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Gambardellas – l’intervista

Pubblicato il maggio 22, 2014

 

 

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Mauro, non appari più da solo nelle foto ufficiali, ma siete a tutti gli effetti un trio.
Come mai quest’esigenza di cambiamento? O è stato un evolversi naturale della collaborazione di anni ormai con Grethel e Glenda Frassi?
Dopo l’uscita del primo album “Sloppy Sounds” nel febbraio 2013 avevo l’esigenza di mettere insieme una band per il tour. La scelta è ricaduta sulle persone con cui mi ero trovato meglio nel corso degli anni: tanto musicalmente quanto umanamente. Grethel e Glenda sono state le prime persone che ho contattato: la loro band precedente si era sciolta e sapevo che potevano portare un tocco ancora più personale nelle mie composizioni.
Da allora abbiamo portato a termine un tour italiano di più di 40 date e l’affiatamento tra noi è stato tale che è stato naturale passare a comporre come una band e non più come artista singolo.

Ho notato un notevole cambiamento anche nel look. Mi raccontate come mai e chi vi ha seguito?
Con l’ingresso ufficiale di Glenda e Grethel nella formazione i Gambardellas sono diventati una band a tutti gli effetti. Volevamo che questo nuovo Ep rappresentasse un nuovo inizio: le nuove canzoni hanno un tono più cupo rispetto a quelle dell’album precedente, volevamo che anche il nostro look seguisse questo mood. Ci siamo affidati ad un team di lavoro molto valido con cui abbiamo ricercato e creato il nostro nuovo look. Cogliamo l’occasione per ringraziare Zoe Vincenti per il servizio fotografico, Silvia Ortombina per lo styling e Moreno Cicoria per il make up: hanno saputo cogliere il nostro lato più dark.

Quali sono i vostri punti di riferimento in ambito musicale e no?
Ascoltiamo davvero di tutto e ci piace essere informati sulle ultime uscire discografiche. Nel periodo in cui stavamo componendo e registrando Ashes i dischi che più ascoltavamo erano gli ultimi di Queens of the stone age, Arctic Monkeys e Alt-j. Ultimamente invece gli album che più ci hanno entusiasmato sono stati quelli di St. Vincent, Anna Calvi, Warpaint e siamo in attesa del prossimo di Jack White. Ci piace mischiare le carte: blues ed elettronica.

Passiamo al disco e partiamo proprio dal titolo, Ashes. Un termine decisamente carico di significati, vi va di raccontarci qualcosa a riguardo?
La canzone ed il testo di Ashes nascono quasi per caso: è stata la prima canzone che abbiamo composto jammando come una band. In queste occasioni mi capita di cantare un testo non-sense in inglese, giusto per trovare una melodia valida, e quella volta in particolare la parola “ashes” continuava a tornarmi in mente. Ho deciso quindi di scrivere un testo che parlasse di rinascita e superamento dei propri limiti umani e che facesse riferimento a fatti molto personali. Ci siamo poi resi conto che il tema della rinascita si confaceva bene al periodo che stavamo attraversando: nuova musica, nuovo look, nuova band

Quanto è durata la produzione dell’ep di Ashes, che difficoltà avete incontrato, se ce ne sono state?
Lo scorso agosto ci siamo chiusi nella nostra sala prove e abbiamo cominciato a registrare delle pre produzioni. A fine mese avevamo composto circa 20 pezzi. Nonostante avessimo sufficiente materiale per poter registrare un disco abbiamo preferito temporeggiare ed uscire co un Ep di 4 pezzi, questo perché un album ha necessità di maggiore tempo e ragionamento per essere lavorato mentre noi volevamo uscire entro gennaio con un nuovo prodotto: un Ep ci è sembrata la scelta più sensata e coerente con il percorso di crescita che stiamo affrontando.
Le registrazioni del disco sono state davvero rapide e tranquille: le nostre pre-produzioni erano già molto dettagliate e tutti noi sapevamo cosa volevamo ottenere. In tutto abbiamo registrato e mixato l’Ep in una settimana presso l’Indiehub studio di Milano, l’Ep è stato prodotto da noi e da Giovanni Spinotti (ex collaboratore di Bob Clearmountain a Los Angeles) mentre il mastering è stato affidato a Lee Fletcher in UK.

La dimensione del live, se doveste descrivervi live in poche righe come definireste il vostro spettacolo?
Decisamente potente e coinvolgente, inoltre la nostra formazione particolare, con me alla batteria e voce principale e due ragazze che suonano e cantano alla grande ai miei lati, attrae da subito l’attenzione.

Ho letto che parteciperete al Woodstock Festival, il più grande festival in Europa, che l’anno scorso ha contato più di 400.000 presenze. Come credete che sarà esibirsi in una realtà così grande?
Non vediamo l’ora di suonare al Woodstock! Per noi sarà sicuramente una grande occasione ed una grande esperienza suonare davanti a così tanta gente all’estero. E’ stata davvero una sorpresa essere selezionati per questo festival: c’erano in palio 5 posti e band da tutto il mondo a contenderseli, quando é arrivata la notizia per noi è stato un onore e una conferma che il duro lavoro che facciamo per portare la nostra musica ad alti livelli è stato ripagato.

 

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Ci sono in programma altre date all’estero?
Quest’estate continueremo sicuramente il nostro tour italiano: ad ora l’Ashes tour conta 30 date e da qui ad Agosto contiamo di aggiungerne delle altre. Da settembre cercheremo di portare il live anche all’estero: i contatti ci sono ma non posso ancora rivelare i dettagli

State già lavorando al prossimo album? Ci dobbiamo aspettare altri cambiamenti?
Abbiamo già tanto materiale pronto, i nostri gusti musicali sono in continuo divenire ed il nostro affiatamento come band è costante, non sappiamo però ancora quando, come o con chi entrare in studio: per ora ci concentriamo sul tour anche se il prossimo album dovrà per forza rappresentare un ulteriore passo avanti per i Gambardellas.

 

 

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YELLOW MOOR

Pubblicato il aprile 18, 2014

Il 21 marzo è uscito per Prismopaco Records, l’omonimo album d’esordio di YELLOW MOOR, nuovo progetto di Andrea Viti (Karma, Afterhours, Juan Mordecai, e diverse collaborazioni internazionali tra cui Mark Lanegan e Nick Cave) e Silvia Alfei, artista visiva, song-writer, danzatrice e performer. Tutto è nato da una domanda di Silvia ad Andrea, in moto, a maggio, mentre costeggiavano una landa di fiori gialli (Yellow Moor, appunto): “Perché non facciamo un disco? Non credi sia arrivato il momento?”.


Di lì a poco, quel campo di fiori gialli avrebbe fatto da culla a un progetto, che non è solo musicale. Yellow Moor è un’esperienza, una testimonianza vera e tangibile di voler fare qualcosa per cambiare la propria vita.

 

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La prima domanda è per Andrea: di certo il tuo nome non è nuovo nel panorama musicale italiano, viste le tue precedenti esperienze nei Karma e negli Afterhours, per citarne solo un paio. In che modo credi abbiano influenzato questo disco?
Ho cercato di imparare il più possibile dagli amici e collaboratori musicisti con cui ho lavorato.
Nel progetto dei Yellow Moor c’è un rimando a certe sonorità “desertiche” e blues che hanno caratterizzato il lavoro “Juan Mordecai” che avevo realizzato con David Moretti e il resto dei Karma nel 2007. Per quanto riguarda Karma e Afterhours non sono un punto di riferimento sostanziale in questo primo disco dei Yellow Moor pur essendo stati importantissimi per la mia formazione. Quello che per me è stata invece l’influenza maggiore è la collaborazione che ho avuto e che tuttora porto avanti con Fausto Rossi.
Come è nato il progetto Yellow Moor? La biografia racconta di un cambio di vita importante che da Milano vi ha portato in un cascinale immerso nella natura. Come mai questa esigenza di allontanarsi dalla città?
Per una serie di vicessitudini, alcuni anni fa, quando facevamo ancora continuamente spola tra Milano e le zone in cui viviamo ora, sentivamo sempre di più la necessità di una casa/studio, sia per riuscire a fare meglio il nostro lavoro in ambito musicale, sia per cercare di realizzare insieme un progetto di più ampio respiro, che potesse accogliere altri artisti di vari ambiti creativi, dove poter coltivare i nostri interessi in maniera più libera. Non siamo poi così distanti dalla città e teniamo comunque un piede dentro ciò che può offrire. Milano è difficile da vivere quando si cerca di essere indipendenti, soprattutto se non hai “molto soldo in tasca” ma è una città in cui puoi trovare la possibilità di conoscere e frequentare tante realtà creative, soprattutto in ambito musicale.
La scelta di vivere immersi nella natura è stata sì una piccola sfida ma diciamo che non ci siamo arrivati totalmente impreparati, entrambi siamo cresciuti fin da piccoli con forti legami alla natura, soprattutto con la montagna.
Quando ci siamo incontrati, abbiamo iniziato a collaborare per creare i progetti sonori di alcune performance nell’ambito della danza contemporanea ed è nato il progetto Dual Lyd (Doppio Suono). Abbiamo anche realizzato alcune performances dove Andrea utilizza un set live elettro- acustico e dove Silvia interagisce con il movimento, il segno grafico e alcuni interventi noise. Con Dual Lyd abbiamo creato le colonne sonore per spettacoli teatrali e sonorizzazioni video di altri artisti e coreografi. E’ stato abbastanza naturale, nel frattempo, far crescere le idee per un disco. Abbiamo realizzato metà delle registrazioni di Yellow Moor nel nostro home-studio e l’altra metà presso gli studi Sotto il mare di Verona affidandoci al sound engineer Luca Tacconi con il quale Andrea aveva già collaborato per la produzione artistica di altre band.

Quali sono state invece le difficoltà nell’aver compiuto una scelta del genere?
Fare una scelta non è stato così difficile come si può pensare. Volevamo lavorare ognuno per le sue passioni e condividerne alcune tra cui quella che ci unisce di più, la musica.
La difficoltà non è stata nel fatto di aver scelto di rimettere in sesto un posto e spostarci, questa è la parte gioiosa e quello per cui abbiamo lottato e che oggi, guardando quello che abbiamo fatto, ci rende anche orgogliosi. La difficoltà è stata a livello fisico perché abbiamo dovuto fare tutto noi due da soli e ci sono stati momenti in cui abbiamo pensato di non farcela o che stavamo chiedendo troppo a noi stessi. Siamo convinti però che, in questo momento, la scelta più giusta è riuscire a ricavare sempre più tempo per ciò che amiamo fare se pur, per sostenerci, sia sempre necessario incasellare anche mille altre cose.
Per Yellow Moor non ci siamo quindi messi fretta e abbiamo atteso di avere tutti i pezzi pronti, le idee ben chiare rispetto al sound che volevamo e un budget di partenza, prima di catalizzare la band per le registrazioni in studio e il team che ci ha seguito per la fase di uscita e che tuttora ci supporta in questo momento delicato di promozione e organizzazione di un tour.

Il disco ha richiesto tre anni di lavoro, quali sono state le maggiori difficoltà? Ci sono degli episodi significativi che hanno segnato in modo particolare l’album?
Silvia: “ Il disco è cresciuto piano nel riflesso di ciò che ha attraversato la nostra sensibilità.
A un certo punto, si dice: “Il vaso è pieno” ed è quello il momento in cui si avverte la necessità creativa. Abbiamo lavorato intensamente entrambi alla produzione artistica di questo progetto cercando di averne cura, confrontandoci sempre sulle direzioni da prendere in ogni fase.
Andrea ha alle spalle una carriera musicale molto importante che però ha subìto una sorta di standby per alcuni anni. Tornare con un progetto come questo e rimettersi in gioco, è sicuramente un atto di grande coraggio. Io ho semplicemente lanciato il sasso nell’acqua scrivendo il primo testo del disco “Yellow Flowers” e da lì tutto è partito. Andrea mi ha spinto poi a entrare sempre di più nel lavoro.
Nei tre anni successivi, oltre a scrivere e comporre per Yellow Moor ci siamo dedicati anche al progetto Dual Lyd e ovviamente lavorato per altre situazioni (Andrea come bassista per altri musicisti, io come danzatrice per progetti personali e per alcune compagnie), per questo le tempistiche sono state così dilatate.
Per quanto riguarda gli episodi che hanno segnato l’album, per noi ogni brano ha in se qualcosa di particolarmente significativo.
Ad esempio: “Ghost” è un pezzo che racconta un momento di grande solitudine che ho attraversato, un periodo durissimo in una sorta di strano limbo in cui mi ero sentita sconfitta e dove tutto mi sembrava senza senso ma, “Toccare il fondo” aveva in sé il principio di una rinascita ed è stato fondamentale per realizzare nuove cose.
“Castle burned”, uno dei testi scritti a due mani, è un grido di ribellione verso le imposizioni di una società che tende spesso a opprimere le figure creative e a limitarne la libertà e l’apertura, imponendo modelli precostituiti e affossando la possibilità di espressione, limitando gli spazi per l’arte e la cultura. Ci si ritrova così a camminare su sentieri pericolosi, costretti a cambiare strada, lavoro o a restare immobilizzati. C’è gente che non sa cosa vuol dire spendere la propria vita per l’arte e che non ne ha rispetto, capita così che venga a volte distrutto ciò che è stato costruito con cura e fatica.
Alcune esperienze di Andrea hanno sicuramente segnato l’unico testo da lui scritto interamente “Out of the city”. Una fuga dalla città, lasciando dietro le spalle tutti e tutto quello che può arrestare i desideri e le speranze, senza paura di ciò che sarà, continuando a sognare e a credere in se stesso.
“Seven Lizards” è un brano che “scorre” veloce come un fiume, le immagini si susseguono in una
sequenza di visioni e pensieri che mi hanno colta uno dei primi pomeriggi lontana dalla città. Affacciata alla finestra osservavo i boschi e i campi, mi rendevo conto che sarebbe stato un buon posto dove poter ritrovare un sorriso.

Come nascono le canzoni?
Le canzoni possono nascere in vari modi, è possibile partire dal testo e lasciare che siano le parole a dare incipit per la composizione ritmica e melodica oppure il contrario.
In questo nostro primo disco la maggior parte dei brani sono nati partendo proprio dai testi; è stato ciò che raccontavano a spingere il mood e a farci capire come avremmo potuto sviluppare la struttura, la composizione, le voci e gli arrangiamenti.
In questo modo il testo e la musica hanno forse trovato la giusta coerenza e anche quel po’ di originalità che contraddistingue il nostro lavoro nonostante la scelta, voluta e cercata, di proporre un disco con brani dalle caratteristiche “old style”, che evocano echi americani e anglosassoni di band storiche che abbiamo sempre ascoltato e che prendiamo come punto di riferimento per ricreare però qualcosa di personale.

La copertina del disco raffigura un cuore sanguinante, comunica quindi un certo percorso di ‘sofferenza’ che avete dovuto attraversare nella vostra vita privata? Quanto c’è di autobiografico nelle vostre canzoni?
Nelle nostre canzoni di autobiografico c’è moltissimo.
Volevamo un lavoro sincero, senza una ricercatezza fittizia.
Un cuore stretto tra le spine che torna a battere e riaccende la visione delle cose; è avvolto tra i rami e le sue radici poggiano sullo sfondo giallo intenso di una landa.
La copertina è stata affidata a un bravissimo illustratore, Alberto Corradi.
Alberto ha messo tutta la sua creatività e il suo stile, per regalarci un’immagine immediata, forte e poetica che centra perfettamente tutto il senso dell’album.

 

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Una domanda per te Silvia: il tuo curriculum vanta numerose esperienze anche come performer. Quanto la danza ha inciso sul momento della scrittura o sull’interpretazione dei testi?
Porto la mia esperienza di danzatrice e il mio legame alla musica e alla ricerca in maniera totale.
La scrittura di un testo è come la creazione di una performance, di una coreografia o di una composizione istantanea.
Un inizio, uno sviluppo, una fine e qualche volta una “sorpresa”.
In maniera semplice, senza artifici, senza fronzoli.
Anche nelle mie performance lavoro così.
Arriva un’idea, spesso accade d’improvviso. La approfondisco, ne estrapolo l’essenza e la trasferisco a un livello comunicativo, che siano parole, azioni, immagini o movimenti danzati.
Nel canto è stato fondamentale l’aiuto di Andrea che mi ha spinta a cercare un mio modo di interpretare, capire come migliorare e cosa avrei potuto fare per affiancarlo.
Ho sempre amato cantare ma questa è stata la prima volta all’interno di un disco. Cerco un mio modo di portare la voce nel canto attraverso una naturalità espressiva che mi permetta di trovare agio e forza ma che soprattutto faccia funzionare il pezzo. E’ stato un passaggio quasi obbligato a un certo punto, passare dal silenzio della danza al suono della voce. Nonostante io abbia coltivato la vocalità nel teatro, imparare a usare meglio la voce nel canto e renderla espressiva è un percorso difficile ma straordinario che voglio approfondire. Anche la voce in qualche modo può danzare.

Il progetto nasce da voi due, ma dal vivo invece come vi presentate?
Nei nostri live abbiamo con noi tre dei quattro musicisti che hanno realizzato le registrazioni di alcuni brani del disco in studio. Francesco Cappiotti alla chitarra acustica ed elettrica, Simone Marchioretti alla batteria e Guglielmo Cappiotti al piano elettrico. Tre musicisti preparatissimi, propositivi e ottimi amici.
Il progetto è nato da noi due ma fin dall’inizio la nostra idea è stata quella di fare un lavoro che presupponesse un live il più possibile vicino al sound del disco.
La proposta live è per dei concerti principalmente in elettrico nonostante ci presentiamo a volte anche in acustico per le radio e altri contesti più intimi.

Avete recentemente pubblicato il vostro primo video, “Castle Burned”, realizzato da Francesco Collinelli, che denuncia una sorta di gabbia dentro la quale viviamo, una certa alienazione quotidiana sia del corpo che della mente. Ci potete dire qualcosa in più sull’esperienza della realizzazione di questo video?
A Francesco Collinelli abbiamo lasciato sostanzialmente “carta bianca”.
Volevamo avesse molta libertà interpretativa.
Ha ascoltato il brano e ci ha immediatamente proposto una sceneggiatura molto accattivante. Rispetto ai suoi precedenti lavori ci ha confidato che avrebbe voluto sperimentare qualcosa di diverso. Lo abbiamo subito sentito entusiasta e ci siamo fidati totalmente delle sue scelte e delle sue proposte. Grazie alla location concessa dalla compagnia “Quelli di Grock” abbiamo girato il video sfruttando riprese in interno e in esterno. E’ stata una giornata di riprese molto intensa ma anche molto divertente. Per il video Francesco ha chiamato tre attori: Gaia Grassi, Pietro Tolve, il bambino protagonista insieme a Gianni Parodi (un attore dalle innumerevoli esperienze teatrali) e tutti noi della band. Il risultato è un video che spinge il brano e che ritmicamente trattiene l’attenzione alle immagini, è molto cinematografico e con innesti di playback perfettamente inanellati alla storia narrata.

Ascoltando l’album, si ha davvero l’impressione di intraprendere un viaggio e chiunque lo ascolti può riadattarlo alla propria esperienza privata. Il vostro viaggio è appena cominciato. Direzione?
Un tour in Italia e non solo…? ;)

 

 

 

 

 

 

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Camera Oscura… il nuovo disco dei Medulla

Pubblicato il aprile 16, 2014

È uscito il 14 marzo 2014 “Camera Oscura” il secondo disco dei Medulla, band milanese formata da Michele Andrea Scalzo, Carlotta Divitini, Marco Piconese, Giuseppe Brambilla. Il disco contiene 12 brani, con testi curati che tendono al cantautorato ben mescolati ad arrangiamenti rock. Una Camera oscura, appunto, con dodici istantanee da sviluppare, che ritraggono il mondo interiore di ognuno di noi, o almeno questo è il tentativo della band. 


Abbiamo deciso di incontrarli per fare due chiacchiere tra teatro, dark, rock ed ex ospedali psichiatrici abbandonati

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Presentatevi a chi ancora non vi conosce?

Ci chiamiamo Medulla, band di Milano attiva da fine 2008: Giuseppe Brambilla alla batteria, Marco Piconese al basso, Carlotta Divitini al piano-synth-tastiere e Michele Andrea Scalzo, chitarra e voce.

Camera Oscura è il vostro secondo disco, cos’è cambiato dal primo disco (Introspettri, 2010)?


Rispetto a “Introspettri” c’è sicuramente una differenza di suono e arrangiamenti.
La chitarra resta indietro, non ci sembrava più così fondamentale puntare tutto sui riff di chitarra. Quindi è cresciuta di importanza la sezione piano-synth.
E per quanto riguarda le ritmiche, Giuseppe (batteria), con la sua esperienza ci ha aiutato a trovare nuove vie per arrangiare i brani.

Testi molto curati, tendenti al cantautorato, con arrangiamenti decisamente rock, anche se in quest’ultimo lavoro mi sono sembrati più addolciti; difficile collocarvi come genere, voi come preferite essere definiti?

Noi preferiamo non definirci! Ma se proprio dobbiamo, potremmo dire semplicemente: dark rock italiano (tanto qualcuno avrà da ridire anche su questo [ride]).

Il disco nel suo complesso può essere considerato un concept, un’analisi introspettiva traccia per traccia, quanto c’è di personale in quest’album? Siete soddisfatti del risultato finale?

Tutto. Anche ciò che è stato scritto dopo osservazioni esterne è stato messo a fermentare in una rielaborazione, cercandone vari punti di vista, e lasciando al tempo il tempo di dire la sua.
Ci sono canzoni che hanno avuto gestazioni lunghe, altre invece hanno avuto una prima stesura durata pochissime ore.
Il lavoro di studio non ti permette mai di esser completamente soddisfatto, ci vorrebbero tasche che non conosciamo [ride] per poter essere completamente soddisfatti. Ma sì, siamo arrivati ad un punto in cui abbiam detto: siamo soddisfatti del lavoro.

Come mai avete scelto Filastrocca come primo singolo?

Perché è il pezzo con meno compromessi dell’album, e racchiude un po’ dell’aspetto teatrale che portiamo nei concerti.
Il senso d’emarginazione rispetto agli standard musicali richiesti attualmente in Italia lo avremmo vissuto anche portando brani più semplici, come “Il Limite” ad esempio. Tanto vale.

Il video di Filastrocca è stato girato all’ex manicomio di Mombello, sembra un posto molto suggestivo, che posto è? Ne conoscete la storia?

La struttura di Mombello è molto ampia, ci sono molti ambienti, diversi settori. Ci siamo informati sulla sua storia e come luogo è proprio quello che cercavamo per ambientare le nostre canzoni. Ma se vi capita di farci un giro potrete vedere che è una storia che si stratifica ancora oggi.

 

Potete già annunciarci quale sarà il prossimo video?

Certo che sì! Abbiamo girato qualche settimana fa il video de “La bestia”, prima traccia dell’album!

 

Su quali coordinate musicali si collocano i Medulla? Diteci quali sono i vostri punti di riferimento

È difficile parlare di punti di riferimento perché di fatto non abbiam nel comporre ed arrangiare una direzione rispetto a qualcuno che ascoltiamo.
Un esempio banale: dopo un concerto una persona è venuta a dire a Michele: tu ascolti tantissimo i Sister of Mercy! E lui ha risposto molto ingenuamente: chi? Poi il giorno dopo è andato ad ascoltar ed effettivamente alcuni brani del primo album sembravano proprio loro figli.
Abbiamo fondamentalmente un ascolto molto eterogeneo tra noi quattro, dai Nirvana a Beethoven. Ma nei nostri pezzi non si sentono i Nirvana quanto Beethoven, non oseremmo mai avvicinarci a figure tanto importanti.

 

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Il vostro live è molto “teatrale”, nasce dalla passione di qualcuno della band per questa forma d’espressione? Le canzoni prendono spunto anche dal teatro?

Michele ha fatto teatro per un po’ di anni e quando ha fondato la band gli è venuto naturale unire le due passioni.
I testi certamente prendono spunto anche da quel mondo fatto di un palco su cui si può dire molto, perché in teoria “si sta fingendo”.
Il teatro ha in se stesso un gioco di specchi tra verità/finzione che permette molto, soprattutto dal vivo.

Dateci qualche link per tenervi sotto controllo

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