Articoli dalla Categoria “Usi & Abusi

Usi & Abusi… di potere!

Pubblicato il aprile 30, 2014

L’esercizio del potere è proiezione dell’ancestrale, della terribile angoscia che ogni Uomo prova al pensiero di non essere, di non esistere se non in una personale considerazione di se stesso. Paura senza nome del nulla cosmico che si concreta nell’implosione, che sprofonda nello sconfinato limbo dell’ignoto.

 

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La bramosia del potere, madre di ogni integralismo egoistico, di ogni aberrante, colpevole indifferenza, di ogni bieco misfatto compiuto ai danni di qualcuno “altro”che – come noi – ha la grande colpa di togliere spazio, di aver sbagliato latitudine o dimora, insomma di essere al mondo; affligge e divora.
Il potere può articolarsi in varie forme, può venire esercitato, camuffato, inflitto in vari modi, attraverso molteplici canali: confondendo il becero autoritarismo e la consona autorevolezza, l’acquisizione del rispetto generato dalla stima e la paura in- dotta dalla vile violenza.

La storia dell’Uomo è costellata di vari personaggi appartenenti alla “risma” come all’eccellenza. All’elevazione o all’abbrutimento. Gente che come Gandhi ha cambiato la storia nel segno della giustizia e dell’altrui rispetto, o come la piccola suora polacca dal carattere forte fino all’irruenza, che denunciando ogni abuso, a partire da quelli del clero, portava conforto e dolcezza ai miserabili della terra.

 

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Oppure deliranti di onnipotenza come Hitler, Stalin, Gheddafi: gente capace di mistificazione, di vessazione, di efferata violenza fino ad arrivare a sterminare il proprio popolo per soddisfare i mostri della loro follia. O come Kim Jong-Un, il giovane dittatore Nordcoreano che diede in pasto ai cani suo zio e fece uccidere la propria fidanzata confinando in un lager la, di lei, famiglia e polverizzò un avversario sparandogli contro una palla di cannone.
Ecco soltanto pochi esempi di quanto la mente umana può generare distorcendo, temendo, manipolando la “realtà”fino a creare allucinanti microcosmi.
Usando ed abusando di se stessa.

JAN MICHEL BASQUIAT – Il James Dean dell’arte moderna

Pubblicato il marzo 31, 2014

 

 

 

 

“Io non penso all’arte quando lavoro, io tento di pensare alla vita.”  

 

Basquiat

 

 

 

Se si pensa al Graffitismo Newyorkese, importante fenomeno culturale nato dal movimento hip-hop negli anni settanta per raggiungere dieci anni dopo il massimo fulgore, saltano subito alla mente i nomi di Keith Haring e Jan Michel Basquiat, quasi fossero naturali sinonimi dello stesso.
Ma è proprio il secondo che probabilmente meglio rappresenta la valenza sovversiva, lo spleen emotivo che attraversavano il mondo dell’arte nella New York di quel periodo.
È proprio Basquiat ad impersonare la trasgressione e la smodatezza che pulsano nel ventre profondo della “Grande Mela”.
Genialità, vibrato dissenso; un grimaldello per violare le regole del perbenismo, dell’ipocrisia, un’altro per dischiudere le porte dell’immaginifico, per esplorare i propri confini in quella esplosiva implosione che brucia, cullando le confortanti molecole degli alcaloidi, dilatandosi nelle distorsioni lisergiche, l’intera esistenza.
Graffiti stilati da un’io ipertrofico e visionario al contempo campeggiano spaziando in un mondo refrattario, rimbalzando dalle subway ai vernissage logorroici dei pagliacci del centro.
Dal fermento caldo delle trame suburbane ai loft minimalisti che ne esaltano il vigore.
Talento precoce quello di Basquiat, curioso fin dalla prima infanzia di immagini, di colori e di cartoon.
Ispirato dalla madre che lo accompagna spesso a visitare i musei d’arte di New York, interiorizza immagini destinate presto a coagularsi per esplodere poi nella sua creatività.
All’età di otto anni, durante una degenza in ospedale, a seguito di un grave incidente che gli costerà l’asportazione della milza riceve in regalo dalla madre un libro che segnerà profondamente il suo percorso artistico: Grays anatomy.
Gray sarà infatti il nome del gruppo musicale che fonderà successivamente insieme all’amico Vincent Gallo.
E numerosi richiami anatomici saranno in seguito presenti in molte sue opere.
Straordinariamente intelligente, tanto da parlare e scrivere in tre lingue già ad undici anni; nutre molteplici interessi tra cui la boxe che diventerà per lui una filosofia, uno stile di vita.
Nel 1983 si concretizza una profonda amicizia con Andy Warhol, frutto di un incontro casuale avvenuto qualche anno prima in un ristorante dove Jan Michel era entrato per vendere i suoi disegni.
Questo incontro cambierà la sua vita aprendogli le porte ad pubblico più vasto e consegnando l’artista ad una notorietà nuova e sconosciuta, tanto da essere definito” fenomeno mondiale emergente”.
L’accesso alla “factory” del Re della pop art gli dà modo di frequentare i più importanti circoli ritrovo di artisti, e di confrontarsi con i nomi più noti della scena Newyorkese.
Èproprio in quel periodo infatti che conosce Keith Haring  e stringe con lui una profonda amicizia che durerà per tutta la vita.
Nel 1984, su commissione, inizia una collaborazione artistica di dipinti a sei mani con Andy Warhol e Francesco Clemente, in seguito insieme a Warhol realizza più di cento quadri allestendo una mostra il cui manifesto divulgativo evoca il mondo della boxe che egli stesso paragona a quello della pittura.
La sperimentazione nell’arte di Basquiat rappresenta la ricerca di un mondo “altro”, un viaggio nei limbi traslucidi dello spazio-tempo sublimato dalla coscienza di un relativismo,cui gli acidi lisergici danno corpo e colore per approdare alla libertà di figure e tinte dai risvolti inquietanti, sulfurei.
Intanto l’uso massiccio di eroina ed alcune critiche malevole che lo fanno sentire incompreso, come un articolo del N.Y. Times, che lo definisce “mascotte di Warhol”; innescano in lui dei veri e propri disturbi psichici che sfoceranno presto in violenti attacchi paranoici anche a danno dei suoi amici che invano cercano di aiutarlo a smettere.
Nel 1987 a seguito di una  malcurata malattia alla cistifellea, Andy Warhol  muore e l’uso di eroina che Basquiat  assumeva già da troppo tempo cresce in modo esponenziale fino a divenire insostenibile per il suo fisico così a lungo provato.
Basquiat muore per una grave overdose di eroina nel 1988.
È definito il James Dean dell’arte moderna per la sua carriera folgorante e breve.
Forse uno come lui non poteva resistere più a lungo in un mondo così avulso dalla sua siderale diversità.

 

 

 

 

– Testo Alfonso Russo –

L’Altrove nel Jazz

Pubblicato il marzo 1, 2014

La droga enfatizza la percezione delle immagini e dei colori amplificandone la saturazione. Nel caso del suono l’abuso di sostanze stupefacenti porta a una maggiore risonanza delle frequenze musicali basse. Si ha come la sensazione di percepire  i  messaggi subliminali della notte.
Si nascondono nel chiaroscuro delle luci dei lampioni, nello scintillare fulmineo dei fari delle macchine, nel suono del ghiaccio dentro al bicchiere del cocktail, nei profumi dei caffè all’alba dei nottambuli e dei camionisti.

 

THELONIUS MONK - ROUND MIDNIGHT - FRONT
Quando le lancette dell’orologio segnano mezzanotte circa, quali segnali giungono alla mente di un uomo che, con la barba lunga ed uno strano cappello in testa, carico di alcol e di droghe pesanti osserva e si immerge in una metropoli americana?
Forse per questo Thelounius Monk componeva solamente di notte, sul pianoforte che teneva rigidamente in cucina.
Citando Plutarco diceva che «la musica è come la medicina. L’arte medica, infatti, per creare salute deve partire dalla conoscenza della non salute, la musica per creare armonia deve partire dalla disarmonia».
Le dissonanze di bicordi e tricordi sperimentali, i cromatismi dell’improvvisazione spartana ma essenziale, le “macchie” ritmiche ed armoniche, le modulazioni atonali che, come un colpo al cuore, spostano i diesis ed i bemolle in maniera rivoluzionaria su e giù per la decafonia,  sono tutte invenzioni che Monk utilizza per imitare, descrivere il subliminale che si cela nel buio della notte ma anche nel buio della mente.
E gli angoli della psiche in alcuni casi possono essere ancora più oscuri di difficile interpretazione anche per la psichiatria più fine.
Monk, affetto da una non chiara patologia psichiatrica, alimenta questi lati oscuri con l’alcool e la droga, terapie estreme che amplificano il chiaroscuro del suo genio compositivo.
La musica dodecafonica insegna che si può comporre non solamente con sette note, ma sfruttando l’intera gamma delle dodici note.
Questa è la ricerca di un ordine superiore, che sfrutta la magia del cromatismo musicale. Vuol dire fare musica suonando anche i tasti neri della tastiera e non solo quelli bianchi, vuol dire fare musica a colori e non in bianco e nero.
Per questo la parola cromatismo viene dal greco “Croma” che vuol dire, appunto, “colore”.
Ed i colori più intimi, più nascosti, più estremi si trovano suonando i tasti neri, bui della mente dell’uomo, e possono essere accarezzati solamente dalle dita esperte del subliminale che riesce a far vibrare le corde dell’anima.
Tutto ciò è la musica di Thelounius Monk che, colpevole di eseguire una musica incomprensibile ai più, veniva schernito dalla critica inquanto espressione della “Zombie music”.
La verità è che la sua musica cesellava la vita più estrema, quella più reale, le sue dissonanze enfatizzate dall’uso del pedale e dagli smorzatori del suo pianoforte scendevano su ferite incancrenite a volte come balsamo, a volte come sale.
Ma il messaggio subliminale della musica di Monk non tende a cristallizzare tutto verso un’unica cosa.
L’uomo nuovo di Monk è l’intellettuale, è il vinto dalla quotidianità di una società fortemente individualista, è l’uomo che riesce a parlare con se stesso indipendentemente dal luogo sociale in cui si trova, ma forte di un suo luogo interiore.
È l’evoluzione del bebop? È il superamento dell’hard bop?
Solo masturbazioni da dilettanti critici musicali! Monk è Monk punto e basta!
Chi ama il jazz percepirà in maniera subliminale Powell, Evans, ma anche Schomberg, Prokoviev, Strawinsky!
Monk muore il 17 febbraio 1982 per emorragia cerebrale, drammatico straripare di un sangue troppo carico di alcol, droga e lati oscuri.
‘Round midnight, forse il pezzo più celebre di Monk, racchiude tutto ciò e tocca i limiti del subconscio creando armonie interiori con la forza delle dissonanze stonate concepite nel disordine di una cucina.

 

Testo di Alfonso Tramontana

Lo stupefacente surrealismo di Salvador Dalì

Pubblicato il gennaio 29, 2014

Nella “Persistenza della memoria”-1931- Salvadòr Dalì rappresenta orologi flosci, pronti a liquefarsi, o divorati delle mosche.
Cosa è il tempo? Chi ne determina le regole e le convenzioni? Forse è qualcosa di libero, di surreale come l’anima dell’artista che lo ha così disegnato. Egli, padrone del tempo, che è legato al fratello che non ha mai conosciuto ma di cui è la reincarnazione come lo avevano convinto i genitori davanti alla tomba del fratello deceduto un anno prima della sua nascita.
Equilibri più alti, più trascendenti, istinti reconditi, forze magnetiche, energie ancestrali ed occulte sono esplorati dall’artista catalano al fine di spiegare la realtà visibili con un “metodo paranoico-critico”.

Dalì

La vita è surrealismo nelle sue imprevedibili manifestazioni, la città di barcellona è surrealista nei pavimenti del paseo che Gaudí ha costruito con materiali marini, forse per consentire a tutti di poter camminare sulle onde, sul mare.
Dalì era surrealista, ma un surrealista eclettico. Un po’ cubista, un po’ dadaista, un po’ fuori dalle convenzioni dei generi artistici, egli era il suo surrealismo.
Andrè Breton, il padre del surrealsimo americano lo accusa, durante un viaggio di Dalì a New york di filonazismo in quanto l’artista spagnolo “difende l’irrazionale del fenomeno Hitler”. Per Salvadòr Dalì il fascimo non è un movimento politico ma è una realtà surrealista nelle sue forme esteriori, nelle sue esagerazioni, nelle sue utopie di superuomo, di futurismo, di dinamicità. Tale concetto mise Dalì in contrasto con molti dei suoi colleghi dell’epoca specialmente quando decide di trascorrere dopo aver esplorato il mondo gli ultimi anni della sua vita nella spagna franchista. Ma egli era non curante, era Dandy, era al di sopra della politica e delle idee, così come i suoi baffi ispirati dal maestro del’600 Diego Velasquez.
Per provocare le allucinazioni Dalì si abbandonava al vizio. Droga, alcol, erotismo estremo. Le valenze stupefacenti gli consentivano di volare sulle acque dei pavimenti della spagna, di esprimere e rappresentari concetti paradossali e inimmaginabili per la mente razionale ma veri e tangibili nell’arte. Gli abusi di Dalì erano benzina per il suo surreale artistico. “Il surrealismo perlomeno sarà servito a fornire la prova sperimentale che la completa sterilità e i tentativi di automatizzazione si sono spinti troppo in là e hanno condotto ad un sistema totalitario. … La pigrizia dei nostri giorni e la totale mancanza di tecnica hanno raggiunto il loro parossismo nel valore psicologico dell’attuale uso che si fa del college.”
Il totalitarismo vero è dato dall’accidia di chi vive nel conformismo sociale, di chi non ha il coraggio di esplorare altre dimensioni, come Dalì faceva con l’arte e con la droga.
Salvadòr Dalì muore  il 24 Gennaio del 1989 di infarto mentre sta ascoltando il suo disco preferito. Tristano e Isotta di Wagner.

Testo: Alfonso Tramontana

Amy Winehouse

Pubblicato il gennaio 1, 2014

Come un veliero in fuga, come un cristallo blu notte così scorre la vita di Amy Winehouse. Bandiera folle in preda a venti di tempesta.

Sublimi battiti al petto e disperata voglia di mordere insieme schegge di vetro e spezie d’Oriente.

A distinguerla un gene musicale di rara intensità, di struggente bellezza.

Amy Winehouse

Voce profonda, espressione di un’anima articolata e sensuale, finestra aperta su un mondo di cose a volte piene al tatto, più spesso viste irragiungibili senza ricorrere all’uso smodato delle molteplici droghe che assumeva.

Cose che forse riteneva negate a chi subisce il vuoto che ha dentro. Scuole inglesi e lezioni di chitarra, adolescenza inquieta come tanti, primo gruppo fondato a 12 anni e Sara Vaugen ad ispirarne il talento.

Primi dischi ed enorme successo in un crescendo devastante di alcool e stupefacenti.

Cosa spinge un vero artista all’abuso del proprio genio? Cosa lo fa sentire superiore ed emarginato al contempo? Immaginiamo che sia la frustazione che lo consegna nudo ad un mondo normale, o forse un padre percepito lontano o quel grande Amore che non ritorna. O quell’uomo ideale che si infrange contro lo specchio dell’illusione.

Probabilmente tutto questo. Tutto insieme. Sensualità per sedurre tutto, e fiumi di vodka e barbiturici per sedurre se stessa.

Per lenire il freddo inverno dell’anima con il calore che solo i 40 gradi distillati riescono a dare.

Il crak come astrazione da ciò che forse non si accetta nemmeno in se stessi, come negazione di un’immagine riflessa nello specchio del music business… che non ha mai tempo per gli psicodrammi.

Gli applausi non bastano a colmare il vuoto che ha reso geniale il timbro vocale.

E l’io del genio tende ad alimentarsi con il veleno caldo dell’autodistruzione.

Del resto, come disse Truman Capote: “Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta; e questa frusta è predisposta unicamente per l’autoflagellazione”.

Voce profonda come le radici di un disagio perenne.

Questa è stata Amy.

Ventisette anni per vivere e morire, forse per scelta o forse per caso. Una vita in pasto ai molti che hanno saputo approfittare e giudicare. Perle di musica e bellezza per chi sa vedere e capire.

Amy Winehouse si spegne il 23 luglio del 2011 a Londra nel quartiere di Camden, pare a causa di un forte abuso di alcool. Fonti private ritengono che l’artista si fosse totalmente disintossicata, e dunque la causa del decesso sarebbe riconducibile, secondo quanto riportato negli atti del 27 ottobre 2011, a quella reazione che in termini medici viene definita: “stop and go”, ovvero l’assunzione di una massiccia dose di alcol dopo un lungo periodo di astinenza.

  

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