freni a mano in un piazzale ho già fatto un passo importante, e non importa se non lo nota nessuno, se non gliene frega niente a nessuno.

Qual è il futuro della musica in Italia?
Radioso, direi.
Molti si lamentano, io però ci tengo a ricordare che quando ho iniziato ad avvicinarmi a questo mondo — era il 1989 — c’erano più che altro cover band insieme a gruppetti da concorso a un livello veramente base, e in alto un’élite, una manciata di gruppi rinomati e visti come inavvicinabili.
Che le cose da allora siano cambiate in modo evidente è un fatto: chi lo nega secondo me è profondamente in malafede o ha una visione mitizzata del passato.
Adesso vediamo l’espandersi inarrestabile di una fascia di band che si crea un suo seguito, un suo giro, un suo riscontro, spesso senza sottoporsi a quella forzatura della “gavetta”, pretesto tutto italico per tenere una proposta musicale a brancolare nel buio per almeno un decennio. Fortunatamente adesso molti dischi d’esordio vengono perlomeno considerati. Per non parlare degli enormi progressi stilistici di generi come il rap, del ritorno incoraggiante della musica da film, eccetera.

Prossimi concerti?
Abbiamo già fissato molte date nei club. Seguirà una tranche estiva che speriamo di vedere ben fitta e variegata, per accontentare un po’ le richieste di tutti. Abbiamo veramente tanta voglia di tornare a fare concerti: per gente come noi che viene dal “busking” quello è il momento caratterizzante, quello che dà al nostro progetto il crisma della realtà.

Roy Paci

Pubblicato il gennaio 29, 2014

Rosario Paci, detto Roy per esigenza eufonica, trombettista, musicista, arrangiatore, produttore, imprenditore musicale nato ad Augusta 44 anni fa; emigrante, tornante. È per ora esportato dalla Sicilia alla Puglia, a Lecce, dove ha messo su una casa di produzione musicale che sforna lavori di prestigio dalla canzone d’autore allo skapunkboh, alla musica d’avanguardia (http://www.posadanegrostudios.com).
Se scorrete la pagina su Wikipedia esce il ritratto eclettico di qualcuno che negli ultimi venticinque anni oltre che aver lavorato come un pazzo ha anche saputo scegliere a chi dire di no.

Roy Paci

E non sembra andare per il sottile perché suona con i famosi, ma inoltre scopre talenti e li produce.  Da una sbirciata su Wikipedia – perdonatemi la lista – spuntano Negrita, Vinicio Capossela, Piero Pelù, Samuele Bersani, Luca Barbarossa,Teresa De Sio, Bluebeaters, Mau Mau, Linea 77, Giorgio Conte, Nicola Arigliano, Cesare Basile, 99 Posse, Subsonica, Marlene Kuntz, Frankie HI-NRG MC, Carlo Actis Dato, e stranieri quali Manu Chao, Eric Mingus, Sean Bergin, Ned Rothemberg, John Edwards, Amy Denio, Han Bennink, Walter Weibous, Flying Luttembachers, New York Ska Jazz Ensemble, Zap Mama, Trilok Gurtu, Tony Levin, Macaco, Gogol Bordello, Mike Patton.
Ginaski ordina e io domando. Molto cortese Roy risponde.

Musicista, auto-esportato, esportabile, con la storia in mezzo mondo, salti fuori nei miei ricordi di una festa ambiente sud pugliese nel 2007, una specie di idolo pazzo su un palco stretto. Da questo sud da cui oramai si va e viene un po’ come ci pare… Tu dove vivi ora?
Io vivo sempre in giro nel mondo, ma mi vanto di aver creato un bellissimo luogo della musica in Puglia, esattamente a Lecce. Ho messo su degli studi di registrazione professionali (Posada Negro Studios) dove registrano un sacco di amici e stiamo dando a vita delle interessanti produzioni audiovisive che presto vedranno la luce.

La cosa che mi colpiì quella volta è che i ragazzi del Gargano conoscevano tutte le tue canzoni a memoria… e anche mi colpì che esistesse una scena underground che mischiava rap e taranta tra i ventenni di lì. La cosa sorprese me che sono ignorante, ma per te è probabilmente ovvia. Cosa ne pensi di queste commistioni, dove vedi succedere le cose musicalmente più interessanti oggi?
Le commistioni nella musica sono la linfa vitale della musica stessa. Senza le contaminazioni si avrebbe un appiattimento creativo che non darebbe alcun risultato innovativo. Mi considero un bastardo perché non sono stato mai un musicista ortodosso e ho sempre rifiutato le etichettature.
In un mondo senza confini si ha la percezione più limpida dello sviluppo della creatività, in ogni campo dell’arte. Tra i vari Paesi nel mondo dove vedo un incredibile scena culturale metto il Giappone al primo posto.

E dieci anni fa?
Dieci anni fa, tutti i gruppi nati nel fermento delle posse e dei vari centri di produzione indipendente hanno creato in Italia una scena indipendente veramente importante. Mi riferisco a gruppi come gli Almamegretta, Casino Royale, Mau Mau e subito dopo ovviamente anche i miei Aretuska! Eh eh eh

È forse il segno che stiamo reinventando di nuovo, in un’altra incarnazione, la musica folk?
Il folk inteso come folklore ovvero sapere del popolo, ha sempre una parte determinante nella formazione di nuovi stili e commistioni. La conoscenza della radice popolare è fondamentale: mio nonno diceva: “prima di curriri a sapiri camminari” (prima di correre devi imparare a camminare).

Ho letto che ti sei prodotto da solo, hai prodotto altre band, sei riuscito a portare in Sicilia artisti importanti e allo stesso tempo a farne uscire dal ghetto alcuni che sono diventati importanti. Come hai fatto?
Ho iniziato circa 17 anni fa con la mia piccola etichetta indipendente a produrre dischi che altrimenti le major non avrebbero mai prodotto. Da lì, è stato un continuo appassionarsi a progetti e musicisti che hanno alimentato a far crescere la scuderia musicale.
Etnagigante nel frattempo, grazie a valorose e preziose persone come Manuela e Grazia, è diventata una sorta di bacino creativo che realizza eventi, festival, produzioni audio/video e gran parte dei tour degli artisti della Label.

Adesso stai producendo qualche giovane? Vale la pena produrre giovani, investire su giovani? Quali?
Bisogna sempre aiutare i giovani talenti, perché sono loro che ci permettono di confrontarci con l’underground vero, quello delle cantine, dei garage, degli sforzi e sacrifici di chi cerca con tutte le forze di emergere dal costrittivo territorio italiano. Da un po’ di tempo, ad esempio, abbiamo creduto in un bravissimo giovane cantautore di nome Diodato, che quest’anno sarà anche a Sanremo. Ma nella nostra etichetta abbiamo anche proposte musicali che si confrontano senza temere confronti col panorama internazionale come i fortissimi See You Downtown.

Tu hai lavorato a diverse colonne sonore, in particolare mi riferisco al film Se chiudi gli occhi di Lisa Romano. Mi racconteresti un po’ il cinema dal tuo punto di vista? E come vedi oggi un cinema in cui si può anche raccontare una storia con pochi soldi? Sai, per me è come quando la musica uscì dagli studi di registrazione e farla diventò a portata di chiunque: oggi è cosi’ per il cinema. Non so, magari non ha senso parlare di cinema invece che di musica…
Il cinema ha da sempre occupato un posto fondamentale nella mia vita. Ho scritto per 8 colonne sonore, ho avuto anche un Nastro d’Argento e una candidatura al David di Donatello per La Febbre di D’Alatri. Amo morbosamente il grande Lynch e il contributo indissolubile delle musiche di Badalamenti. In Italia penso che registi come Sorrentino e Virzì stiano facendo un ottimo lavoro e i risultati si vedono. La cosa importante per scrivere un bel film per quanto mi riguarda è lo stupore, che possa stordire il fruitore e lo trasporti verso immaginari visivi e sonori del tutto imprevedibili.

A proposito di Sorrentino, per C magazine ho visto e recensito La Grande Bellezza, che mi è  sembrato un film poetico, bello, commovente ma un po’ tossico nel modo in cui toglie ogni speranza alla generazione nuova. Non dico nulla di male e spero Sorrentino vinca l’Oscar, ma vorrei anche annusare altri messaggi, altre utopie, anche irrazionali, anche senza speranza. Che ne pensi dell’utopia?
Sono d’accordo con te sull’uso dei messaggi irrazionali nel cinema, che facciano vacillare le certezze dei botteghini, che possano sovvertire l’uso smodato delle leccate trame amorose che racchiudono una certa ovvietà di facciata. L’utopia ha un ruolo importante nell’esprimere concetti nati dal sogno, come contraddizione del reale. Del resto De Andrè diceva “un uomo senza sogni, senza utopie, senza ideali sarebbe un cinghiale laureato in matematica pura”. Sono sempre più convinto che per immaginare il futuro bisogna partire dalle rovine del presente, dribblando il riduzionismo semplicistico del pensiero totalitario, e proiettandosi in uno stato di perpetua mutazione.

Sapendo di doverti fare delle domande ho cercato qualche ispirazione su you tube e ho trovato questo link: http://www.youtube.com/watch?v=RbwtwFMhCdA
Genova per me è stata la goccia in più che mi spinse a emigrare. Personalmente non ci andai e quel luglio, impotente, da solo in una Roma deserta, ricordo che spaccai il televisore a manate. Ti vedo nel video intonare Bella Ciao in mezzo alla marching band sul lungomare e mi sembra di assistere a una storia che non è successa, che non ha visto nessuno, al film caduto qui da un universo parallelo. Mi racconti cosa ti dice a te questo clip di Genova? Se vuoi…
Genova è stata una prova inconfutabile del regime occulto in cui riversa da anni il nostro Paese. Preferisco non ricordare lo schifo e la violenza che abbiamo subito in quei giorni di repressione militare che ha scavalcato i limiti dell’umanità.

Ok, magari possiamo parlare di musica, un’ultima domanda del tutto irrazionale: qual è la tua nota preferita, il si bemolle, il sol? E che colore ha?
La mia nota preferita è il mi bemolle, la stessa tonalità di quei blues della grande Billie Holiday che si piantano nel cuore. Esprime esplosione, sia nell’accezione gioiosa che in quella triste del termine. Il suo colore è il marrone, quel colore che non esiste nell’arcobaleno, ma che infonde nell’uomo un costante bisogno di ricerca d’armonia e di benessere fisico.
Si dice generalmente che chi predilige il marrone è una persona positiva e soddisfatta della vita che conduce. Sarò per caso io?

…Grazie Roy, buon lavoro!

AlteriA …i fake non mi interessano!

Pubblicato il gennaio 1, 2014

AlteriA è una donna con un’energia inesauribile: cantante e autrice di talento, Vj a Rock TV, giornalista per RAI 5, speaker radiofonica per RocknRollRadio e Dj. Ha calcato per anni i palchi italiani insieme ai NoSpeech, (diventati poi NoMoreSpeech) e al progetto Rezophonic. Nel 2013 ha intrapreso la carriera solista con l’album di debutto enCORE e noi di Concept Magazine l’abbiamo intervistata per voi.
AlteriA
Dopo anni di concerti con il progetto No More Speech, debutti da solista con il tuo primo album “Encore”. Cosa è rimasto, in questo nuovo album, della tua esperienza precedente e quali sono, da un punto di vista artistico e personale, le novità?
Dall’ esperienza precedente sono rimasta io, assieme a Nando de Luca (basso) e Roberto Fabiani (batteria). Anche se è un progetto solista, loro sono parte integrante di questo percorso. Poi è rimasta intatta, anzi è cresciuta, la ‘cazzima’, la passione per questo ‘lavoro’ e la determinazione nell’andare avanti. Dal punto di vista artistico, invece, è cambiato molto: intanto la composizione del disco, che è nato a quattro mani. Ogni canzone è stata scritta da Nando, per quanto riguarda la musica; io invece mi sono occupata di melodie vocali e testi. Il sound è cambiato, abbiamo esplorato nuove contaminazioni, al rock abbiamo aggiunto un po’ di elettronica. È un disco eterogeneo e non scontato.
 
Recentemente hai suonato su due palchi importanti: lo Sweden Rock Festival con i Klogr e insieme al progetto Rezophonic al Sziget Festival. Che emozioni hai provato ad esibirti in questi contesti? Hai aneddoti da raccontare? Ti senti pronta per una sfida internazionale?
 Ahimè, allo Sziget Festival non ho partecipato perché ero impegnata nelle registrazioni di enCORE (era agosto ed io ero rintanata in studio). Lo Sweden Festival invece è stata una gran bella esperienza. Avevo gia’ suonato all’estero ma mai così ‘distante’. La Svezia mi ha stupita per l’incredibile organizzazione e per la dignità che dà ad ogni band/artista: all’interno di un festival dove gli headliner erano i Kiss, anche i Klogr sono stati trattati con il massimo dell’attenzione e supporto. Per quanto riguarda aneddoti be’… Ce ne sarebbero. La cosa matta è stata che i Klogr mi hanno ‘raccattata’ alle 4 del mattino dopo un mio djset a Milano con il furgone,  ci siamo fatti non so quante ore di furgone vedendo una splendida alba in Austria e un tramonto stupendo in Danimarca.  Comunque sì, ho davvero voglia di suonare all’estero, mi sento pronta, non lo dico con presunzione, ma davvero dopo tutti questi anni di live in Italia ho voglia di mettere un po’ il naso fuori.
 
La tua carriera artistica inizia a 16 anni con i milanesi Chakrah e la tua voce viene subito notata da Mario Riso. Quando hai iniziato a studiare canto? Quali sono le voci femminili del rock (ma anche del jazz o della musica leggera) più belle di sempre?
 Come hai detto tu ho iniziato a 16 anni… Mi ricordo ancora l’annuncio trovato su un sito musicale. Questa band milanese che cercava una cantante: chiamai quel numero dicendo ‘sono la cantante che cercate’ e mentii pure, quando mi domandarono se conoscevo i Toto e gli Europe (ero piccolina, stavo inziando ad approcciare il mondo del rock)! Comunque iniziai così a suonare con i Chakrah, prove su prove e i primi live. Non avevo ancora iniziato a studiare e mi feci molto male alle corde vocali: dopo 4 mesi mi dovettero operare per un polipo alle corde vocali! Azz … Da lì ho capito l’importanza della tecnica nel canto e ho iniziato a studiare, non solo canto ma anche logopedia. Spesso, erroneamente, si pensa che il rock non abbia bisogno di ‘leziosità” ma solo istinto. Credo invece che la passione, l’istinto e le viscere debbano essere supportati da una buona tecnica che permetta di non rovinarsi a furia di cantare duro. Per quanto riguarda le voci femminili, la maestra rimane Mina, una cantante straordinaria. Nel rock sono molte di più le voci maschili ad affascinarmi (Robert Plant e David Coverdale su tutti) ma di sicuro trovo eccezionale Skin. Ho da poco scoperto Florence & the Machine: lei ha un controllo della voce ed una timbrica pazzesca. Comunque è pieno di belle voci. Quello che fa la differenza è la capacità di catturare, quella magia che alcuni artisti davvero hanno.
Questo numero di Concept Magazine è dedicato alla donna 2.0.: i vari aspetti della femminilità negli anni 2000. La tua immagine è senza dubbio quella di donna emancipata, che porta avanti con passione e serietà la propria carriera facendo scelte in autonomia e con intelligenza. Quali consigli ti senti di dare ad una giovane musicista agli inizi del suo percorso artistico?
 Rischio di ripetermi, ma di sicuro consiglio di prendere la cosa seriamente, studiare e migliorarsi ma soprattutto cercare di capire a fondo cosa davvero si ha intenzione di fare e di dire. Se si hanno le idee confuse, se si è poco sicuri di quel che si fa, difficilmente potremmo farlo comprendere agli altri. Poi, per carità, è tanto facile scriverlo qui ma spesso mi perdo anch’io!!
In Cool Tour su Rai5 e anche a Rock TV hai avuto modo di intervistare numerose artiste. Quale risposta a quale domanda ti ha colpita di più?
Una risposta che mi ha spiazzato abbastanza è stata data ad una domanda facile: “quale musica stai ascoltando in questo periodo della tua vita” e la risposta è stata “non ascolto musica al di fuori della mia!!” Eheh… ma non vi dico chi era.  Comunque due sono state le interviste più belle e più importanti per me: quella a Slash (tremavo come una foglia) e quella a Piero Pelu’ (quando ero piccolina avevo la camera tappezzata di poster dei Litfiba)!!
AlteriA
 
Cosa è il rock n roll?
 Il rocknroll è un’isola felice dove si vive di groove, passione e spontaneità. Non è una moda, non è ‘vestirsi con le borchie’, non è farsi i tatuaggi.. È anche questo volendo, ma il rocknroll o lo si ha dentro davvero oppure non vale.
 
Sul palco ti muovi con la grinta di Tina Turner e una vocalità a metà strada fra Linda Perry e Amy Winehouse. Con il tuo nuovo singolo “Sickness” scopriamo in AlteriA una profondità espressiva che va oltre l’indiscutibile talento tecnico. Quali sono, a tuo parere, gli aspetti ancora da migliorare?
 Senza voler scadere in frasi scontate… C’è sempre da migliorare e migliorarsi. Davvero. La voce è uno strumento vivo, cresce con noi, invecchia con noi e acquisisce esperienza nel tempo. Sto lavorando molto su questo e anche sull’interpretazione, sulla capacità di riuscire davvero a far arrivare quello che cerco di comunicare con le mie canzoni. Sono certa però che una caratteristica fondamentale per poter arrivare a chi ti ascolta sia la spontaneità. Personaggi troppo costruiti, progetti non genuini, specie in un genere come il rock, non hanno futuro. Quando io mi innamoro di un artista succede proprio per questo e cioè quando mi trovo davanti un artista sinceramente appassionato e coinvolto in quello che fa, quando vedi un artista sorridere e gioire sul palco in maniera sincera. Io amo questo nella musica. I fake non mi interessano!
 
I tre album che hai ascoltato di più in assoluto. La canzone più bella da cantare che sia mai stata scritta.

 Aiuto. Questa è una domanda difficilissima davvero. I dischi più ascoltati sono stati di certo quelli dei Led Zeppelin (la mia band del cuore), ma anche 17Re dei Litfiba, White Pony dei Deftones. La canzone piu’ bella da cantare … Babe I’m gonna leave you.

Adoro.

Dove sarà possibile vederti dal vivo prossimamente? 
 Il 23 novembre è iniziato il tour di promozione di enCORE. Fino a marzo saremo in giro per l’Italia, l’obiettivo è quello di arrivare in tutte le regioni. Per adesso siamo stati a Napoli, Firenze, Udine, Verona, Milano, ma prossimamente saremo a Bergamo, Torino, Pisa, Aosta… Insomma più ce n’è e più sono contenta. Contenta di poter suonare l’album dal vivo, conoscere gente e condividere il palco con la mia meravigliosa band. Vi aspetto dal vivo! Sul sito alteria.it ci sono tutte le date in continuo aggiornamento.
 
Grazie per questa intervista. Concludiamo, come da rito, nel modo che preferisci! 
Per prima cosa grazie di cuore per questo bellissimo spazio che mi avete concesso e per questa chiacchierata!! In bocca al lupo per questo magazine e grazie per la passione che mettete nel vostro lavoro, supportando anche realtà alternative ed emergenti!! long live RnR!

  

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