Articoli dalla Categoria “POETRY

Fumo

Pubblicato il aprile 30, 2014

Cerchi di fumo emetto, avvolgo,  evaporo;  ormai privati del sano e velenoso tramite contenuto nella loro assenza.
Quanta radice di vita vera ebbe a cornice quegli impalpabili dipinti
descritti da invisibile mano.
Che se potessi averne antologia mi ciberei di essa oltre il dolore.
Librato e arcano con sottile bilancia da speziale ne peserei ogni ansa, ogni respiro.
E con acuta lente da regista
ne renderei immortale la strabiliante genesi.
Libidine di piatti speziati e forti e di robusti nettari e di afrori
ne generò, stuprando il seme, l’imprevedibile arte fatua.
E noi tesi a carpire o ad ignorare ostentando sottane, ovvero
lucido acciaio e palle di fuoco, rubavamo ai giorni,
tributavamo alle notti e con un ghigno acceso,
pisciando in terra,urlavamo al domani
come se il tempo altro non fosse,
null’altro chiedesse
che cerchi di fumo.

Com’è triste La Habana

Pubblicato il aprile 16, 2014

Com’è triste La Habana

fra beat digitali e finanza

Com’è triste La Habana

occidentale e accidentale

senza un tavolo colmo di lattine ubriache su tavoli di incoscienza al Bar Sofia

Com’è triste La Habana

permissiva

mondana

senza contrabbassi a braccetto

e pedali

pedali e autostop

saccente e inodore… senza mulini a vento

Com’è triste La Habana

senza sè,

senza ma e senza se

…e senza ME

Bucanero ed inni di delirio tascabile in 70 cl

fuggìti

e ciocche sfuse di tabacco sfuso su lingua calda e accondiscendente

via via via… adesso non è

Com’è triste La Habana

cosciente e vincente

com’è triste

La Habana

 

 

foto

Foto by Ginaski Wop

L’uomo del Barrio

Pubblicato il marzo 31, 2014

ESERGO post-temporale

– Conobbi Beto nel 2004, a Centro Habana.
All’epoca, a Cuba, avere un cellulare era ancora un lusso.
Lui, andava in giro con un porta-cellulare nella cintura che fungeva da fontina per il suo serramanico…
10 anni dopo tornai a vivere a Centro Habana… Beto non aveva più il suo serramanico e andava in giro con un cellulare di ultima generazione…
Rapidamente mi fu chiaro che qualcosa era cambiato in quel Barrio! –

L'uomo del Barrio

Beto era l’uomo del Barrio.
Quarantacinque anni, capelli leggermente mossi, brizzolati, pettinati all’indietro, fronte spaziosa, occhi castani leggermente accinati, carnagione olivastra, labbra sottili e voce roca e profonda. Quando parlava lasciava scivolare da ogni ultima vocale un leggero vibrato, come fosse il retrogusto delle parole.
Sempre molto profumato, indossava delle camicie fasciate, sbottonate fino al petto facendo intravedere una sottile catena d’oro con un crocifisso. Pantaloni a tre quarti di giorno e jeans nord americani di notte.
Aveva una gran cura del suo look, tranne che per le scarpe. Amava indossare delle vecchie ciabatte estive che io avevo abbandonato nel ripostiglio di casa in quanto ormai le davo per distrutte. Lui era riuscito a ripararle e renderle come nuove, e da allora non se ne sbarazzava mai, come fossero un bottino pregiato. Non aveva nemmeno dovuto rubarle effettivamente, anzi, aveva compiuto un’ ottima e ben riuscita opera di riciclaggio.
Una grande cicatrice sul polso della mano destra, in ricordo di una vecchia rissa scoppiata quando lavorava presso il Cabaret Palermo come barman, giusto per sbarcare il lunario in maniera più o meno legale, finita con un colpo di machete inferto da una giovane mano inesperta che per fortuna non aveva avuto il tempo di affondare bene il colpo che avrebbe causato altrimenti un’inevitabile amputazione. “E pensare che l’ho cresciuto io quello stronzo. Io gli ho insegnato i trucchi della strada, e guarda un po’ come mi ha ripagato”, ripeteva più volte mentre esercitava i tendini stringendo e aprendo la mano.
Era abilissimo a soddisfare i desideri dei turisti rincoglioniti, che in fondo lui vedeva solo come un business da spremere e intimamente disprezzare, che arrivavano in cerca di sballo e donne giovani poco costose, immaginando di aver trovato il tanto ambito paradiso terrestre. Quel paradiso che avrebbero poi salutato dopo qualche settimana per tornare nei loro squallidi uffici, nel loro squallido Paese e fra le braccia di una famiglia della quale forse non avevano poi così tanta stima.
Uno degli optional di cui andava più fiero era un porta cellulare in cuoio con le cuciture fatte a mano, di quelli che si possono agganciare alla cintura dei pantaloni. Non sono mai riuscito a sapere dove lo avesse recuperato. Il fatto è che Beto non possedeva un cellulare, usava quell’oggetto come fondina per il suo serramanico. Quante volte di ritorno da una bevuta l’ho sentito dire: “Fratello, non sarà un cellulare di ultima generazione, ma ti assicuro che in certi casi con questo si comunica benissimo!”.
Quando ancora lavorava al Cabaret Palermo, spesso andavamo a trovarlo, e dopo la chiusura potevamo godere del privilegio di un club tutto per noi, con uno dei banconi circolari più grandi del mondo costruito intorno agli anni ’50, invitare un po’ di donne e fare gli Humphrey Bogart alle spese dell’ignaro gestore.
Sarà per questo che dopo qualche mese Beto venne licenziato.
“Ma chi se ne frega – ripeteva – tanto io lo facevo solo per dimostrare agli sbirri che un lavoro ce l’ho, altrimenti in questo periodo di repressione verrebbero a rompermi le palle chiedendomi come faccio a mantenermi realmente, visto che sono un disoccupato con precedenti penali. Vediamo che mi invento adesso”.
Era attento e riusciva a carpire in pochi minuti la personalità delle persone che aveva davanti agli occhi. Lui lo fiutava al volo se eri un cagasotto, un debosciato, un pervertito, uno in cerca di qualche striscia e un po’ di sesso, o se eri uno a posto, uno da rispettare.

In genere bevevamo rum, del resto per noi era semplicissimo, a cento metri da casa c’era il nostro El Dorado: La Casa Del Ron!
Entravi e tutte le pareti erano composte da bottiglie di rum provenienti da tutti i Paesi del mondo. Le scansie piene di stecche di sigarette e sigari.
Noi compravamo giornalmente tre o quattro bottiglie di Ron Añejo Oro, due pacchetti di Popular senza filtro per me e due pacchetti di Hollywood Blue per lui.
Quell’Añejo Oro era una goduria, ti faceva sentire disteso, aumentava la strafottenza e rendeva il dialogo più fluido.
Si parlava di musica, di donne, delle nostre rispettive famiglie, un po’ di tutto. Ma i temi che stavano più a cuore a Beto erano politica, fica e alcool.
Lui ricordava i tempi d’oro, quando i soldi non mancavano e quando con una manciata di dollari poteva riservare una bella suite in uno dei più prestigiosi hotel a cinque stelle della città per andarci con una bella donna e bere cockatil preparati ad arte fra un coito e l’altro.
Nonostante amasse sorseggiare rum e mangiare boniato fritto, alle volte si lamentava del fatto che si fosse stancato di bere sempre la stessa roba: “è una vita che bevo rum, questo Añejo Oro sarà anche ottimo ma ci vorrebbe qualcosa di diverso ogni tanto. Cazzo! Dove sono i russi? Che tornino i sovietici e portino Vodka a fiumi. Ormai nemmeno ricordo che gusto abbia”.
Io invece sentivo nostalgia del Gin. Era difficile reperirlo, specialmente se cercavi del buon Gin di marca. Oppure dovevi andare al bar di qualche rinomato hotel e pagare un capitale per bere una dose servita col contagocce.
“Dovresti provare il Beefeater, Beto. Quello si che è un vero Gin. Ma quanto prima me ne farò mandare una bottiglia e ti preparo io dei cocktail che non te li scordi più!”.
Ormai il Beefeater era diventato leggenda. Gli avevo anche descritto l’etichetta e a lui faceva sorridere che ci fosse raffigurata una guardia inglese: “Se una guardia deve vigilarmi anche mentre bevo preferisco sia straniera, così se mi arresta mi porta via da questo cesso”.
La sua voglia di emigrare era sconsiderata ed io vinto dalla curiosità un giorno gli chiesi come mai non avesse mai tentato la fuga come tanti suoi connazionali. Lui senza batter ciglio mi rispose: “Compadre, se vado via non mi interessa andare dagli Yuma, io cerco qualcosa che mi possa arricchire. Anche se non ho studiato, io ho la scuola della strada e sono certo di aver appreso molto più di quei rimbambiti che vanno all’università per studiare ciò che il capo gli impone da cinquant’anni. Con la cultura che mi son fatto, frequentando turisti, puttane e studiando la strada, credo che il vecchio continente sia il mio posto. Io vorrei vedere l’ Europa.  Ho talento e se mai andrò via di qui vorrò cambiar vita. Negli Stati Uniti non potrei mai, sarei visto come l’ultimo dei Tony Montana. Il mio posto è l’Europa!” diceva, mentre io pensavo “il mio posto è proprio qui”. Per una volta ero in disaccordo con il mio amico.

Era da un po’ di giorni che nel Barrio non si vedeva Beto, finché una mattina bussano alla porta. Apro e me lo ritrovo davanti. Eccolo, nella sua posa immancabile: una mano sul fianco destro leggermente inclinato, le sue (mie) ciabatte, pantaloni a tre quarti, camicia sbottonata, il suo inconfondibile profumo.
“Dov’ eri finito Beto?”
“Mi era arrivata voce che un tipo che fa il cameriere al Cohiba ha rubato una fornitura di alcolici. Mi son precipitato e guarda un po’ cosa ho qui per te. Mi è costata 15 verdoni fratello”.
Eccolo lì, l’uomo del Barrio con una bottiglia di Beefeater tappo blu.

Chiamammo subito il Duvi, mio fratello si mise al piano intonando tutte le canzoni nostalgiche che ci rendevano felici.
Decidemmo di non sciupare un tale regalo mixandolo con succhi di frutta, acqua tonica, lemon o quant’altro. Lo mandammo giù liscio. Senza ghiaccio.
A metà bottiglia andammo di fronte all’hotel Inglaterra, seduti all’ombra di un albero al Parque Central e guardando le finestre delle stanze abitate dai turisti continuammo a bere, certi di essere felici.
Molto più felici di loro, almeno fino alla fine della bottiglia.

‘Round Midnight – Miedo!

Pubblicato il marzo 31, 2014

 
Digeriamo il mondo, stanotte, dal binario deforme di un treno sgretolato.
Marmi e locuste occultano l’ovattato calore che ci spinse, che  ci

dannò all’urlo stupito: derelitto, ansante bagordo d’estate.
Tragico, umano, alquanto indigesto, un moto d’ira tinge il livido assenso del poi,
trama, pervade.
Inesorabili arabeschi, arcani riposti nei meandri del se,
si profilano avidamente protervi, mutevolmente deformi
come custodi di archivi contornati di demenza.
Logge, bastioni protesi al baratro danzano evanescenti.
Pallidi vulcani annunciano tramonti di zolfo.
Fuliggine. Antracite. Amniotico vagare….
Miedo matador??

‘Round Midnight

Pubblicato il marzo 1, 2014

La nebulosa essenza del poi, archetipo irridente di gelide burrasche non viste, non vissute, desiderate, temute avvinte al disdoro di una energia implosa, impotente;
Ora appare, intollerabile ma invitante superamento delle iperbariche camere della viltà.
Asettico e ribaldo il lume fatuo dell’adesso cede il passo claudicante ad un ruggito Acheo nunzio di nuova genesi. Foriero di tempesta.
Un caustico clisma corrodendo sprona a fulgida efferatezza, sibilante dissenso…
Qui e adesso antiche Madri reclamano sguardi di fierezza, ditirambici accenti.
Bruti alla meta daremo volta al filo consumando l’orrido pasto.
Nani tremate,oggi paga l’immenso!!

‘Round Midnight

Pubblicato il gennaio 29, 2014

Ai piedi della spirale ipnotica
falangi stringono sentieri ambrati architettati dal ghigno del mastro giostraio che se ne sta a guardare torturando sotto la morsa dei suoi lunghi baffi scuri un ammezzàto
Mentono gli specchi
e i riflessi ingannano il compiacente spettatore del viaggio…
sull’abitàculo del cuore transumante non piovono pezzi di ricambio!
L’acqua alla gola è il rischio del mestiere dell’assennato rabdomante, che adesso singhiozza un S.O.S. mentre Mosè invece passeggia beatamente sulle onde a bordo di un pedalò rosso ascoltando Glen Gould e fumando tabacco biondo in compagnia della sua ciurma d’angeli…
Il giostraio modifica la prospettiva e capovolge l’irreale confondendo l’equilibrio e inverte i poli e l’equatore e le costellazioni…
E la spirale gira gira imperterrita ed io la guardo, a testa in giù… E quasi pare di vivere il timore di un Ebe che saluta con la mano allontanandosi sempre più distante.
Il toro nell’arena non ha scelta!
Chi nasce a Triana non ha scelta!
E il rabdomante prende il torero per le corna ed esce via dal guado
il toro centra in pieno la spirale
il mastro perde il ghigno
e allora un bambino mi prende per mano… A raccogliere castagne, ad ascoltare la voce del pozzo, fra gigantèsse e muli dinamitardi e incandescenti che fanno brillare la luce di una collina autunnale senza specchi e senza tempo.

‘Round Midnight

Pubblicato il gennaio 1, 2014

Prima ch’io mesca la raggelante sequela.

Prima ch’io dia la stura al magmatico fervore,

al raggelante raggiro del dissenso.

Angeli guerrieri vengano a custodire l’archetipo del fu.

Oceani d’orgoglio sferzati dalle gote violette di Eoli annichiliti preparano catastrofi

dai pochi dolcemente attese come unguenti leggeri atti a lenire le propaggini dell’Io funesto.

Raggelati allo scatto seguimmo i fotogrammi di un transfert

che scorre al ritardo sequenziale.

Ottiche dilatate si schiudono alla nostra inadeguata bellezza. Potrà mai guardare l’uomo l’altro uomo rimirandone la sola anima?

Elfi, paggi, folletti, si dimenano ironici lambendo le traslucide sponde di un brado, abbacinante divenire.

Aracne tesse trine e merletti.

Parole Accese

Pubblicato il gennaio 1, 2014

Quando il gioco si fa muro, i muri cominciano a giocare. Muri sui quali sono state scritte le parole migliori. Muri sui quali sono stati disegnati cazzi. Muri sui quali di certo “Dio c’è”. Muri davanti ai quali ti fermi e non piangi solo perché intravedi uno spiraglio a breve termine. Quel numero di telefono dovresti passarmelo.

Nello zaino ho ancora attaccata una spilletta raffigurante una pistola nera su sfondo rosso, è disegnata di fianco. Non si può togliere perché la ruggine, sedimentando, ne è oramai corpo unico. Ti prende la smania, quella vecchia immagine da anni di piombo non vorresti vederla mai più. Ma ti rendi conto che a conti fatti contano solo i voti che prendi. È a scuola che impari a fregarli tutti con il sorrisetto della prima ora, quella dell’interrogazione da volontario. Quella del “Ma quant’è sveglio questo ragazzo!”, che vale già di suo un voto e mezzo. La mediocrità non te la venderanno a prezzi alti. Per quelli ci sono i viziosetti che possono permetterselo. Che lo meritano, perché lo meritano. E la pagano, perché la pagheranno. La mediocrità del post cornetto sarà sufficiente a farti superare il livello per il quale ci ha perso più nottate. Questa volta sarà diverso. I reni di Ireneo dovrai colpirli forte. La precisione conta quanto la destrezza. Muoviti sempre. Muoviti come se stessi scappando da te stesso per poter prendere lui. È facile se non ti fissi con il pubblico. È facile se non guardi il culo alla signorina che annuncia l’inizio della sesta ripresa. Sarebbe facile se solo occupassi l’ultimo posto della catena alimentare. L’eliminazione dei vizi di forma è un pentacolo che sorride senza denti ed ha il difetto di fottersene ventiquattr’ore su ventiquattro. È uno stato d’allerta che non ha letto le regole ed ha firmato per un pareggio. Ma al peggio non c’è mai fine, come ci ha insegnato il professore di diritto. Al rovesciarsi delle governance saranno guai per tutti. Il posto che hai sognato è occupato da generazioni di musi lunghi. Allunga le tue mani oltre la tua portata. Oltre la navigazione a vista ci stanno le isole e poi le sirene. Non penso alle mensole con le falene se penso ai tuoi libri appoggiati alla polvere. Povero me che mi ostino a spettegolare con il prossimo mio come con me stesso. Voglio un riconoscimento. Voglio una preghiera sulla mia tomba in mare. Delle quattro mura potrei farne a meno. Colpisci e veloce reagisci. Poi sparisci.  Quando il gioco si fa muro, i muri devi cominciare ad abbatterli.

  

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