Giuseppe Falcomatà è uno dei candidati alle primarie PD che si terranno giorno 6 luglio 2014 a Reggio Calabria.
È giovane, e non nell’accezione fancazzìsta ed immatura. La sua gioventù è simile a quella di tanti altri giovani, anagraficamente o interiormente, che rappresenta la consapevolezza, il desiderio di cambiare le cose, il bisogno di andare avanti… una gioventù che continua ad interrogarsi e ad ascoltare, ma che è in grado anche di dare risposte!
Giuseppe Falcomatà reinterpreta in chiave contemporanea l’esistenzialismo di una società che ambisce ad uscire dal buio.
Si esprime con profonda cognizione – con fare acceso a tratti –  con considerazioni degne delle migliori intuizioni sociologiche, così come quando vede il concetto di solitudine facente parte del degrado urbano.
È molti anni ormai che sono andato via da Reggio… però adesso, magari, potrei anche tornare a casa!

 

Giuseppe Falcomatà

 

 

 

Reggio Calabria: cosa è accaduto in questi ultimi anni?
Negli ultimi dieci anni la nostra città ha vissuto un black out istituzionale che è culminato con lo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose… o meglio, per contiguità mafiose, che rappresenta un fatto che va oltre l’infiltrazione, in quanto la contiguità sta a significare che ‘ndrangheta e istituzioni si sono sedute insieme per decidere comunemente le sorti della città.
Questo, naturalmente, ha prodotto negli anni un accumulo di debiti con spreco di denaro e di risorse pubbliche che noi oggi paghiamo in termini di aumento di tasse e tributi comunali. Infatti, è bene dirlo per essere trasparenti al massimo, quanto accaduto porterà a dover affrontare un piano di equilibrio che nei prossimi dieci anni vedrà l’intera comunità reggina pagare tasse e tributi locali alle stelle a causa di inefficienze nella pubblica amministrazione.
È impossibile, dopo anni di buio, riportare in un solo istante la luce! Dunque, la prossima amministrazione si troverà a dover affrontare una prima fase di convalescenza che accompagni la nostra città ad uscire dalla malattia, a rimettersi in forze e rialzarsi in piedi.
È evidente che Reggio con le sue sole forze non ce la può fare, avremo quindi bisogno di un consistente aiuto da Roma.

Nel tuo programma citi una frase del sindaco La Pira: “[…] dare un compito alla città[…]”. Qual’è concretamente il compito?
Sì. La Pira conosceva, in quanto sindaco, le esigenze primarie di una città e sapeva bene che non basta amministrarla, ma bisogna darle un ruolo preciso, altrimenti la città muore.
Significa che ognuno di noi, ogni cittadino, non può più delegare agli altri le scelte amministrative perché di fatto delegherebbe quello che è il suo futuro. Nessuno può dirsi indifferente alle scelte politiche, perché la politica entra nella vita personale di ognuno di noi: dal semplice affitto degli impianti sportivi comunali, al parco, agli eventi culturali che danno lustro ad una comunità, alle infrastrutture che rendono i quartieri non soltanto semplici dormitori ma veri e propri luoghi in cui vivere la propria società.
Quindi, ognuno di noi deve avere un ruolo e deve fungere da pungolo per la pubblica amministrazione. Abbandoniamo l’istituto della delega, ed abbracciamo l’istituto dell’adesso tocca a noi! E diventiamo davvero protagonisti di quel che accade all’interno di palazzo San Giorgio.

Nel tuo programma parli di rieducare alla Bellezza… concetto che trovo interessante ma che immagino sia un processo lento e articolato specie in questo momento storico così vicino a quanto avevano descritto e predetto molti pensatori del ‘900 che vedevano nella natura umana del loro tempo e delle generazioni future quella Porcherìa, come la definirebbe Celine. Quel senso di anomìa e masochismo che difficilmente lascia trapelare emozione reale davanti alla bellezza…. qual’è il tuo punto di vista e come intendi procedere?
In tema citazionistisco, ne utilizzo una anche io: Peppino Impastato diceva “noi dobbiamo educare i cittadini alla bellezza”.

Il che, trasposto ad una realtà cittadina, vuol dire far conoscere al cittadino quel che è bello, e non soltanto nell’accezione prettamente estetica, ma anche classica, in quanto autentico, vero.
Questo significa non rassegnarsi alle brutture e far si che il nostro occhio non si abitui a cose che in realtà non dovrebbero esserci…Faccio un esempio: qualche tempo fa, tornando da scuola, mio nipote si sorprendeva del fatto che un camioncino della nettezza urbana stesse raccogliendo la spazzatura sia dentro che fuori dai cassonetti; io trovo che questo sia un episodio simbolico, perché se nell’immaginario di mio nipote la normalità era vedere i cassonetti stracolmi di spazzatura con i cumuli di immondizia ai lati, ed invece a stupirlo è stato il fatto che ci fosse un camioncino che la stesse raccogliendo…. è facile capire che la sfida è proprio questa.
Mio nipote che ha sette anni, non è mai vissuto in una città normale, dove un qualunque cittadino si sarebbe sorpreso della presenza di spazzatura e non del contrario.
Non abituiamoci al brutto, non abituiamoci all’immondizia, non abituiamoci alle facciate dei palazzi non rifinite, ai marciapiedi con le mattonelle sconnesse, alle strade piene di buche e alle piazze che diventano soltanto un ricovero per spacciatori e passeggiatrici.
Abituiamoci a difendere il decoro urbano e difenderemo una bellezza in senso ampio.
Durante uno degli incontri che abbiamo fatto nel corso di questa campagna elettorale una persona ha suggerito di non parlare più di assessorato alla cultura, dato che la cultura è necessaria in qualunque ambito della pubblica amministrazione, bensì di un assessorato alla Bellezza. Iniziativa che io trovo interessante.

La tua linea programmatica rappresenterebbe una vera svolta in città specie dal punto di vista dell’attenzione che poni nei confronti dell’ambiente e dell’ecologia. Quanto sarà complesso reimpostare un percorso di questo tipo in una città che vede istituzionalmente ancora nel cemento il progresso?
Non possiamo più continuare a ingolfare la nostra città di cemento. Fra i nostri obiettivi c’è un’edilizia a mattoni zero, riportando in vita quello che già c’è… sia esso un’aiuola, piuttosto che un marciapiede.
Ci sono zone della città, dove le sterpaglie sono così alte che ormai non si vede più nemmeno il marciapiede. È per questa ragione che in programma esiste un punto chiamato: la battaglia delle piccole cose: ripristiniamo il decoro urbano, cosa che oltretutto non rappresenta nulla di più di quanto già sarebbe imposto dal testo unico degli enti locali che vede fra le altre cose sostanziali la cura dei servizi essenziali, la raccolta dei rifiuti e l’illuminazione pubblica.
La più grande sfida è riportare la città alla normalità. E non mi riferisco soltanto ad ambiente e verde, o all’abbracciare concretamente una sfida che riguarda le energie rinnovabili, la sfida è anche recuperare tutte quelle opere pubbliche terminate e non consegnate, o non terminate perché l’azienda ha abbandonato il cantiere, o addirittura quelle opere che sono ancora in fase progettuale.
Il vero degrado non è rappresentato solo dal marciapiede sconnesso e i muri imbrattati… il vero degrado è la solitudine. Per evitare che nei quartieri si soffra di solitudine, dobbiamo renderli vivi! Ricchi di strutture ricettive, ricchi di spazi comuni che compongono l’aggregazione.
Pensa quanto può essere paradossale che in una città che potrebbe vivere all’aperto sei mesi l’anno, non ci sia un canestro da basket in una piazza o una porta da calcio. Mancano quei classici playground che in città come New York ad esempio hanno rivalutato determinati quartieri.

C’è un tema che per ragioni personali mi sta molto a cuore: la fuga dei cervelli, di cui inoltre si parla tanto in questi anni. Giorni fa ho casualmente riletto uno scritto di Corrado Alvaro, in cui l’autore parla dell’emigrante, ritenendo che il meridionale in generale ma il calabrese in particolare, emigra non tanto per una ricerca economica, o per un arricchimento monetario… bensì, per cambiare “stato”… come se si sentisse fondatore di una nuova civiltà, di una nuova generazione. È dunque inevitabile che molti dei nostri cervelli vadano via, o esiste un modo che possa trattenere le nostre anime migliori in terra evitando la diaspora?
Io non voglio fare il populista e sostenere che dobbiamo evitare la fuga dei cervelli o che dobbiamo trattenere i nostri cervelli in città.
Preferisco invece cambiare il punto di vista, e dire che l’esperienza formativa fuori, sia essa lavorativa o universitaria, deve essere una scelta del cittadino e non un obbligo.
Renzo Piano consiglia spesso di contaminarsi il più possibile di esperienze che possano arricchire il nostro io, e poi tornare nelle proprie città per mettere quelle esperienze e quella ricchezza acquisita a servizio della propria comunità, della città in cui si è nati.
Ben venga, quindi, chi decide scientemente di partire e arricchirsi di nuove esperienze, ma è anche importante consentire a chi intenda lavorare e studiare nella propria terra di poterlo fare.
Da un punto di vista universitario, nonostante pubblica amministrazione e atenei siano due enti del tutto indipendenti, non si può e non si deve escludere un’interazione fra le due parti.
Basti pensare a quanti progetti a favore della comunità cittadina potrebbero essere ricavati a costo zero da studenti delle nostre università messi a servizio della comunità. Mi riferisco al tema di recupero e classificazione di beni architettonici, storici, artistici e culturali; o per quanto riguarda la Facoltà di agraria, classificazione e riqualificazione di quello che è il patrimonio botanico della nostra città. Dunque, in tema di realizzazione concreta delle cosiddette smart cities di cui tanto si parla, perché non creare i giusti presupposti affinché tutto quello che viene creato all’interno della nostra Università possa essere messo al servizio della comunità in cui è stato creato?!
Naturalmente, per un giovane, rimanere qui non significa soltanto Università… una città universitaria è una città viva, che sviluppa la sua socialità, e che mantiene le saracinesche dei pub, e dei negozi e dei ristoranti attive fino a tarda ora. Questo è un altro aspetto, e rappresenta un’ulteriore conseguenza positiva.
Per quanto riguarda il mondo del lavoro, è opportuno chiarire un aspetto che rappresenta il punto di non ritorno e di discontinuità con quello che è accaduto a Reggio in dieci anni: la pubblica amministrazione non è tenuta a dare lavoro! Semmai, è tenuta a creare le condizioni affinché posano nascere occasioni.
L’unico modo per entrare all’interno di una pubblica amministrazione è mediante il concorso pubblico, cosa che negli ultimi dieci anni la nostra città non ha visto mai, perché si è venduta un’illusione che si potesse accedere al mondo del lavoro e della pubblica amministrazione con strumenti diversi da quelli previsti della procedura dell’udienza pubblica. E questo non ha creato lavoro… ha creato precariato e grossi disagi ai lavoratori delle società miste che operavano fino ad oggi nel comune di Reggio Calabria nettamente in forte sovrannumero, dato che se una ditta che potrebbe dar lavoro a cento dipendenti viene invece infarcita di trecento, va a fallire rapidamente.  Quindi adesso tutte queste persone si trovano davanti a un grande punto interrogativo, davanti aun futuro lavorativo incerto, anche sotto il profilo personale e familiare, e solo perché si è deciso di ingolfare questa società senza che ce ne fosse una reale necessità. In una città in cui la maggior parte delle famiglie sono monoreddito, se tutte queste persone andassero a casa ci troveremmo di fronte ad una situazione di forte emergenza sociale. È chiaro quindi che tutti questi punti interrogativi si debbano trasformare in punti esclamativi. Come? Intanto le società miste non ci sono più e non ci saranno più… e l’unica strada è quella di abbandonare l’idea del pubblico/privato,  e fare delle società in house, quindi a capitale interamente pubblico, e che diano garanzia di stabilità definitiva a queste famiglie.
Al di la del pubblico, ciò che funziona maggiormente nostra città, una delle fonti di maggiore impresa, è l’edilizia, e l’edilizia funziona se ci sono i cantieri aperti, così come i cantieri aperti funzionano se c’è un’amministrazione virtuosa che riesce a mettere in campo quei progetti non soltanto nella fase iniziale ma seguendo il progetto fino a conclusione.
Bisogna rimettere in moto il tessuto sociale della città. Noi abbiamo una grande risorsa che va assolutamente sbloccata: il Decreto Reggio, legge speciale fatta alla fine degli anni ’80 per la nostra città, ancora ricca di fondi e e ancora ricca di opere che possono essere utilizzate a servizio delle imprese, dei cantieri e delle opere pubbliche. Inoltre, come ho detto a inizio intervista, non possiamo non puntare sui fondi comunitari della programmazione 2014-2020… ci sono tantissimi denari, non abbiamo più scuse per dire che questi soldi arrivano e se ne vanno, perché non ci sarà più il filtro regionale, Reggio Città Metropolitana gestirà direttamente i fondi comunitari, quindi adesso non avremo più scuse. Se non saremo capaci di fare, come hanno fatto altre città d’europa che hanno cambiato volto grazie a questi fondi – prendi ad esempio Budapest in cui tutte le opere portano la targhetta: realizzato con i fondi comunitari – allora dovremo andare a casa perché non avremo più scuse.

Giuseppe Falcomatà

Ricordo l’epoca in cui a Reggio Calabria vennero aperti i primi lidi, impostati come strutture balneari che accoglievano un target ampio di clientela… E ricordo anche la piega che tali realtà hanno preso negli ultimi anni, realtà diametralmente opposta a quella precedente. Laddove diventassi sindaco di Reggio, quale sarà la tua posizione in merito? I lidi torneranno ad essere  stabilimenti balneari o resteranno discoteche a cielo aperto?
Naturalmente la mia riposta non può che essere d’accordo con quella che è la tua premessa.
Tra l’ altro non ha senso che il tutto si riduca ad un susseguirsi di discoteche messe una accanto all’altra… è uno spreco enorme avere queste strutture che dovrebbero mettere in simbiosi una città con il mare e sfruttarle solo in tal senso, specie dopo una conquista importante di quella giunta che andò a Roma, a suo tempo, a sbattere i pugni affinché il lungomare venisse strappato alle ferrovie e restituito alla città. Ci si potrebbe fare molto di più. Quelle realtà non nascono come discoteche, e noi dobbiamo puntare ad una città che da un punto di vista culturale offra maggiori spazi e maggiori occasioni di vivere la notte.
Ci sono tante iniziative che si possono realizzare, e a me quando dicono che con la cultura non si mangia, mi viene da ridere… basti pensare, infatti,  che in passato era stata avviata l’iniziativa de: Uno schermo sull’acqua, che era il Festival internazionale del cinema; oppure potremmo parlare dei Caffè Letterari… parliamo non solo di discoteca, ma anche di concerti, di musica dal vivo.. noi potremmo, possiamo e dobbiamo fare di tutto.
Ridurre la cosa a un susseguirsi di discoteche, intanto toglie dignità a quelle realtà che invece nascono come tali, precludendo a esse la possibilità di continuare a farlo, ed è un modo di interpretare il turismo che esclude anche tutto quel bacino di visitatori della terza età: basti pensare che non esistono bagni pubblici, non esiste una guardia medica funzionante in centro, un tempo esisteva un info-point adibito in uno splendido chioschetto in stile Liberty, che in seguito è stato chiuso e trasferito all’interno di un noto bar cittadino e che adesso non c’è neanche più.
Reggio città turistica passa da tutte queste premesse e precondizioni. Abbiamo tante risorse, e abbiamo tante esperienze positive da prendere come esempio… la Puglia, la zona del Salento, che puntando sul turismo ha rivalutato tutto un litorale incentrando l’attenzione sulla propria identità culturale. Il turismo non è dato solo da un accordo con Costa Crociere o con le compagnie aeree che portano i turisti di Vienna a Reggio ma che non consentono ai reggini di andare a Vienna, dato che a carte inverse non esiste un volo Reggio-Vienna… cosa del tutto paradossale!
Noi abbiamo un territorio ricco di cultura e di offerte paesaggistiche, che, laddove venisse circuitato in un sistema integrato farebbe sì che Reggio non sia soltanto una città dal turismo mordi e fuggi.
Inoltre, non esiste ancora un sito che sia patrimonio dell’UNESCO… a differenza di tante altre isole del turismo, vedi Ibiza che ha due siti UNESCO per la biodiversità.
Noi abbiamo tanto da offrire: mura greche, terme romane, l’antico castello… e tantissimi altri luoghi che una volta diventati accessibili potrebbero dare tanto al nostro turismo.

 

 

Reggio Calabria

Chiudo con una battuta… pare che il motto inciso sul simbolo personale di Tommaso Campanella, che era appunto una campanella che alludeva alla necessità di svegliarsi dal sonno dell’ignoranza e dell’accidia, recitava un: “Non tacerò”. Ahinoi, Campanella non ci è riuscito… ed è morto a Parigi, lontano da casa. Ti attende un’impresa davvero ardua!
Sì, è una sfida ardua. Questo viaggio è nato con un pizzico di follia, ma siamo accompagnati da ottimi compagni di viaggio, convinti che questo sia il percorro migliore…. ed esiste una Reggio viva, che non si abbandona all’antico brocardo del: non c’è niente… va tutto male, non si può far niente… c’è una città che vuole bene a se stessa e che non è contenta della situazione in cui si trova. C’è una città che intende reagire. Una città che per qualche anno ha delegato, ma che adesso ha voglia nuovamente di rimettersi in gioco… bisogna soltanto dare ai cittadini la possibilità di farlo!
Se queste primarie dovessero restare un qualcosa per addetti ai lavori, avremo fallito. Se invece queste diventano le primarie della città e dei cittadini, dove i cittadini stessi sono protagonisti direttamente del cambiamento, allora saremo davvero ad un passo dalla svolta.
Questo è l’anno zero per Reggio Calabria, e mai come ora la città è dei cittadini, che finalmente se ne possono riappropriare.